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Col nuovo album postumo Corn, torna l'interesse per una delle figure più affascinanti della New York anni 80. Arthur Russell: amico di Allen Ginsberg e Philip Glass, produttore di disco music underground, e cantautore astratto innamorato di violoncello e proto-punk.

Ho scoperto il lavoro di Arthur Russell in un modo molto simile ad altri miei coetanei: per caso, ma con la forza di un colpo di fulmine. Mi era capitato di sentire un suo pezzo su un podcast e per tre giorni mi sono trovata a riascoltare lo stesso programma solo per una canzone. Ne ero ossessionata e sentivo l’esigenza di sentirla tantissime volte. Mi sembrava la cosa più moderna e strana avessi sentito da anni. Non riuscivo a identificarla con nessun genere preciso: era pop ma stranamente sofisticata, e per questo – avevo deciso – perfetta per le mie orecchie.

Il pezzo era Arm Around You e la voce di chi cantava, delicata e quasi rotonda, mi aveva convinto che l’autore fosse afroamericano. Forse per grande ignoranza (e lieve pregiudizio musicale) consideravo cose come gli accenni di bongo elettronico parte di un “pacchetto Africa”. Solamente dopo avrei scoperto che le influenze extra-europee di Arthur Russell provenivano piuttosto dall’India. Ma intanto la canzone diceva qualcosa di me e soprattutto del mondo.  «I’m sad and I can’t talk about it / What I’m doing right next to you / … / I need to be told what to do / I’m in a world of my own».

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Arm Around You, dalla raccolta Calling Out of Context uscita nel 2004.

Guardati da vicino, sono versi che mi sembrano emblematici di tutta la carriera e la vita di Arthur Russell. Un mondo in cui produzione creativa e sfera privata non erano mai scissi, e in cui la contraddizione lirica non emerge come qualcosa da “problematizzare”, quanto piuttosto da ascoltare godendo con la stessa intensità con cui lui componeva musica. Daniela Cascella riassume perfettamente questo sentimento all’inizio di un saggio appassionatissimo uscito nel 2007 per il mensile Blow Up:

«Pare che Russell abbia fan più o meno nascosti tra le persone più diverse, e tutti reagiscono in modo a dir poco entusiasta quando si parla di lui, lasciando trasparire un forte senso di appartenenza. È come se la musica di Arthur condividesse con ognuno di noi un segreto importante rispetto alla nostra essenza, ai nostri motivi e al nostro modo di guardare e vivere le cose; è come se riesca a toccare e articolare quel segreto solo per noi, al punto di appartenere a ognuno di noi in modo esclusivo». E mentre ascoltavo per l’ennesima volta quella canzone durante il podcast, non mi rendevo conto che anche la traccia successiva era sua. Con lo stesso obliquo ritmo ballabile, ecco che si insinuava un altro pezzo capace di creare dipendenza: That’s Us/Wild Combination, costruito attorno a uno strumento tanto inusuale per la dance e l’elettronica quanto cruciale per tutta l’opera di Russell: il violoncello.

Secondo la critica Daniela Cascella, «è come se la musica di Arthur Russell condividesse con ognuno di noi un segreto importante rispetto alla nostra essenza, ai nostri motivi e al nostro modo di guardare e vivere le cose; è come se riesca a toccare e articolare quel segreto solo per noi, al punto di appartenere a ognuno di noi in modo esclusivo»

Arthur Russell incontra la musica da adolescente in Iowa, dove nasce nel 1951. Smanioso di partecipare alle attività musicali della scuola, non si iscrive alla banda ma comincia con l’orchestra scolastica. Vi entra scegliendo lo stesso strumento che suonava sua madre: appunto il violoncello. Nel documentario del 2008 Wild Combination (firmato dallo stesso Matt Wolf regista di Teenage, il documentario sull’“invenzione” tutta americana dell’adolescenza), i genitori manifestano quel carattere calmo e sensibile che molti attribuiscono anche a Russell. Eppure allo stesso tempo fanno intuire l’atmosfera convenzionale che lo spinse a lasciare la cittadina rurale di Oskaloosa.

Russell è morto nel 1992, ventitré anni fa. Lo scorso 6 giugno è uscito Corn, ennesimo album postumo che per qualche verso assomiglia a un omaggio del musicista alla sua terra. Le pianure coltivate dello Iowa risuonano già nel titolo, ma è nella consistenza grezza delle registrazioni che più avverto il rimando al paesaggio vasto e piano del Midwest. Corn costituisce una versione quasi “contadina” e ancora più lo-fi delle sue raccolte più conosciute, e in effetti quasi tutta la discografia di Russell è postuma: pur avendo inciso moltissimo – per conto suo e in diverse collaborazioni – il suo unico album “pop” concepito come un disco coeso è World of Echo del 1986. Corn, d’altro canto, è una ristampa più che una compilation vera e propria: sul punto di venir pubblicato agli inizi degli anni Ottanta, raccoglie 9 tracce, in parte inedite e in parte arrangiamenti precedenti di canzoni ora già conosciute.

I due pezzi omonimi sono l’uno la versione estesa e amplificata dell’altro: la modalità strumentale di queste due “variazioni sul tema del grano” è emblematica da una parte dello stato provvisorio di quasi tutta la produzione di Russell e, dall’altra, della sua introspezione tecnica. Per l’ascoltatore che si avvicina a Russell solo oggi, Corn rappresenta forse il germe della sua strategia creativa, una specie di labor lime che lo portava ad esplorare le molteplici possibilità di una melodia presenti all’interno di una stessa traccia. See My Brother, He’s Jumping Out (Let’s Go Swimming #2) per esempio, è la versione garrula e spensierata della Let’s Go Swimming inclusa in World of Echo, composta sui toni più cupi e frammentari del violoncello. Anche Lucky Cloud è qui molto più allegra della sua variante su World of Echo, ma anche decisamente più grezza, quasi sciatta, come se fosse suonata in midi.

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Ocean Movie, dal nuovo album postumo Corn.

Alcune recensioni hanno sottolineato l’aspetto “demo” di Corn, un po’ per la qualità bassa delle registrazioni, un po’ per lo stato di alcuni brani che, confrontati con le versioni successive, sembrano incompleti. Ma se da una parte si può apprezzare l’album come un’incrocio tra il Russell jazzy-dance/sperimentale di World of Echo e quello houseggiante di un brano come Springfield (non a caso remixato da DFA nel 2006), dall’altra ci si chiede quale sia l’effettiva qualità di un lavoro del genere – soprattutto paragonandone il contenuto con altre varianti più riuscite. Però: anche se Russell non la prenderebbe benissimo a sapere che le sue registrazioni “d’allenamento” sono diventate un album, forse vale comunque la pena ascoltalre. Soprattutto se è occasione per pubblicare pezzi inediti come Ocean Movie.

Forse è anche stato il desiderio di avvicinarsi all’oceano, o per lo meno quello di allontanarsi da un mondo dominato da campi e terra che, a diciotto anni, dopo un diverbio con il padre (scoperta di pipette e marijuana), porta Arthur Russell a trasferirsi a San Francisco. La sua biografia è difficile da comporre in un filo ordinato di eventi e personaggi (sono troppi e alcuni scomparsi), ma esistono alcuni momenti precisi che segnano la sua formazione musicale.

Viene ripescato in una comune buddhista: maestri dispotici, meditazione obbligatoria per diverse ore e divieto assoluto di suonare il violoncello (si deve nascondere nell’armadio per farlo). Queste cose ce le racconta Allen Ginsberg, che nei primi anni Settanta allaccia con Russell una collaborazione professionale (forse anche una relazione) il cui risultato più noto si trova nel componimento di alcuni matra, quasi pezzi spoken word con accompagnamento musicale. Ginsberg  definisce Russell come un tipo «strano, timido e insistente. Ambiva a fare musica pop, anzi forse bubblegum pop, ma buddhista».

Allen Ginsberg definisce Russell come un tipo «strano, timido e insistente. Ambiva a fare musica pop, anzi forse bubblegum pop, ma buddhista».

A San Francisco studia musica classica indiana e frequenta il conservatorio. Nel 1973 si sposta a New York. Lì procede con gli studi, ma l’educazione tradizionale rappresenta solo una parte della sua formazione musicale. Trasferitosi nell’East Village – il solito Ginsberg gli passava l’elettricità abusivamente e lo aiutò poi a bloccare l’affitto dell’appartamento in cui rimase fino alla fine dei suoi giorni – viene coinvolto nelle attività di The Kitchen, il più importante spazio Downtown dedicato alle arti performative e musica sperimentale. Ne diventa direttore artistico per un anno e lavora invitando compositori affini ai suoi gusti e che in parte provengono dalla scuola minimalista di fine anni Sessanta (Philip Glass, Steve Reich).

La vera svolta della sua programmazione a The Kitchen, è l’invito che rivolge a Jonathan Richman e ai suoi Modern Lovers, uno dei principali gruppi pre-punk USA. Si dice che nel periodo californiano si fosse tenuto di proposito alla larga dal rock, ma quando vide il gruppo dal vivo ne restò colpitissimo e da lì iniziò un’amicizia – puntellata di collaborazioni anche consistenti – con il bassista Ernie Brooks. Invitando i Modern Lovers per una serie di concerti acustici, Russell scardina le convenzioni di genere (sulle prime, a The Kitchen erano piuttosto allergici al rock), e da qui arriveranno anche i contatti con David Byrne e i Talking Heads. Nello stesso periodo, Russell scopre la musica disco.

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Psycho Killer, il classico dei Talking Heads, nella versione con ospite Arthur Russell.

Mi fa sempre un po’ ridere dire “la musica disco”: sembra una definizione finta, o una parola giocattolo tipo “jellyfish”. In ogni caso, Arthur Russell è a New York negli stessi mesi in cui The Gallery comincia ad organizzare vere e proprie “feste” – come dice Nick Siano – «con palloncini, frutta fresca e droghe: una festa di compleanno per bambini ma con qualcosa in più. Tutti erano accetti – bianchi, neri, latinos, gay, etero – e si sentivano al sicuro». Russell frequenta The Gallery ogni weekend, prima con il fidanzato Louis Aquilone (parrucchiere dal nome perfetto, qui ritratto con Siano) poi con Tom Lee, che sarà suo compagno fino alla morte. Da queste scorribande nascono diversi singoli che lo lanciano se non nel mainstream, almeno fuori dalla cerchia degli sperimentatori.

A partire dal 1978, per i suoi exploit disco Russell utilizza prima la sigla Dinosaur, poi quella Dinosaur L (altro progetto da dancefloor saranno i Loose Joints). All’operazione partecipano di volta in volta figure di spicco della comunità Downtown come lo stesso David Byrne, Peter Zummo, persino il papà dell’arte concettuale Henry Flynt, ma anche due vecchie spalle di Gloria Gaynor. Russell era «The funkiest white boy I ever met», dice Lola Blank, una delle vocalist di James Brown e voce di Go Bang, una specie di esplosione di coriandoli e gioia datata 1982.

A proposito di Go Bang, si racconta che all’inizio Russell fosse molto scontento del risultato finale e che ne criticò la produzione tutta sbagliata sui bassi. Quando però gli fanno notare che la pista risponde al pezzo con entusiasmo scatenatissimo, si calma e sorride eccitato. Anche questo era un tratto tipico del suo carattere: ambiva alla popolarità e aveva tutte le carte in regola per essere un “genio”, ma mancava di risolutezza e coltivava una specie di difficoltà patologica nel concludere canzoni, esecuzioni, idee. Ascoltatore curiosissimo, aveva l’ammirabile qualità di farsi ispirare da generi e tecniche di diversa provenienza, ma questo si rispecchiava anche nell’incapacità di affiliarsi ad un genere preciso. E questo senza ricordare la paranoia del plagio, che con gli anni diventò sempre peggiore (arrivò ad accusare i Rolling Stones).

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Arthur goes disco.

Si capisce dunque come mai durante il periodo disco continui a lavorare a progetti tra loro diversissimi, come l’arrangiamento musicale della Medea inscenata da Robert Wilson (che lo stimava ma lo licenziò subito: «era dotatissimo ma anche ritardatario e incapace di seguire la direzione artistica») o Instrumentals, un capolavoro che doveva durare 48 ore e che oggi si può ascoltare parzialmente riassemblato in First Thought, Best Thought.

Per chi fosse in UK o Scandinavia, ad agosto Peter Gordon (amico e fondatore del progetto avant-disco Love of Life Orchestra) sarà in tour a dirigerne una selezione insieme all’ensemble che partecipò alla registrazione originaria: il nucleo più profondo e intimo della musica di Arthur Russell si trova nella base strumentale ed è qui forse che il suo lavoro tocca i momenti più alti – o forse semplicemente quelli in cui la sua abilità compositiva si manifesta in modo più accessibile e quasi commovente. Come sottolineava Tom Lee, fidanzato ed erede del suo lascito musicale, quello in cui Russell primeggiava era la musica strumentale, «e la musica strumentale è una canzone pop, solo senza testo».

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«Soon-to-be-innocent fun / Let's see», tratto da Terrace of Unintelligibility, girato nel 1985 dall'artista e compositore Phill Niblock.

Ho conosciuto i Beatles intorno ai quattro anni, non perché particolarmente precoce, ma perché mi capitò per caso di vedere il film A hard day’s night. Cotta di Lennon, dopo aver imparato a memoria una cassetta di greatest hits, presi il coraggio e dissi ai miei che volevo sposarlo. Rimasi malissimo quando mi dissero che era morto. Ma malissimo. Mi sembrava un’ingiustizia incredibile, non tanto per i miei piani matrimoniali, quanto per l’impossibilità di concepire il futuro nella vita e nella produzione musicale di un artista defunto. Come una partita di calcio decisa a tavolino. Dov’era il divertimento, se tutto quello che Lennon aveva fatto era già noto?

Il caso-Russell è invece piuttosto diverso. Come detto, l’artista muore semi-sconosciuto nel 1992 per complicazioni legati al contagio di AIDS. È solo a partire dal 2004 che l’etichetta Audika ha cominciato a pubblicare il suo lavoro inedito. Grazie all’opera del suo archivista Steve Knutson sono stati ritrovati qualcosa come centinaia di cassette, registrazioni, spartiti, poesie e scritti. La (ri)scoperta di Russell è ancora tutta da vedere: l’anno scorso la Red Bull Academy ha usato la Sleeping Bag Records – casa discografica che aveva fondato con Will Socolov – come case study e recentemente c’è stato un concerto + album organizzato dalla Croce Rossa, con cover di artisti come Blood Orange e Hot Chip. La cosa eccitante di quando si scopre Arthur Russell è che non c’è mai il rischio di arrivare per ultimi; anzi, la sua sterminata eredità ci lascia l’illusione di un patrimonio musicale inesauribile.

Arthur a casa, sommerso dalle sue registrazioni.

Alla notizia della sua morte, il Village Voice scrisse che «a causa della malattia, le sue esibizioni erano diventate sempre più irregolari, e poiché le sue canzoni erano così personali, sembra che Russell sia svanito nella sua musica». Se questa, come vedremo, non è un’ipotesi del tutto sbagliata, possiamo però anche dire che è ricomparso nel nostro mondo proprio grazie alla sua musica. Si è letteralmente rimaterializzato perché il suo lascito richiede non solo un recupero filologicamente accurato, ma anche un massiccio lavoro di manutenzione e mastering (il materiale rimasto è infatti tutto in analogico e spesso in bassa qualità).

Delle varie compilation uscite nell’ultimo decennio circa, Calling Out of Context è forse la controparte più orecchiabile, diciamo classica, di World of Echo: pezzi come Make 1, 2,  Get Around to It e soprattutto I Like You! hanno la “sinfonia” ballabile di una traccia elettronica e la qualità pop di una filastrocca per bambini: molti dei testi di Russell rimandano a un mondo adolescente, pre-New York, ricco di immagini legate all’infanzia in Iowa. Il contesto dell’elettronica e del jazz, insieme alla struttura compositiva classica e alla materialità legnosa di uno strumento ad arco come il violoncello, fondano così una specie di “culla” musicale su cui adagiare evocazioni poetiche a metà tra la ripetizione casuale e il bisbiglio, l’evocazione romantica e l’esperienza biografica. Ma il tono non è mai profondamente drammatico: è più che altro “off”, come se ogni canzone fosse sempre lievemente su di giri. Altra miscellanea uscita nel 2008, Love Is Overtaking Me raccoglie invece il lavoro di Russell cantautore. L’album è una specie di esercizio country/folk che fa quasi pensare a musicisti come Bill Callahan, Cass McCombs o Elliott Smith (con cui condivise un viso segnato dall’acne). In certi arrangiamenti mi ha addirittura fatto pensare a Dolly Parton o John Denver, se Evan Dando si messo a coverizzare parte del loro repertorio.

Rusell scopre di essere sieropositivo poco prima di concludere World of Echo, sui cui stava lavorando da più di cinque anni. Paradossalmente, tutti dicono che dopo la notizia inizia ad essere ancora più produttivo di prima. Supportato dalla famiglia, che “adotterà” Tom Lee negli anni a venire, muore affetto da demenza: definito un “po’ fuori” per carattere e uso di droghe, conclude la sua esistenza “spacing-out” anche se nel modo tranquillo e affettuoso di chi può contare su un solido ambiente domestico. Anche se spesso ignorato, credo che questo sia un elemento abbastanza importante per capire il contesto umano e professionale in cui si muoveva Russell: sempre incoraggiato da chi gli stava affianco, ha avuto la fortuna di fare “la casalinga” mentre il fidanzato lavorava fuori casa tutto il giorno.

Una volta, tornato a casa, il fidanzato trovò Arthur Russell con il frullatore acceso da ore. Il rumore di sottofondo, il ronzio costante ma anche analogicamente vario dell'elettrodomestico era la migliore ispirazione.

Arthur Russell fu tra i primi a trarre beneficio del progresso tecnologico nel campo della registrazione musicale. In un certo senso fu anche un “proto-freelancer”: il vantaggio di poter lavorare con strumenti portatili e accessibili unito all’incapacità di concentrarsi su una cosa sola, l’essere in costante tensione verso il nuovo e, allo stesso tempo, conservare una sorta di “orgoglio underground”, sono aspetti che lo rendono molto vicino a un cosiddetto “creativo” di oggi.

Credo però che quell’energia che noi adesso investiamo in ansia personale o da prestazione, Russell la incanalasse in una ricerca spasmodica e continua delle tonalità sonore. Era come se riuscisse ad interpretare con grandissima grazia la pressione della ricerca del successo e della sperimentazione musicale. Proprio perché «finire gli era così difficile, era più interessato al processo di fare musica» . Una volta, tornato a casa, il fidanzato lo trovò con il frullatore acceso da ore. Il rumore di sottofondo, il ronzio costante ma anche analogicamente vario dell’elettrodomestico era la migliore ispirazione.

Non a caso, World of Echo rimanda proprio ad un mondo fatto di riverberi, e negli ultimi anni fu ossessionato dal mare: comprò un acquario quasi solo per sentire lo sciabordio di acqua e aria e correva spessissimo da casa sua fino all’Hudson River. C’è però un carattere molto umano e assai meno naturale nell’opera di Arthur Russell, e credo che racchiuda il senso della sua musica. Per descrivere il suo lavoro spesso viene utilizzato il termine humming, che è esattamente quello che faceva Russell nella maggioranza dei suoi pezzi: canticchiare sommessamente finché il senso delle parole non si perdeva, lasciando il posto a un mormorio continuo e solitario. Humming è però anche il brusio di una stanza affollata, o semplicemente, il suono di un luogo attivo, pieno di operosità. Eccolo, Arthur Russell: uno che lavorava sì da solo, ma tantissimo.

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Clara Miranda Scherffig
Clara Miranda Scherffig si occupa di cultura visiva e cinema documentario. Collabora con VICE, Studio, Doppio Zero e Berlin Film Journal.

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