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La storia dell’avvocato di Breaking Bad è forse l’unico degno spin-off nella storia della televisione. Ma basta per renderlo una Grande Serie?

Quando nel 2013, ancora prima che Breaking Bad si concludesse, era stato annunciato un suo spin-off, oltre alle legittime grida di giubilo, un paio di interrogativi erano spuntati nelle aree remote della coscienza dei più critici. Del tipo: «Quanto si può mungere una mucca prima che la mucca cominci a calciare?» Risposta: te lo spiegano i tutorial su YouTube.

A livello metaforico, il terreno si fa più impervio: nessun tutorial ti insegna come mantenere la tensione alta e lo spettatore in allerta di fronte a una serie tv che hai creato come prequel di quell’altra serie tv, quella che ha riscosso un travolgente successo di pubblico, quella del professore di liceo che fa le metanfetamine. Nessun seminario di scrittura ti insegna a essere Vince Gilligan.

Se sei Vince Gilligan, però, ti esce Better Call Saul. Nata come una battuta da set più che come un’idea fondata («Abbiamo iniziato a fare battute sullo spin-off poco dopo il primo episodio con Saul in Breaking Bad»), la serie è co-creata da Gilligan e Peter Gould, l’ideatore del personaggio di Saul Goodman. Cronologicamente, è ambientata prima di Breaking Bad, nonché prima che Saul Goodman diventasse “Saul Goodman”. In pratica, è una storia delle origini del supereroe, dove il supereroe è un uomo di dubbia levatura morale che, in futuro, farà da avvocato ai signori della droga di Albuquerque, New Mexico.

Il problema alla base delle serie tv tratte da altre serie tv è che, spesso, ci sono cose che credevamo di voler sapere, ma che scopriamo di non voler sapere. Saul Goodman è uno dei personaggi secondari più adorati di Breaking Bad proprio in virtù del fatto di essere secondario. Per quanto possa essere ben scritto, per quanto le sue reazioni di deferenza e terrore di fronte a chi ha più potere monetario di lui siano estremamente umane, gran parte della sua attrattiva deriva dal fatto che sul suo conto non sappiamo granché. Saul Goodman di Breaking Bad è bidimensionale – in maniera sublime, ma pur sempre bidimensionale. È una funzione all’interno di un racconto più vasto. Walter White, durante le cinque stagioni di Breaking Bad, si trascinava dietro un bagaglio sempre più pesante, il bagaglio di tutto ciò che sapevamo di lui (perché qualcuno ce l’aveva detto).

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It's all good, man. 'Saul good, man. Saul Goodman.

Presente quella sensazione quando esci con un tipo e ridi a tutte le sue battute perché, hey, almeno non è tuo marito? Ecco, in Breaking Bad Saul era quello che si prendeva le risate, mentre Walter White era quello con la responsabilità di portare fuori la spazzatura.

La storia dei personaggi secondari si scrive nell’immaginazione narrativa dello spettatore, negli spazi tra ciò che vediamo sullo schermo e ciò che deduciamo di sapere di un non-protagonista. Quello che non ci viene detto sul conto di un personaggio è altrettanto importante di quanto ci viene detto. Fatte queste premesse, è ovvio che decidere di creare uno spin-off e andare a scavare lì, dove fino a poco prima era andata a scavare solo la nostra immaginazione, equivale a correre un grossissimo rischio.

Ed è qui che i saggi Vince Gilligan e Peter Gould scelgono di fare entrare in gioco James McGill: James McGill è il nome di battesimo di Saul Goodman. Ce lo spiega lui stesso in una delle sue prime apparizioni in Breaking Bad. James McGill è praticamente un personaggio nuovo con dei tratti simili a quelli che conosciamo di Saul Goodman. L’intera prima stagione di Saul si sviluppa a partire da questo interrogativo: “Com’è che James (Jimmy) McGill è diventato Better Call Saul?”. E non è che la risposta arrivi così immediatamente come si può pensare. Proprio come il suo protagonista, la struttura di Saul si basa sul diversivo e sul ritardo. La domanda rimarrà con noi, messa via alla buona da qualche parte tra i nostri pensieri, ma richiederà la nostra più religiosa pazienza e cooperazione.

C’è chi, intrappolato in una ragnatela di hype, ancora a gennaio ha gridato al fatto che Better Call Saul fosse istantaneamente migliore di Breaking Bad.

Probabilmente, è il fatto che con Jimmy abbiamo tra le mani un personaggio pressoché nuovo (“una storia tutta da scrivere!”) che rende la comparsa di Mike un po’ meno entusiasmante di quanto la si immaginasse.

Non è un gran spoiler: Mike Ehrmantraut, l’ex-poliziotto ora investigatore privato & ammazzatore & signore taciturno di Breaking Bad, fa la sua comparsa all’interno di Saul, di cui è praticamente co-protagonista. Il suo ritorno è ben accolto (chi non voleva rivedere quella faccia a forma di sopracosce di pollo?), ma la sua storia, pur trattata in maniera estensiva, è equiparabile a un piccolo “meh” scritto nella miglior calligrafia.

Questo perché gli sceneggiatori della serie cercano di offrire al suo personaggio il trattamento Jimmy, di aprirlo a una serie di rivelazioni sul suo passato. Mike, però, era un personaggio autosufficiente già in Breaking Bad, e ciò che viene aggiunto nei “suoi” episodi di Saul non è nulla che non fosse stato già detto dalle sue espressioni immobili nella serie originale.  Guardare Mike in Breaking Bad era come guardare dentro l’infinità del cosmo e tornare sulla Terra laureati in tutto. Intuivamo già parte del suo passato tramite quel paio di lunghi monologhi che Breaking Bad ci aveva fatto per regalo. Ciò che ci viene dato qui è un maggior numero di informazioni, ma non una più vasta gamma di sfumature del personaggio, perché al contrario di McGill, Mike è impiegato nello stesso registro che aveva già in Breaking Bad (Mike non era un personaggio comico, Saul Goodman sì), e non aggiunge nulla di nuovo.

C’è chi, intrappolato in una ragnatela di hype, ancora a gennaio ha gridato al fatto che Better Call Saul fosse istantaneamente migliore di Breaking Bad. È più intelligente, dicevano! È più mirata! Questo tipo di considerazione non solo non fa giustizia a nessuno dei due show, ma è errato.

Paragonare Better Call Saul alle prime quattro stagioni di Breaking Bad è come paragonare Il Commissario De Vincenzi a The Departed. L’unico comun denominatore è la polizia.

Mentre per le prime quattro stagioni (e la prima parte della quinta stagione), si trattava sempre di un gioco di compressione, nel tentativo di portare avanti la trama il più possibile, raggiunta la quinta stagione, gli sceneggiatori di Breaking Bad si sono trovati tra le mani un finale e si sono rilassati. Una volta stabilito come sarebbe andata a finire per Walter White, si sono divertiti, di episodio in episodio, a ritardare l’inevitabile. I dialoghi si estendevano all’inverosimile, le singole scene si protraevano di cinque minuti in cinque minuti – una durata insolita, tra le serie tv, presa in prestito dal linguaggio del cinema e applicata molto elegantemente agli ultimi otto episodi di Breaking Bad.

Gli episodi di Better Call Saul hanno una struttura molto simile, la serie sa benissimo quando può prendersela comoda, in quella che mi piace chiamare la “strategia dei denti del goy”.

Nella più incredibile sequenza mai filmata dai fratelli Coen, all’interno di A Serious Man (2009), appare una digressione di sette minuti, una storia-nella-storia, che comincia quando il rabbino consultato dal protagonista cerca di offrirgli conforto raccontando quella che, sulle prime, sembrerebbe una storia con un messaggio: un dentista scopre un’iscrizione ebraica sul calco dei denti di un suo paziente non ebreo. Inciso sul retro degli incisivi inferiori, un messaggio in cui il goy implora di venire salvato. I giorni passano, il dentista ci perde il sonno, la sua fede vacilla. Cosa significa tutto questo? Cosa gli sta chiedendo HaShem?

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La morale è che non c'è una morale.

Nel raccontare la storia, il rabbino si è arraffato sette minuti del tempo e dell’attenzione di Larry Gopnik, il protagonista turbato del film; mettendo in scena questa sequenza, i fratelli Coen stessi si sono presi il nostro tempo, la nostra attenzione, nel raccontarci qualcosa che non portava con sé le risposte che credevamo di ottenere. Fingendo di rispondere alla nostra richiesta di conforto iniziale, la storia dei denti del goy ha offerto una deviazione fine a se stessa.

Non sarebbe corretto dire che le interminabili (si intenda questo termine in maniera sempre positiva) scene di dialogo dell’ultimo Breaking Bad non fossero tutte al servizio della trama, ma sarebbe altrettanto approssimativo dire che fossero primariamente concepite per portare avanti il racconto di Walter White. Perché, a quel punto della serie, potevamo tutti più o meno intuire dove sarebbe andato a finire Walter White. La domanda principale, a quel punto, era: come?

Partendo dal presupposto che sappiamo tutti che James McGill diventerà Saul, i giudiziosi Vince Gilligan e Peter Gould, insieme ai loro abili sceneggiatori ci propongono i preliminari più intricati della storia, in cui quello che conta non è il punto di arrivo, ma l’estremo, grottesco dettaglio.

Quante scene, quanti episodi si concludono senza dare indizi, figuriamoci rispondere alla domanda che dà titolo alla serie, ovvero “Com’è che Jimmy McGill è diventato Better Call Saul?” Gli episodi che compongono la serie sono votati al raccontare, all’estendere il racconto. Ciò che è più evidente, giunti al finale di stagione di Better Call Saul, è il suo divertirsi con il materiale che ha a disposizione, senza voler programmaticamente rispondere a una domanda.

C’è un momento in cui ci si accorge di non avere più tra le mani il materiale che si aveva una volta; un momento in cui abbassiamo lo sguardo e vediamo, sotto la punta dei nostri sci, lo squalo che nuota in cerchi concentrici, a separarci da lui solo uno strato d’aria, e ci rendiamo conto di tutto quello che è stato e sappiamo istintivamente che è ora di smettere di guardare. Siamo ancora lontani da quel momento.

Laura Spini
Nata a Bergamo, non è la sua omonima Google vittima del raggiro di una santona. Ha tradotto e collaborato per una serie di case editrici e riviste italiane, sulle quali ha scritto di cinema, videogiochi, e pistoleri memorabili.

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