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È morto Joe Dever, autore della più iconica e fortunata saga di LibriGame. Ricordo di un autore che, prima di internet e dei videogiochi, introdusse una generazione alla letteratura combinatoria.

See You in Magnamund
di Valerio Mattioli

Pubblicato originariamente in Gran Bretagna nel 1984, il primo volume di Lupo Solitario sbarcò in Italia poco dopo, inaugurando una serie che sarebbe andata avanti per quasi trenta volumi. In libreria lo trovavi nella sezione “narrativa per ragazzi”, e senza dubbio di quello si trattava: la serie raccontava le gesta di un monaco guerriero nell’immaginario mondo di Magnamund, dilaniato dall’eterno conflitto tra forze del bene (fedeli al dio Ramas) e forze del male (i Signori delle Tenebre), con ampio corredo di incantesimi, poteri psichici, mostri e sortilegi vari. Puro heroic fantasy, e qui e là anche parecchio spinto (almeno per gli standard a cui erano abituati i destinatari dei diversi volumi), solo che ecco: non è che Lupo Solitario dovevi semplicemente leggerlo. Dovevi smontarne e rimontarne la trama, decostruirne la narrazione, prendere decisioni da cui sarebbe dipeso il destino del protagonista, per farla breve giocarci.

Lupo Solitario era infatti un libro-gioco o per meglio dire un LibroGame, vale a dire (grazie Wikipedia) “un’opera narrativa che invece di essere letta linearmente dall’inizio alla fine presenta alcune possibili alternative mediante l’uso di paragrafi o pagine numerate. Lettori diversi (o la stessa persona in occasione di una rilettura) potranno compiere scelte diverse e ciò condizionerà lo svolgimento e la fine della trama”. Era cioè quella che si chiama “narrativi a bivi”: a ogni fine paragrafo al lettore veniva chiesto di prendere una decisione, che lo avrebbe rimandato a un altro paragrafo ancora (magari distante diverse decine di pagine avanti o indietro) e così via fino all’esaurimento della linea narrativa scelta. Da quello discendevano, all’interno dello stesso libro, finali multipli e vicende tra loro anche parecchio diverse, o almeno così sembrava. Coi librigame, recitava lo slogan, “il protagonista sei tu”.

L'idea di dover scorrere le pagine del libro in maniera non sequenziale, di dover cioè saltare da una parte all'altra del volume seguendo link e rimandi scelti dal lettore, era anche l'annuncio “povero” e tutto analogico dell'imminente era digitale.

Suonerà forse esagerato, ma i librigame erano davvero un inusitato concentrato preadolescenziale di letteratura combinatoria, una bizzarria narrativa che inavvertitamente introduceva i suoi inconsapevoli lettori ai giochi di specchi della stagione postmoderna, un incrocio tra gioco di ruolo e romanzo d’avventura che – come ricorda Vanni Santoni poco oltre – trovava antenati nobili negli esperimenti di Raymond Queneau, Jorge Luis Borges e Italo Calvino (anche se non è chiaro quanto gli autori di librigame ne fossero a conoscenza, certo).

E poi: la stessa idea di dover scorrere le pagine del libro in maniera non sequenziale, di affrontare il testo seguendo percorsi bellamente non lineari, di dover cioè saltare da una parte all’altra del volume seguendo link e rimandi scelti dal lettore, era anche l’annuncio “povero” e tutto analogico dell’imminente era digitale. I librigame impazzarono per pochi anni appena, tendenzialmente tra la fine degli anni 80 e il principio dei 90, ma non credo sia un caso se lasciarono un’impronta indelebile nell’immaginario dei giovani lettori che vi si imbatterono. Perché erano i lettori appartenenti a quella “generazione di mezzo” che per prima si confrontò con l’immane salto di paradigma dell’evo informatico, ma che fece comunque in tempo a conoscere quanto c’era stato prima. Ciascuno di questi lettori, ne sono sicuro, saltando da un link all’altro in Rete avrà a un certo punto pensato che è “un po’ come stare in un LibroGame”.

Di tutti i librigame pubblicati in Italia, la serie di Lupo Solitario fu la più iconica e fortunata, e come tutti (?) sapete il suo autore Joe Dever è morto il 29 novembre, due giorni fa, a 60 anni. Come ricorda Lorenzo Fantoni su Wired, il suo contributo “alla cultura pop contemporanea è incalcolabile, perché i librigame erano uno dei primi esempi di narrativa non lineare, di gioco in single player, di evoluzione dei personaggi. Tutto ciò che abbiamo oggi nasce da quelle pagine e da quelle dei pionieri di giochi di ruolo che in quegli anni crearono un vero e proprio movimento culturale”.

Tutto vero, ma al di là di nerd e gamers mi sono sempre chiesto quanto l’universo creato da Dever e dai suoi colleghi abbia (inconsciamente?) influenzato anche quegli scrittori e narratori di professione che poi da Lupo Solitario sono finiti a leggere Borges per davvero, e che stando alle reazioni alla morte di Dever sono parecchi. Una prima risposta, forse, la fornisce qui sotto Vanni Santoni. Proseguite al prossimo paragrafo (scelta consigliata), oppure se volete sbizzarritevi tra bivi e sortilegi direttamente online.

Joe Dever.

In morte di Joe Dever
di Vanni Santoni

La notizia della morte di Joe Dever, padre di Lupo Solitario – la più lunga, popolare e rappresentativa serie di LibroGame – mi giunge mentre sto effettuando la revisione di un romanzo ambientato tra i giocatori di ruolo: nei mesi scorsi, mentre lo scrivevo, un passaggio inevitabile è stato andare a rovistare nelle cantine della casa dove sono cresciuto, alla ricerca dei manuali, dei moduli, delle mappe, delle schede personaggio e dei dadi di quei tempi di grandi avventure. Tra i materiali riemersi tra la polvere e i ragni, sono saltati fuori anche i miei vecchi LibroGame, che tenevo ancor più profondamente sepolti nella memoria, giacché furono parte solo di un pugno di stagioni dell’infanzia, e legati a un momento particolare del mio rapporto con i giochi di ruolo: quello in cui avevo tutti i manuali ma nessuno con cui giocare.

Le mie scuole elementari, e poi le medie, erano ancora ben piantate nel Novecento e le principali forme di intrattenimento e socialità – a cui, pur vagheggiando di avere un giorno un mio gruppo di Dungeons & Dragons, aderivo con un certo entusiasmo – erano ancora legate alla competizione fisica e alla sopraffazione del prossimo attraverso mase, frizzini e pallonate nel muso. Così, rimandavo l’avvio della mia carriera di dungeon master e mi consolavo con i LibroGame, surrogato se vogliamo masturbativo dei giochi di ruolo1 e tuttavia, essendo imparentati anche con la narrativa d’avventura, non incapaci di dare le loro proprie e specifiche soddisfazioni.

Una collezione (non quella dell'autore) di librigame.

Guardando quegli scaffali polverosi dove ancora faceva mostra di sé una collezione invidiabile, e chiedendomi se avrei potuto utilizzarli nel mio romanzo, mi sono trovato a rammaricarmi del fatto che i LibroGame si fossero sviluppati solo dopo i giochi di ruolo e non prima, poiché li avrebbero forniti di padri nobilissimi. Il medium viene infatti ipotizzato da Borges, che in Esame dell’opera di Herbert Quinn immagina l’autore di un romanzo in tre parti con due bivi narrativi (per nove possibili finali), e poi realizzato per la prima volta da Raymond Queneau, nel racconto a bivi Un conte à votre façon2.

Naturalmente tutto ciò mi era ignoto quando, novenne, ricevetti in dono I signori delle tenebre, primo volume della serie fantasy Lupo solitario, collana LibroGame, edizioni EL. Costola azzurra, logo a forma di testa di lupo, copertina con un personaggio velato e pieno di tatuaggi che conficca un pugnale insanguinato su un teschio3. Sarebbe bastato a innamorarsi, ma c’era molto di più.

C’erano le illustrazioni barocche e oscure di Gary Chalk4, che davano a quel medioevo fantastico un taglio molto distante da quello fin troppo scintillante del D&D e di tutti i prodotti statunitensi. E c’era la parte “game”: il gioco, che si attuava tramite paragrafi numerati che permettevano la scelta della direzione da far prendere alla vicenda, ma era suggerito già dai dispositivi paratestuali: una mappa del mondo, una scheda personaggio simile a quelle dei giochi di ruolo, una “tabella del destino” che simulava il lancio di un dado a dieci facce (era necessario chiudere gli occhi e “colpirla” con la matita), un’altra tabella per stabilire i risultati degli scontri.

Un'illustrazione di Gary Chalk.

In seguito avrei scoperto che, per quanto Lupo Solitario sarebbe rimasta la serie archetipica5, ce n’erano anche di migliori: personalmente apprezzavo molto la Sortilegio di Steve Jackson (costola viola – logo a forma di testa di gufo), che oltre ad avere un notevole livello letterario estremizzava quei tratti “grimdark” già presenti in Lupo Solitario, lo humour nero dell’irlandese Herbie Brennan, con la serie Alla corte di Re Artù (costola rossa – castello) e i due splendidi standalone dedicati a Dracula e Frankenstein (bianca – pipistrello), e la saga francese esotista e un filo gnostica dei Misteri d’Oriente (arancio – mezzaluna), dove si vestivano i ferri del Prete Gianni.

Non mi dispiacevano neanche, nella loro semplicità (non c’erano regole di combattimento o abilità speciali da utilizzare, ma solo bivi) e nel divertito approccio intertestuale, i piccoli Avventure stellari (argento – pianeta), continuavo a rispettare il magistero di Joe Dever, che si espandeva con Oberon il giovane mago (turchese – clessidra), ambientato nello stesso universo di Lupo Solitario, e Guerrieri della strada, sul filone postapocalittico alla Mad Max (giallo – simbolo del nucleare), e una menzione va spesa anche per il teso e angosciante Missione a Varsavia, dell’altrimenti mediocre serie Time Machine (arancio – portale). Poi, cosa c’entra, me li sparavo tutti, uno dietro l’altro, pure quei carrozzoni incoerenti della serie Advanced D&D (verde – drago) o quelli per ragazzine di Realtà e fantasia (rosa – stelline), almeno finché non trovai un gruppo per giocare di ruolo e scrivere io stesso le mie avventure.

Andavano giù fin troppo bene, i LibroGame, e infatti proliferavano: oltre alle molte serie della EL, il cui nome è andato poi a indicare qualunque libro-gioco nel parlato comune, e al cui direttore Giulio Lughi va anche riconosciuto il merito di aver costruito, attorno all’asse dei volumi di Lupo Solitario, un’identità così forte da tener insieme serie che arrivavano dalle direzioni più disparate6, entrarono in gioco anche Mondadori, con una collana dal meno appetibile nome di Scegli la tua avventura, Giunti, e vari editori minori; su Topolino le “avventure a bivi” diventarono un appuntamento regolare, e pure Storia e dossier ci propose il vero Medioevo con un librogame scritto da Jacques LeGoff e Salvatore Baffo, purtroppo penalizzato rispetto ai nostri gusti di fanciulli dall’intollerabile assenza di Cavalieri Ramas, psicolaser e sortilegi vari.

Come in un museo del cinema può capitare di restare più affascinati da simili dispositivi che dai memorabilia della moderna Hollywood, così oggi sfogliare un Lupo Solitario può causare emozioni che vanno oltre la semplice nostalgia: forse addirittura voglia di giocarci.

Per quanto diffuso, però, l’amore per il libro a bivi non passò alla generazione successiva, e a poco valsero occasionali tentativi di rinverdirne la tradizione7. Secondo molti, fu l’avvento dei videogiochi a chiuderne l’epoca, e in effetti i LibroGame, con i loro sistemi di scelte prefissate che danno vita a un albero di possibili esiti, più che a un gioco di ruolo assomigliano a un adventure game classico (troveremo poi, due generazioni di videogiochi più tardi, lo stesso Joe Dever tra gli autori di Final Fantasy VII), e ciò basta forse a renderli un medium superato8, a dispetto del loro essere stati anche buona narrativa per ragazzi, così come non ci sarebbe più stato spazio per le lanterne magiche dopo l’arrivo del cinematografo.

Ma come in un museo del cinema può capitare di restare più affascinati da simili dispositivi che dai memorabilia della moderna Hollywood, così oggi sfogliare un Lupo Solitario può causare emozioni che vanno oltre la semplice nostalgia: forse addirittura voglia di giocarci. Lo si può fare da vari siti – fu proprio Joe Dever, due anni fa, a rilasciarli tutti per il libero download su Internet  –  ad esempio qui9 e, forse, chissà, ora che siamo adulti riusciremo pure a non barare con la Tabella del destino.

Una mappa di Magnamund, il mondo di Lupo Solitario.
 

Note
1 Lo stesso Joe Dever ideò il Magnamund, mondo di Lupo Solitario, come ambientazione per GdR, e poi ripiegò sui LibroGame dopo aver ricevuto un’offerta troppo bassa dalla White Dwarf di Ian Livingstone e Steve Jackson, autori peraltro di The Warlock of Firetop Mountain, primo libro-gioco nel senso pieno del termine.
2 Come ci si può aspettare, Queneau, pur in un’opera ridottissima, supera subito il concetto stesso di LibroGame proponendo al lettore anche scelte stilistiche e formali. Il Conte può essere giocato qui.
3 E la scritta, ancor più esoterica per un bambino “Premio selezione Bancarellino 1986”.
4 Vale la pena ricordare che sia Joe Dever che Gary Chalk sono britannici.
5 Nella quarta di copertina dell’edizione rilegata di Lupo Solitario si legge che sarebbe stato anche dichiarato il miglior Game Book di tutti i tempi al Congresso Internazionale dei massimi esperti del settore”, benché non esista notizia di un simile convegno.
6Da ciò viene anche un’altra forza dei LibroGame: ogni serie (furono 34, per un totale di 186 volumi), aveva il suo sistema di regole, non di rado progettato in modo coerente rispetto al tema trattato.
7 O di riprenderne i brand: il restyling di Lupo Solitario come una specie di imitazione di Assassin’s Creed non può non causare sdegno a chi si era sognato Cavaliere Ramas con le illustrazioni sporche e arcigne di Gary Chalk.
8 Le carte collezionabili in stile Magic: the Gathering, da alcuni indicate come un altro dei fattori del tramonto dei LibroGame, ma in realtà esse pure ridimensionate dall’esplosione dell’industria videoludica, sono sopravvissute, probabilmente perché “fanno cose diverse” da ciò che può fare un computer.
9 La serie completa, in lingua originale, è scaricabile in vari formati qui; si tenga conto che farlo può portare allo shock di scoprire che i “Cavalieri Ramas” sono un’invenzione dell’adattamento italiano, e si chiamano in realtà “Kai Lords’”.

Redazione Prismo
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