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Film da luoghi di villeggiatura, Vine, libri di disgraziati, di russi, di economia e di malattie mentali: la nostra sbilenca lista dell'estate. Buone vacanze!

Dieci mix da ascoltare in campeggio mentre nell’area animazione infuria la babydance
Di Valerio Mattioli

Novelist & co. su Rinse FM
Cominciamo da Novelist, il golden boy del nuovo grime UK. Tra un proclama pro-Corbyn e l’altro, il diciannovenne di South London ha recentemente trovato il tempo di inventare anche un “nuovo” genere musicale, da lui (e dalla sua cricca) ribattezzato “Ruff Sound”. In questa performance per Rinse FM risalente allo scorso maggio, potete capire di cosa si tratta (sostanzialmente è sempre grime ma più veloce e con lui che rappa sopra come un invasato).

Logos per Boxed su Rinse FM
Ancora in casa Rinse FM. Senza tanti giri di parole, sappiate che: 1) le trasmissioni della serata londinese Boxed spaccano; 2) quelle curate da Logos spaccano ancora di più; 3) questa in particolare è quella che probabilmente spacca più di tutte. Immagino che l’aggettivo giusto sia “micidiale”, ad ogni modo: perché in Italia non esistono trasmissioni così?

Nan Kolè/Gqom Oh! su Solid Steel Radio
Già ne abbiamo parlato qualche mese fa: il gqom è una forma di (mmmmh…) house tribale nata in quel di Durban, Sud Africa, e popolarizzata in Europa dal romano Nan Kolè, fondatore di un’etichetta che si chiama giustappunto Gqom Oh! (la raccolta uscita a inizi 2016 è una BOMBA, nel caso ve la siate persa). Qui ecco il nostro Nan spaccare tutto su Solid Steel, il radio show della Ninja Tune.

Raime su Resident Advisor
L’ultimo dei Raime è un po’ meh, ma almeno qui i due ci deliziano con un po’ di garage UK old school (rigorosamente versante darkside).

Bill Kouligas e Sky H1 per PAN su NTS
Una bellissima selezione della stessa sostanza di qualche gas artificiale curata da Bill Kouligas, il boss della PAN. Nella seconda parte a intervenire è la belga Sky H1, che sempre su PAN (o meglio, per la sottoetichetta Codes curata assieme a Visionist) ha recentemente pubblicato l’ottimo Motion.

Nídia Minaj per The Fader
Anche di lei abbiamo già parlato tanto, quindi mi limito a riportare la definizione che di questo mix dà lo stesso The Fader: “Quick-stepping Afro-electronic music straight out of Lisbon”. Bellissima anche la risposta che la producer portoghese in persona dà alla domanda “cosa ti piacerebbe che facesse la gente mentre ascolta questo mix?”. “Mi piacerebbe che la gente facesse quello che gli pare”. Vai Nídia! Spacchi anche tu.

Glitter & Sweat mix by Alx9696 (Staycore)
Nato a Stoccolma da madre svedese e padre gambiano, il diciannovenne Alx9696 è tra i membri del collettivo queer-accelerazion-femminista Staycore, la cui missione è stata efficacemente riassunta da Sonia Garcia in “computer contro il patriarcato”. Sempre Sonia ci diceva che alla serata Staycore svoltasi al Paradiso di Amsterdam lo scorso febbraio, Alx e soci (anzi, socie) hanno “raso al suolo il locale”. Qui si limita a mandare a fuoco le casse del PC.

t e l e p a t h テレパシー能力者 per Tiny Mix Tapes
Bastano un po’ ci caratteri giapponesi ed è subito vaporwave. E infatti la selezione di t e l e p a t h テレパシー能力者 è un disturbante concentrato di pop-monnezza asiatico e musica da centro commerciale in quel di Shibuya. Però sapete com’è: fa tanto estate

G. Cook & Life Sim: Xtreme Mixology (PC Music)
A proposito di scemenze pop e idiozie kawaii: poteva mancare un mix targato PC Music? Certo che poteva, ma meglio A.G. Cook & co che Andiamo a comandare, suvvia.

Ssaliva per O Fluxo
Un mix che comincia con un brano di musica vocale tardomedievale non può che annunciare malinconia, solitudine & tristezza. Poi vabè, Ssaliva si intrufola direttamente dentro qualche cavo in fibra ottica per cesellare un perfetto campionario di nuova elettronica HD, ma il mood rimane quello. Quando a metà vacanza non vedrete l’ora di tornare in città per godere finalmente di una connessione internet decente, credetemi: questa selezione saprà fare al caso vostro.

 

 

Lista di cose uscite da poco che parlano (anche) di malattie mentali e che vi consigliamo
Di Matteo de Giuli

Gratitudine – Oliver Sacks (Adelphi, 2016)
“Rimasi affascinato dai miei pazienti, sviluppai per loro un interesse profondo e sentii che raccontare le loro storie (…) era una sorta di missione. Avevo scoperto la mia vocazione, e la seguii tenacemente, con determinazione”. Oliver Sacks è stato un bravo neurologo con una grande passione letteraria e uno sconfinato talento per la narrazione. Ha scritto di di disturbi neurologici, di malattie mentali e dei meccanismi spesso oscuri del nostro cervello. Ha raccontato le vite dei propri pazienti con tatto e con cura, e con lo stesso approccio, più raramente, ha raccontato anche la sua storia.

Energico, curioso e appassionato, “un babbo natale sotto steroidi” lo definì Robin Williams dopo averlo incontrato sul set di Risvegli. Anche dopo aver superato gli ottanta anni e con un tumore al fegato in fase terminale Sacks ha continuato a nuotare per un chilometro e mezzo al giorno e ha costantemente continuato a scrivere.

In Gratitudine (Adelphi, 2016) sono raccolti gli ultimi quattro articoli che ha scritto per il New York Times prima della morte, brevi saggi in cui riflette con sereno distacco sulla propria fine (li trovate anche online, nella versione originale in inglese: qui, qui, qui e qui). È un libretto che si legge in poco, appendice perfetta a un altro suo libro recente, In Movimento (sempre Adelphi, ma 2015), autobiografico anche quello, nel quale tra le altre cose Sacks racconta per la prima volta com’è stato essere un giovane omosessuale ebreo nel Regno Unito degli anni Cinquanta (spoiler alert: abbastanza uno schifo).

Avevo solo le mie tasche – Alberto Paolini (Sensibili alle Foglie, 2016)
Il Santa Maria della Pietà aprì nel luglio del 1913. Hospitale de’ poveri forestieri et pazzi dell’Alma Città di Roma. Il manicomio più grande d’Europa, sulla collina di Monte Mario. Una zona che all’epoca era lontana dalle case e dal centro della città – e l’isolamento della struttura dal contesto urbano racconta bene dell’isolamento sociale a cui sembrava normale costringere i malati.

In uno dei padiglioni di quel villaggio-manicomio ha vissuto Alberto Paolini, che alla fine della seconda guerra mondiale aveva quindici anni ed era senza famiglia. Dopo essere passato per collegi e orfanotrofi è finito quasi per caso al Santa Maria e ci è rimasto per quarantadue anni. In Avevo solo le mie tasche Paolini racconta con semplicità la vita atroce che ha vissuto al manicomio, ricostruendola grazie ad appunti, poesie e racconti scritti di nascosto durante l’internamento.

Vite come quella di Paolini sono raccontate anche in un altro libro pubblicato di recente – un grande volume, o un album, o un almanacco, difficile definirlo: L’Istituzione Inventata, a cura di Franco Rotelli (Alpha Beta, 2015), che attraverso fotografie, documenti storici e anche qui pezzi di diari, ricostruisce le storie di infermieri, medici e pazienti dell’ospedale psichiatrico di Trieste, dove lavorò Franco Basaglia.

Lady Dynamite – Maria Bamford (Netflix, 2016)
Maria Bamford è una stand up comedian americana di quarantacinque anni.  È affetta da disturbo bipolare di II tipo, ha passato diverso tempo in strutture di ricovero e nei suoi spettacoli parla della sua malattia senza autocommiserazione.

Lady Dynamite è una serie tv uscita a maggio per Netflix, surreale e molto divertente, dove Maria Bamford interpreta se stessa riproponendo in buona sostanza in versione narrativa i racconti e i temi dei suoi spettacoli, e quindi le sue esperienze biografiche: il disturbo mentale, il difficile recupero dopo un episodio maniacale o depressivo, le difficoltà nelle relazioni sociali, lavorative e affettive.

Non c’è vittimismo nella narrazione ma non c’è neanche alcuna missione pedagogica dietro. Lady Dynamite vuole solo raccontare una storia di una persona con una malattia mentale e vuole far ridere, e ci riesce in maniera rispettosa, autentica e matura, fuori dagli stereotipi solitamente utilizzati al cinema e in TV.  Eppure è difficile non ammirare il modo in cui la serie riesce allo stesso tempo a svolgere quello che si potrebbe considerare quasi un “servizio pubblico”: superare lo stigma del disturbo mentale, mostrare che è possibile parlarne senza minimizzare la malattia e senza averne vergogna.

 

Cinque libri liberamente tratti da disgraziati veri
Di Stella Succi

Storia della colonna infame – Alessandro Manzoni
Il più noto e gustoso spin-off dei Promessi Sposi tratta delle disgrazie di Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, accusati di essere untori di peste nella Milano del 1630 e per questo torturati e uccisi. La casa di Gian Giacomo venne distrutta e al suo posto fu eretta una colonna (appunto “infame”) che servisse da avvertimento a chiunque volesse dedicarsi all’arte dell’unzione. Sulla lapide alla base della colonna (che oggi trovate al Castello Sforzesco) si possono leggere nel dettaglio le pene che subirono i due: “morsi con tenaglie roventi, mutilati della mano destra, spezzate l’ossa degli arti, intrecciati alla ruota, dopo sei ore sgozzati, bruciati e poi, perché di cotanto scellerati uomini nulla avanzasse, confiscati i beni, le ceneri disperse nel canale”, e così via. Quando, centoquarantotto anni dopo, tutti si resero conto che questa storia degli untori di peste non reggeva (ops!), il Comune di Milano decise di abbattere la colonna e sostituirla con una targa apologetica all’inizio di via Gian Giacomo Mora a Milano, quindi se siete in cerca di compagnia al Bar Cuore potete giocarvi una serie interminabile di gag manzoniane e un po’ splatter. Nota a margine: un altro bel libro di disgrazia in salsa manzoniana è La famiglia Manzoni di Natalia Ginzburg. Perché venire accusati di essere untori è uno schifo, ma sposarsi Manzoni…

Il dottor Semmelweis – Louis-Ferdinand Céline
Nonostante sia il soggetto della tesi di laurea in medicina di Céline, Ignác Fülöp Semmelweis è un personaggio di una tenerezza disarmante. Medico nell’Austria di metà Ottocento, Semmelweis aveva un cruccio: non gli andava giù che nel suo ospedale morisse una partoriente su quattro. Intuì che alternare autopsie e parti senza soluzione di continuità non fosse il massimo dal punto di vista igienico e chiese quindi ai medici di PROFUMARSI LE MANI TRA L’AUTOPSIA E IL PARTO. La misura di contenimento ovviamente non si rivelò efficace, e Semmelweis diventò lo zimbello dell’ospedale e di tutto l’illuminato mondo accademico dell’epoca. Morì pazzo e solo, ma non vi racconto come perché vale la pena leggersi il libro.

La Monaca – Denis Diderot
La trama del libro: una fanciulla viene costretta dalla famiglia a prendere i voti, finisce in un convento infernale. Riesce a ottenere il trasferimento in un altro convento, dove però la badessa lesbica non la lascia dormire una notte in pace in preda al concupiscibile desiderio. La ragazza, infine, riesce a scappare e rifugiarsi presso una lavanderia di Parigi. Il libro si conclude con una disperata richiesta di aiuto diretta ad un tale marchese di Croismare. Fine.

La storia vera: La Monaca è ispirata alla storia di Marguerite Delamarre, suora diciottenne nella Francia di metà Settecento ribellatasi alla propria condizione forzata. Un caro amico di Diderot, il sopracitato Marchese di Croismare, prese a cuore il caso di Marguerite, sostenendola presso i notabili della curia. Ma Croismare, costretto da alcuni eventi personali, si trasferisce con la propria famiglia a Caen, con grande scorno di Diderot e di tutta la balotta degli Encyclopédistes, che quindi decidono di tendergli una trappola con lo scopo di attirarlo nuovamente a Parigi: Diderot scrive le false memorie di Marguerite (cioè La Monaca) e le spedisce a Croismare. Croismare ci casca, ma invece che tornare a Parigi comincia un carteggio con gli Encyclopédistes atto ad organizzare il trasferimento di Marguerite a Caen. Diderot e compagnia non sanno più come venire fuori dallo scherzo, e a un certo punto annunciano a Croismare la (falsa) morte della fanciulla. Non sono riuscita a trovare info se Diderot abbia mai svelato lo scherzo a Croismare. Ah, gli illuministi! 

Kaspar Hauser – Anselm von Feuerbach
Che la biografia di Kaspar Hauser sia il soggetto di un film di Werner Herzog dà la misura della sua disgrazia. Per amor di retorica, si veda la succosa epigrafe sulla sua lapide: “Qui riposa Kaspar Hauser, enigma del suo tempo. Ignota l’origine, misteriosa la morte”. La storia è questa: un ragazzo sui sedici anni compare per le strade di Norimberga il 26 maggio 1828, non è in grado di camminare con stabilità e sa pronunciare un’unica frase: “Vorrei diventare cavaliere, come mio padre”. A qualcuno viene in mente di verificare se sappia scrivere. Gli vengono forniti una penna e un foglio, su cui verga quello che verrà ritenuto poi il suo nome: Kaspar Hauser. Il libro tratta la rieducazione e l’indagine sul selvaggio trovatello di Norimberga, arricchito da perizie medico-legali e testimonianze dell’epoca che sembrano fare luce su una storia di segregazione e soprusi. Inutile dirlo, il povero Kaspar Hauser finirà morto ammazzato (pugnalato), così come l’autore del libro (avvelenato). La tesi, oggi ritenuta veritiera, è quella di un DERRIBILE GOMBLODDO ai danni di quello che sarebbe un figlio illegittimo della casata nobiliare dei Baden. Fun fact: Rudolf Steiner sostiene che la figura di Kaspar Hauser sia stata d’ispirazione per i Rosacroce. 

La sequestrata di Poitiers – André Gide
Con André Gide condivido una passione per la cronaca nera (in caso non si fosse capito). All’intersezione tra Chi l’ha visto? e The Jinx, il libro nasce con lo scopo di riaprire un caso giudiziario chiuso trent’anni prima della sua pubblicazione. Basti l’incipit della quarta di copertina: “Rinchiusa per venticinque anni in una camera buia, su un letto incrostato di escrementi e residui di cibo, ridotta a un fragile mucchio di ossa, circondata da insetti e da scritte deliranti incise sul muro, Mélanie Bastian fu liberata dalla polizia il 22 maggio del 1901 in conseguenza di una denuncia anonima. Il caso giudiziario che ne nacque, le accuse che furono mosse alla madre e al fratello, rispettabili borghesi di provincia, ebbero echi clamorosi per lungo tempo”. Mentre veniva condotta in ospedale, Mélanie commentò: “Tutto quello che vorrete, ma non portatemi via dalla mia cara piccola grotta”. E su questa nota, buona estate a tutti.

 

Dieci opzioni di villeggiatura e disperazione per paranoici: il cinema
Di Laura Spini e Clara Miranda Scherffig

Il resort
Paradise: Love (Ulrich Seidl, 2012)

Per il suo compleanno, una cinquantenne austriaca va in villaggio vacanze in Kenya, dove crede di cercare l’amore, ma è soltanto imperialismo sessuale. O forse è la ricerca dell’accettazione del sé. O forse è bieco sfruttamento.

Spiagge bianchissime, separazione dai propri cari
Cast Away (Robert Zemeckis, 2000)

Un ingegnere stressato del lavoro finisce a capofitto nell’Oceano Pacifico. Il paradiso in terra è fare amicizia con una palla e imparare quali sono le cose importanti nella vita (spoiler: saper costruire zattere).

Cosa vai in Portogallo quando hai Ostia a 5 km
Io la conoscevo bene (Antonio Pietrangeli, 1965)

Prima scena, spiaggia di Ostia: Stefania Sandrelli, ragazza di provincia, prende il sole in pausa pranzo. Poi balla il liscio in qualche balera romagnola. La dà in giro, nessuno se la tiene. Si trasferisce a Roma perché vuole diventare una celebrità ma si becca Ugo Tognazzi che “fa” il treno.

Trovare la fede
Lourdes (Jessica Hausner, 2009)

Una donna che soffre di sclerosi multipla va in pellegrinaggio a Lourdes con un gruppo di fedeli. Un miracolo avviene sulle note di “Felicità” di Al Bano e Romina.

Esotismo
The Impossible (J.A. Bayona, 2012)

Famiglia va a svernare in Thailandia, succede lo tsunami.

Subbaqqui
Le Grand Bleu (Luc Besson, 1988)

Un subacqueo di talento ha un rapporto morboso coi delfini. Per un po’ si innamora di Rosanna Arquette e compete con Enzo, un sommozzatore siciliano identico a Jean Reno.

Unione pensionati
Il settimo sigillo (Ingmar Bergman, 1957)

Non fai neanche in tempo a sederti in spiaggia e a guardarti intorno che subito arriva quello che ti attacca bottone con la scusa del meteo, del sudoku, della peste in Svezia; nella fattispecie qui è la Morte.

Floating Piero
Funny Games (Michael Haneke, 1997 / 2007)

Una famiglia va nella casa di villeggiatura in riva al lago. Due ragazzi li prendono in ostaggio. Eccetera. Ambientazioni suggerite per re-remake: bungalow in Corsica, pensioncina a Benidorm, sasso di Matera.

Tutti a bordo!
Lo squalo (Steven Spielberg, 1975)

Pezzi di corpi nelle pacifiche acque dell’immaginaria Amity Island, Massachusetts, dove anche i mostri di cartapesta fanno paura.

Estate in città
Cruising (William Friedkin, 1980)

Arti mozzati emergono nell’Hudson, un serial killer uccide frequentatori della scena gay-sadomaso del Village. Al Pacino è poliziotto infiltrato, con tanto di borchie, gran sniffate di popper e bandana di riconoscimento. All’espoca, la comunità LGBTQ lo criticò moltissimo, ma in realtà è un thriller sul sudore e i rischi del caldo metropolitano.

 

I migliori cinque Vine per prepararsi alle ferie
Di Pietro Minto

In realtà questi Vine non vi prepareranno alle ferie in nessun mondo. Siete voi a dover essere pronti e pronte alle ferie. Lo siete? No? E allora questi Vine non vi aiuteranno in nessun modo. Era solo un’esca per la vostra attenzione. Però però però, le cinque chicche che seguono sono davvero belle e potrebbero aiutarvi a vivere meglio per almeno secondi di loop. Procediamo con la disamina.

Kuu è un gufetto con un canale Vine tutto suo. Ha una stella di peluche a cui è affezionato. Kuu è meglio di tutti noi. :)

Un altro canale notevole è quello che prende i battitori d’asta americani e usano basi hip hop per accompagnarli.

A Baltimora, un giovane con il suo cerbiatto: “That bitch just learned how to walk, dummy.” Notevole.

Scrivere una scenetta divertente che non duri più di sei secondi è difficile. Per questo, sin da subito, Vine è stata una palestra per ottimi comici e pessimi sketchisti da bagaglino. Questa gag fa parte della scena “random alla Tumblr” ma ha un twist coniderevole alla fine.

Questo è il migliore link del 2016. A dicembre ne riparliamo e magari dovrò ricredermi ma questo Vine è puro oro. Ne parlo almeno una volta al giorno e la mia ragazza ne è stanca ma, ecco, forse questo Vine vi potrà davvero preparare alle vostre vacanze. Stay hungry stay foolish.

 

Dieci romanzi per capire la crisi economica
Di Raffaele Alberto Ventura

Il denaro – Émile Zola
Pubblicato nel 1891, è il racconto romanzato di uno dei più grandi crack della borsa di Parigi. A rendere straordinario questo romanzo non è tanto il suo valore documentario quanto l’efficacia nel restituire, con la forza di una lingua immaginifica, il meccanismo stesso di ogni speculazione passata e futura, descrivendo un’economia industriale che richiede concentrazioni di capitale sempre più importanti per realizzare progetti sempre più ambiziosi.

L’obelisco nero – Erich Maria Remarque 
Il grande romanzo dell’inflazione: detta così non sembra la cosa più divertente del mondo, eppure lo è. C’è il ritmo di Speed e la follia di un film di Kusturica in questa farsa tragica che racconta la vita quotidiana ai tempi della Repubblica di Weimar, quando con uno stipendio di dieci milioni di marchi si pagava un pacchetto di sigarette e la (poca) ricchezza circolava alla velocità della luce prima di dissolversi al calare della sera.

Orgoglio e Pregiudizio – Jane Austen
Per capire Adam Smith, leggete Austen: anche nella vita di Elizabeth Bennet c’è una “mano invisibile”, una Provvidenza laica guida il destino umano e trasforma il caos degli interessi individuali nel lieto fine che tutte le lettrici aspettano. Si chiama libero mercato. È un po’ lungo da spiegare, ma l’ho fatto qui.

La trama del matrimonio – Jeffrey Eugenides
Oltre che appassionante questo è un romanzo altamente sperimentale; ma poiché pochi hanno capito l’esercizio, nessuno ne ha riconosciuto la bellezza. Per l’autore di Middlesex si trattava di scrivere un romanzo austeniano in un’epoca che non ha più nessuna Provvidenza in cui credere. Sì ma cosa c’entra l’economia? Se Austen metteva in scena l’ordine spontaneo della società del suo tempo, immagine sentimentale della divisione del lavoro, Eugenides ci racconta il disordine della nostra attraverso la danza scoordinata di tre personaggi condannati a fallire.

I Buddenbrook – Thomas Mann
La saga di una grande famiglia borghese su tre generazioni: dal fondatore impregnato di “etica capitalista” di stampo weberiano ai nipoti che metteranno fine alla dinastia. Forse perché così sono programmate le dinastie, come già notava Ibn Khaldun al medioevo (ne ho scritto qui). Trivia: un grande economista del dopoguerra, W. W. Rostow, s’ispirerà al romanzo di Thomas Mann per illustrare la sua teoria delle tappe dello sviluppo economico.

Oblomov – Ivan Aleksandrovič Gončarov
È l’animo umano il primo a risentire delle trasformazioni nei rapporti di produzione: così il tramonto del latifondismo russo s’incarna, come un presentimento, nell’indolenza dell’eroe eponimo di questo romanzo, che si lascia trascinare alla deriva dalla storia. La morale è che si può sempre sfuggire alla crisi; il difficile è volerlo fare.

Il paradiso delle signore – Émile Zola
Ho deciso d’ignorare la regola secondo cui in una lista di romanzi non ce ne dovrebbe essere più d’uno dello stesso autore perché gli insegnamenti che possiamo trarre dall’opera di Émile Zola sono davvero troppo numerosi. Qui ad esempio il romanziere francese racconta la nascita del marketing nei grandi magazzini di Parigi e consegna una lezione indimenticabile: la materia prima del processo di accumulazione capitalistica non sono i prodotti che vengono consumati, ma i consumatori che vengono prodotti (che però prima o poi finiscono, proprio come le materie prime).

La fiera delle vanità – M. Thackeray
Vanità delle vanità, tutto è vanità, ma a cosa serve la vanità? Veblen lo spiegherà per filo e per segno nella sua Teoria della classe agiata: ma forse bastava leggere Thackeray per capire che la lotta di tutte contro tutte delle signorine di buona famiglia è una competizione disperata per l’appropriazione del capitale.

Il capolavoro – Émile Zola
Non c’è due senza tre, soprattutto se è per parlare del capolavoro (di titolo e di fatto) di Zola. Cosa muove la società contemporanea? Un mare di nuove ambizioni che un tempo non erano concesse: saltare da una classe sociale all’altra come Rastignac e Sorel, protagonisti dei romanzi di Balzac e Stendhal, oppure diventare un grande artista come Claude Lantier. Di ambizione si vive e si muore, ma intanto il mondo gira tutt’intorno: qualcuno si arricchisce, qualcuno s’impoverisce, sarà mica questa la famosa “coda lunga”?

Finnegans Wake – James Joyce
Quando una civiltà arriva al punto di scrivere romanzi indecifrabili e mobilitare ingenti risorse per indagarne il segreto, essa ha sicuramente raggiunto il proprio apogeo e il suo tracollo è prossimo. Insomma consigliatissimo sotto l’ombrellone.

 

Cinque cose russe da leggere al mare (climax ascendente)
Di Nicolò Porcelluzzi

Noi – Evgenij Zamjatin
Forse non tutti sanno che 1984 è stato scritto più di vent’anni prima, in Unione Sovietica, da un signore che si chiama Evgenij Zamjatin. Noi è una romanzo distopico saccheggiato senza pietà dagli autori del genere. Ciao George.

Un eroe del nostro tempo — Michail Lermontov
Prendiamo la letteratura russa dell’Ottocento: ci sono libri che, per un lettore del 2016 digiuno di di storia/cultura russa, sono gradevoli come un Calippo di sabbia. Altri no.

Il Che fare? di Cernyscevskij è gradevole; Padri e Figli di Turgenev è gradevole; Un eroe del nostro tempo è gradevole non sembra scritto duecento anni fa.

Nel romanzo si raccontano le anti-eroiche faccende di Pečorin, uno squilibrato, misogino, stronzissimo ufficiale russo in giro per la Caucaso. Non riesco a dimenticare la scena della roulette russa (spoiler: finisce male). Le faccende sono presentate da un intreccio che non rispetta la fabula, pentapartita come quella di Pulp Fiction. La cazzimma di Pečorin riuscirà a separare le acque del Mediterraneo, lasciandoti passeggiare in un tunnel dalle pareti di monossido di diidrogeno, destinazione Cinismo.

Casi – Daniil Charms
Non è una novità, Charms — come si dice in accademia — spacca di brutto.

Il motivo lasciamolo spiegare all’opera:

“Adesso lo sanno tutti quanto sia pericoloso inghiottire pietre. Un mio conoscente ha addirittura inventato questo modo di dire: ‘Caveo’, che significa: ‘è pericoloso inghiottire pietre.’”

Oppure:

“Un famoso artista, dicono, guardava un gallo. Lo guardò, e arrivò alla conclusione che il gallo non esisteva. L’artista lo disse a un suo amico, e il suo amico giù a ridere. Com’è possibile che non esista, dice, quando eccolo lì, lo vedo benissimo, dice.”

Oppure:

“‘Dicono che tutte le belle donne hanno il sedere grosso. Ah, io amo le donne tettone, mi piace l’odore che hanno’. Detto ciò egli cominciò ad aumentare di statura e giunto al soffitto si dissolse in mille piccole sfere.”

Oppure (ultimo, giuro):

“Lo scrittore: ‘Io sono un artista’.

L’operaio: ‘Secondo me invece sei una merda!’

Lo scrittore resta per alcuni minuti folgorato da questa nuova idea e cade esanime. Lo portano via.

Perché la gente si droga? – Lev Tolstoj
Il lettore di Prismo lancia Perché la gente si droga? sull’asciugamano e veleggia controcorrente, facendo fatica per carità, ma vuoi mettere poi, quando arrivi?

Certo, l’ho messo solo per il titolo. Si poteva chiacchierare delle agresti tinte pastello dei Cosacchi, dell’uxoricidio al chiaro di Beethoven, della morte di un nome che nessuno pronuncia correttamente (si dice Ivàn), di felicità domestiche e tensioni erotiche mai soddisfatte, o dei soliti mattoni.

Invece, una silloge di lettere aperte del Tostoj più moraleggiante, testardo, intransigente. Perché “colore che bevano e fumano moderatamente credono di assumere queste sostanze inebrianti non per soffocare la propria coscienza, ma solamente per […] il piacere che ne traggono “, e non c’è niente di più estivo dell’altalena morale, di giorno spingersi verso l’alto, sempre più in alto, sempre più vicino al sole, tra etica e poesia, e di notte disfare tutto, in silenzio, nel buio più completo. Già. Buone vacanze!

[Ghost Track: Mosca Petuški – Venedikt Erofeev]
Mosca Petuški è un capolavoro.

Riapro il libro, a caso, in cerca di un esempio. Eccolo.

Erofeev affronta il problema del singhiozzo da vodka partendo da Kant; Erofeev cerca di individuare il pattern che scandisce il suo singhiozzo e fallisce, contrapponendosi così alla rigida prevedibilità dell’ingegneria sociale formulata dai “corifei del proletariato mondiale, Carlo Marx e Federico Engels”; partendo dal singhiozzo, Erofeev ci chiede di rassegnarci e portare pazienza, perché resta solo da abbracciare — in uno slancio mistico — la sfera della Fatalità; partendo dal singhiozzo, Erofeev ci ricorda che nel silenzio tra un singhiozzo e l’altro, “il vostro cuore vi dirà: esso è insondabile, mentre noi siamo impotenti, […] Noi siamo creature tremebonde, mentre esso è onnipotente. […] Esso è inattingibile con l’intelletto e, di conseguenza, Esso è. Sicché, siate perfetti come perfetto è il vostro Padre Celeste.”

carico il video...

Il libro include un paio di ricette che, in uno slancio altruista, condivido nella speranza di trovare qualcuno interessato a sorseggiare bevande alcoliche autoprodotte nell’URSS degli anni Sessanta/Settanta:

— Balsamo di Canaan

Alcool denaturato (100 g) +
Birra vellutata (200 g) +
Lacca raffinata (100 g)

Più che d’un aroma, è d’un inno che si tratta. L’inno della gioventù democratica. Proprio così, visto che in chi beve questo cocktail giungono a maturazione la volgarità e le forze oscure. Per poter poi contrastare in qualche modo il giungere a maturazione di queste forze oscure ci sono due modi. Il primo è quello di non bere il “Balsamo di Canaan”, il secondo è quello di bere al suo posto il cocktail “Lo spirito di Ginevra”.

— Lo spirito di Ginevra

Lillà bianco (50 g) +
Deodorante per piedi (50 g) +
Birra di Ziguli (200 g) +
Lacca a spirito (150 g)

Ma se uno vuole calpestare vanamente l’universo getti ai porci il “Balsamo” e lo “Spirito” e seduto a un tavolo prepari la “Lacrima della komsomolka”. […] Della “Lacrima” è odorosa perfino la ricetta. Il cocktail, una volta pronto, è poi talmente odoroso da far perdere i sensi e la coscienza. Io, per esempio, li ho persi.

— Lacrima della komsomolka

Lavanda (15 g) +
Verbena (15 g) +
Acqua di bosco (30 g) +
Lacca per unghie (150 g) +
Limonata (150 g)

[Trippa di Cagna] più che d’una bevanda è di musica delle sfere che si tratta. Qual è la cosa più meravigliosa al mondo? La lotta per la liberazione all’umanità. E ancora più meravigliosa? Eccola qua:

— Trippa di Cagna

Birra di Ziguli (100 g) +
Shampo “Sadko — ospite di lusso” (30 g) +
Lozione antiforfora (70 g)
Colla BF (15 g)
Olio dei freni (30 g)
Insetticida (30 g)

 

Redazione Prismo
La redazione di Prismo vive in una cascina nelle colline tra Busto Arsizio e Varese dove passeggia per i campi ragionando su paradossi filosofici e coltivando marijuana così potente che la puoi fumare solo in un bong costruito dentro la tua mente.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

Direttore/Fondatore: Timothy Small

Caporedattori: Cesare Alemanni, Valerio Mattioli, Pietro Minto, Costanzo Colombo Reiser

Coordinamento: Stella Succi

In redazione: Aligi Comandini, Matteo De Giuli, Francesco Farabegoli, Laura Spini

Assistente di redazione: Alessandra Castellazzi

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Art: Mattia Rinaudo

Sviluppatore: Gianmarco Simone

Art editor: Ratigher

Gatto: Prismo

 

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