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Crookers, Bloody Beetroots, Congorock + Myspace, Hipster Runoff, Blogspot. Storia di una musica + un internet che non esistono più.

Se passate il vostro tempo libero visitando una vecchia prigione, o un antico ossario, o Chernobyl, sappiate che state facendo dark tourism, la discutibile pratica di fare vacanza nei luoghi dell’orrore che l’uomo è riuscito ad accumulare nel tempo. Ebbene, esiste un corrispettivo per quel morboso godimento procurato dal far visita a siti e blog ormai dismessi, pieni di link non funzionanti, immagini finite non si sa dove, impaginazioni a remengo? Come potremmo chiamarlo? Dark browsing? Dark net tourism? In ogni caso, mi sono ritrovato a camminare per il boulevard dei siti rotti di recente, dopo aver letto un articolo riguardante Hipster Runoff, definito nientemeno che “the last relevant blogger” e “the last gasp of true Internet culture” da fonti autorevoli, tipo l’organizzatore della biennale di “Internet Memes” del MIT di Boston. State tranquilli: se non sapete di che cosa stiamo parlando, vuol dire che eravate troppo giovani per navigare sull’Internet mentre Hipster Runoff spiccava il volo. O siete di quelli che “non c’è niente come una rivista cartacea”. Indipendentemente dalla vostra risposta, vi invito a sederci attorno alla GIF animata di un caminetto acceso per ascoltare questa storia.

Ben prima che vi sbizzariste a postare foto di cavalli scontornati su Tumblr, c’era una volta una cosa chiamata Blogger, meglio noto come Blogspot, l’avamposto della Generation Y: acquisita da Google nel 2003, la piattaforma di blogging creata da Pyra Labs nel 1999 spinse giovani di belle speranze a dare libero sfogo alle proprie passioni, soprattutto musicali. Si sa, ai giovani piace la musica, e ai ventenni degli anni Duemila piaceva molto quella piratata e scambiata grazie a servizi di file hosting come Zippyshare, Sendspace e Mediafire. Per chiarire, stiamo parlando di una piega spazio-temporale leggermente antecedente al boom del servizio di streaming SoundCloud e dell’amico Facebook, dove a farla da padrone era Myspace e la sua incredibile onda egomaniaca. E quando parlo di “onda egomaniaca”, penso soprattutto alle alterne vicende della modella americana – ma nata a Singapore – Tila Tequila, diventata famosa per avere il maggior numero di amici su Myspace. Se vi serve un riferimento audiovisivo, eccovi serviti:

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Tornando a noi: come a Hipster Runoff, i giovinastri che gestiscono il proprio dominio gratuito su Blogspot si trovano nella seconda metà dei Duemila in una posizione di irripetibile privilegio: mentre i giganti mediatici stanno ancora capendo che diamine stia succedendo (vedi l’intervista di Jeremy Paxman della BBC con un David Bowie preveggente sul futuro dei contenuti pensati per la rete), i tanto vituperati “Millennials” si ritrovano in mano uno spazio gratuito dove poter parlare liberamente di quel che gli pare e una nuova generazione di produttori da cameretta pronti a far parlare di sé. Comincia così la scalata dei vari Slutty Fringe, Discobelle, Palms Out Sounds, Trashbag Kids e compagnia: da semplici blog a portali con una (sorta di) redazione a spazi pubblicitari e spin-off per far cassa con serate a tema, merchandising, etichette indipendenti. La materia grezza da trasformare in migliaia di clic era costituita da quella che il nostro Carles di Hipster Runoff (vero nome: Carlos Perez dal Texas) chiamava bloghouse, un calderone di robe musicali definibile praticamente solo in base al luogo in cui potevi reperire il materiale, i blog musicali. Una vera spirale di autoreferenzialità, non c’è che dire. Per capire meglio che cosa vi siete persi se non potevate/volevate uscire il sabato sera fra il 2007 e il 2009, A-Trak (quello di “Barbra Streisand” insieme ad Armand Van Helden, dururu rururu rurururu) ha preparato di recente un bel doppio mixtape da ascoltare su SoundCloud.

Fra i primi nomi messi in scaletta dal dj canadese ci sono anche i nostrani Crookers, all’epoca duo composto da Bot e Phra (oggi rimane solo quest’ultimo). Nel guazzabuglio di link pirata ci finisce infatti anche l’Italia grazie a produttori come Bloody Beetroots, Congorock e gli stessi Crookers. Qualche traccia riuscita su Myspace, i blog che cominciano a rimpallarsi i nomi, e va a finire che pure il mondo musicale anglosassone scopre che l’italiano non balla male. E si sa, se finisci per suonare al Fabric di Londra o sulla copertina di un importante rivista inglese come Mixmag poi persino in Italia sono costretti a prenderti sul serio. Anche se ci finisci vestito da tigre.

Copertina di Mixmag, marzo 2010.

Succede allora che la combinazione di suoni che va sotto il nome di bloghouse (ma se volete far vedere che sapete il fatto vostro dovete parlare di fidget house) finisce per ringiovanire il volto stanco e un po’ provinciale della dance nostrana, favorendo un ricambio generazionale che affianca a nomi storici come Claudio Coccoluto e DJ Ralf una nuova ondata di musicisti cresciuti a pane e Ableton. I produttori italiani si fanno notare grazie al rimaneggiamento di brani famosi e a produzioni originali e passano ben presto dai baretti e club di casa nostra a tour mondiali che sfoceranno in megafestival come il belga TomorrowLand o l’americano Electric Zoo.

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Un sacco di soldi, quindi, ma anche tanti debiti, come dimostra la vicenda di SFX Entertainment, società proprietaria del sito Beatport.com e di cinque festivaloni EDM, che ha dichiarato bancarotta a febbraio. Procediamo con calma: megaeventi e nuovi generi musicali, tutti scaturiti da un gruppetto di blogger? È sicuramente una semplificazione, anzi un chiasmo, che però funziona piuttosto bene: grandi media che vengono ridimensionati sul web da piccoli blog che con i loro clic spingono a svecchiare stili musicali e promozionali, fornendo la linfa vitale all’odierno fenomeno conosciuto come EDM. Per capire la portata della cosa, vi basti sapere che esiste persino una parodia del moderno DJ da festival (leggi: David Guetta) ad opera del trio comico The Lonely Island:

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In questo video ci sono tutti gli elementi associati allo “stile” del dj festivaliero: premere un bottone, alzare le mani per seguire il ritmo, controllare la posta sul portatile e lasciare che musica e visual facciano il resto. Il “drop” al quale fa riferimento il titolo è una costante di molti generi della musica pop ma che la EDM ha portato al suo estremo: crescendo emotivo, breve frase minacciosa senza musica di sottofondo, e ripartenza del brano con tutti i suoi elementi ritmici e “melodici” (il virgolettato in questo caso è necessario) sparati a tutto volume. Questa divertente baracconata sarebbe più o meno dovuta – ripetiamolo ancora insieme – alla smitragliata di post pubblicati dal contingente di ventenni su Blogspot di cui sopra. Insomma, se agli inizi del primo decennio del XXI secolo una recensione di Pitchfork poteva svoltarti la carriera (come pare sia successo a band come Arcade Fire o Clap Your Hands Say Yeah), nella seconda metà dei Duemila un link su Discobelle poteva farti rimediare una serata in Scandinavia o a Londra, e da lì in poi il gioco era – quasi – fatto. È bene ricordare che nel frattempo Ryanair ed EasyJet si stavano imponendo come la risposta facile all’Interrail di una generazione prima: prezzi dei voli ridicoli e dj con magliette fluo ad ogni angolo di strada. Mica male come coincidenza.

Conviene però tornare a Carlos “Hipster Runoff” Perez (avete notato? Più di 7000 battute e ancora non abbiamo parlato di “cultura hipster”, incredibile!), che a suo discapito è un bell’esempio di come siano andate le cose nel mondo dei blog musicali. Male, ahinoi,  per due fattori principali: l’età di chi li gestiva e il panorama internettiano. Come racconta Carlos, dopo un po’ uno si stufa di inseguire i clic ad ogni costo, perché è vero che la parabola “inizio senza pretese – consacrazione – clickbait” porta Icaro a bruciarsi le ali, soprattutto se Icaro è costretto a far tutto da solo. E poi c’è il secondo fattore, anzi, la combo letale che fa saltare la baracca: Facebook + Twitter + YouTube. Che bisogno c’è infatti di aspettare che il blogger disseti il nostro RSS feed, quando ti puoi abbeverare alla fonte dei tuoi contenuti preferiti? Ogni utente è libero di cercarsi le notizie dove vuole, con buona pace dei critici musicali e delle loro nemesi bloggettare, tant’è che di recente il giornalista Dan Ozzi si chiedeva su Noisey se non sia il caso di dare per defunta, o sicuramente molto malata, la recensione musicale. Mentre Carlos Perez diventava grandicello da non aver più voglia di prendere in giro una cantante nata e cresicuta sul web come Lana Del Rey pur di guadagnare clic, altre piattaforme di riferimento come il menzionato Pitchfork (fondato nella seconda metà dei Novanta da un certo Ryan Schreiber) finivano per consolidare definitivamente il proprio status editoriale grazie all’acquisizione da parte del Potente Gruppo Di Turno (Condé Nast). E questo insieme di cose ha messo in discussione il vecchio principio del blog musicale, ovvero la libertà – anche un po’ naïf – di scegliere i propri contenuti e il linguaggio con il quale presentarli (il maiuscoletto A TUTTO ANDARE e lo slang web che fa sempre lol). Così, fra ritorni di vecchie conoscenze musicali (la regina della bloghouse Uffie pronta con un nuovo album) e musicisti mascherati che finiscono a Sanremo (Bloody Beetroots feat. Raphael Gualazzi), a noi poveri sopravvissuti non rimane che fare i guardoni dei dancing days che furono. Sfogliando ovviamente l’a-tratti-incomprensibile nuovo e-book di Carlos Perez, “Nothing Matters”. Missed u bro.

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Francesco Fusaro
Musicologo, dj e giornalista, ha scritto per Amadeus, Rockit, Linkiesta, il Giornale della musica, DJ Magazine, Huffington Post. Ha partecipato a progetti artistici in Italia, Inghilterra, Marocco e Stati Uniti. Vive e lavora a Londra, dove conduce un proprio programma radiofonico per Shoreditch Radio.

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