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La resistenza tedesca è il perno attorno a cui ruota il gioco di strategia Through the Darkest of Times, ambientato nella Germania hitleriana tra il 1933 e il 1945 ma concepito avendo in mente questi anni di “populismi”. Ne parliamo con il designer Jörg Friedrich.

“Prima del ’33, il ridicolo saluto nazista era considerato una barzelletta. Ma presto smettemmo di ridere. Non scorderò mai la prima volta che lo vidi, era il ’28 o il ’29. La messa era appena finita e stavo aspettando il tram; di fianco a me c’era un giovane, col vestito buono della domenica. Quando dal tram scese un tizio con la camicia bruna, la fascia da braccio rossa con la svastica e le ghette militari, i due si guardarono, tesero il braccio e urlarono ‘Heil Hitler!’. Molti dei presenti, persone più anziane, scossero il capo, ma non dissero nulla. All’epoca avevo 12 anni e, non capendo cosa fosse successo, una volta giunto a casa lo chiesi a mio padre. Ricordo che sorrise e disse ‘Lascia perdere quegli imbecilli. Rinsaviranno’. Com’è che si dice in latino? Errare humanum est.”
– Wilhelm Fischer, nato a Colonia nel 1916. Si arrese all’Armata Rossa nel 1945

La testimonianza di Fischer è solo una delle centinaia contenute in Deutsche im Zweiten Weltkrieg: Zeitzeugen sprechen, di Johannes Steinhoff e Peter Pechel (disponibile anche in inglese), un libro che comprai poco dopo aver letto Le benevole di Jonathan Littell. Di quest’ultimo mi aveva affascinato la tesi principale, esplicitata mediante la parabola del protagonista Maximilien Aue, secondo cui le sole cultura e intelligenza non sono sufficienti a renderci immuni dai germi del nazismo; al contrario, nelle giuste circostanze, anche il più sofisticato umanista può trasformarsi in un boia. Tuttavia, senza nulla togliere alla qualità del romanzo, un conto è leggere dei processi psicologici che hanno portato a Hitler in un’opera di finzione, tutt’altro è verificarne l’applicazione pratica nella quotidianità di quell’epoca e trovare conferma che la società che lo produsse non è poi così diversa da quella attuale. Ecco perché l’opera di Steinhoff e Pechel è preziosa: in essa ritroviamo una popolazione alle prese con una crisi economica, con xenofobie più o meno sottaciute e con una democrazia ritenuta inefficiente. Esattamente come oggi. E, come oggi, salta all’occhio la diffusa dabbenaggine che portò la maggioranza popolo ed élite a credere solo a una parte del pensiero politico hitleriano (“Make Germany great again”), ignorandone più o meno volutamente la componente più selvaggia.

Elezioni 1933: ‘Il maresciallo e il caporale combattono con noi per pace e pari opportunità’.

Ora: se è vero nell’Occidente attuale non esistono più movimenti di massa che si richiamano esplicitamente all’ideologia nazista, è altrettanto vero che nell’ultimo decennio abbiamo assistito alla crescita consenso verso partiti i cui messaggi contengono più di un elemento di quel ur-fascismo di cui scrisse Umberto Eco oltre vent’anni fa: il partito repubblicano in America, il Front National in Francia, Fidesz in Ungheria, Diritto e Giustizia in Polonia, Alternative für Deutschland in Germania, Freiheitliche Partei Österreichs in Austria e, in Italia, la Lega Nord. Al netto dei casi più gravi – cioè dei paesi dove questi partiti hanno già ottenuto il potere, con conseguenze gravi e prevedibili –, è preoccupante notare come, nei paesi che finora l’hanno scampata, si ignori o sottovaluti il rischio, quasi che si avesse paura a chiamare le cose con il proprio nome. Restando alla pubblicistica italiana più recente, in occasione delle presidenziali francesi è stato particolarmente disarmante notare la quantità di smarmellamenti ideologici o, talvolta, il lasciapassare mediatico concesso ai Bombacci del nuovo millennio e ai loro vaneggiamenti. A voler pensar male, si direbbe quindi che il rifiuto di nazismo e fascismo dipenda più dalla riconoscibilità estetica di questi fenomeni che non da questioni ideologiche o etiche.

Ma cosa c’entra tutto questo coi videogiochi? Se li consideriamo espressione di una cultura – cosa che sono, per inciso – parecchio. La Seconda guerra mondiale è infatti lo scenario storico più sfruttato in assoluto, ma di esso abbiamo visto quasi esclusivamente i campi di battaglia. Abbiamo ucciso ripetutamente migliaia di Wilhelm Fischer e i suoi compatrioti in un qualsiasi Call of Duty, Battlefield o Wolfenstein, ma nessuno si è premurato di dirci come mai sono finiti nei nostri mirini. Sono sempre stati presentati come seguaci di un male totalizzante che non necessitava spiegazioni, alla pari di alieni. “Noi” buoni, “loro” cattivi: a distinguere gli uni dagli altri, solo le divise. Stando così le cose, non ci vuole molto a capire che una simile semplificazione genera mostri, ed è scoraggiante vedere come, negli anni, all’evoluzione tecnologica e diegetica del mezzo non si sia accompagnata una crescita della consapevolezza da parte degli sviluppatori.

Una delle poche eccezioni in tal senso è Jörg Friedrich, un ex sviluppatore di Yager Development che, dopo aver lavorato all’acclamato Spec Ops: The Line, ha intrapreso il percorso indie. Attualmente sta lavorando – assieme ai colleghi Sebastian Schulz e Martin Zielinski – a Through The Darkest Of Times, un’avventura grafica incentrata sulla resistenza tedesca alla dittatura nazista. Finora è stato possibile provare le prime build solo in convention come la Talk&Play di Berlino, ma per la stagione invernale è previsto il rilascio di un’alpha su Early Access; nell’attesa che ciò avvenga, vale la pena addentrarci in un’ambientazione storica complessa e per questo largamente ignorata, scelta da Jörg perché grazie a essa possiamo riflettere sul passato, sull’attualità e, soprattutto, su come stiamo sottovalutando i segnali di un ritorno di fiamma dei fascismi.

Le stesse elezioni in Through the Darkest of Times.

Prismo: Prima di parlarci del tuo nuovo progetto, raccontaci di come i precedenti ti hanno portato a scegliere la strada indie.
Jörg Friedrich: Lavoro nel settore dal 2003 e sono approdato in Yager nel 2007, dove ho conosciuto i miei partner attuali e dove ho lavorato sul titolo più importante della mia carriera, Spec Ops. Uscito nel 2012, voleva essere per gli sparatutto militari quello che fu Apocalypse Now per i film di guerra: una nuova prospettiva critica sia sulla guerra in quanto tale, sia sul modo in cui siamo abituati a rappresentarla. Era un titolo che chiedeva al giocatore di sparare al nemico e che al contempo lo condannava per le sue azioni: qualcosa di inedito per l’industria,  che proprio per questo motivo andava fatto, e del cui risultato fummo orgogliosi. Purtroppo, però, laddove critica e pubblico lo lodarono (qualcuno ne trasse un libro, un altro un’opera teatrale, ancora oggi mi chiedono di parlarne alle conferenze), il publisher lo trattò come un potenziale concorrente di Call of Duty, cosa che non era. Sta di fatto che Y2K Games ritenne le vendite troppo basse rispetto alle aspettative, e così cancellò il sequel.

E poi?
“L’anno successivo cominciammo a lavorare a Dead Island 2, di cui inizialmente ero il direttore del design, ma dopo breve il progetto entrò nel cosiddetto development hell. Senza scendere nei dettagli, le complicazioni furono tali che nel 2015 la consociata di Yager che si occupava del titolo venne chiusa e l’intero staff, tra cui molti miei amici, venne lasciato a casa. Benché mi fu chiesto di restare decisi che era giunto il momento di percorrere nuove strade, e per oltre un anno lavorai per Sandbox Interactive sull’MMO Albion Online; fu un’esperienza utile sotto diversi aspetti, tuttavia non era un progetto “mio”. Continuavo infatti a sentire il bisogno di fare qualcosa di significativo; mi mancava la soddisfazione provata durante lo sviluppo di Spec Ops, derivante dalla consapevolezza che attraverso il tuo lavoro stai facendo “la cosa giusta”. E così, dopo 15 mesi lasciai i ragazzi di Sandbox per mettermi al lavoro su Through the Darkest of Times. Il concept, così come la struttura e la sceneggiatura sono miei; Sebastian è invece l’artista, mentre Martin mi dà una mano col codice”.

Scioperare o aspettare?

Di che si tratta, esattamente?
“È un gioco di strategia, ambientato a Berlino, in cui si controlla un movimento della resistenza antinazista per tutta la durata del Terzo Reich: dalla nomina a cancelliere di Hitler nel ’33 alla resa incondizionata della Germania nel ’45. Per sopravvivere in quei 12 anni si devono pianificare le proprie mosse, gestire il morale dei membri, reperire risorse e, ovviamente sfuggire alla Gestapo; i personaggi sono fittizi e generati proceduralmente a ogni nuova partita – ciascuno con la propria personalità, idea politica e così via – e a seconda delle loro azioni è possibile influenzare o meno eventi storici realmente accaduti”.

Prima hai detto che sentivi il bisogno di fare qualcosa di “significativo”: nei nostri scambi di e-mail hai scritto che l’idea per TtDoT nacque in seguito all’emergere dei movimenti cosiddetti “populisti”: in che modo?
“Le somiglianze tra l’Occidente odierno e la Germania di allora sono sufficienti a preoccuparmi. Vedi, negli anni Venti la mia nazione era sotto molti aspetti progressista, in special modo a Berlino, dove scienza, arte, stili di vita alternativi e parità tra sessi erano così diffusi che si pensava fossero eterni. All’epoca, molti tra gli intellettuali e gli artisti erano critici dei nazisti, ma nel complesso non li prendevano sul serio”.

Oswald Spengler, autore de Il declino dell’Occidente, descrisse Hitler come ‘un sognatore, una testa vuota, un uomo senza idee e privo di determinazione: in una parola, uno stupido’.

Va detto che nemmeno i politici brillarono. Al di là dei sostenitori, colpisce l’attendismo mostrato dalla SPD…
Figurati che perfino quando Hitler venne eletto cancelliere, mettendosi immediatamente a modificare l’assetto costituzionale, la maggior parte dei suoi oppositori pensava che sarebbe finita presto; pensavano che i nazisti fossero troppo ridicoli e incompetenti, e che la maggioranza dei tedeschi in fondo gli fosse contraria. Prova ne è che un mese dopo le elezioni si tenne una manifestazione antifascista a Berlino a cui parteciparono oltre 200,000 persone, arringate da oratori che dicevano “Siamo migliaia! Non ci possono fermare”. Bene: il giorno dopo le SA [la milizia paramilitare del partito nazista, antesignana delle SS, ndR] catturarono quelli stessi oratori e li portarono in celle dove li picchiarono e torturarono; chi non morì per le sevizie finì nei campi di concentramento. Paradossalmente, tutto questo si verificò grazie a un potere legale che era stato concesso ai carnefici dalle stesse vittime solo poche settimane prima. Ecco: quando oggi si sente dire che le leggi vigenti di un paese bastano a fermare gli eccessi bisognerebbe ripensare a quei giorni e tenere a mente che ai fascisti, che siano in divisa o in maniche di camicia poco cambia, dello stato di diritto non importa nulla. Le leggi sono funzionali solo a prendere il potere e a tenerselo: lo dimostrano i casi di Polonia, Turchia o Ungheria, così come, più di recente, quello di Trump, che ha licenziato su due piedi il capo dell’FBI solo perché gli stava dando fastidio.

Ovviamente, però, tutto questo avviene perché i Trump o gli Orban cavalcano bene l’insoddisfazione popolare. Il primo capo della Gestapo, Rudolf Diels, stimò che il 70% delle nuove reclute delle SA a Berlino erano ex comunisti: cifre e definizioni da prendere con cautela, ma comunque indicative.
Certo, e così arriviamo al secondo punto che accomuna 1933 e 2017: la crisi economica e la crescente ineguaglianza tra ricchi e poveri. Allora come oggi c’era la paura – peraltro giustificata – di perdere il posto di lavoro; anziché tenere conto di questo, i governi di allora si preoccuparono perlopiù di ingraziarsi i ricchi e le corporation ottenendo in cambio il loro appoggio. Un appoggio che però durò solo fintanto che non trovarono qualcuno che promise loro di rappresentare un antidoto migliore ai conflitti sociali che tanto odiavano; così, nel 1932, da Fritz Thyssen in giù l’intera industria tedesca appoggiò Hitler, che in cambio promise di fare piazza pulita di anarchici, sindacalisti, comunisti e liberi pensatori. Quello che però questa gente e i loro rappresentanti politici passati e attuali si scordarono è che i nazisti distrussero sì la sinistra, ma altrettanto fecero con gli ex alleati: dalla DNVP [il partito conservatore dell’epoca] alle vittime della Notte dei lunghi coltelli. Ecco: queste stesse dinamiche, fatta salva l’ultima parte, le abbiamo viste in azione anche negli ultimi anni: basta vedere da chi è composto il gabinetto Trump, dall’appoggio che ha ricevuto da parte della Silicon Valley o dalla questione Brexit.

Reazioni alle ultime elezioni democratiche tenutesi prima dell’instaurazione della dittatura nazista.

Ma se le dinamiche con cui Hitler prese il potere sono chiare e comprensibili, perché ancora oggi il Terzo Reich è considerato qualcosa di irrazionale?
Per via della Shoah, un fenomeno oggettivamente così orribile nella sua natura e nella sua esecuzione da essere impossibile da comprendere appieno oggi. Tuttavia, essa non deve farci dimenticare che i nazisti mica sono venuti dallo spazio nel ’33 per tornarsene sul loro pianeta dodici anni dopo: erano umani, tedeschi per la precisione, e le idee che essi portarono agli estremi erano quelle dei miei antenati. Per esempio di quel mio nonno tanto gentile che da piccolo mi portava sempre la cioccolata, ma che anni prima aveva votato per Hitler supportando attivamente un’ideologia che aveva il genocidio come uno dei suoi cardini principali.

Ecco: questa “umanità” del nazismo è qualcosa che è stato affrontato nei libri, un po’ più raramente nel cinema, quasi mai nei videogiochi.
Quando si parla di Terzo Reich in tutti i suoi aspetti, i videogiochi ne escono malissimo. I nazisti sono nella maggior parte dei casi semplice carne da cannone o tutt’al più un “nemico” qualsiasi, come degli alieni – letteralmente. Perfino la branca più “dotta” del medium, cioè quella dei titoli strategici, magari ti fa impersonare Hitler o i suoi generali, ma alla fine si riduce tutto a una questione di statistiche: chi ha più carri armati, la migliore ricerca scientifica e così via. Preso nel suo complesso, quindi, c’è un enorme problema di rappresentazione. La Storia rivive nelle storie che decidiamo di raccontare, e i videogiochi sono il mezzo di narrazione più popolare dopo il cinema; di conseguenza, se un gioco parla di Terzo Reich senza nemmeno menzionare l’olocausto, di fatto lo cancella e, in tal senso, si può dire che la maggioranza dei giochi è revisionista.

Molti risponderebbero che è la leggerezza tipica dei videogiochi.
Sì, ma è una leggerezza irresponsabile, soprattutto se si considera che l’alt-right nasce e cresce in contesti da geek come reddit o 4chan. Infatti, nel mio piccolo, questo è un altro dei motivi che mi hanno spinto a progettare Through the Darkest of Times.

Come affronti il periodo, allora?
Il gioco è strutturato in turni e capitoli. Un turno equivale a una settimana, mentre a ciascun capitolo corrisponde un preciso periodo della vita del Terzo Reich: presa del potere (1933), apice (1936), guerra (1940/41), collasso (1944/45). All’inizio di ogni turno viene fornito un riassunto dei maggiori eventi storici avvenuti in quel periodo, che avranno ripercussioni dirette o indirette sui personaggi (uno potrebbe perdere il lavoro, per esempio, o essere arrestato): in questa fase si pianificano le azioni, che possono andare dalla propaganda al sabotaggio, o perfino all’assassinio. Il pericolo è costante, perciò ogni scelta va studiata nel dettaglio valutandone la fattibilità e la convenienza: per esempio, prima di disseminare una piazza con volantini antinazisti – operazione rischiosa – bisogna procurarsi della carta e un ciclostile, a loro volta operazioni rischiose.

‘Mica siamo in Italia!’

L’atto di resistenza vero e proprio – l’azione, insomma – come sarà rappresentato?
Al momento stiamo lavorando su una versione rallentata del combattimento di FTL che sembra promettente, ma non è detto che sopravviverà nel suo stato attuale fino alla fase definitiva, per cui preferisco non entrare nei dettagli. Comunque sia, in ogni fase di gioco il successo dipenderà da numerosi fattori come l’abilità e l’esperienza dei personaggi, la loro notorietà e, ribadisco, la bontà della pianificazione. Da successi e fallimenti deriverà poi l’andamento delle proprie risorse e la crescita dei sostenitori esterni, da cui poi si dovranno reclutare nuovi membri qualora quelli in uso dovessero venire arrestati. In più, saltuariamente ci saranno snodi narrativi specifici dove intervenire sulla trama: per esempio, potresti incontrare Erich Kästner mentre i nazisti bruciano i suoi libri e decidere se intervenire o meno. Le conseguenze di queste decisioni potrebbero farsi sentire il giorno successivo o a distanza di anni.

Quanto ai protagonisti giocabili, invece, quale sarà il loro ruolo e come saranno caratterizzati?
Come ti dicevo, sono generati proceduralmente a ogni nuova partita, ma sempre secondo criteri e valori coerenti rispetto al contesto. Innanzitutto, è fondamentale prestare attenzione al loro tasso di stress psicologico, poiché da lì il passo alla delazione è breve; inoltre, ognuno di loro ha una propria personalità, uno specifico background storico e idee politiche non sempre condivise dai compagni da cui possono nascere ulteriori complicazioni. Diciamo, per esempio, che in piena guerra si ha la possibilità di passare informazioni militari al nemico: un liberale le passerebbe a Washington laddove un comunista le darebbe invece al Cremlino. Tuttavia, un conservatore dell’epoca potrebbe addirittura rifiutarsi di farlo, sia per questioni di principio sia per evitare la morte di compatrioti; e in questo caso, se per imporre la sua volontà minacciasse di denunciare il gruppo, cosa faresti? Oggi può sembrare assurdo, ma all’epoca i dilemmi che attraversavano i gruppi della resistenza erano di questo tipo.

Fateli andare d’accordo.

Ti riferisci a qualche gruppo in particolare?
Il modello a cui ci siamo ispirati maggiormente è il gruppo Schulze-Boysen/Harnack, che la Gestapo chiamava “Orchestra Rossa”, ma che in realtà era composto da liberali, conservatori, comunisti e cristiani di ogni sesso ed età. La loro storia è emblematica dell’intero arco dell’opposizione clandestina: formazioni ideologicamente variopinte unite solo dall’odio per i nazisti. Sul “dopo”, infatti, le opinioni divergevano parecchio.

Una storia, la loro, che si conosce poco. In effetti, a parte von Stauffenberg e, in minor misura, della Rosa Bianca di Sophie Scholl, della resistenza tedesca si sa poco o niente.
Nel dopoguerra, la Guerra Fredda fece sì che le due Germanie piegassero i gruppi alle rispettive fedi politiche, ed è per questo che la narrazione pubblica rispetto ad altri paesi è sempre stata relativamente debole e frammentata. Per la Repubblica Democratica Tedesca gli unici “veri” oppositori erano i comunisti, e se qualcuno non lo era abbastanza, al massimo lo si faceva divenire tale ufficialmente (è il caso, appunto, del gruppo Schulze-Boysen, per il quale s’inventarono legami del tutto falsi con l’Unione Sovietica). Per converso, nella Repubblica Federale gli unici gruppi degni di essere nominati, in quanto portatori di valori ritenuti “occidentali”, erano appunto i cospiratori militari del 20 luglio – von Stauffenberg e gli altri – e i cristiano-umanisti di Sophie Scholl. Gli altri non esistevano: figurati che per lungo tempo ai superstiti dei gruppi ostracizzati o ai loro parenti non venne versata alcuna indennità, e il già citato gruppo Schulze-Boysen venne riconosciuto solo nel 2006.

Un volantino dell’epoca: ‘Solo la caduta di Hitler può portare a pace e prosperità. Libertà’.

Eppure le loro storie sarebbero state utili ai fini della denazificazione.
Sai, secondo me la denazificazione, perlomeno nella prima fase, è stata più che altro una strategia di relazioni pubbliche dell’Occidente per riavere al più presto la Germania dell’Ovest al proprio fianco. Restituendo un’aura di rispettabilità ufficiale al paese (per esempio vietando a ex gerarchi di tornare sulla scena politica nazionale, anche se, come dimostra il caso di Hans Filbinger, ciò non sempre gli riuscì), la Bundesrepublik servì da bastione antisovietico, ma a lungo tempo il sottobosco burocratico e militare tedesco rimase quello cresciuto sotto Hitler. La svolta significativa avvenne casomai molto più tardi, nel ’68, quando il movimento studentesco costrinse la società tedesca occidentale a fare quella profonda autocritica rimandata fino ad allora, e solo grazie a essa che – secondo me – oggi la Germania è un paese liberale.

”Uno
che negli ex territori del Terzo Reich indicano nomi e biografie di alcuni dei perseguitati.”]

Oltrecortina, invece?
Nella RDT la narrazione fu diversa. Secondo la versione ufficiale, i nazisti erano nemici esterni controllati dai capitalisti che avevano ingannato gli innocenti operai tedeschi; fortunatamente, la gloriosa Armata Rossa ha riportato le cose al loro ordine naturale e, ora che si è realizzato lo stato socialista da tanti agognato, basta guardare al sole dell’avvenire per farsi perdonare le colpe del passato. Sciocchezze, è ovvio, che però hanno causato una deresponsabilizzazione che ha bloccato per lungo tempo la rielaborazione del passato, non per ultimo ignorando un antisemitismo che non era certo scomparso con la presa del Reichstag.

E così torniamo all’oggi e al motivo per cui Through the Darkest of Times vi sta così a cuore: in Germania sono emerse forze come Pegida e Alternative fur Deutschland, che godono di particolare popolarità soprattutto nei territori della ex RDT.
Sì, ma occhio: accusare esclusivamente – come molti fanno – i tedeschi dell’est per l’ascesa di movimenti “populisti” come la AfD è ingiusto e dannoso. Semplicemente, nella Germania orientale i neofascisti non sono abituati a nascondersi bene come in quella occidentale. I loro rappresentanti politici, però, godono di sostegno anche nell’Ovest: qualcosa vorrà pur dire.

carico il video...
L’illuminante intervista di Tim Sebastian a Frauke Petry della AfD.

Immagino tu ti riferisca al fatto che nessuno di loro si definisce “fascista”, preferendo eufemismi come “identitari”, “patriottici” e via dicendo. Un pudore linguistico che in Italia conosciamo bene, e che gli stessi media abbracciano. È così anche da voi?
Guarda, fino a un certo punto da noi quasi nessuno conosceva la AfD, e i loro candidati erano fuori da tutti i parlamenti regionali. Poi qualcuno li ha scoperti e si è deciso di invitarli sempre più spesso nei talk show perché attiravano spettatori e click. Probabilmente la maggior parte dei giornalisti e dei conduttori li riteneva dei fenomeni da baraccone, folcloristici ma innocui, finché – guarda un po’! – non cominciarono a ottenere percentuali a doppia cifra in svariate tornate elettorali. Frauke Petry e soci sono quindi stati aiutati enormemente dai media, che hanno concesso loro un megafono con cui propagare i loro messaggi a milioni di cittadini e mostrando così la stessa assenza di spirito critico e la stessa dabbenaggine degli anni venti e Trenta. Per fortuna, ultimamente pare che non se la passino così bene, ma resta il fatto che sottovalutare movimenti simili, a partire da come li si identifica, è pericoloso: riconoscendo implicitamente una dignità alle loro posizioni si accolgono nel processo democratico degli attori che della democrazia non sanno che farsene, ma che sanno sfruttare molto bene le sue debolezze fino a quando non sono nella posizione di liberarsi dell’intera struttura. Bisogna perciò chiamarli per nome: sono fascisti, e come tali non gli va dato nessuno spazio.

Altre similitudini tra 1933 e 2017: gli eterni dissapori nella sinistra.

Guardando al passato, la domanda finale domanda che però volevo porti fin dall’inizio: è possibile vincere in Through the Darkest of Times? E, se sì, come?
Esistono finali “positivi”, ma per arrivarci devi sopravvivere a tutti e quattro i capitoli. Tutti però mi chiedono: ‘Ma è possibile uccidere Hitler?’. La mia risposta è: provateci, come fecero von Stauffenberg o Elser. Detto questo, però, ucciderlo non avrebbe comunque posto fine al nazismo come ideologia. Il nemico del gioco non è infatti Hitler, bensì l’ideologia che incarna, ed è a essa che si deve resistere, vincendo i cuori e convincendo i cervelli di coloro che sono ancora disposti ad ascoltare. Non è una battaglia per un bunker o una città, bensì una lotta continua per cercare di fare la cosa giusta, aiutando i perseguitati di un regime che aveva reso normale fare quella sbagliata. In tal senso, vincere è difficile, ma possibile.

Costanzo Colombo Reiser
Costanzo Colombo Reiser è nato a Milano nel 1981. Di professione grafico, nei tempi morti preferisce scrivere di musica, politica o altro. Ha scritto per Il Mucchio, L'Ultimo Uomo, Rivista Studio e L'Uomo Vogue, ed è caporedattore area gaming di Prismo.

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