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È morto T-LA, padre spirituale di una generazione di scrittori, blogger e altri cafoni. Un ricordo che parte dalle leggendarie serate alla Maison Labranca, dove il filosofo di Pantigliate dispensava ai suoi discepoli un sapere esoterico a base di icone pop e vermouth tarocco.

Quando arrivai a Milano nel luglio del 2001 per lavorare nell’Information Technology poco prima dello scoppio della bolla della new economy, non sapevo ancora di essere un neoproletario: a spiegarmelo fu Tommaso Labranca, che sul neoproletariato in quei mesi stava per pubblicare uno dei suoi libri più belli.

Ancora lontani i tempi di Trip Advisor, avevo scoperto il suo nome cercando su Google recensioni dei ristoranti più beceramente fighetti per approfondire la conoscenza della città attraverso la sociologia gastronomica: nomi come Shu, Chatulle, Roialto, Gattopardo…  Tutti questi locali erano citati nei “profili poveri” del collettivo Il Deboscio, racconti che descrivevano i personaggi milanesi in funzione di come si vestivano, cosa possedevano, dove cenavano, poi raccolti nel libro Frangetta da Baldini & Castoldi. E Il Deboscio a sua volta citava come nume tutelare appunto un certo Tommaso Labranca, all’epoca molto attivo in rete: tanto da poter essere considerato il vero precursore della generazione dei “blogger” che sarebbe esplosa da lì a poco, ma anche di quella Milano pesantemente auto-ironica che vent’anni dopo si sarebbe incarnata in figure (precisamente neoproletarie) come Il Milanese imbruttito o Il pagante. Chi l’avrebbe mai detto, all’epoca, che un giorno il secolo sarebbe stato labranchiano?

Per sua natura, all’epoca era facile conoscere Labranca: bastava scrivergli una mail per entrare in contatto ed essere invitati a casa sua, precorrendo in questo i tempi dei rapporti diretti dei social network o la trasversalità di certi eventi di networking, il tutto ovviamente in chiave ironica. Da innamorato di Milano, per osservarla meglio, Labranca continuava a vivere a Pantigliate, paesino dell’hinterland dove stava al piano terra di una comune casa bifamiliare, arredata però con una estetica ultraminimalista mix di rigore alla Gae Aulenti e pezzi dell’Ikea, iconicamente chiamata Maison Labranca. La sua “metafisica della periferia” verrà formulata in maniera definitiva nel suo Il piccolo Isolazionista del 2006.

Come un filosofo esoterico che chiama a raccolta i discepoli della sua scuola, ovvero come Platone (occhio al paragone trash) che alla produzione letteraria affiancava l’insegnamento orale, periodicamente via mail o per posta arrivavano i curatissimi inviti delle serate alla Maison Labranca, dai titoli ermetici ma esplicativi che declinavano i suoi argomenti preferiti, che poi erano anche i temi dei suoi libri: pescecrudo&vermuth (periodo di analisi del neoproletariato), a.r.a.c.h.n.i.d. (periodo ultravoid minimalista), serata Fucsia (periodo neocrepuscolare isolazionista). Si noti l’indicazione del livello, sintesi perfetta tra culto misterico e parodia di serata pseudo-esclusiva in una discoteca neoproletaria: i neofiti avevano accesso al salotto e alla caldaia, solo i vip potevano accedere al privé della Maison Labranca, rappresentato dalla cucina e dal bagno.

Le serate erano un vorticoso tour tra stili e pericoli (o, con terminologia che lui aborriva, commistione di alto-basso): capitava di dover mangiare cibi liofilizzati che Labranca aveva trovato nei peggiori spacci di cibi peruviani  o polverine che evocavano cibi lunari ben prima del famoso dessert dell’astronauta inventato da Scabin nello stellato Combal.zero, oppure assistere a letture di Santa Teresa d’Avila contrapposte a “mistiche moderne” come  Madonna o Britney Spears (memorabile una rilettura di “Baby one more time” come invocazione a Dio). Labranca faceva cozzare mondi lontanissimi e ciò bastava spesso a produrre sprazzi di bellezza e analisi sociologiche profondissime, che poi disseminava generosamente in rete, nei suoi libri o semplicemente per gli amici:

Quando non c’erano i film di Natale, i nobili del XVII secolo si divertivano allestendo Wunderkammer, Camere delle meraviglie, in cui raccoglievano oggetti insoliti. Nell’era di Neri Parenti, la Wunderkammer si è trasformata nei più democratici Autogrill”.

Da amante disincantato dell’arte contemporanea, Labranca trasformava le serate alla Maison in scorribande performative: il poema Hjärta, ovvero il cuore come un comò in un pacco piatto che non ho mai montato, stampato in formato istruzioni montaggio di un mobile venne lasciato come  volantino pubblicitario sui parabrezza delle macchine in un parcheggio dell’Ikea. È ancora possibile vedere una registrazione di una lettura da parte di Labranca assieme a Marta Cagnola, assidua partecipante delle serate alla Maison Labranca che lo ha ricordato affettuosamente sul Sole 24 Ore.

Se cinismo, disincanto e sarcasmo sono ormai i principali se non gli unici prodotti culturali dell’Occidente, Labranca ne è stato sicuramente il precursore.

E poi c’erano gli “unhappy hours”, che teneva nei luoghi simbolo della Milano da bere come la Triennale, dove esplicava la sintesi delle sue dottrine: il vermouth Perla al posto del Martini bianco rimandava alla teoria che lo aveva reso famoso, INTENZIONE – RISULTATO RAGGIUNTO = TRASH, mentre il concetto stesso di happy hour che privilegiava la forma alla sostanza rappresentava la natura del neoproletariato, i figli degli operai che avevano rinnegato le occupazioni dei genitori per dedicarsi  alla caccia alla provvigione (l’effimero “pluscool”) come agenti immobiliari, PR o aspiranti modelli riconvertiti in commessi.

Per sua natura litigare con Labranca era ancora più facile che conoscerlo, per cui i partecipanti alle serate della Maison cambiavano continuamente. E infatti nessuno degli estensori degli articoli che in questi giorni lo omaggiano, rimpiangendo che non trovasse più lo spazio che meritava sulle TV o sui giornali, può tacere di averci litigato: Labranca manifestava il suo bisogno di affetto con l’intrattabilità, tanto da avere a suo tempo anche fondato l’Associazione Plinio Fernando per la difesa della crudeltà umana, dal nome dell’attore mostruoso che impersonava la Mariangela di Fantozzi. Chi ha scambiato con T-LA delle mail negli ultimi mesi lo descrive deluso ma sempre in forma. Qualcuno gli aveva consigliato di emigrare in Svizzera a pontificare dalle sponde del lago di Lugano, e così pare aver fatto.

Se cinismo, disincanto e sarcasmo sono ormai i principali se non gli unici prodotti culturali dell’Occidente, Labranca ne è stato sicuramente il precursore, ma con una sottostante analisi teorica che lo farà diventare nel tempo un classico letterario. Le sue amare profezie già iniziano ad avverarsi, una dopo l’altra. Merita di essere riletta oggi una sua vecchia intervista del 2004, in cui aveva capito già molte cose sull’internet, e alla domanda se avesse fiducia nel media rispondeva:   

No, nessuna fiducia. Internet è una grande caserma, volgare e inutile allo stesso modo. La libertà che il mezzo potrebbe offrirci viene usata solo per insultare e scrivere scurrilità. I tanti siti di “letteratura” non sono che la solita discarica in cui si raccolgono gli scarti di una beat generation di maniera. Basta dare un’occhiata a un qualunque guestbook per rendersi conto di quanto sia basso il livello intellettuale dell’utente medio della Rete: nick imbecilli, sfruttamento dell’anonimato per esaltare continuamente la propria presunta potenza sessuale, diatribe calcistiche. Internet è un Bar Sport, un istituto per elettrotecnici, una grande parete di cesso dove si lasciano i peggiori graffiti. Spero che la Rete morirà presto e con essa il mio sito”.

L’autore e Labranca contrappongono il Martini Bianco al suo tarocco, il vermouth Perla
Edoardo Dezani
Edoardo Dezani è il fondatore di Visiogeist, casa editrice di storie per infografiche.

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