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Cosa succede a un genere quando comincia a realizzare che i suoi maestri non sono – orrore – immortali?

Un sabato di qualche settimana fa mi trovavo al museo MAXXI di Roma a guardare i bellissimi modellini in scala di case giapponesi d’avanguardia, quando mi è arrivato un messaggio che diceva: “Hai saputo? È morto Taniguchi!”.

Paralisi.

Non può essere. Non è così vecchio, ho pensato.

Non può essere. Ha ancora tanti fumetti da disegnare.

Non può essere. Jiro Taniguchi è sempre esistito da quando leggo manga.

Invece poteva essere. È morto l’11 febbraio 2017, non ancora settantenne.

La cosa mi ha sconvolto, nonostante debba confessare di non essere mai stata una sua grande fan.

Leggo manga da più di vent’anni e di suo credo di aver letto due o tre cose al massimo, con moderato entusiasmo. Comprendo i motivi del perché sia un maestro così osannato (più in Europa che in Giappone, come Takeshi Kitano) e forse sono gli stessi per cui non ne vado pazza: tratto troppo realistico, atmosfere troppo rarefatte, una poetica troppo… poetica. Di fatto Taniguchi ha ben poco dell’autore mainstream giapponese, la forte influenza della scuola europea lo rende un ibrido che facilmente affascina ma che, secondo me, altrettanto facilmente può lasciare indifferenti.

Poi un giorno mi offrono di rimpiazzare una collega nella traduzione di una delle sue opere, una serie in sei volumi mastodontici intitolata Trouble Is My Business. Inutile dire che non ci ho pensato su nemmeno un secondo, finalmente potevo aggiungere al curriculum un autore conosciuto e amato, finalmente alla domanda «cos’hai tradotto di famoso?» avrei potuto rispondere tronfia sparando un nome che tutti i fumettari (inclusi quelli che leggono i fumetti in salotto con la pipa e il cognac) hanno sentito almeno una volta. Certo, accetto, evviva!

Non avevo idea del calvario che mi aspettava.

Cover Trouble Is My Business #1.

Trouble Is My Business è una serie disegnata da Taniguchi e scritta da Natsuo Sekikawa, già autore per lui di Ai tempi di Bocchan e alcune storie hard boiled, nonché scrittore vero e proprio di romanzi fatti di sole parole. Insomma uno con tutti i crismi, che sa dove mettere le virgole. Fin troppo bene. La serie in questione è ascrivibile anch’essa al genere hard boiled, a me molto caro, cosa che già di per sé mi aveva fatto esultare di gioia alla proposta di tradurla. Il protagonista è uno scalcinato detective privato di nome Jotaro Fukamachi, faccia tosta e buon cuore. La troppa dedizione verso il suo lavoro, che ama più di ogni cosa, lo ha portato all’inevitabile divorzio dalla moglie Sumiko, un medico attraente e in gamba, e alla successiva separazione anche dalla figlia Kaori, ragazzina esuberante. Per Jotaro, “quello del detective non è un lavoro, ma uno stile di vita. Lurido e bellissimo, che tutti disprezzano ma in fondo invidiano. Paragonabile a una farfalla che si posa sulla bocca di un fucile”. È un tipo solitario, beve, fuma e dice spacconate del genere. I suoi migliori amici sono un boss mafioso, un barista taciturno e due poliziotti corrotti che lo mettono sempre nei guai. Gli ingredienti per una grande storia ci sono tutti, e Trouble Is My Business si è rivelato molto diverso dalle altre serie di Taniguchi che mi era capitato di leggere. Ero entusiasta e innamorata pazza di Jotaro, sorta di Humphrey Bogart più sfigato e ironico.

Una scena d’azione da Trouble Is My Business

Ben presto però mi sono resa conto del lavoro che mi aspettava, fatto di pagine fitte di balloon scritti in ottimo giapponese ma inerenti ad argomenti quali lo spaccio di droga, il contrabbando, le scommesse clandestine, le eredità, gli intrighi politici, la truffa, i regolamenti di conti. Il tutto è poi descritto in modo molto dettagliato, con un linguaggio adulto e con le citazioni più disparate, dal pop alla filosofia. Dopo anni passati a tradurre si è in grado di distinguere un fumetto scritto bene, ovvero con una lingua colta, pulita e fluente, seppur complicata, da uno scritto male, ovvero in maniera sgrammaticata, ostica e non scorrevole. Va da sé che i primi sono fumetti migliori, a prescindere dal genere e dal target. Preferisco spaccarmi la testa su un bel fumetto piuttosto che su una storiella banale magari zeppa di slang, quindi ero molto felice di cimentarmi con una lingua così bella, ma il lavoro è stato disumano e ha richiesto anche qualche pomeriggio di consulenza con un’amica giapponese per le parti più complesse (tipo: l’allibratore che vuole fregare i giocatori con trucchetti incomprensibili, il truffatore che inganna il cliente che inganna il socio che inganna qualcun altro, il politico che fa il doppio gioco…). Il tragico è che anche lei a volte rispondeva ai miei dubbi con: «non si capisce, devo rileggere bene».

Inoltre, dulcis in fundo, i volumi non sono fatti di solo fumetto. A rendere ancora più interessante il tutto, oltre agli episodi singoli, chiamiamoli “casi di puntata”, c’è anche una solida linea orizzontale fatta di rapporti umani, tempo che passa, sviluppo e crescita dei personaggi. Tra un capitolo e l’altro compaiono spesso delle schede o degli approfondimenti scritti, ovvero cartelle e cartelle di solo testo. Il background di Jotaro, la storia del suo matrimonio, le interviste ai personaggi e agli autori, la storia mezza vera e mezza inventata di come è nato il manga… una volta finite le circa 250 pagine a fumetti del volume, dovevo mettermi sui testi e versare altro sangue. Sei volumi bimestrali di questo tipo significa un anno di lavoro abbastanza massacrante.

Sentivo la mancanza di Trouble Is My Business. Questo capita quando una storia è così potente, e narrata così bene, da non mollarti neanche dopo aver chiuso l’ultima pagina.

Ricordo ancora con precisione la mail che mandai all’editor con allegata l’ultima traduzione. Non ero in me dalla gioia per aver finito, non ci potevo credere, ballavo per casa. Quel lavoro enorme era chiuso e non sarebbe mai più tornato. Solo che… nemmeno Jotaro e tutto il suo circo di comprimari sarebbero più tornati, nemmeno i bassifondi o il porto di Tokyo, nemmeno la suggestiva filosofia di vita di chi campa sulla linea sottile tra legale e illegale, nemmeno quella diffusa malinconia…  Incredibile, sentivo la mancanza di Trouble Is My Business. Questo capita quando una storia è così potente, e narrata così bene, da non mollarti neanche dopo aver chiuso l’ultima pagina. E succede in egual modo sia per chi i fumetti li legge, sia per chi, oltre a leggerli, ci lavora dietro.

Forse è per questo che la morte di Taniguchi mi ha così scossa. Se lui non c’è più, vuol dire che gli autori con cui sono cresciuta, con cui la mia generazione di mangofili della prima ora si è nutrita, sono mortali e arriverà il giorno in cui se ne andranno, uno per uno. Taniguchi è il primo grande nome del manga giapponese contemporaneo a morire, anche se qualcuno potrebbe obiettare su questo. È vero, nel 2015 sono morti sia Shigeru Mizuki (93 anni), sia Yoshihiro Tatsumi (79 anni), due autori che hanno fatto la storia del fumetto giapponese. Mostri sacri, monumentali. E sono morti disegnando, nel senso che lo hanno fatto fino alla fine. Nessun mangaka si ritira dalle scene finché ha ancora le forze per creare storie (Osamu Tezuka e Shotaro Ishinomori, quelli che il manga, così come lo conosciamo, lo hanno praticamente inventato, sono morti a 60 anni sul tavolo da disegno. Forse proprio a causa del tavolo da disegno). Ma quanti manga sono stati pubblicati in Italia di Mizuki e di Tatsumi? Nonostante la loro cruciale importanza, fatte salve poche lungimiranti eccezioni (Coconino Press che pubblicò Lampi di Tatsumi nel 2004, D/Visual che pubblicò tre volumi di Kitaro dei cimiteri di Mizuki nel 2006, fuori catalogo da tempo), li abbiamo scoperti tardi, quando è scoppiato il boom del graphic novel, delle edizioni curate, della riscoperta del manga storico.

Sia Mizuki che Tatsumi sono autori dalle connotazioni precise, il primo inventore di Kitaro, personaggio proverbiale in Giappone e semisconosciuto in Italia, oltre che autore di volumi “seri” che nulla hanno a che vedere col manga mainstream; il secondo inventore del gekiga, fumetto giapponese di stampo tragico che in tutto e per tutto si contrappone alla leggerezza del manga.

Da Allevare un cane.

Taniguchi no. Taniguchi ha spaziato in tanti generi e in tante epoche, è una presenza fissa nelle fumetterie italiane dalla fine degli anni Novanta, è stato oggetto di interviste, è stato ospite a Lucca, ha tenuto corsi a Bologna, ha collaborato con Moebius, è stato insignito di premi in Francia e tenuto in palmo di mano dai fumettari di tutta Europa, da almeno quindici anni. Era un autore “reale”, non mitologico e intoccabile come i pionieri di cui sopra, e la mia generazione, quella che ha visto comparire i manga nelle edicole, dove prima c’erano solo albi Bonelli e Disney, è cresciuta con la consapevolezza che Taniguchi, amato o meno che fosse, c’era e ci sarebbe sempre stato. Ci sarebbe sempre stata una sua nuova opera da sfogliare, commentare, considerare. E adesso non più.

È difficile anche per chi, come me, non lo annoverava fra gli autori preferiti. Perché la sua grandezza di autore completamente atipico è incontestabile. Il meno giapponese tra gli autori giapponesi ha lavorato spesso in coppia con uno sceneggiatore, pratica davvero poco comune tra i mangaka, e tante delle sue opere possono essere classificate sotto l’etichetta di “graphic novel”, ovvero storie non eccessivamente lunghe, racchiuse in uno o due volumi al massimo, dalle tematiche adulte. Davvero poco comune anche questo, in terra nipponica. Tra quelle realizzate come autore unico ricordo di aver letto Allevare un cane, storia del rapporto tra una famiglia e il cane domestico nel suo ultimo anno di vita, su cui versai fiumi di lacrime. E anche In una lontana città, storia di un uomo di mezza età che si ritrova nel suo corpo di quattordicenne, l’estate in cui il padre abbandona la famiglia.

Le sue sceneggiature toccavano spesso corde sensibili, sentimenti intimi e privati, cercando di analizzare l’esistenza umana e le sue molteplici sfaccettature. Le opere scritte da altri sono invece quasi sempre hard boiled, action, a tematica storica. Ai tempi di Bocchan è forse la sua opera più ambiziosa, tratta da un classico della letteratura giapponese del 1906. Davvero atipico, anche questo.

La sua morte mi ha ricordato molto quella dell’attore e regista Harold Ramis aka Egon Spengler, compianto ghostbuster eroe della nostra infanzia. I ghostbusters sono mortali, stanno morendo, moriranno. Come faremo, cosa penseremo, quando non ci sarà più Dan Aykroyd? E quando se ne andrà Bill Murray? Inorridisco al solo pensiero. Ma allo stesso modo inorridisco, quando penso che anche altri eroi scompariranno. Come faremo, cosa penseremo, quando non ci sarà più Akira Toriyama? Rumiko Takahashi? Mitsuru Adachi?

Federica Lippi
Nasce e vive a Roma. Lavora a casa come traduttrice di manga e in ufficio all’Istituto Giapponese di Cultura. Ha scritto una monografia sul mangaka Mitsuru Adachi per Iacobelli ed è co-autrice di un manuale di cine-terapia per Newton Compton (Keep calm e guarda un film). Collabora con Fumettologica e twitta parecchio come @alabamaglam.

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