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Bill Maher è l’esempio della banalità in cui può incorrere la comicità quando pensa di avere le soluzioni a tutti i problemi. A cominciare dal fanatismo religioso.

Il 7 gennaio 2015 sarà ricordato come una sinistra pietra miliare nella storia del terrorismo, e anche in quella della satira. La tragedia che ha travolto la redazione di Charlie Hebdo è stata un evento devastante, opera di psicopatici prima che di musulmani. Certo, l’identità degli assassini non si può ignorare, ma il massacro ha radici in relazioni sociali, politiche e culturali molto più complesse dello scontro di civiltà dipinto dagli islamofobi; implicazioni molto più estese della minaccia alla libertà di espressione, identificata come parte lesa dal fenomeno globale #JeSuisCharlie.

In modo piuttosto sorprendente, però, una volta che il cordoglio e lo shock hanno iniziato ad allentare la loro presa sulle tastiere, si è iniziato a leggere sempre più articoli che mettevano in discussione il valore satirico di Charlie Hebdo. Slate ha definito il magazine eroico, ma anche inequivocabilmente razzista; il New York Times ha finito con il non ripubblicare le loro copertine più accanite perché, secondo l’executive editor Dean Baquet, la maggior parte erano insulti gratuiti piuttosto che satira.

C’è anche chi è entrato più nel dettaglio. Su Vice Will Self applica la definizione di buon giornalismo di H.L. Mencken alla satira: essa dovrebbe “tranquillizzare chi soffre e far soffrire chi è tranquillo”, ma spesso non è chiaro contro chi si scaglia né chi cerca di difendere. Lo scrittore inglese aggiunge che “la nostra società è così ossessionata dal diritto alla libertà di parola che non si pone nemmeno il problema di quali responsabilità derivino da tale diritto”. Un’altra testimonianza che ho trovato interessante, anche perché viene da un fumettista, è questa pagina di Joe Sacco sul Guardian che illustra proprio i limiti della satira. Secondo l’autore di Palestina e Gaza 1956, infatti, accentuare il naso dei musulmani è “un modo insulso di usare la propria penna”, e si chiede: se adesso fare una caricatura di un ebreo che conta i soldi è una semplice battuta, che cosa avrebbe rappresentato invece nel 1933?

Jörg Heiser di Frieze, in un lungo pezzo contro il victim-blaming – l’abitudine a colpevolizzare le vittime – si è espresso invece in favore della qualità satirica di Charlie Hebdo. Il critico (e non è stato il solo) ha presentato nel dettaglio diversi esempi non solo di come i vignettisti sbeffeggiassero in egual misura tutte le religioni, ma anche il razzismo della polizia e del FN.

Ma forse la lettura più significativa è proprio un’intervista a Luz, vignettista di Charlie Hebdo sopravvissuto alla strage perché in ritardo alla riunione di redazione. Interrogato da Les InRocks, il disegnatore racconta la propria frustrazione nell’essere schiacciato da un peso simbolico che va oltre gli intenti canzonatori di un gruppo di “gioiosi miscredenti”. Con un’attitudine punk e stili diversi tra loro, i vignettisti della rivista sono ora tristemente accomunati da un’identità collettiva: paladini della libertà di stampa riconosciuti persino dal governo. Onore che, secondo Luz, alcuni dei deceduti sarebbero stati i primi a dissacrare.

Parlare di umorismo e basta è diverso che parlare di satira (è più divertente, forse meno utile), ed è proprio per questo che mi riesce difficile non ondeggiare tra un’opinione e l’altra quando si tratta di Charlie Hebdo. Provo a farmi chiarezza definendo grossolanamente il soggetto: l’obiettivo della satira è – di solito – far ridere alle spese di qualcuno che gode di una posizione di privilegio. Un intoccabile che, dopo aver rosicato un po’, alla fine sarà comunque in una poltrona più comoda rispetto al giullare di corte. È proprio per una questione di coesistenza, un contratto tra derisore e deriso, che questo tipo di satira esiste. Di solito. Quando la coesistenza è messa in discussione, però, la satira si trasforma. L’ebreo nella (mica tanto) ipotetica vignetta del 1933 di Joe Sacco, per esempio. Oppure la comunità musulmana francese, con un lascito coloniale sotteso specificamente a quel contesto storico-culturale. A suo discapito, e non necessariamente per volontà, la satira unge ingranaggi ben più grandi, si fa attrezzo retorico utilizzabile per più scopi, diventa utile per persone diverse. Viene presa sul serio, insomma. E chi è a prenderla sul serio? Purtroppo lo sappiamo bene: i terroristi per primi, i politici per secondi, magari gli elettori per terzi, e così via. Il ridicolo, insomma, non solo può farsi portatore di messaggi sociali e politici che è cruciale difendere, ma anche amplificare tensioni e, purtroppo, fornire la scusa tanto attesa per un’escalation.

Charlie Hebdo è famoso per le sue vignette, che sono forse il mezzo satirico più immediatamente riconoscibile come tale. Proprio per questo, la pazzia siderale che ha animato l’attacco ci sciocca ancora di più. La satira non è informazione: è arte, è carnevale. Ha un punto di vista, ma anche un margine di interpretazione. Ed è, comunque, quel tipo di cosa che bisogna prendere per quello che è, nel contesto in cui si manifesta, insomma. Art Spiegelman in questo video la definisce ottimamente come un test di Rorschach della società.

Ecco, uno degli argomenti di chi difende la qualità comica di Charlie Hebdo è lo stile granguignolesco, tipicamente francese, della rivista. Grazie a internet e alla comunicazione globalizzata, però, immagini e dichiarazioni più o meno innocue vengono proiettate in contesti dove hanno implicazioni sproporzionate, e lo sbattere d’ali di una farfalla può davvero causare il proverbiale tsunami dall’altra parte del mondo (l’esempio più calzante sono qui le vignette del Jyllands-Posten). Non importa che Charb, Wolinski e gli altri disegnatori deceduti non fossero davvero razzisti come li hanno definiti in molti, l’immagine di Rorschach è stata vista dalle persone sbagliate, quelle che hanno deciso di ucciderli.

E adesso? Secondo questo articolo realisticamente fatalista di Gwynne Dyer (giornalista e storico militare) si andrà avanti convivendo con una dose sporadica ma inevitabile di terrorismo. Mentre le comunità musulmane di tutto il mondo continueranno a vivere le proprie lotte e trasformazioni interne ed esterne, in direzioni e a velocità diverse tra loro, al resto di noi tocca soltanto cercare di assorbire le energie positive scaturite dopo la tragedia del 7 gennaio, piuttosto che quelle tossiche. Energie che, in entrambi i casi, sono veicolate in gran parte da media dove la barriera tra intrattenimento e informazione è sempre più porosa; dove i comici sono anche un po’ giornalisti e un po’ politici. E dove, per vizio di forma, anche un non bigotto finisce per suonare come tale.

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“Centinaia di milioni di musulmani appoggiano un attacco come questo.”

Bill
Guardate il video qui sopra. L’uomo con i capelli bianchi che domina Jimmy Kimmel e il suo pubblico è Bill Maher, conosciuto (non a tantissimi) in Italia per un documentario da noi intitolato Religiolus e in USA come comico e conduttore di talk show. È un comico, insomma, ma a guardarlo è serissimo. E non senza motivo. In USA Maher sta emergendo come una delle voci più critiche nei confronti dell’Islam, e davanti a un Kimmel forse un po’ imbarazzato si esprime con lo stesso tono che un paio di mesi fa gli è valso una contestazione da parte di un gruppo di studenti musulmani di Berkeley, dove era stato invitato a dare un commencement speech (spiego meglio sotto). Inizialmente la scusa per scrivere questo articolo era proprio la protesta di cui sopra, ma gli sviluppi francesi hanno investito la figura di Maher di una nuova urgenza, che va oltre quel frangente. Il motivo per cui è serio in questo caso particolare è la bruciante prossimità della strage parigina, ma il tono allarmista non è certo una novità per chi segue i dibattiti che ospita nel suo show, Real Time.

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“È l'unica religione che si comporta come la mafia. Ti ammazzano se dici la cosa sbagliata, fai il disegno sbagliato o scrivi il libro sbagliato.”

Prima dello scorso Natale questo video girava molto. Un po’ perché vi si agitava un Ben Affleck in bilico sulla sedia e preso da un prurito facciale che neanche un personaggio di Trainspotting; un po’ di più perché Maher, come dicevo, si è poi trovato al centro di una polemica abbastanza infiammata. L’affermazione citata qui sopra è nominata in questa petizione su change.org. La campagna è stata lanciata da Khwaja Ahmed, studente di UC Berkeley e membro della Middle Eastern, Muslim and South Asian Coalition. Ahmed, alla notizia che il comico avrebbe dato il famoso commencement speech autunnale nel suo campus, ha deciso, con altri, di esprimere il proprio dissenso facendo pressione sull’università per ritirare l’invito. Maher non è nuovo ad affermazioni forti sulla religione islamica, che ha più volte accusato di essere intrinsecamente violenta e per questo diversa dalle altre fedi.

Secondo l’università, che alla fine ha rifiutato la richiesta, il ritiro avrebbe rappresentato una violazione della libertà di espressione protetta dalla Costituzione (qui un giornalista dell’Atlantic analizza la decisione in maniera più approfondita), ma c’è anche chi ha dato ragione ai promotori della protesta, giudicando la critica ai modi del comico una cosa necessaria (ad oggi l’appello ha raccolto circa 6000 firme).

Dopo l’esplosione del suddetto caso mediatico, la risposta di Maher è arrivata altrettanto mediaticamente nel proprio show.

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“Nel tuo mondo o dico esattamente quello che vuoi, oppure sono un bigotto.”

Questa volta, invece dello scalpitante Affleck, a fare da contraltare al conduttore c’é la giornalista italo-israeliana Rula Jebreal, di origini palestinesi. Riguardo alla petizione, lei dice che il tipo di palco offerto dal commencement speech non dà l’opportunità di esprimersi a chi sia di parere opposto. Di norma il discorso viene fatto da professionisti provenienti da campi diversi, fondamentalmente gente che abbia avuto una carriera eccezionale e possa quindi impartire valide lezioni di vita a chi, iniziando gli studi, è solo all’inizio del proprio percorso. Anche prima dell’evento, quindi, l’argomento dell’ospite non attecchisce molto: in primo luogo è legittimo credere a Maher quando dice che il commencement speech sarà incentrato sul futuro degli studenti piuttosto che sulle proprie controversie (come poi è stato), in secondo il formato del tradizionale evento prevede una gravità e un ottimismo che difficilmente potrebbe essere conservato in presenza del contraddittorio richiesto dalla giornalista. Ve lo immaginate se gli studenti di Stanford, dopo il celebre “stay hungry, stay foolish” di Steve Jobs, si fossero dovuti sorbire un altro ospite che dicesse loro “sì, ma non fate come Steve che ha mollato l’università”? Ecco. 

Nel momento in cui leggete queste righe il discorso è già stato fatto (lo potete vedere qui) e non è stato davvero niente di che. Ma per capire il perché di tanta controversia vale la pena discutere un po’ il personaggio di Maher, perché il problema con lui è un altro. In parte la Jebreal riesce a esprimerlo, in maniera molto più articolata di Affleck, ma senza il tempo di sviluppare il proprio argomento. Il succo è questo: il comico continua a identificare determinati problemi che hanno radici politiche ed economiche con l’aspetto religioso e culturale della fede islamica. Di fronte alle argomentazioni della Jebreal e degli altri ospiti difensori della maggioranza silenziosa (o della minoranza progressista), chiede provocatoriamente se ci siano bar gay a Gaza.

Maher non ascolta perché per lui l’importante è parlare, e la petizione gli dà un vantaggio utile per diventare vittima e ridurre tutto alla libertà di espressione. Come se lamentarsi di Bin Laden, Boko Haram e Isis con una giornalista musulmana sia uno sfogo utile. La tendenza a invocare istintivamente il diritto di parola è comune a molti comici, un riflesso compulsivo a mettersi la mano sul Lenny Bruce interiore, ma nel caso particolare di Maher il politicamente scorretto è un vero e proprio marchio di fabbrica.

 

Politically incorrect
La prima volta che ho sentito parlare di Bill Maher era l’estate del 2007. Avevo scritto all’autrice di un profilo del New Yorker che riguardava Sarah Silverman, sboccacciata comica statunitense di origine ebraica che mi interessava per lo stile spudorato e sinistro. Volevo sapere chi fossero le figure chiave dell’umorismo politicamente scorretto sulla sua sponda dell’oceano, e lei mi fece il nome di un comico che una volta conduceva un talk show su temi politici proprio con quel titolo lì.

Qualche fatto su Maher: nato a New York da un padre giornalista cattolico e madre infermiera ebrea, all’università studia inglese e storia. Un tempo si definiva libertarian (terzo polo tra repubblicani e democratici), anche se alcuni esponenti della categoria hanno spesso espresso scetticismo riguardo al suo allineamento: per loro il comico ce l’ha un po’ troppo con i repubblicani e un po’ troppo poco con lo Stato. Ad ogni modo, adesso Bill si definisce un liberal post 9/11, momento in cui la sua visione inclusiva dell’Islam è cambiata. Per il resto è ambientalista, animalista, a favore della legalizzazione delle marijuana. È anche a favore della pena di morte, possiede una pistola e pensa che Prism (il controverso sistema di controllo sull’informazione che ha sollevato enormi preoccupazioni in tutto il mondo riguardo alla privacy) sia un giusto prezzo da pagare per la protezione dai terroristi. Fa inoltre parte di Project Reason, un’organizzazione che promuove la diffusione di valori secolari nel mondo – altri membri sono Richard Dawkins, Christopher Hitchens, Salman Rushdie e Lawrence Krauss, al contrario dei quali il comico non si definisce ateo, bensì agnostico (qui c’è il video di uno spot per la campagna Openly Secular, uscito dopo il massacro di Parigi).

Torniamo alla carriera. Bill inizia a farsi vedere allo show di Johnny Carson (leggendario predecessore di Letterman) nel 1982. Guarda caso, uno dei clip delle sue prime esibizioni che troviamo su YouTube è proprio a tema religioso.

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I toni sono molto soft: Gesù è uno che ha portato il concetto di pagare il conto per tutto il tavolo a un livello estremo; la circoncisione, alla quale oggi siamo abituati, avrà sicuramente suscitato delle perplessità la prima volta che qualcuno l'ha proposta (Bill ce ne fa intuire l'assurdità con pause e occhiate).

Anche a guardare vecchi clip di stand-up più politica, già ai tempi Maher si divideva tra jab ai leader repubblicani – Bush (padre), Reagan – e bonari sfottò verso le controparti democratiche. A guardarne le performance più vintage, altri comici hanno uno sguardo più incerto e infantile, incespicano un po’, ma il nostro Bill no. Si prende il suo tempo, interagisce con il pubblico, mostra già sicurezza e carisma.

Anche considerata la banalità di molta stand-up anni ’80 – si parla del periodo d’oro negli Stati Uniti, quando iniziano ad aprire locali su locali dedicati esclusivamente alla comicità dal vivo – l’attenzione di Maher per l’attualità e il suo sarcasmo brillante lo distaccano dalla massa.

Nel 1993, quando debutta con il suo primo show su Comedy Central, Politically Incorrect, il pubblico americano più o meno lo conosce per una lunga serie di comparsate televisive e cinematografiche (un titolo che svetta sugli altri: Cannibal Women in the Avocado Jungle of Death, 1989), nonché per un paio di special di stand-up su HBO. Ma, come tanti altri, è con il suo show che Maher viene consacrato a demiurgo di attualità e divertimento.

Vincitore di un Emmy e nominato diciassette volte per altri award, il talk show di Maher è incentrato sulla discussione di temi spinosi in compagnia di quattro celebrity alla volta. Ogni sera ci trovi attori e comici così come strateghi politici; personaggi come Seinfeld o Marilyn Manson che parlano di pedofilia, LSD o pena di morte insieme a conduttori radiofonici repubblicani e altro vippame vario, seduti comodi in semicerchio.

Uno degli ingredienti principali è – e questo è significativo – il rifiuto di Maher di nascondere le proprie idee politiche. Secondo la formula standard per i late show da Carson in giù, infatti, onde evitare di alienarsi metà dell’audience potenziale un host deve mantenere un punto di vista neutro. Bill, invece, ritiene l’approccio un po’ troppo condiscendente nei confronti del pubblico, e nel corso degli anni le sue opinioni diventano una costellazione che lo accompagna ovunque va. E l’approccio funziona: nel 1997 Politically Incorrect si sposta da Comedy Central alla ABC. La piattaforma generalista sicuramente offre al comico una cassa di risonanza maggiore rispetto al “ghetto” del basic cable, ma la rilevanza pop arriva a caro prezzo.

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“Siamo stati noi i codardi a mandare i missili cruise da 2000 km. Restare in un aereo mentre colpisce un palazzo... puoi dire quello che vuoi, ma non è da codardi.”

Post 11/9
Lo dice il nostro Bill il 17 settembre 2001, con Ground Zero ancora fumante. Quel giorno l’America è ancora sotto shock, ma nonostante a New York ci sia nato, il comico conduttore di Politically Incorrect non ha intenzione di allinearsi al sentimento nazionale. Il programma va in onda per la prima volta dopo gli attacchi, e il conduttore inizia con un duro monologo riguardo alla necessità di voci critiche verso il governo: contro la guerra fredda, la guerra alla droga, la guerra culturale. Contro lo scudo spaziale che non funziona, contro un nemico che non esiste. Nel corso del dibattito, in risposta alla frase di Bush secondo cui i terroristi sono stati dei codardi, il seppur conservatore Dinesh D’Souza si trova a dissentire con il Presidente. E Maher rilancia come sopra.

Prevedibilmente, un network come la ABC – con FedEx e Sears Roebuck tra gli sponsor – non ci mette molto a staccare la spina a Politically Incorrect. Questo singolo evento è forse lo snodo più significativo nella carriera del comico newyorkese, lo scarto che lo ha reso quello che è ora.

L’impegno di Maher nella discussione di temi che altrove sono taboo è chiaro già dal titolo, ma l’incidente legittima la sua missione a tutto un altro livello. E lo sdoganamento del suo approccio – dire le cose qualunque esse siano, chiunque stia guardando – viene confermato da quella che (sicuramente al momento della cancellazione di Politically Incorrect) è la voce più autorevole in fatto di intrattenimento: HBO. Riconoscendo il potenziale del suo mix di politica e comicità senza freni, il network dei Sopranos gli dà uno show ancora più suo, Real Time with Bill Maher, nel quale Bill può permettersi livelli di approfondimento e libertà molto maggiori che non sulla ABC.

Per prima cosa, Real Time ha ospiti che, per la maggior parte, sono lì in qualità di esperti di qualcosa. Come in Politically Incorrect il panel ospita pareri contrastanti, ma lo spettatore ha un po’ meno voglia di sapere cosa ne pensano Tizio e Caio e più interesse ad approfondire. Inoltre, Real Time è uno show post-11 settembre, con tutte le conseguenze del caso. I toni politici sono più aspri, Bush e Bin Laden sono personaggi quasi da fumetto (ideali per lanciare un programma di satira in una società polarizzata) e le reazioni sopra le righe sono esasperate dal fattore live.

Insomma: Maher è più incazzato. E non solo, la propria incazzatura lo definisce.

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“I liberali devono stare eretti e farsi vedere. E non fare finta di essere cattivi, avidi, miopi o semplicemente pazzi come gli altri. E se per voi è troppo polarizzante e volete ancora camminare per mano e cantare insieme, provate la chiesa.”

Questa viene dal segmento finale di Real Time, il più popolare. Si chiama “New Rules” e ogni volta commenta in maniera sarcastica personaggi o eventi di attualità, stilando dettami per il futuro. In questo caso il bersaglio dell’ironia maheriana sono altri due comici, Jon Stewart e Stephen Colbert, entrambi famosi ed entrambi implicati nel circuito mediatico comicità-news. Il primo conduce da anni The Daily Show with Jon Stewart, un finto telegiornale su Comedy Central dove per lo più prende in giro il giornalismo populista di Fox News e CNN. La formula è affiancare clip dagli show antagonisti alle frecciate e alle caratteristiche espressioni perplesse di Stewart, concludendo il programma con un’ospite (che può andare da Seth Rogen fino a Obama). Se il Daily Show ha successo perché si pone come liberale moderato e razionale, Colbert è un ex corrispondente dello stesso programma che da anni impersona uno speculare pundit conservatore, orgogliosamente viscerale e ignorante (modellato su personalità mediatiche molto note in USA come Bill O’Reilly o Rush Limbaugh). Il suo The Colbert Report ha un formato piuttosto simile, solo che il conduttore finge di avere un punto di vista totalmente opposto rispetto al collega, vantandosi letteralmente di pensare con la pancia invece che con la testa e coniando termini come il leggendario “truthiness” – la consapevolezza innata che qualcosa sia giusto perché “ce lo sentiamo” piuttosto che in base a fatti documentati.

L’evento al quale Maher si riferisce nel segmento in questione è il “Rally to Restore Sanity and/or Fear”, una marcia/festival mica tanto satirica che i due comici sopracitati hanno portato con successo a termine a Washington il 30 ottobre 2010, radunando più di 200.000 persone. Lo scopo del rally è di far convergere simbolicamente due personaggi in apparenza opposti – il progressista anchorman Stewart e il ridicolmente conservatore Colbert – attorno all’idea di dialogo politico moderato, secondo il duo dirottata su gran parte dei media da una minoranza particolarmente rumorosa.

Maher non è d’accordo, però. Secondo lui bisogna schierarsi e riconoscere che dall’altra parte (il lato di Glenn Beck e compari, la voce dell’elettorato conservatore americano più avvelenato nei confronti di Obama) non ci sono moderati. Nello stesso video cita anche Martin Luther King, dicendo che il predicatore, nel suo famoso discorso, non aveva certo concesso ai sostenitori della segregazione metà della ragione, ma aveva detto di avere un sogno, che per gli altri era un incubo. Peccato che a leggere il discorso di King non ci si trovi mai la parola “incubo”, piuttosto qualche riga che ammonisce la nuova militanza nera contro la cieca diffidenza verso tutti i bianchi, ai quali poi si riferisce come fratelli. L’ironico invito riportato qui sopra a rivolgersi alla chiesa arriva, ironicamente, subito dopo aver citato il pastore.

Questo pressappochismo è un altro tratto distintivo di Maher, anche se ovviamente non rivendicato con lo stesso orgoglio. Ma il nostro Bill resta un comico, e come tale si può permettere qualche licenza poetica. Quanto ai toni infiammatori, finché Real Time inizia e finisce con battute di attualità, il dibattito “moderato” (le virgolette sono d’obbligo) dalla sua personalità straripante è sempre parte di un sandwich che sa di intrattenimento.

Prima di entrare definitivamente nel merito di questa ambivalenza maheriana, però, bisogna spendere qualche parola su quello che è forse l’esempio più rappresentativo della sua ambiguità di comico. Che poi spiega anche le affermazioni e le controversie introdotte prima.

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“Penso che la religione sia un disturbo neurologico.”

La crociata
Quando Maher riesce finalmente a far uscire Religulous, progetto al quale è particolarmente affezionato, è il 2008. In un’intervista con Bloomberg Businessweek, il comico definisce il periodo di lavorazione al documentario il più appassionato della propria vita. A guardarlo, che il tema gli sia molto caro lo si intuisce.

Religulous è diretto da Larry Charles, nome più o meno fisso nei credits di Seinfeld e dietro alla cinepresa anche in Borat. Il film c’entra molto con il simil-documentario di Sacha Baron Cohen:  Maher viene seguito mentre intervista esponenti e fedeli di tutti i maggiori culti del mondo (più alcuni decisamente di nicchia), nella maggior parte dei casi prendendoli per il culo senza pietà. Montaggio, sottotitoli fittizi e inserti visivi divertenti (tra Michael Moore e Le Iene) tengono il ritmo abbastanza elevato perché non si superi mai una certa soglia di serietà.

Come in Borat l’approccio è abbastanza guerrilla (stile: facciamo le cose prima, ci giustifichiamo dopo), e a guardare bene un altro elemento comune è un disprezzo neanche troppo sotterraneo verso la maggior parte degli intervistati. Baron Cohen è l’europeo che sonda gli abissi della cultura americana,  Maher è il faro di razionalità che dovrebbe snebbiare le menti ottenebrate degli estremisti di ogni religione.

Durante il corso del documentario il comico fa due chiacchiere con personaggi oggettivamente ridicoli: ci sono il poco reattivo sacerdote della chiesa della cannabis (ad Amsterdam, ovviamente), il sorridente ma non troppo convincente Gesù del museo creazionista di Orlando in Florida, e Jose Luis de Jesus Miranda, un furbacchione portoricano che fino alla propria morte nel 2013 si spacciava niente meno che per un discendente diretto di Gesù (e contemporaneamente per l’Anticristo). Altre vittime di scorno sono senatori americani che fanno della fede motivo di orgoglio maggiore del proprio quoziente intellettivo, fabbricanti di assurdi gadget progettati per girare attorno al vincolo ebraico del riposo durante lo shabbat, ex gay ed ex ebrei convertiti al cristianesimo. In mezzo c’è anche qualcuno che risulta troppo normale perché Maher ci dedichi più di un paio di minuti, gente che incarna perfettamente quella sorta di Santo Graal maheriano: persone intelligenti che credono in un serpente che parla.

L’esempio più indicativo dell’atteggiamento generale di Maher nel dibattito a tema religioso è il suo breve scambio con Dovid Weiss, rabbino anti-sionista che viene “sputtanato” in un brevissimo clip mentre abbraccia Ahmadinejad a una conferenza sulla reinterpretazione dell’Olocausto.

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Maher inizia l’intervista chiedendo al rabbino le ragioni della sua avversione verso lo Stato di Israele. Weiss spiega che secondo lui Dio ha concesso al popolo eletto una nazione, ma soltanto a patto che gli Ebrei mantengano un certo livello di santità. Weiss ritiene che l’occupazione dei territori palestinesi sia illegittima. Il comico per un po’ lo ascolta, con faccia visibilmente annoiata, poi tira fuori l’Olocausto come prova ultima che la sicurezza degli Ebrei deve essere la priorità. Successivamente parte un montaggio di Weiss all’evento incriminato, e poco dopo Maher si alza e se ne va. Peccato che a leggere il discorso pronunciato da Weiss nell’occasione citata (in effetti largamente associata alla negazione della Shoah) ci si trovi invece un riferimento piuttosto lungo ai propri parenti uccisi o sopravvissuti ai campi di concentramento e alle comunità ebraiche scomparse dall’est Europa. Ignorando la complessità di questioni nelle quali ha meno esperienza, un po’ come con la Jebreal, Maher liquida l’intero argomento anti-sionista contro la strumentalizzazione dello sterminio nazista per legittimare lo stato di Israele e il conflitto israelo-palestinese con l’equivalente di: “Ma tu vuoi che ci sia un altro Olocausto?”

Il fatto è che Religulous è più un manifesto che un documentario. Oltre a deridere gli esempi elencati e comprendere le “eccezioni” moderate, il terzo obiettivo del comico newyorkese è dare un allarme, ed è proprio per questo tono che gli vengono mosse le critiche.

Non casualmente, il film inizia e finisce a Megiddo, il luogo dove il Libro della Rivelazione predice la raccolta degli eserciti durante i cosiddetti Ultimi Giorni. L’idea di partenza è quindi che siamo alla vigilia di una guerra all’ultimo sangue, tra i sani di mente razionali e i malati di fede (Maher scomoda anche uno scienziato per supportare la tesi che sì, in effetti, se credi in un qualsiasi dio un po’ psicopatico lo devi essere). In particolare, però, il problema più grosso sono quelli di fede islamica.

Nel corso del documentario Maher e Charles ne distribuiscono a destra e a manca, ma l’Islam viene significativamente lasciato per ultimo. Tra gli altri i due interpellano un imam, un rapper piuttosto scarso che sembra incitare alla jihad nei propri testi, e Geert Wilders, politico nazionalista olandese noto per la sua visione radicalmente critica dei musulmani. I clip di turno mostrano folle inferocite e immagini di Theo van Gogh, regista olandese ucciso nel 2004 da un fondamentalista dopo aver fatto uscire il corto Submission, sulla condizione delle donne nel mondo islamico. L’atmosfera è prevedibilmente più tesa rispetto alla goliardia precedente, e monta una certa angoscia. In particolare, l’appello finale del comico è niente meno che a “crescere o morire”, monito indirizzato anche a tutti i cosiddetti moderati che legittimano gli estremisti con il proprio silenzio. Ed è qui che l’atteggiamento di Maher interferisce nuovamente con il dibattito che vorrebbe generare.

Il nostro Bill non ascolta, e questa impermeabilità agli argomenti altrui è un altro dei suoi tratti più riconoscibili. Gli ospiti di opinione diversa al proprio show lui li invita, ma li lascia parlare poco. E, come dimostra Religulous, nel momento in cui esce la parola “religione” Maher inizia a sentire il richiamo della Ragione. Così forte che non sente altro.

Per quanto riguarda i suoi argomenti contro l’Islam, si è espresso bene qui Reza Aslan, interpellato dalla CNN, quando le ha definite “poco sofisticate”. Aslan si è fatto una carriera studiando religione, non solo islamica, ed è stato più volte ospite di Real Time. Secondo lui il problema di Maher è che si ostina a indulgere nello stereotipo mediatico delle “nazioni islamiche”, accomunando problemi diversi di governi diversi sotto un’unica etichetta. Quando parla dei diritti delle donne il comico dimentica che la Turchia ha avuto più leader donna degli Stati Uniti, quando parla di mutilazione genitale femminile dimentica che in Eritrea c’è un’altissima percentuale di mutilazioni, ma meno della metà della popolazione è musulmana. Di fronte alla domanda: “È vero che l’Islam promuove la violenza?” Aslan ricorda che in Birmania in certe occasioni sono proprio i monaci buddisti a guidare campagne di violenza contro la minoranza islamica.

Se Bill rimane serissimo quando parla per approssimazioni, proprio quando avrebbe l’occasione di sfruttare il valore aggiunto dato dai propri ospiti capita che si metta a scherzare. Un esempio è questo video, risalente a un annetto prima dello scambio con la Jebreal:

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Qui l’ex islamista Maajid Nawaz (ora leader di Quilliam, un’organizzazione che si occupa di diffondere narrative alternative all’estremismo tra i giovani musulmani) spiega a Bill e al suo panel che nelle organizzazioni terroristiche tipo Al Qaeda ci sono un sacco di dottori e scienziati (e lo fa dando un’educata pacca sulla spalla a uno degli uomini più antireligiosi della terra, Richard Dawkins). Non solo Maher lo interrompe a ripetizione con le sue battutine, ma quando un’altra ospite dall’altro lato del tavolo chiede: “Come lo spieghi?”, il buon Bill salta in mezzo alla sua maniera e ripete, a voce sempre più alta: “La religione! Ecco come lo spieghi!”, abbassando subito il tono del dibattito come un re Mida del qualunquismo. Nawaz ci riprova pacatamente, dicendo che la religione ha 1400 anni e il terrorismo è un fenomeno relativamente nuovo, un risultato di fascismo moderno sovrapposto a dottrina religiosa. Maher per una volta ascolta, ma come visto nei video precedenti, quello che poi gli rimane è sempre la solita tesi: fede = pazzia.

A questo punto siamo arrivati al nocciolo dell’ambiguità maheriana, ed è legittimo farsi qualche domanda. E magari provare a darsi qualche risposta, anche in relazione a Charlie Hebdo.

Che male fa Maher a esprimere la propria opinione? Perché dovremmo aspettarci argomentazioni impeccabili proprio da lui, che è un comico? Onestamente sono d’accordo con la decisione di Berkeley di non ritirargli l’invito a parlare davanti agli studenti, perché il punto è un altro. I vari appelli alla razionalità di Bill, così come le affermazioni espresse da Jimmy Kimmel che ho citato all’inizio, contengono anche echi polarizzanti e guerrafondai, e questo è un problema che si aggiunge all’originale questione dell’odio interreligioso che si vorrebbe debellare. Maher si rifiuta di entrare nel merito e reitera giudizi, citando statistiche senza davvero andare oltre l’esaltazione di un conflitto imminente, senza davvero prendere in considerazione le soluzioni. Perché queste richiedono tempo e rispetto.

Si può obiettare ovviamente che da comico viene naturale indulgere in una retorica un po’ estrema, ragionando per stereotipi, ma se parliamo di satira non bisogna dimenticare che c’è chi tratta religione e politica in modo molto più sofisticato, pur usando gli stessi mezzi. Basta pensare a Trey Parker e Matt Stone, i creatori di South Park. I due enfants terribles di Comedy Central hanno una lunga storia di prese in giro selvagge ai danni di qualsiasi culto possa venire in mente: hanno sfidato Cattolici, Ebrei, la chiesa di Scientology; hanno persino oltrepassato i limiti di autocensura della propria rete (quasi) mandando in onda un’immagine del profeta Maometto non molto tempo dopo le vicende delle vignette del Jyllands-Posten. E hanno ridicolizzato innumerevoli volte i Mormoni, dedicando loro anche un premiatissimo musical che include una canzone piena di bestemmie. Ma la differenza nell’approccio di Parker e Stone è fondamentale: critiche e parodie, per quanto feroci, mantengono sempre un fondo di rispetto per l’utilità sociale e spirituale della religione. Addirittura c’è un episodio di South Park in due parti (Go God, Go!, decima stagione) che si fa beffa di Richard Dawkins e del suo ateismo, proiettando Cartman in un futuro senza religione dove ci si scanna lo stesso sul nome da scegliere per una coalizione spaziale.

Quanto al fattore politico, vale l’esempio di Stewart e Colbert. Riconoscendo il proprio ruolo di comici, i due fanno satira pura, scimmiottando dall’esterno un mondo mediatico fatto di sparate e preoccupazioni post-peperonata di mezzanotte espresse ad alta voce. Maher invece con quel mondo ci flirta parecchio. Il nostro Bill può anche andare su MSNBC a dire che non ha paura che l’ISIS porti le sue decapitazioni sul suolo americano, ma se poi sulla CNN ripete di sentirsi allarmato per la popolarità del nome “Mohammed” nel Regno Unito (opinione espressa casualmente e senza ombra di ironia durante un panel di Real Time) il messaggio è ben diverso. Cosa bisogna fare per impedire alla gente di chiamarsi Mohammed? Chiudere le frontiere? Porre un limite al numero di figli degli immigrati, oppure incoraggiare i Cristiani a darci dentro per sfornare più pargoli crociati possibile? In fatto di immigrazione Maher è di sinistra, quindi l’unica implicazione delle sue parole è un generico alzarsi della temperatura.

Quando Maher manda in onda uno sketch dove una serie di ragazze in burqa sfilano come modelle, con commento a tono, magari non è il massimo dell’originalità, ma è pur sempre satira. Quando invece si rifiuta sistematicamente di affrontare il terrorismo da un angolo che non sia lo scontro tra religione islamica e civiltà occidentale, il nostro Bill (come tanti altri) contribuisce ad amplificare quella retorica di divisione che è alla base dei reclutamenti dei terroristi tra i cittadini europei.

Un accoratissimo e orgoglioso Bernard Guetta su Internazionale (supportato dai numeri record della manifestazione dell’11 gennaio a Parigi e dalla popolarità di hashtag come #JeSuisAhmed ad affiancare #JeSuisCharlie) scriveva che la Francia non cascherà nella trappola tesa dagli assassini. Ma più persone con l’influenza di Maher indulgono in narrative polarizzanti e distruttive, facendosi veicolo tra l’altro di idee tipiche di partiti politici alla quale normalmente sarebbero opposti, più lento e difficile sarà superare questi tragici eventi e i fenomeni che li scatenano.

Ecco. In quel lontano 17 settembre 2001, prima di pronunciare le parole che lo avrebbero tagliato fuori dalla ABC, Bill parlava di scudi spaziali inutili e nemici che non esistono. Oggi i nemici sembrano esistere eccome, e lo scudo che Maher vorrebbe, purtroppo, è culturale.

Nicola Bozzi
Nicola Bozzi è nato a Catanzaro, è cresciuto a Milano e vive a Manchester. I suoi interessi principali sono il ruolo dell'arte nella società contemporanea e le identità urbane globalizzate. Ne scrive per varie riviste e siti, italiani e internazionali, tra cui Domus, Frieze ed Elephant.

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