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Grazie a un cast stellare e a temi universali la nuova serie HBO potrebbe diventare un grande successo di massa.


Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con NOW TV.

Il diavolo, si dice, è nei dettagli, ma lo stesso possiamo dire della robotica, soprattutto quando cerca di simulare il comportamento umano. Ottenere un robot che, quando scivola, si bilancia come un essere umano, richiede capacità di calcolo e programmazione impressionanti, figuriamoci un automa completamente stampato in 3D che interpreta una parte in modo convincente e reagisce agli stimoli senza sembrare troppo artificiale. Fantascienza oggi, normalità in Westworld, la nuova serie TV HBO basata su un classico di Michael Crichton, già in testa alla classifica delle serie più viste al debutto, con la critica che va dal positivo alla lode sperticata.

Le premesse di Westworld sono più o meno le stesse di Jurassic Park, ma con i banditi al posto dei velociraptor. In Westworld infatti ci troviamo in un parco divertimenti estremamente sofisticato che replica in tutto e per tutto gli archetipi e le storie del selvaggio west. La banda di fuorilegge che attacca la tranquilla casetta nella prateria, il cowboy dalla mascella importante che torna in città per aiutare la povera gente, lo sceriffo che organizza una spedizione sulle montagne per sgominare il cattivo di turno, un saloon dove si gioca a carte barando, un piano che strimpella qualche nota conosciuta (ma quella è Black Hole Sun?) e le prostitute al bancone in cerca di clienti.

Tutto questo per il sollazzo di una ricca clientela umana che arriva a Westworld con lo stesso spirito con cui oggi noi approcciamo un videogioco open world. Qualcuno è là per vivere avventure magnifiche e calarsi nel personaggio, altri lo vedono come una nuova forma di turismo sessuale, altri ancora vogliono provare l’ebrezza di sparare in faccia a un uomo, e poi c’è Ed Harris, che ha deciso di fare tutte queste cose assieme, un po’ come quel tuo amico che passa tutto il suo tempo su Grand Theft Auto picchiando la gente e seminando il panico. Gli spettatori in Westworld li riconosci: sono gli unici che sorridono quando la banda di fuorilegge arriva in città e uccide lo sceriffo. Tanto chi se ne frega, finito lo spettacolo il sangue viene lavato via, gli incendi vengono spenti e i robot resettati per il giorno dopo.

Il problema è che Westworld è affetto dal grande problema di tutto lo show-business: dopo un po’ il pubblico si annoia e pretende sempre di più. Proprio come un team di sviluppo di videogiochi che deve trovare nuove quest, nuove storie e tecnologie sempre più avanzate per replicare la realtà, l’enorme team di ricercatori, programmatori, scrittori e demiurghi che sta alle spalle dell’attrazione, capitanato da un serafico Anthony Hopkins, deve alzare costantemente l’asticella, cercando di elaborare intelligenze artificiali sempre più sofisticate, in grado perfino di attingere ad alcune sezioni della memoria che dovrebbero essere state cancellate, in una sorta di simulazione di subconscio.

Sarà proprio questo tentativo di imitare la vita, come insegna la migliore tradizione dei racconti horror e fantascientifici, a causare guai, perché quando si cerca di rendere un robot troppo simile a un uomo poi questo pretende di essere trattato come tale e tende a non apprezzare i tentavi di ridurlo a un semplice tostapane con una personalità. Alcuni dei personaggi di Westworld, infatti, sembrano decisi a squarciare il velo di Maya, intuiscono di essere imprigionati in una sorta di grande Giorno della Marmotta ambientato nella Monument Valley, ripetono le stesse storie, le stesse battute, le stesse dinamiche all’infinito. Con la presa di coscienza arrivano anche lo shock,  l’incapacità di elaborazione e soprattutto la rabbia nel rendersi conto di essere trattati come oggetti, come una mandria di cose senza cervello che possono essere disattivate e riposte in una enorme cella frigorifera sotterranea quando non sono più utili, provano a ribellarsi o lanciano minacce citando da Shakespeare.

Di carne al fuoco in questo Westworld ce n’è veramente tanta, così tanta che all’inizio sembra veramente troppa. Anche la missione non è da poco, HBO vuole fare con questa serie la stessa magia che gli è riuscita con Game of Thrones: rendere popolare qualcosa tutto sommato di nicchia come il West e la fantascienza distopica. Nessuno in effetti poteva pensare che un racconto fantasy potesse diventare lo show più visto, discusso degli ultimi anni. Chissà dunque se l’opera del più giovane (e talentuoso) dei Nolan e di Lisa Joy riuscirà nel compito di rendere la fantascienza distopica, il post-umano e il western argomento di dibattito tra i banchi del supermercato. Perché il compito alla fine è quello, con la saga dei Sette Regni che si avvia verso la sua ultima trionfale passerella (anche se c’è già aria di spin-off) HBO ha bisogno di mettere sul piatto qualcosa che generi dibattito, teorie, colpi di scena e sappia affascinare il pubblico con personaggi interessanti.

Alcuni dei personaggi di Westworld sembrano decisi a squarciare il velo di Maya, intuiscono di essere imprigionati, ripetono le stesse storie, le stesse battute, le stesse dinamiche all’infinito.

Se da una parte Game of Thrones è riuscito nell’intento snellendo la trama e diventando una sorta di grande telenovela sporca di sangue, Westworld ha dalla sua un sacco di tematiche sempre più attuali, ma con forti legami nel passato e un cast dal livello impressionante, in cui anche le parti più piccole vengono trattate con cura. Per capirlo basta guardare il monologo di Louis Herthum, ma anche dare un’occhiata alla lista di persone coinvolte. Oltre a un cast di comprimari di lusso abbiamo Anthony Hopkins che è una via di mezzo tra John Hammond e un gerarca nazista, Evan Rachel Wood nei panni della tenera ragazza che piano piano si rende conto di essere un automa e Ed Harris che mette la sua faccia da West al servizio di un personaggio che ribalta quello di Yul Brynner e che incarna una delle tematiche più interessanti della serie: cosa facciamo quando non abbiamo bisogno dei freni morali?

La risposta ci arriva da un visitatore, giunto ormai al suo terzo viaggio. “La prima volta ero con la famiglia, ho pescato e partecipato alla corsa all’oro sulle montagne, la seconda volta sono venuto da solo e ho fatto solo il cattivo, le due settimane più belle della mia vita”.

Eccoci dunque al cospetto del futuro estremo dell’intrattenimento, quando le console saranno obsolete, la realtà virtuale noiosa e invece di giocare all’ennesimo seguito di Red Dead Redemption potremo vivere realmente l’avventura del selvaggio west senza il rischio di beccarci una pallottola vera. Chiunque voglia capire cosa si prova a uccidere un uomo, fargli lo scalpo o fare a cazzotti in un saloon potrà farlo senza finire in galera. Questo però ci porta dritti dritti alla seconda domanda interessante di Westworld: quando realtà e finzione non sono più distinguibili ha senso separarle?

Forse oggi sembra assurdo dirlo, ma probabilmente anche ai primi spettatori di Star Trek sembrava lontanissimo un futuro fatto di computer con comandi vocali, piccoli dispositivi di comunicazione e tablet. Dunque, forse saremo troppo vecchi per goderci una versione reale di Westworld, ma non è detto che i nostri figli non lo visitino con i loro. L’unico dubbio è cosa faranno una volta giunti là.

Se in Grand Theft Auto V spendo un pomeriggio a sparare agli automobilisti col fucile da cecchino sto solo passando il tempo con un videogioco che satireggia la realtà. I limiti sono ben definiti e nel 99% non lo farei nella vita reale. Ma se ci fosse una città fatta di robot perfettamente identica a Los Angeles in cui qualcuno passa il suo tempo stuprando le donne e picchiando gli uomini, godendo ogni momento della loro paura e delle loro urla, come giudicheremmo quella persona?

La catena di domande a questo punto arriva alla terza tematica, quella che parte da Frankenstein, passa per Asimov, Blade Runner ed Ex Machina e che porta dritti verso un tema molto dibattuto: cosa definisce la vita e la coscienza? Un robot il cui software è così raffinato da simulare in tutto e per tutto una coscienza può essere ancora trattato come una cosa? Arriverà il giorno in cui dovremo stabilire i diritti dei sintetici?

Westworld si colloca esattamente al confine di questa rivoluzione post-umana, nel momento in cui l’uomo si è fatto dio, ma ancora non si è reso conto di tutte le responsabilità legate alla creazione di una nuova classe di individui. D’altronde “Non puoi essere Dio senza sfiorare il Diavolo”. Ciò che abbiamo in questa serie è il ribaltamento della tematica di Matrix: l’uomo ha rinchiuso le macchine in una simulazione della quale a malapena riescono ad afferrare la consapevolezza e le usa per il proprio diletto personale. I cattivi siamo noi, come al solito.

carico il video...

Un’altra interessante metafora di questa serie TV è il suo farsi specchio del mondo dello spettacolo, di internet e della cultura contemporanea. Forse è soltanto un frutto del mio entusiasmo e conseguente over-analisi, ma ciò che vedo è un parco giochi sofisticato e avveniristico in cui, per rimanere sempre sul pezzo, bisogna esagerare sempre di più, fornire emozioni sempre più vere in una finzione sicura ma sempre più simile alla realtà, con sempre più sangue e sempre più urla, finché qualcuno non ce la fa più e si ribella. In questo è interessante un dialogo della seconda puntata tra Hopkins e quello che potremmo definire l’addetto alla narrativa. Di fronte all’ennesima proposta di una storyline violenta e piena di sesso, Hopkins si oppone dichiarando che le persone sanno già chi sono e vivono in questi mondi fantastici per scoprire chi potrebbero essere. Tutto ciò che l’ennesimo racconto di violenza rivela riguarda quindi più il suo autore che il pubblico.

Adesso resta da capire dove andrà a parare la serie dopo la folgorante puntata pilota che nell’arco di un’ora ha lasciato sul tavolo così tante domande, suggerimenti e spunti interessati da risultare quasi eccessiva. Per adesso le buone impressioni sono state ampiamente confermate da un secondo episodio che scava ancora di più nella storia dei personaggi, consegnandoci un Ed Harris ossessionato da qualcosa che, forse, è solo nella sua mente e da alcune disturbanti scene che ricordano l’Olocausto. L’impressione è che gli autori abbiano cercato volontariamente di confondere le acque e buttare nel calderone tutti gli spunti più interessanti, così da poter pescare con calma quelli che meglio si adattano alla storia o ai gusti del pubblico.

Di sicuro abbiamo di fronte un prodotto che ha tutte le carte in regola per diventare la prossima ossessione di molti telespettatori, resta da capire se sarà possibile mantenere un livello di qualità così elevato per più di una stagione, visto il piglio decisamente autoriale rispetto a Game of Thrones.

In ogni caso indipendentemente da tutto ciò che sarà Westworld, una serie che riesce a rendere eclatante l’uccisione di una mosca merita tutta la nostra attenzione.

Se ti è piaciuto questo articolo guarda Westworld su NOW TV.

Lorenzo Fantoni
Lorenzo Fantoni è un giornalista freelance che scrive di videogiochi su Multiplayer.it, Corriere.it, Wired e Playstation Official Magazine. Il suo blog è n3rdcore.it.

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