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Cos'è la “destra alternativa” che ha favorito la vittoria di Donald Trump: un caotico movimento in cui si confondono filosofi neoreazionari, playlist vaporwave e soprattutto tanti, tantissimi meme.

Ciao e benvenuti al primo articolo di Prismo dell’era post-Trump. Per venire incontro alle esigenze dell’elettorato, questo articolo conterrà molte immagini.

Avete presente la pillola rossa, quella che nel film Matrix sarebbe in grado di rendere una persona conscia del mondo e dei suoi enigmi? È contrapposta a quella blu, che ti fa “svegliare nel tuo letto e credere in quel che vuoi credere”, come spiega Morpheus. Ecco, The Red Pill è diventata col tempo un’immagine adorata dai cosiddetti meninists, ovvero gli uomini che vogliono difendere i diritti degli uomini contro lo strapotere delle donne. Esiste anche un subreddit piuttosto noto dedicato alla causa: si chiama r/TheRedPill ed è pieno di manzi delusi che “non capiscono” e si lamentano del trattamento loro riservato dalle donne.

L’idea è questa: il mondo è una storia che qualcuno ha scritto e sta raccontando. Questa storia racconta di uomini strapotenti che subordinano il “gentil sesso”. Ebbene, secondo i meninist, questa storia è inventata. E non è nemmeno obbligatorio ascoltarla, si può voltare la testa e vedere la realtà, uscire dalla caverna. Per farlo, però, serve coraggio e forza. Chi prende la pillola rossa è un eroe silenzioso.

La scena di Matrix in cui Neo vota Trump.

The Red Pill è un’immagine che mi è tornata in mente oggi, guardando Donald Trump camminare tra i fan da presidente degli Stati Uniti in pectore. Negli ultimi due anni la sua ascesa è stata favorita da un nuovo blob politico-sociale-culturale chiamato alt-right, la destra alternativa sviluppatosi online su Twitter, Reddit, 4chan, basata sulla lotta al politicamente corretto. Al suo interno convivono suprematisti bianchi, tecnolibertari cospirazionisti, ultraconservatori razzisti, nostalgici della monarchia, e chiunque ritenga che l’uomo bianco ed eterosessuale sia la vera minoranza del nuovo millennio.

La alt-right è nata e si è sviluppata in dichiarata antitesi al vecchio mainstream neoconservatore che ha dominato la destra americana degli anni 2000, inserendosi nel solco di quel pensiero “neoreazionario” inaugurato da personaggi come Mencius Moldbug, informatico e teorico classe 1973 e fondatore di una compagnia chiamata Urbit che tra i suoi fiancheggiatori conta anche Peter Thiel. La teoria (se così si può chiamare) neoreazionaria è un guazzabuglio di ultralibertarianesimo hi-tech e neofeudalesimo razzista, e il suo impatto sul dibattito politico contemporaneo è stato perlopiù trascurabile – almeno finora.

In realtà, gran parte del successo dell’alt-right non sta tanto nelle indigeribili e spesso pedisseque teorie dei neoreazionari, quanto nel rovesciamento della narrazione politica mainstream accompagnato alla creazione di una realtà parallela, piccola ma su misura di un elettorato ben definito. Ogni membro dell’alt-right ha la pancia piena di pilloline rosse, convinto com’è che qualsiasi aspetto del mondo moderno non sia come ci è stato raccontato – per colpa dei media, degli ebrei, dei neri, delle donne, eccetera eccetera. Per questo, egli, eroe silenzioso e controcorrente è l’unico a chiamare Hillary “Crooked Hillary” e a gridare che le elezioni sono “rigged”, manipolate, già decise a priori contro Trump.

Su Prismo abbiamo già parlato di Milo Yiannopoulos, uno dei principali animatori del movimento, già bandito da Twitter, ma l’alt-right ha una costellazione di portavoce, eroi e testate. Tra questi c’è Mike Cernovich, a cui il New Yorker ha recentemente dedicato un profilo da leggere. L’articolo contiene un virgolettato che da solo spiega l’alt-right e il suo potere misterioso. È una frase che Cernovich dice spiegando la sua pianificazione lavorativa: “Ecco cosa faremo domani. Dobbiamo pensare a un buon hashtag da usare e dobbiamo avere tutti i nostri meme pronti all’uso”.

Cernovich è un ex avvocato, un salutista e un bodybuilder, che si è inventato il sito Danger and Play, all’inizio dedicato all’arte del rimorchio di ragazze – una cosa da pillola rossa, insomma. Poi, grazie anche a Donald Trump, simbolo di ricchezza, sfrontatezza e misoginia su cui Danger & Play si basava, ecco la svolta politica. Oggi Cernovich è un importante elemento della politica e della cultura americana. E pensa seriamente ai meme, come abbiamo visto.

Leggere accuse accompagnate da meme.

Tra tutti i meme dell’alt-right, c’è ovviamente Lui, Pepe The Frog (di cui abbiamo già parlato) del povero e incolpevole Matt Furie, ma la fucina dell’intrattenimento non si ferma mai, da questa parti. Cernovich lavora duro sui suoi meme, che poi libera su Twitter dove migliaia di utenti li riprendono e condividono. Un meme può divertire, fare arrabbiare, contenere una call to action e spingere alla condivisione del messaggio. Contemporaneamente. E in meno di cinque secondi. (Provate a riuscirci con un #longform.)

Ma se l’alt-right ha avuto tale successo è anche perché è stata in grado di dialogare con quel segmento di popolazione che quelli del marketing chiamano “millennial”. Un recente manifesto pubblicato dalla rivista Radix spiega il legame tra il movimento e i giovani delusi:

I millennial che costituiscono una buona parte della “generazione Alt-Right” non hanno un passato da ricordare. Quando lo facciamo, torniamo sempre alla nostalgia ironica vista attraverso le lenti della vaporwave, grazie alla quale ci costruiamo un simulacro che sostituiamo al ricordo reale. Ci era stato promesso un futuro che è stato prima messo a rischio dalla crisi della dot-com dei primi anni Duemila ed è stato bloccato dalla Grande Recessione del 2008.

Il concetto di nostalgia per un futuro tanto promesso e mai arrivato, diventa insomma il pretesto per rimpossessarsi di quei feticci attraverso i quali l’Occidente ha millantato un ottimismo risoltosi in catastrofe. Si tratta molto semplicemente di riempire un vuoto: “Per molti versi, siamo i figli del Conservatism Inc.”, spiega ancora il manifesto di Radix, laddove per Conservatism Inc. si intende il vecchio (e detestatissimo) establishment repubblicano. “Perfetti consumatori il cui spirito di lealtà è andato a null’altro che a qualche brand […] cresciuti col nulla dietro di noi, e un futuro tanto inconoscibile quanto le nostre prospettive di pensionamento”.

Vaporwave Trump

La musica ha un ruolo piuttosto importante nel movimento: la sua colonna sonora ufficiale, spiega Andrew Anglin del Daily Stormer, è la synthwave, “the Whitest Music Ever”, nonché “the sound of an old guy punching a Black Lives protester in the face at a Trump rally”. In realtà, quella a cui Anglin fa riferimento è nient’altro che la cara vecchia vaporwave, citata non a caso nel manifesto di Radix e diventata davvero il suono per definizione della alt-right.

O più che di suono dovremmo ancora una volta parlare di immaginario; così come i meme, la vaporwave è un fenomeno quintessenzialmente internettiano, nata dentro e per la Rete, che col passare del tempo ha partorito un’autentica sottocultura che flirta allegramente con un’idea di futuro al tempo stesso distopica e rassicurante: splendide lobby d’albergo arredate con palme e felci, commodities hi-tech elevate al rango di feticci identitari, ossessione per il denaro, monumenti al turbocapitalismo sotto forma di ammiccamenti al mondo asiatico sia vecchio (il Giappone del boom tecnologico) che nuovo (la Cina anni 2000).

D’altronde “Neo China arrives from the Future”, avvertiva Nick Land già a fine anni Novanta, e non a caso proprio Nick Land è diventato uno degli autori di riferimento sia per la vaporwave sia per la alt-right, perlomeno da quando il filosofo inglese (che adesso proprio in Cina risiede) è passato dal Deleuze cibernetico del periodo CCRU agli inquietanti manifesti sul cosiddetto “Illuminismo Oscuro” che tanto piacciono al solito Mencius Moldbug.

Prevedibilmente, Dark Enlightenment è diventata una catchphrase ricorrente nei circuiti alt-right. Non stupisce quindi che proprio la alt-right sia stata abbondantemente interpretata come un tipico movimento della “destra accelerazionista”, essendo Nick Land l’uomo che l’accelerazionismo l’ha più o meno codificato, e la vaporwave la pietra d’angolo di tanta estetica post-internet & dintorni. E pare effettivamente di sentire il più classico Land nichilista quando Radix avverte: “Siamo i figli alienati e postmoderni che i vecchi conservatori hanno contribuito a generare. Non siamo un fantasma del loro passato. Siamo molto peggio. Siamo il loro peggior incubo per il futuro”.

Il futuro, lo avrete capito, occupa un ruolo particolare nella retorica alt-right e neoreazionaria in generale. Colpiti dalla crisi finanziaria, i millennials della “destra alternativa” hanno intrapreso un percorso alternativo ai movimenti post-Occupy, prefigurando una svolta autoritaria a destra favorita dai social media e i #dank #memes. Perché il successo dell’alt-right (e del suo candidato, nuovo presidente degli Stati Uniti) si è basato anche su una alt-propaganda che si è rivelata perfetta per i nostri tempi.

Oggi il mondo occidentale si informa su Facebook e il social network ha un’inedita influenza nel mondo giornalistico: è invaso da una miriade di bufale e notizie false, confezionate ad hoc da testate “indipendenti” che spesso non sono altro che pagine sul social network. Non hanno un sito né un direttore, ma in compenso sanno come sfruttare la filter bubble, la bolla di contenuti che l’algoritmo dell’azienda confeziona per noi, filtrando tutto il resto. In questo scenario, il quadro generale è talmente vasto da non poter essere fotografato o analizzato: l’utente, isolato assieme ai contatti con cui si trova d’accordo, vive in un mondo fatato in cui, per esempio, la Brexit era impossibile e Donald Trump una barzelletta.

#dank.

In questo articolo per il New York Times Magazine, John Herrman ha spiegato questa fabbrica di notizie che vive solo su Facebook, raccontando un nuovo business fatto di paura, bufale e messaggi pensati per i sostenitori di Bernie Sanders, Hillary Clinton o Donald Trump. E solo per loro. Pochi giorni fa, poi, BuzzFeed ha rivelato che una buona parte delle bufale pro-Trump provenivano da siti e pagine Facebook gestite da giovani macedoni, che hanno intravisto nella filter bubble una possibilità di business. Dall’altra parte del mondo rispetto agli USA, dei macedoni misteriosi hanno costruito storie assurde pensate per fare arrabbiare o eccitare i sostenitori del candidato repubblicano, influenzando in qualche modo le elezioni. Facebook, in tutto questo, non sembra in grado di fermare il fenomeno e non è chiaro se abbia intenzione di farlo o meno.

L’alt-right è figlia della crisi del 2008, delle nostalgie retrofuturiste della vaporwave, dei manifesti sull’Illuminismo Oscuro, ma anche (soprattutto?) della troll culture: ha imparato a trollare su 4chan e Twitter, dove ha assorbito per anni la frustrazione dei meninist e si è scoperta unita con il #GamerGate, una guerra digitale cominciata nel 2013 cominciata come una polemica interna al mondo dei videogiochi e finita con una caccia alle streghe misogina e razzista. È con il #GamerGate che Yiannopoulos ha trovato un suo pubblico; è con Gamergate che sono nati 8chan e diversi subreddit estremisti oggi importanti nell’alt-right; è con Gamergate che gli strumenti da troll scoperti su 4chan hanno trovato un’applicazione sociale – ma che dico sociale: politica. Senza GamerGate non ci sarebbe stata l’alt-right e a Donald Trump sarebbe mancata una forza che nella politica del XXI secolo è ormai da considerarsi essenziale: la rabbia dei meme.

#dank.

Tutto si tiene: gli uomini tristi della pillola rossa non “capiscono” le donne; le donne criticano la cultura maschilista dei videogiochi e gli uomini le attaccano nel nome del #Gamergate; il GamerGate continua a esistere, sotterraneo, trovando idoli e portavoce; Donald Trump si candida alla Casa Bianca, dice “grab her by the pussy” da bravo meninist; e vince le presidenziali contro la prima candidata donna nella Storia degli Stati Uniti. Il mondo ha scelto la pillola rossa.

(Ha collaborato Valerio Mattioli)

Pietro Minto
Caporedattore di Prismo, collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera e Rolling Stone. Ha una newsletter che si chiama Link Molto Belli.

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