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È ancora troppo presto per ridere dell'11 settembre?

Era il 18 settembre 2001 quando il direttore del New York disse la sua, a una settimana dall’attentato alle Torri Gemelle, scrivendo: “Credo che l’era dell’ironia sia finita”. In quei giorni, ridere negli Stati Uniti, e ancora di più a New York, sembrava impossibile prima ancora che offensivo nei confronti delle vittime.

Un paio di settimane dopo l’attacco di al Qaeda, si tenne a New York The Roast of Hugh Hefner, uno show speciale in cui una personalità, in questo caso il fondatore di Playboy, viene presa in giro da comici, amici e nemici. Al comico Gilbert Gottfried era stato chiesto di chiudere lo show. Sapeva già che cosa fare, sfruttare la combinazione vecchiaia e sesso per recitare battute come: “L’unico modo che resta a Hugh per avere un’erezione è il rigor mortis”. Sembrava un lavoro facile.

A un certo punto, come ha ricordato Gottfried lo scorso febbraio, gli uscì di bocca una battuta: “Volevo solo essere la prima persona a fare una battuta di basso livello sull’11 settembre. Era un’improvvisazione, non ricordo di averla pensata prima. Dissi: ‘Stasera devo andarmene un po’ prima, devo prendere un aereo per la California. Non un volo diretto, dicono che devono fare una fermata sull’Empire State Building’.”

Qual è il giusto valore della variabile tempo? Una settimana? Un anno? Un decennio? E chi decide per tutti?

Il pubblico fischiò. Un tale gridò: “Too soon!”, troppo presto, non è ancora il momento di scherzarci. In un clima di teso imbarazzo, Gottfried decise quindi di rompere il gelo in sala recitando una sua vecchia battuta nel modo più volgare ed esplicito possibile. Il risultato fu catartico: la polemica e il balletto sulle fasi del lutto furono oscurate dall’eccesso umoristico e quella parte, piena di fuck, suck e cum, non fu mai trasmessa da Comedy Central. Oggi però è ricordata come uno dei grandi momenti comici del XXI secolo.

carico il video...

Il post-11 settembre fu un periodo assurdo per la comicità e la risata in generale: Letterman, Saturday Night Live e trasmissioni simili chiusero per parecchi giorni (il primo a tornare in onda fu Letterman, il 17). The Onion, il settimanale di notizie false e assurde, esordì a livello nazionale proprio quella settimana, gestendo il trauma con indimenticabili doti da equilibrista (titoli come “Hijackers Surprised To Find Selves In Hell” e “U.S. Vows to Defeat Whoever It Is We’re At War With”).

Ma torniamo al “Too soon!” gridato da qualcuno del pubblico a Gilbert Gottfried. Come si capisce quando è passato abbastanza tempo da una tragedia per farci una battuta? In questi casi si fa affidamento a una citazione-equazione attribuita a Carol Burnett da Rita Mae Brown: comedy is tragedy plus time. Ovvero, comicità = tragedia + tempo. I primi due elementi sono vaghi e sentimentali, non misurabili, eppure è la terza incognita, il tempo, l’unica peraltro misurabile, ad agire da misterioso ago della bilancia. Qual è il giusto valore della variabile t? Una settimana? Un anno? Un decennio? E chi decide per tutti?

Non esiste un’autorità in grado di dare il via libera all’humour, ma se una categoria in grado di deciderlo esiste, forse è quella dei giovani. Meglio: i teenager. Lo dimostra la recente trasformazione in meme dell’undici settembre da parte dei teenager americani, che su Tumblr e Twitter si prendono gioco delle assurde reazioni alla tragedia.

Perché se è vero che l’undici settembre ha ferito la risata statunitense, è ancor più vero che è stata anche la Woodstock delle teorie cospiratorie. Un evento unico e irripetibile che ha permesso a un sottobosco preesistente – quello dei cospirazionisti, dei truther – di vedere la luce del mainstream. Da quel giorno tutto il Sistema – Illuminati, Rettiliani, a seconda dei gusti – passa per il World Trade Center, sfruttando internet e il suo strapotere all’epoca in fasce per arrivare alla proverbiale casalinga di Voghera. Immagini di aerei e torri con cerchi rossi a indicare qualcosa che non va, video “esclusivi” e testimonianze scioccanti; forum dedicati al Complotto, libri-verità. Tra tutte queste prove del complotto, una svetta come la famosa pillola rossa di Matrix, quella che garantisce l’accesso alla verità: “Jet Fuel Can’t Melt Steel Beams”, ovvero il calore generato dal carburante per aeroplani non è in grado di fondere i pilastri d’acciaio delle Torri Gemelle.

Eppure sono cadute.

Perché qualcuno aveva piazzato cariche esplosive alle loro basi.

Aprite gli occhi.

(In realtà non è vero: qui c’è il debunking).

Questa è comunque l’Ur-teoria sul 9/11, un ritornello ripetuto talmente tante volte in ambienti fumosi e truther da essere diventato slogan: Jet Fuel Can’t Melt Steel Beams.

E qui arriviamo ai giovani su internet, i nostri salvatori. Vale la pena ricordare che una persona nata nel 2001, oggi ha quindici anni ed è molto probabilmente attiva su internet: qui, è inevitabile, avrà incontrato qualche video complottaro sull’undici settembre; e magari lo avrà guardato senza lo shock di portata storica che accompagna da allora i testimoni dell’evento. È passato poco tempo ma forse basta – almeno a creare un meme, “Jet Fuel Can’t Melt Steel Beams”, basato sulla ripetizione ridicola della frase preferita dai cospirazionisti, generando situazioni assurde e ridicole. Alcuni esempi tratti dal sito Know Your Meme:

Non siamo di fronte al famigerato cinismo delle nuove generazioni, così incollate ai loro smartphone da non capire la portata di un attentato. Questo tipo d’ironia non ha come bersaglio le vittime (né le assurde conseguenze belliche della tragedia) ma punta alle persone che da ormai quindici anni vivono nella bolla cospiratoria, alla nostra ansia e paranoia. “Jet Fuel Can’t Melt Steel Beams” è quindi uno strumento per l’elaborazione di un lutto per alcuni già distante, eppure ancora troppo recente per essere argomento di studio a scuola. È insomma la reazione alla domanda: “Come si reagisce alla Storia quando viene raccontata dai cospirazionisti?”. Così, prendendola per il culo.

Nell’era dei social media, l’equazione “comicità = tragedia + tempo” ha però forse bisogno di una leggera modifica, l’aggiunta di una variabile nuova che potremmo chiamare: “tasso di cordoglio su internet”. È quella forma di chiacchiericcio che prende controllo di Facebook e Twitter dopo ogni tragedia, la stessa che ha fatto dire a mezzo mondo “Je Suis Charlie”, che ci spinge a commentare sagacemente la cronaca e a fare sfide di solidarietà.

Il cordoglio su internet è ottimo materiale umoristico, pregno com’è di debolezze umane e voglia di attenzione; ed è la coda di ogni tragedia contemporanea la cui scaletta è ormai chiara:

tragedia → cordoglio su internet → viralità → prese di distanza ironico-ciniche dal cordoglio stesso.

Per vedere meglio questo meccanismo all’opera, dobbiamo però parlare di un gorilla.

Harambe era un gorilla dello zoo di Cincinnati, abbattuto dalle guardie della struttura dopo che un bambino di tre anni era caduto nella sua gabbia e rischiava di venire ucciso dall’animale. È una brutta storia – non di certo paragonabile all’undici settembre, certo – che mostra tutti i movimenti canonici dell’ironia attorno alle brutte notizie. Alla copertura mediatica è seguito l’assurdo dibattito tra espertoni di gorilla su internet (lo sono il 20% degli utenti Facebook, a quanto pare) e, in seguito, la reazione ironica e irriverente. La macchina del lutto ha presto creato scene grottesche e ridicole, facendo di Harambe un improbabile meme: sono così nate petizioni per stampare il suo faccione sulla banconota da un dollaro, Twitter è impazzito e due eventi distanti – l’undici settembre e Harambe – si sono incrociati quando un eroe senza maschera ha mostrato il cartello “Bush did Harambe” durante un servizio tv. Cospirazionismo classico (“Bush did 9/11” è il motto standard dei truther) che abbraccia lo spirito di un gorilla, la cui morte è stata gestita così chiassosamente online da meritare una sua piccola, folle cospirazione.

Per non parlare di:

Sono tempi di iperbole, i nostri, e sono iniziati proprio l’undici settembre 2001, quando il mondo vide per la prima volta in diretta un evento storico alla televisione; finito l’attentato, seguirono decine di ore di speciali in diretta e un cordoglio di massa, sempre in diretta. Pensate mai a cosa sarebbe successo se quel giorno avessimo avuto smartphone, Twitter e Facebook? Quante foto, testimonianze e live stream avremmo avuto a disposizione? Quanto tempo sarebbe passato dalla caduta delle Torri alle prime avvisaglie di humour? A mio parere non molto, proprio per via dell’altissimo tasso di cordoglio su internet, che ci avrebbe spinto a reagire in qualsiasi modo, per cinismo o per allontanarsi dal coro monocorde. Un po’ à la Harambe.

Sono passati quindici anni da quel giorno e – lo avrete notato – la risata non è morta né è stata resuscitata: non se ne è mai andata, si è nascosta per qualche tempo per poi tornare, pronta a digerire l’irrisolto, due aerei di linea che si schiantano nel cuore di Manhattan. Questo settembre, per esempio, vedrà finalmente la luce uno special di George Carlin, mitico comico americano scomparso nel 2008, registrato proprio nel settembre 2001 e da allora relegato nel dimenticatoio. Si intitola “I Kinda Like It When a Lotta People Die” e parla di mass shooting e Bin Laden. Come ha scritto il New York Times al riguardo, “oggi abbiamo una copertura giornalistica e di comicità politica più accelerata. Nessun late-night show ha chiuso dopo gli attentati di giugno nella discoteca di Orlando, e il modo sobrio con cui i presentatori di questi show parlavano dopo le tragedie nazionali si è raffreddato, è diventato un rito, una parte del loro lavoro”.

Tragedia + tempo, quindi. È ancora troppo presto per parlare della tragedia fondativa del XXI secolo? Non è chiaro, e forse non è nemmeno importante saperlo, perché i social media hanno agito da warp drive, stravolgendo lo spaziotempo. Nell’era della filter bubble, esistono bolle in cui è già permesso ridere di certe cose e altre in cui, probabilmente, non lo sarà mai.

Il risultato? Harambe vive e il valore della variabile t è sempre più basso.

Pietro Minto
Caporedattore di Prismo, collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera e Rolling Stone. Ha una newsletter che si chiama Link Molto Belli.

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