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Gli alieni di The Arrival e quelli di Tralfamadore: da Kurt Vonnegut a Ted Chiang, il senso del tempo stravolto.


“Time flies like an arrow; fruit flies like a banana.” – Groucho Marx

Billy Pilgrim ha viaggiato nel tempo. È la prima informazione che riceviamo da Mattatoio 5, capolavoro del 1969 di Kurt Vonnegut, la storia di un uomo che dopo essere stato rapito dagli alieni del pianeta Tralfamadore comincia a viaggiare nel tempo: eccolo soldato in Europa nella Seconda guerra mondiale, eccolo marito annoiato negli anni Sessanta, ecco appena tornato dal fronte. E così via. È un “potere” che ha acquisito dagli tralfamadoriani, che sono in grado di percepire il tempo nella sua interezza.

In questi giorni è uscito al cinema Arrival, film di Denis Villeneuve tratto da un racconto di Ted Chiang intitolato “La storia della tua vita”. Racconta di una bizzarra invasione aliena fatta da grandi specchi ovoidali che d’un tratto scendono sul pianeta Terra. E lì rimangono, inerti. La linguista Louise Banks viene assoldata dall’esercito statunitense come interprete nella comunicazione con questi esseri, chiamati “eptapodi”. Al di là della splendida ricostruzione linguistica degli scambi con gli alieni, una cosa colpisce il lettore e funge da motore narrativo del racconto: il senso del tempo di questi alieni. Parlando del momento in cui umani e eptapodi hanno ricevuto “la scintilla della conoscenza”, Chiang descrive le strade diverse intraprese dalle due civiltà: “Gli umani avevano sviluppato una coscienza di tipo sequenziale, e gli eptapodi ne avevano sviluppata una di tipo simultaneo”.

Quest’ultimi, insomma, percepiscono il tempo nella sua interezza. Immaginiamo la classica linea del tempo: noi umani la percorriamo da sinistra a destra, lasciandoci alle spalle il passato e subendo il futuro ignoto; gli eptapodi sono in grado di guardare il tempo da lontano. Come in un panorama. Come fosse una vista sulle Montagne Rocciose, per esempio. E qui torniamo ai tralfamadoriani, i quali, scrive Vonnegut

possono guardare i diversi momenti proprio come noi guardiamo un tratto delle Montagne Rocciose. Possono vedere come tutti i momenti siano permanenti, e guardare ogni momento che gli interessa. È solo una nostra illusione di terrestri credere che a un momento ne segue un altro, come nodi su una corda, e che quando un istante è passato sia passato per sempre.

Mattatoio 5 e La storia della tua vita hanno in comune una struttura narrativa particolare – “spastica”, secondo Vonnegut – basata su una linea del tempo attorcigliata. Così sappiamo sin da subito che Louise avrà una bambina che morirà giovanissima: non esistono spoiler quando la linea del tempo non ha un verso. Manomettendo la canonica visione del tempo, i due racconti pongono la stessa domanda: Può il futuro essere vero quanto il passato? Alla quale ne segue un’altra, ancora più pressante: E noi che ci facciamo in tutto questo?

È una domanda che attanaglia Banks quando capisce il legame tra l’astrusa scrittura degli eptapodi, che si divide in due diversi alfabeti chiamati Eptapode A e B. L’Eptapode B è interessante perché dimostra come il senso del tempo ha influenzato la lingua degli alieni: è composto da enormi disegni che partono da un punto e si sviluppano senza suffissi, articoli o sintassi ma attraverso un reticolo di significati che rappresentano un dato messaggio in un dato momento. “Quella scrittura”, scrive Chiang, “faceva decisamente al caso di una specie provvista di una coscienza simultanea. Per loro la forma orale era stretta come un collo di bottiglia, le parole dovevano per forza esprimersi in sequenza”.

“Lei mi ha l’aria di non credere nel libero arbitrio”
Durante la sua prigionia aliena, Billy Pilgrim chiese ai Tralfamadoriani il perché delle loro azioni. La loro risposta, proprio come l’alfabeto alieno di Arrival, dice molto sulla visione del tempo di quegli esseri:

“Dove sono?” disse Billy Pilgrim.

“Prigioniero di un blocco d’ambra, signor Pilgrim. Siamo dove dobbiamo essere in questo momento, a cinquecento milioni di chilometri dalla Terra, e procediamo verso una distorsione temporale che ci permetterà di arrivare a Tralfamadore in poche ore anziché qualche secolo.”

“Come… Come ho fatto ad arrivare qui?”

“Ci vorrebbe un altro terrestre per spiegarglielo. I terrestri sono bravissimi a spiegare le cose, a dire perché questo fatto è strutturato in questo modo, o come si possono provocare o evitare altri eventi. Io sono un tralfamadoriano, e vedo tutto il tempo come lei potrebbe vedere un tratto delle Montagne Rocciose. Tutto il tempo è tutto il tempo. Non cambia. Non si presta ad avvertimenti o spiegazioni. È, e basta. Lo prenda momento per momento, e vedrà che siamo tutti, come ho detto prima, insetti nell’ambra.”

“Lei mi ha l’aria di non credere nel libero arbitrio” disse Billy Pilgrim.

“Tutto il tempo è tutto il tempo”, quindi, e il libero arbitrio, rottame mentale che Pilgrim porta con sé nei suoi viaggi, cessa di avere senso. J.A. Martino ha scritto un saggio sull’argomento collegando le avventure spaziotemporali di Pilgrim al lavoro di Henri Bergson. Secondo il filosofo francese “il ritratto della libertà si basa sullo scorrere lineare del tempo”, o, per dirla con la protagonista di Arrival, con una visione sequenziale dello stesso. “Il concetto di sé secondo Bergson”, scrive Martino, “è legato a doppio filo con quello di tempo: per un essere vivente, non può esserci coscienza di sé senza un cambiamento continuo e senza sosta, e il cambiamento è un processo temporale.”

Il libero arbitrio, semplicemente, non esiste: è un concetto letteralmente alieno, impossibile da affrontare, capire o toccare.

Ma secondo gli abitanti Tralfamadore ogni momento è immobile e inevitabile, osservabile da qualunque direzione. Gli eptapodi hanno una visione simile, eppure, dice Louise Banks, “non sono né liberi né schiavi […]. Non agiscono secondo una propria volontà e non sono neanche degli automi in balia degli eventi”. Pur conoscendo già il copione del loro destino, lo mettono in pratica, poiché “le loro motivazioni corrispondono agli scopi della storia”. Per una coscienza simultanea, continua Chieng, “il concetto di libertà non ha senso, come del resto non ce l’ha quello di costrizione”. Il libero arbitrio, semplicemente, non esiste: è un concetto letteralmente alieno, impossibile da affrontare, capire o toccare. È come la quarta dimensione: esiste, forse, ma noi esseri tridimensionali non possiamo nemmeno immaginarla.

A questo punto è lecito chiedersi cosa succede agli umani che entrano in contatto con questo tipo di coscienza. La risposta è che non succede nulla – ed è questo il punto. Billy Pilgrim – i cui viaggi spaziotemporali sono, secondo alcuni, una versione fantascientifica della sindrome da stress post traumatico sofferta da Vonnegut dopo la guerra – accetta il tempo nella sua interezza: è solo un attore e tutto è già stato scritto. La stessa stasi colpisce Banks, che nel racconto fa da narratrice onnisciente e onnipotente, raccontando la storia la storia di sua figlia a sua figlia, anche se già morta. In un mondo simultaneo, tutti gli eventi sono accessibili in qualsiasi momento, “Tutto il tempo è tutto il tempo”. Anche per questo la scelta del futuro anteriore ne “La storia della tua vita” dà il giusto movimento al racconto: è un punto di vista sul futuro che arriva dal passato, un paradosso temporale.

Con la presa di coscienza degli umani, ci ritroviamo nei pressi dell’eternalismo, corrente filosofica ispirata dalla Relatività di Einstein, secondo cui il tempo non ha una direzione precisa. Passato, presente e futuro sono quindi tutti già qui, esistono nella dimensione tempo, simile a quella dello spazio. Ma a unire i due racconti c’è anche il dramma umano: come detto, i movimenti irregolari di Billy Pilgrim nel tempo sembrano essere stati ispirati dalla sindrome da stress post traumatico (PTSD), comune a molti reduci di guerra. Vonnegut aveva visto il bombardamento di Dresda, tragedia che aveva provato a raccontare per molti anni, finendo sempre per cestinare il tutto: Mattatoio 5 era il risultato di tutti quei tentativi, un libro scritto da “un pilastro di sale”. Notti insonni e incubi sulla guerra dovevano aver trasformato Vonnegut in Billy Pilgrim, una persona disperata “unstuck in time”, incapace di andarsene veramente dall’Europa dilaniata dalla guerra. Secondo William Deresiewicz del The Nation non vi sono dubbi: il libro “non parla di viaggi nel tempo o dischi volanti, parla di PTSD”.

“La storia della tua vita”, invece, narra la triste storia di Banks, che durante la missione per comprendere gli alieni vive un’esperienza incredibile e conosce il suo futuro marito e padre di sua figlia. Poi lui se ne andrà e la figlia morirà, lasciandola con un mare di ricordi e un trauma ingestibile. A quel punto, come Vonnegut prima di lei, deciderà di viaggiare nel tempo, arrivando alla stessa conclusione dei tralfamadoriani:

Quando un tralfamadoriano vede un cadavere, l’unica cosa che pensa è che il morto, in quel momento, è in cattive condizioni, ma che la stessa persona sta benissimo in un gran numero di altri momenti. Oggi anch’io, quando sento dire che è morto qualcuno, alzo le spalle e dico ciò che i tralfamadoriani dicono dei morti, cioè: “Così va la vita’.”

Pietro Minto
Caporedattore di Prismo, collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera e Rolling Stone. Ha una newsletter che si chiama Link Molto Belli.

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