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HyperNormalisation, il nuovo documentario di Adam Curtis, attraversa gli ultimi decenni di Storia in cerca di una risposta alla domanda: “esiste un'alternativa a questa società?”

Fuga dalla HyperNormalisation
di Andrea Girolami

Da più di vent’anni Adam Curtis produce film che tentano di minare le certezze degli spettatori della BBC e dei tanti che si sono interessati al suo lavoro online negli ultimi anni. Attraverso titoli come The Century Of Self (2002) e The Bitter Lake (2015) ha provato a esplorare percorsi alternativi per spiegare l’evoluzione della società globale dell’ultimo secolo. Non solo quella occidentale, il suo interesse per il Medio Oriente ne ha fatto uno degli osservatori più influenti in molte delle questioni politiche su cui ci si scontra quotidianamente, fuori e dentro Facebook mentre le collaborazioni con il comico (ma anche autore della serie Black Mirror) Charlie Brooker o la band dei Massive Attack contribuiscono a dare un’immagine di Curtis simile a quella che si ha del suo lavoro: difficilmente definibile e capace di passare dall’ironia al dramma con una veloce piroetta.

Normale quindi che il suo ultimo lavoro, HyperNormalisation, fosse circondato da un’attesa quasi messianica, come se si trattasse dell’unico film in grado di mettere in fila i messaggi contraddittori che ci troviamo a decodificare ogni giorno. Lanciato lo scorso 16 ottobre direttamente online sulla piattaforma digitale iPlayer della BBC, si tratta, come già i precedenti lavori di Curtis,  di un magmatico ammasso di immagini e parole della durata di quasi tre ore: un racconto che procede in parallelo tra occidente (New York in particolare) e medio oriente (Siria e Palestina) recuperando il filo dei rapporti tra i due blocchi e spiegando come uno ha influenzato l’altro fino allo stallo che viviamo oggi. Secondo Curtis quella che stiamo osservando non è solo una paralisi politica ma anche ideologica dove nulla si muove perché tutto si tiene in un equilibrio tanto precario quanto apparentemente intoccabile.

Per argomentare questa sua visione il documentario parte dalla controcultura americana degli anni ‘70, la prima che scelse di ritirarsi dal dibattito politico pubblico per rifugiarsi nella dimensione privata, mettendo dunque in discussione l’efficacia di quelli che erano gli equilibri del tempo. Ed è proprio in quel periodo che il giovane Donald Trump, complice la crisi finanziaria di New York e gli interessi delle banche (ormai entrate nelle stanze di potere dell’amministrazione cittadina), inizia a trasformare la metropoli americana nel parco giochi per ricchi che oggi conosciamo. Intanto dall’altra parte del mondo Henry Kissinger metteva in scacco il Medio Oriente bloccando sul nascere una possibile unione dei paesi arabi e spingendo per reazione l’allora presidente della Siria Hafez al-Assad ad avvicinarsi alle posizioni di Khomeini in Iran fino a mutuarne l’utilizzo di “bombe umane” a fini terroristici.

Quella raccontata in HyperNormalisation è una storia piena di personaggi, legami impossibili e incontri segreti. Il recupero della complessità della narrazione è l'argomento principale del documentario.

Quella raccontata in HyperNormalisation è una storia piena di personaggi, legami impossibili e incontri segreti. Proprio il recupero della complessità della narrazione è l’argomento principale del documentario. Il problema fondamentale secondo Curtis è che sia i politici che i media attuali tendono a semplificare concetti e scenari in modo disonesto con l’obiettivo di strumentalizzare il proprio pubblico. Gli esperti di comunicazione la definiscono perception management. Si costruisce attorno agli eventi una cornice che trasforma la realtà e le sue sfaccettature in una fiaba adatta a tutti con tanto di buoni, cattivi, colpi di scena e risoluzione finale. Uno scenario per certi versi ideale proprio perché costruito artificialmente, in cui ciascuno ha un ruolo ben preciso a cui non si può opporre. È questa la ipernormalizzazione che dà il titolo al documentario. Una definizione presa in prestito dal libro di Alexei Yurchak Everything was Forever, Until it was No More: The Last Soviet Generation. Nei giorni della caduta dell’impero russo tutti sapevano che le cose sarebbero presto cambiate ma la vita procedeva comunque in un paradossale immobilismo dovuto all’incapacità di immaginare un sistema alternativo.

In tanti oggi condividono questa stessa sensazione come di un imminente tracollo che ritarda continuamente il suo arrivo. Una generale sfiducia verso un sistema politico e finanziario che pur portando avanti serenamente il suo operato perde però ogni giorno di più la sua capacità di alterare la realtà. L’impressione è quella di vivere in uno spazio dickiano dove ciò che vediamo è solo l’ombra di un’altra realtà che rimane nascosta. Proprio la fantascienza è una fondamentale chiave di lettura di HyperNormalisation e del lavoro di Curtis in generale. Il documentario spiega bene come un film come Stalker di Tarkovskij riuscisse a descrivere perfettamente una Russia che faticava a distinguere il sogno dalla veglia. Allo stesso modo un autore come William Gibson ha raccontato perfettamente un mondo occidentale che passava di mano: dalla politica degli Stati Nazione alle reti informatiche delle grandi multinazionali.

HyperNormalisation non si ferma alle origini del conflitto arabo-israeliano ma continua il suo racconto fino alla nascita dell’informatica e di internet. Uno spazio virtuale che ai suoi esordi sembra promettere l’opposto delle visioni luciferine di cui scriveva Gibson. Grazie soprattutto al lavoro di persone come John Perry Barlow, ex hippie votatosi poi alla tecnologia e autore della “Dichiarazione d’indipendenza del Cyberspazio“. Un documento che ha inciso profondamente sull’immaginario popolare contribuendo a dipingere internet come un luogo utopico in cui sarebbe stato possibile aggirare le logiche del potere. Ormai sappiamo che le cose non stanno proprio così: come ogni strumento tecnologico la rete si presta a diversi utilizzi, non tutti degni del Nobel per la Pace a cui qualcuno l’ha candidata qualche anno fa. Secondo Curtis anche in questo spazio virtuale ormai è la finanza a farla da padrona e il culmine di un mondo interconnesso ma immobile sembra essere la costruzione del supercomputer Aladdin di Blackroc. Primordiale esperimento di intelligenza artificiale capace di analizzare tutte le transazioni finanziarie del mondo e consigliare gli investitori annullando qualunque tipo di rischio. L’ennesima prova di un estremo bisogno di sicurezza da parte del sistema, una necessità che sfocia nella fantascienza come sa bene chiunque abbia letto Il cigno nero di Nicholas Taleb.

Intanto in Medio Oriente per una crudele eterogenesi dei fini le bombe umane inventate da Khomeini e prese in prestito da Assad (padre) invece di unire il popolo arabo contro il potere americano hanno portato ulteriore morte e distruzione all’interno e all’esterno del mondo arabo. Il nostro mondo ipersemplificato ha però sempre bisogno di un nemico contro cui coalizzarsi, un capro espiatorio capace di assorbire contrasti che la politica non è in grado di controllare. Per anni la parte di questo nemico è stata assegnata a Mu’ammar Gheddafi, padre padrone della Libia che nel giro di qualche decennio passa da inoffensivo pupazzo a pericoloso terrorista e poi nuovamente a illuminato alleato. Un balletto durante il quale gli viene affibbiata la responsabilità di numerosi attentati: quelli agli aeroporti di Vienna e Roma nel 1985 e quello di Lockerbie nel 1998. Anche se tutti gli indizi dei servizi segreti portavano ad identificare la Siria come vero autore delle esplosioni sarebbe stato troppo complesso sfidare un paese così potente e interconnesso nel mondo arabo. Meglio colpire la Libia di Gheddafi: più isolata e inoffensiva, senza il rischio di compromettere gli equilibri globali così faticosamente costruiti.

L’ultimo capitolo del documentario è dedicato a Putin e Trump, che secondo Curtis sono il trionfo di questa ipernormalizzazione verso cui corriamo da ormai quasi 40 anni. Due politici inafferrabili capaci di dire tutto e il contrario di tutto, addirittura di finanziare i propri avversari (Trump lo ha fatto con i suoi rivali nella corsa alla candidatura repubblicana). Le loro roboanti dichiarazioni e le guerre non lineari che continuano a sostenere sono il prodotto dello stallo politico e ideologico dei nostri giorni. L’incarnazione vivente delle teorie di sociologi come Ulrich Beck e Anthony Giddens (ampiamente citati nel documentario) secondo cui un politico che volesse davvero cambiare il mondo sarebbe un pericolo inammissibile per un sistema che si fonda sul proprio totale immobilismo.

Quello di Curtis è un racconto gigantesco in cui confluiscono vorticosamente tutti i temi della ultramodernità. Intelligenza artificiale, terrorismo, Donald Trump e realtà virtuale si alternano alle immagini di spettrali camere d’hotel notturne, schemi di televisori, enormi uffici pieni di computer, Jane Fonda che fa fitness indossando body fluo. HyperNormalisation critica l’eccesso di semplificazione dei media mettendo in scena un teatro dell’ipercomplessità. Il tutto è tenuto assieme dall’incredibile lavoro di patchwork visivo che attraverso centinaia di contributi e frammenti d’interviste dall’archivio BBC argomenta le tesi del documentario portando per mano lo spettatore fino all’estrema conseguenza finale.

Una conclusione che però rimane sospesa. Alla fine di queste caleidoscopiche tre ore quella che manca è una vera alternativa possibile. Se da una parte Curtis critica la controcultura che dagli anni 70 in poi ha rinunciato alla lotta politica e civile dall’altra riconosce lo scacco di chi è sceso in piazza rischiando la vita. La cosiddetta primavera araba coordinata e resa possibile dalle piattaforme social non ha mantenuto le sue promesse di rivoluzione ancora una volta per l’incapacità di costruire una vera alternativa possibile. Che si scelga di creare realtà parallele o si scenda in strada con la molotov in mano la ipernormalizzazione è destinata a farci prigionieri in ogni caso.

Andrea Girolami
Giornalista e autore video ha lavorato per MTV e Wired Italia. Per Indiana Editore ha scritto il libro dedicato alla cultura digitale Atlante delle cose nuove. Pensa di essere un ottimo ballerino, ama fare il DJ ai matrimoni.

Un anelito di felicità
di Valerio Mattioli

C’è davvero un mucchio di roba in HyperNormalisation. Voglio dire, si parla di (vado a memoria): Patti Smith e Hafiz al-Assad, cyberpunk e suicide bombing, John Barlow e Vladimir Putin, Donald Trump e Andrej Tarkovskij, disastro di Lockerbie e Facebook, ISIS e Occupy, i video di aerobica di Jane Fonda e il libretto verde di Gheddafi, primavere arabe e Hi Frequency Trading… Ah, e poi a un certo punto arrivano pure gli UFO!

Nulla di strano, figuriamoci: è pur sempre un film di Adam Curtis. E del regista inglese, il nuovo documentario BBC sulla post-truth society conserva tutti i connotati, le qualità, le imperfezioni, finanche i manierismi (o almeno quelli che arrivati a questo punto rischiano di essere percepiti come tali): comincia in un tempo e in un luogo ben precisi (la New York del 1975 a un passo dalla bancarotta) ma guarda caso nello stesso anno ma da un’altra parte sta succedendo qualcosa di altrettanto grosso (la Siria che aspira a sbarazzarsi della presenza americana nel mondo arabo); e poi: la colonna sonora è la solita (bellissima) selezione di elettronica più o meno ambient che spazia da Brian Eno ad Aphex Twin, il materiale visivo è il consueto, certosino collage di filmati d’archivio che mescolano cultura pop, filmini di famiglia e atrocità belliche, e la narrazione procede per accostamenti che alle volte possono sembrare arditi ma che poi tanti arditi non sono. Se vi è capitato di intravedere l’Adam Curtis Bingo sviluppato da Chris Applegate di BuzzFeed UK, sapete di cosa sto parlando.

Bingo!

E però HyperNormalisation è anche un film di una potenza inesorabile. Annichilente, addirittura. Per certi versi, il lavoro di Curtis è una specie di drammatizzazione paradocumentaristica del lavoro che in questi ultimi anni sta portando avanti Metahaven, al punto che le somiglianze sono qui e là vistose: quando per esempio Curtis affronta il particolare concetto di verità che sta prendendo forma in Russia, è difficile non pensare agli ultimi progetti del collettivo olandese che proprio sulla Russia putiniana sono in larga parte incentrati, si tratti del libro Black Transparency come del film (chiamiamolo così) The Sprawl. D’accordo, i Metahaven a Burial e catalogo Ghost Box preferiscono Kuedo e M.E.S.H., ma messa così è più una sfumatura che altro.

La tesi del regista BBC è comunque che la post-truth society non sia semplicemente l’esito di un periodo storico in cui ai fatti si sono sostituiti i dati; piuttosto, le sue origini vanno ricercate nel momento in cui in Occidente la politica abdica a se stessa, da una parte decidendo (più o meno scientemente) di non poter più decifrare le infinite sfumature di un mondo sempre più complesso, dall’altra demandando ad attori altri (la finanza e da lì le grandi corporation dell’information technology) le scelte decisionali che pure una volta le competevano. Il risultato è una realtà in cui la verità viene celata da infiniti strati di storytelling più o meno rassicurante, e in cui la politica si limita a gestire (managing è la parola che forse più spesso ricorre nei film di Curtis) eventi e fenomeni storici di cui nemmeno intuisce più la portata. In questo senso, la echo chamber che tanto preoccupa gli analisti dell’evo internettiano piagato dalla filter bubble, diventa mera appendice di un processo assai più profondo e dalle prospettive ben più tragiche.

Fin qui, siamo nel solco di un’analisi che Curtis condivide con diversi altri commentatori (alcuni apocalittici, altri meno) del presente informatizzato. Ma è anche interessante come HyperNormalisation punti il dito – in maniera nemmeno troppo velata – contro l’assenza di reazioni che a tali processi si è accompagnata da buoni quarant’anni a questa parte. È una vena polemica che ricorre spesso nel film e che interviene quasi subito, già nei primi dieci minuti, quando il regista si chiede: “dov’erano i movimenti che negli anni 60 avevano lottato per una società più giusta, quando le banche assunsero il controllo della città di New York?”. E a dire il vero Curtis fornisce anche una prima risposta (è il momento in cui nel film appare Patti Smith): ripiegati su se stessi, cinici e disillusi, i vecchi contestatori si sono a quel punto rifugiati nell’arte, nella musica, nell’ironia, insomma in una ribellione tutta esistenziale e soprattutto tutta privata che non aveva modo alcuno di incidere sulla società.

Ripiegati su se stessi, cinici e disillusi, i vecchi contestatori si sono rifugiati nell'arte, nella musica, nell'ironia, insomma in una ribellione tutta esistenziale e soprattutto tutta privata che non aveva modo alcuno di incidere sulla società.

Il che, se vogliamo, è pure corretto: di fatto quella a cui Curtis ammicca è la cara vecchia mitologia punk, riassunta in quel No Future che da solo annunciava un’era di distacco e disimpegno speculare al There is No Such Thing As Society di Margaret Thatcher e relativi eredi. Ma quella di Curtis è anche un’interpretazione parziale, forse pure un pizzico tendenziosa, che non tiene conto dell’immane sconfitta subita da quegli stessi movimenti per mano di un potere vendicativo e implacabile, e che specie negli Stati Uniti (ma pure nella stessa Italia…) ricorse agli strumenti più spregiudicati e – ehm… – creativi, pur di far fuori un dissenso da allora bollato come querula protesta di un branco di giovinastri privilegiati e pure un po’ mezzi scemi (e vabè).

Sappiamo anche che di tanto in tanto generazioni diverse ci hanno provato, a disseppellire quel futuro simbolicamente gettato nella fossa dall’ethos punk: Curtis stesso, si premura di citare gli ammutinamenti forse sporadici ma comunque reali che hanno puntellato gli ultimi quindici anni, e che vanno dalle confuse e a conti fatti inefficaci rimostranze di Occupy, agli imprevisti twist delle primavere arabe (si dimentica di fare cenno del mattatoio sudamericano che mise bruscamente fine alla stagione del “un altro mondo è possibile”, ma sappiamo tutti che di lì a un paio di mesi ci penserà l’11 settembre a stabilire priorità altre).

Il fatto però è che in HyperNormalisation soffia un respiro fatalista che d’accordo, sarà pure funzionale al registro drammatico del documentario, ma che rischia di trasformare lo stesso film in un rassegnato commento su una contemporaneità inevitabilmente destinata allo schianto finale. Va bene, è una caratteristica di tutti i film di Curtis e messa così è difficile non essere d’accordo con lui (viene anzi da chiedersi se lo schianto non si sia già verificato): ma mi piace pensare che il nostro rapporto tra noi e il mondo, tra noi e le macchine, tra noi e la realtà non sia ancora così predeterminato. E che il video con cui si conclude il film, quello delle tre bambine che su YouTube si riprendono mentre ballano in giardino, nasconda ancora un anelito di felicità. O forse più che mi piace pensare, diciamo che voglio pensarlo.

Valerio Mattioli
Valerio Mattioli, caporedattore di PRISMO, scrive in giro. È anche metà del duo death surf Heroin In Tahiti.

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