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Klondike è la migliore web serie italiana degli ultimi anni, ed è scritta e prodotta da La Buoncostume, quattro ragazzi milanesi d'adozione che si sono inventati un "romanzo generazionale" delle Partite IVA. Noi ci abbiamo fatto due chiacchiere davanti a una milanesissima ciotola di ramen.

Klondike è una web serie che ha vinto il Premio come “Miglior web serie” al Roma Web Fest 2015. Parla di due sceneggiatori/creativi freelance di trent’anni, oggi, a Milano, ed è forse l’unica cosa che abbiamo mai visto su uno schermo che azzecca effettivamente a) chi sono i 30enni di oggi e b) che città è Milano oggi per un 30enne. La serie è scritta, prodotta, diretta, montata, e caricata sul relativo canale YouTube da La Buoncostume, un team di quattro sceneggiatori / registi / attori / filmmaker con base a Milano. È anche una delle nostre cose preferite in assoluto del 2015. Abbiamo colto l’occasione, quindi, per invitare tre di loro—Pier Mauro, Simone e Fabrizio—a mangiare una ciotola di ramen un sabato dietro a Corso Indipendenza. Poi abbiamo fatto quattro chiacchiere. Eccone la trascrizione.

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Klondike - In caso di lavoro non pagato.

Prismo: Com’è nata l’idea di Klondike?
Fabrizio Luisi: Da una specie di insoddisfazione dominante che ci riguardava. Erano tempi di bamboccioni, generazione perduta, San Precario. Da una parte ci dicevano che eravamo viziati, dall’altra che eravamo sfortunati, “è andata così, sarà per la prossima generazione”. Volevamo smarcarci dalla narrazione vittime/eroi. E abbiamo usato la metafora del Klondike e della corsa all’oro dell’Ottocento, costruendo un parallelo con quei pionieri, giovani coraggiosi, solidali ma anche egoisti, e soprattutto tanto tanto idioti. Alla fine ne morivano parecchi.
Pier Mauro Tamburini: Giornate passate al freddo per trovare, se ti va bene, una minuscola pagliuzza d’oro.

È interessante che l’abbiate rappresentata a Milano. L’avete resa realistica parlando di un certo gruppo di persone che vive a Milano ma che è molto definito generazionalmente. Il realismo del setting—sebbene la serie sia surreale—e dei personaggi è molto diverso da quello che vedi quando le cose sono ambientate in una anytown anywhere, oppure a Roma, o Milano quando invece viene raccontata come la capitale della finanza o della moda o del Berlusconismo.
Simone Laudiero: È una serie retrobiografica!
Pier: Sì, bello retrobiografica. È una serie in parte retrobiografica, e quando racconti cose personali viene naturale partire dalla vita vera, quotidiana. Così anche gli inserti surreali diventano più potenti.

Poi immagino che sia stata anche una scelta produttiva: farla a Bolzano sarebbe costata un casino. Ed è bello che i posti abbiano dei nomi: non trovi il tram numero 1, il Castello, la gente che nei film comincia a camminare al Duomo e due minuti dopo è sul naviglio passando per la Scala. Voi siete al Picchio e si vede, si vedono i locali frequentati dai ragazzi della nostra generazione.
Fabri:
Ci siamo chiesti come raccontare Milano. Avevamo il problema che non volevamo la Milano cartolina, ma allo stesso tempo non volevamo chiuderci nella narrazione “Milano = cemento, brutta, smog”, perché è falsa. Volevamo i nostri posti e chi ci va. Volevamo che, guardandolo, un ragazzo di Roma o di Napoli, vedesse anche qualcosa a cui potersi aggrappare: sono posti che magari ha intravisto ma che vengono riconosciuti come pezzi di Milano.

Tipo la torre Unicredit?
Fabri:
Esatto. Mostrare i grattacieli di Porta Nuova invece del Duomo è stata una scelta.
Simo: Anche perché, detto da esterno, Milano si sta costruendo un suo fascino attuale, che prima non aveva e che si spera avrà sempre di più. E questo è un materiale narrativo fresco, è una cosa che prima non c’era e adesso c’è e tu sei lì al momento giusto per raccontarlo. È chiaro che poi i mezzi a nostra disposizione sono estremamente limitati, ma l’inquadratura finale del primo episodio in cui la camera si alza a inquadrare le case vecchia Milano insieme ai grattacieli è una dichiarazione poetica del modo in cui uno vuole raccontare la città. Pier ha girato pomeriggi interi intorno a Porta Nuova per trovare l’angolo giusto.
Pier: Il primo episodio ha dentro tanta Milano, che risuona con il discorso che facciamo sul lavoro. Un luogo in cui se ci credi, se sei bravo, se sei fortunato, ce la puoi fare. Anche la canzone di Memo Remigi parla di quanto sia difficile innamorarsi a Milano—il grigio, i centri commerciali—ma chiude con “eppure in questo posto impossibile ti ho detto ti amo”. Volevamo una proiezione ottimista verso il futuro.
Simo: Quell’inquadratura è frutto di qualcosa che abbiamo imparato lavorando a basso budget. La serenità di compiere un gesto che sia quello giusto, concentrare gli sforzi lì. Non puoi passare giorni a scegliere ogni singola location, ma sai che se ti concentri su una sola nel momento e nel modo giusto, quello sforzo verrà notato.

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Klondike - Una giornata di lavoro.

Ne parlavo ieri con amici, di quanto, anche semplicemente nelle attitudini delle persone, cinque anni fa non sentivi mai dire a un milanese che Milano è bella. Adesso c’è un moto d’orgoglio che prima non c’era. L’altra cosa interessante è che raccontate le persone in modo fresco ma realistico: per quanto le cose che fanno siano mega-surreali, il loro modo di interagire è reale—vivono nella casa in cui vivono, fanno la spesa come la fanno, hanno i soldi che hanno. Avete cercato di fare un certo tipo di workplace comedy che funziona e che però è veramente un pezzo del workplace a Milano in questi anni. Come in Parks and Recreation e 30 Rock, c’è un ritratto abbastanza realistico del mondo del lavoro all’interno di una commedia.
Simo:
L’effetto di realismo è in parte dato dal fatto che si tratta di un materiale narrativo inesplorato, quando non dovrebbe esserlo. La tv ha tre focus su preti investigatori, cani investigatori e nonne investigatrici: tu puoi puntare il riflettore su enormi zone inesplorate della società italiana e scoprire che l’effetto di realtà è generato anche solo dal fatto che lo spettatore finalmente le riconosce. Prendi il personaggio del commercialista. È una figura dietro le quinte, nessuno si sognerebbe mai di far vedere un commercialista. Però è un personaggio della quotidianità di tante persone.

Certo, se hai la partita IVA andare dal commercialista è importantissimo.
Simo:
È il prete, quello a cui vai a dire, “padre, ho peccato, perché non ho fatturato un cazzo”.
Pier: In tutto questo, le poche volte che vengono rappresentati, spesso i trentenni freelance sono persone che guadagnano poco ma vivono in loft fighissimi.

In Class, Francesco Pacifico prende per il culo un certo tipo di regista, quello che fa un corto su un criminale di borgata romana ventenne che però in cucina ha il frigo della Smeg. Però devi avere l’occhio: sei non sei di quel mondo lì ma di un mondo dove tutti hanno il frigo della Smeg, non ci pensi neanche che possa essere un significante sociale.
Pier:
I due protagonisti di Klondike hanno dei Mac, belli, nuovi, e ci siamo posti il problema: ha senso? Ci siamo risposti che sì, questo ha senso, perché chi fa questo lavoro tutti i soldi che ha li mette lì.

Certo. Ma uno spettatore che non è di quel mondo si deve fidare, deve riuscire ad avere un punto d’accesso. A volte basta che la cosa sia credibile e divertente: io non so niente della gestione dei parchi comunali dell’Indiana, ma “mi fido” di Parks and Recreation. Dev’essere stata interessante per voi quella tensione, perché non avete dovuto studiare, che ne so, la clinica di viale Ortles per otto mesi per avere uno sguardo critico e farci una serie TV. Raccontavate il vostro mondo. Quanto vi era chiaro cosa poteva essere capito da tutti e cosa invece avreste capito solo voi?
Pier: È stato uno dei punti di discussione più presenti in scrittura, sul set e in montaggio: come e quanto far capire al pubblico di cosa stiamo parlando.
Fabri: Se ci pensi, viviamo in tempi meravigliosi dove siamo abituati a vedere storie di ambiti supertecnici, e anche essere investiti da tutta questa complessità ci dà un piacere particolare e molto contemporaneo. È sinonimo di concretezza, profondità, autenticità. Poi spesso è solo un effetto speciale. Se guardi un medical e ti rovesciano addosso mille procedure con termini tecnici, subito pensi, “wow, real shit”. Questo meccanismo ci ha aiutato molto con Klondike, perché ogni tanto è rilassante chiedersi “ma se non lo spieghiamo?” e rispondersi “boh, è bello lo stesso”. Non conta la complessità della texture, conta che gli appuntamenti drammaturgici vengano rispettati, cioè che lo spettatore capisca qual è l’obiettivo di quel personaggio, con cosa si sta scontrando.
Simo: Altrimenti Aaron Sorkin sarebbe disoccupato.
Fabri: Sì, Sorkin è l’araldo del fiume di tecnicismi.
Pier: Anche uno dei più paraculi. I tecnicismi li mette a inizio scena, attacca con due personaggi che parlano di cose incomprensibili, poi pian piano smettono e cominciano a parlare di argomenti comprensibili. O The Wire, che è davvero durissimo.

The Wire da quel punto di vista è allucinante, ogni stagione inizia e ci metti nove puntate a capire che cazzo sta succedendo.
Fabri:
È il quinto gusto, è come l’umami. Io ho amato The Wire anche per questo motivo.

Però il payoff che ti da quando finalmente capisci, entri in quel mondo, è la stessa cosa di, che so, sudare tutta la vita per comprarti la macchina. A differenza di avere i tuoi che te la regalano a diciotto anni.
Simo:
E poi avevamo la sfida di fare un po’ come Boris ha fatto con la televisione: andare a prendersi un ambito e creare quelle 4-5 cose mitiche. Non siamo ancora riusciti a battezzare l’a cazzo de cane del mondo delle partite IVA, dei freelance, dei creativi, ma è quello che c’è in fondo a questa strada.
Pier: Volevamo spingere la parola barstorming—cioè fare brainstorming al bar—ma poi, non sappiamo come, ci siamo dimenticati di metterla negli episodi. Approfittiamone ora: barstorming.
Tutti: Barstorming!
Fabri: L’intenzione è provare a costruire un lessico, una mitologia.

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Klondike - Stagismo.

Tornando ai medical o agli investigatori c’è una differenza fondamentale. Potenzialmente in quel contesto puoi raccontare diecimila storie perché può capitare a chiunque di entrare in ospedale o di essere investigato. Il problema delle workplace comedy è che poi dopo due-tre stagioni hai già visto tutto il mestiere possibile e allora i personaggi cominciano a tradirsi e a scoparsi a vicenda, perché non sanno più che fare. Per cui, Klondike, in futuro, dove lo volete portare?
Simo: In gergo tecnico questa domanda si chiama “c’è benzina”? [agli altri] Quindi: c’è benzina?
Fabri: …sì, per almeno altre due stagioni sì.
Pier: Abbiamo pronti una dozzina di nuovi soggetti. L’idea è usare il lavoro come punto fermo da cui poi allontanarsi e andare a prendere storie che appartengono al mondo dei trentenni e in generale al mondo di oggi. Usiamo i freelance come specchio degli anni in cui viviamo.
Simo: Cioè non è una workplace comedy, ma una comedy sul lavoro.

Sì, chiaro. Poi la vostra non è tecnicamente una vera workplace comedy perché non c’è un vero luogo di lavoro.
Fabri:
E la metafora anche lì non è a caso, per noi il freelancing è davvero il vecchio west. Se Klondike fosse una workplace comedy saremmo imprigionati nella trappola di cui parli, in cui dopo un po’ le dinamiche lavorative scompaiono. Ma il vecchio west è un mondo che ha le sue regole al cui interno puoi raccontare centomila storie lavorando sul genere, decostruendo, divertendoti, lo fai più crudo, più fumettoso, più romantico. Dici: “il western ha benzina?” Boh, sì, per sempre probabilmente. E per noi è la stessa cosa.
Pier: Anche nell’ultimo episodio che abbiamo messo online, La Tosse, sfruttiamo il lavoro creativo—che per sua natura offre occasioni per parlare d’altro—per farli lavorare a un “webshow virale cattivo e cinico” e quindi permetterci di parlare più in generale di sarcasmo e ironia al tempo di internet.

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Klondike - La Tosse.

Klondike mi ha stupito perché è lungo, di solito le web series sono molto brevi…
Pier: Sì, è la più lunga insieme ad House of Cards [ridono]. La media puntata è tredici, quattordici minuti.

Non potevate spezzarle in puntatine da cinque minuti?
Pier: Forse sì, ma abbiamo cercato di fare le cose come piacciono a noi, in libertà, senza cercare le visualizzazioni.

Klondike ha vinto il Roma Web Fest giusto?
Simo: Sì. Miglior Web Serie, Miglior Produttore Italiano…
Pier: Quattro partite IVA!
Simo: Infatti vorremo scusarci con i veri produttori, uno magari fa una carriera di anni, poi arrivano quattro fessi dal regime dei minimi… E poi abbiamo vinto il Premio Rai Fiction, quello coi soldi, quindi da un certo punto di vista il più prestigioso.

Tanti soldi?
Tutti: 5.000.

In gettoni d’oro, per evitare la tassazione?
Simo:
Secondo me, per evitare la tassazione non ce li danno.
Fabri: Ce li danno, ce li danno.
Pier: Non potendo lavorare sulle views, con episodi lunghi e a volta non immediati, ci serviva un riconoscimento dalla critica. E infatti adesso BAM! [ridono]
Simo: Vabbè, un episodio di Klondike è diventato video del mese della Treccani, questo è il tipo di groove che spingiamo.
Pier: Young, smart e unconventional. [risate]

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Klondike - L’età fertile.

Il vostro agente rappresenta in particolare realtà web?
Fabri:
No, anzi, abbiamo scelto un’agenzia che lavora sulla sponda della televisione e del cinema romano, che è l’opposto di quello che possiamo fare noi da soli, cioè webserie e lavori per aziende milanesi. Abbiamo l’ambizione di fare un film o di essere showrunner di una serie strafiga con un bel budget e attori bravissimi, e per fare questo un piede a Roma lo devi avere.

A Roma o a Los Angeles.
Fabri: [Risate] Cominciamo da Roma.

Quindi vi state muovendo in quella direzione lì? Cinema e fiction?
Simo: Cinema o fiction di soddisfazione. Ma è molto più difficile adesso scrivere un Gomorra piuttosto che un film. C’è un solo Gomorra ma tanti film, quindi dire cinema è meno ambizioso che dire televisione. La strada verso una serie tv bella che ci permetta di utilizzare gli strumenti di sceneggiatura che abbiamo acquisito e fare le cose come ci piacciono è ancora lunga, quella verso il cinema è un po’ più breve.

È assurdo come è cambiata questa cosa.
Simo:
Assurdo sì.
Fabri: La tv è diventata il regno dei factual, dei talk, prodotti con un buon rapporto qualità narrativa / spesa.

È in questi giorni che esce il film dei The Pills?
Simo:
Andremo a vederlo nel primo week-end. E ci trascineremo le nonne, le truppe cammellate a vederlo, è fondamentale che vada bene.
Pier: A proposito di web e film, è appena entrato Maccio Capatonda.
Simo: Ma è lui?
Pier: Sì sì è lui.

[Maccio Capatonda si toglie il cappello e va a sedersi a un tavolo in fondo.]

Simo: Lo abbiamo conosciuto sul set de Il Candidato, dove faceva una guest, il mitico Feffo.

Ah, e scusate, dov’è il quarto Buoncostume, Carlo?
Pier: Sta doppiando dei giocattoli.

Come ci si avvicina al mondo di produrre sul web oggi? Nel vostro caso com’è andata? Come mai non avete scelto un percorso più tradizionale per chi vuole fare lo sceneggiatore?
Pier: Ci siamo conosciuti a Camera Café, quindi abbiamo cominciato in un contesto tradizionale. Lì abbiamo fatto molta gavetta, quattro anni di sketch–com tra Camera Café e Piloti, e poi a un certo punto abbiamo capito che il meglio che poteva capitarci restando lì era di fare gli staff writer su prodotti comedy altrui.
Simo: Finisci a scrivere quaranta o cinquanta episodi l’anno e diventa un lavoro in miniera, non particolarmente stimolante né remunerativo e non puoi proporre niente di tuo dal basso.
Fabri: E la crisi ha bloccato tutto, non c’era possibilità di avanzamento.
Pier: È stato un gesto istintivo, ancora prima di formarci come Buoncostume, abbiamo girato il pilota di una serie, La deriva del panda. E l’abbiamo messa su Vimeo, non su YouTube.
Simo: Sempre nell’ottica di marciare il più rapidamente possibile verso il successo di massa. [risate]
Fabri: Erano anni in cui la parola “webserie” neanche esisteva, quindi Vimeo non era una scelta controcorrente. Semplicemente non esisteva una narrazione.

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La deriva del panda

Avete girato un pilota in pratica, un reel.
Fabri:
Esatto, e come i registi mettono i reel su Vimeo l’abbiamo messo anche noi.
Pier: La deriva del panda è piaciuta e ci ha chiamato Ludovico Bessegato, produttore di quella che era Magnolia Fiction di Rosario Rinaldo. E noi per Magnolia scrivevamo già Piloti.

Quindi il risultato è stato quello di saltare la trafila.
Simo:
Rosario Rinaldo, con cui abbiamo poi collaborato per anni, era già il nostro capo allora ma non lo sapeva.
Pier: Ludovico ci ha chiesto di scrivere quello che poi è diventato Kubrick — Una storia porno, primo progetto massiccio online, prodotto con 80.000 euro.
Simo: Al tempo sembrava una mossa folle, ma in realtà era più che lungimirante. Adesso anche i sassi sanno che internet è il futuro e tutti hanno capito limiti e potenzialità delle webserie, ma al tempo nessuno ci capiva niente.
Fabri: E Rosario si è comportato da vero produttore, rischiando, investendo una cifra che per una produzione tv non era alta ma che per il web era altissima.
Simo: In termini di quanto ti paga YouTube, con 80.000 euro non te la stai giocando, la stai buttando fuori dalla finestra.

Neanche se te la sponsorizza Jack Daniels?
Simo:
Nessuno ha voluto associarsi al porno, nemmeno le marche di preservativi.

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Kubrick: una storia porno

Ma quindi le webserie—
Pier:
Se vuoi possiamo parlarti male del concetto di webserie.
Fabri: Specialmente a noi, che abbiamo cominciato con Camera Cafè, è sempre sembrata stranissima la parola “webserie”, che invece è piaciuta subito a giornalisti ed accademici, affamati di categorizzare fenomeni nuovi. Ma quali siano le caratteristiche precise di questa webserialità non è mai stato chiaro. La brevità? Anche Camera Cafè era breve, ogni puntata durava tra i cinque e i sette minuti. È quindi il prodotto web per eccellenza? No, perché Camera Cafè è nata come tappabuchi, tipica esigenza televisiva da palinsesto. C’era una grande voglia di creare regole e idee molto poco chiare. Poi è arrivato il marketing e ha cominciato a parlare di soglia d’attenzione di tre minuti, a fissare l’engagement nei primi secondi…
Simo: …e alla fine è nato uno strano mostro che unisce il peggio dei due mondi: prende la pesantezza e le regole della fiction e quindi è troppo strutturato per essere virale, ma contemporaneamente ha le esigenze di engagement di un prodotto virale ed è troppo stupido per sfruttare i vantaggi di una fiction strutturata. O fai una cosa di un minuto divertentissima o ti prendi i tuoi tempi, e fai qualcosa come Klondike che non segue i “canoni” delle webserie. Il tutto a basso budget, dato che “basso budget” è la traduzione letterale del “web” di “webserie”.

Però questo è un po’ vero in tutto il web. La campagna pubblicitaria che fai su YouTube costa meno di quella per la tv. Uno spazio su un quotidiano costa cento volte di più di un banner.
Simo: Esatto. Il problema è che in questo caso “web” è accostato a “serie”, che in teoria vorrebbe dire “fiction”, e la fiction è il genere più costoso. È come dire “diamanti low cost”, è una cazzata. Mentre se per “webserie” intendi uno che in piedi davanti a un tavolo ti prepara degli spaghetti perché è bravissimo a cucinare, allora non è più una webserie, è un webshow, uno youtuber.
Pier: Comunque la parola “webserie” sta pian piano morendo, anche perché la odiano tutti quelli che la fanno. Chi all’inizio si vantava di aver fatto una webserie con 1.000 euro ora ha capito e dice che non si può fare.
Simo: È una cartuccia che si può sparare una volta sola: lavorare per tre mesi, coinvolgendo tutte le persone che conosci e chiedendo mille favori, convincendo il tuo amico avvocato che guadagna 4.000 euro al mese a fare il fonico per un week-end. Non è un modello in nessun modo, ma quando poi un cliente ti chiede una webserie ti sta chiedendo quello. Ripensandoci il premio Miglior Produttore Italiano potrebbe essere visto come un gesto incredibilmente illuminato, una piccola risposta simbolica alla mostruosità che si è creata in questi anni.

Secondo me è un riconoscimento del fatto che siete riusciti a fare molto con poco.
Simo:
Sì. Però anche il fatto che si chiami “miglior produttore” e non “miglior produzione”, come a dire che li dietro non si nascondono 1.000 euro ma uno sforzo produttivo enorme—se commisurato alle nostre quattro facce.
Fabri: Nonché, mi è sembrato di capire, un premio al gruppo e alla storia del gruppo, tutto quello che abbiamo fatto finora, l’identità che abbiamo costruito, che appunto raccoglie poche visualizzazioni però, insomma, un riconoscimento così.

Però è Klondike che raccoglie poche visualizzazioni. Le clip su YouTube de Il Candidato hanno un botto di visualizzazioni.
Pier:
Sì, però Il Candidato alle 20.30 su Rai Tre ha fatto due milioni e mezzo a episodio, non è la stessa categoria.
Fabri: Due tavoli da gioco completamente diversi, anche a noi non viene da metterli insieme.

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Il Candidato (teaser).

Da questa intervista per ora sembrate quelli bravi che non guarda nessuno, ma i vostri prodotti sono stati visti tantissimo.
Pier: Sì, ma chi li guarda non sa che li abbiamo scritti noi.
Simo: È uno dei motivi per cui cerchiamo sempre di essere accreditati con il marchio La Buoncostume anziché i nostri nomi. La nostra speranza è che a furia di leggere “scritto da La Buoncostume” si crei un’identità. Per ora direi che non ci siamo riusciti, perché alla fine spunta sempre l’amico che ti dice: “Ah, ma l’hai scritto tu Il Candidato?”.
Pier: Ma anche i produttori che ci chiamano perché hanno visto Klondike e dicono: “Ci è piaciuto molto Klondike, ma cos’altro avete fatto? Come mai siete arrivati qua?”. E noi rispondiamo: “Eh, adesso c’è in onda Il Candidato”. “Il Candidato? Ma l’avete scritto voi?”.

Assurdo.
Simo: Eh va be’, è naturale, gli sceneggiatori non sono mai stati granché conosciuti.

Come si chiamava la serie di Boris? Quella sui dottori.
Fabri: Medical Dimension. Destinata a fallire.

Era tutto un complotto.
Fabri:
Be’ Non uccidere ha fatto un po’ quella fine.

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Il Gattopardo.

Cos’è Non uccidere?
Pier:
È una serie di Rai Tre, carina, ho visto solo il primo episodio però.

Che bello, voi siete tutti dell’ambiente quindi non potete parlare come me con i miei amici quando fanno i critici. Tutto è carino, tutto è bello.
Fabri: Diplomaticamente non parliamo di quello che ci fa cagare, però non ti mentiremmo mai! Non uccidere è una sorta di derivazione di The Killing; è davvero una serie di una generazione à la Medical Dimension nel panorama italiano, che come ascolti è andata piuttosto male. Attori struccati, recitazione naturale, fotografia livida, quella roba lì.

Ambientata a? Torino? Dev’essere una città piovosa, cupa, non puoi farla a Palermo.
Simo: Attenzione perché Roma può essere tutte le città: una Roma un po’ milanese, una Roma un po’ napoletana…
Fabri: Una Roma un po’ felliniana…

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Klondike - Sempre al lavoro.

E quindi i prossimi dodici episodi di Klondike li vedremo su Netflix?
Pier:
Abbiamo un budget di 20 milioni a puntata.
Fabri: Delle vecchie lire.
Pier: Ray, se ci stai leggendo… ma anche Netflix, eh?

Poi noi su Prismo siamo grandi fan di tutti questi network televisivi online, essendo noi una rivista online che parla ai giovani, 24-35, principalmente maschi ma anche femmine, con una forte capacità di acquisto.
Simo:
E fan di Slam Dunk.

Nerd chic. È un po’ il target giusto, cioè, non vuoi le scarpe giapponesi? Certo che sì. Andiamo tutti nella stessa direzione. Klondike su Netflix con la pubblicità di Klondike su Netflix su Prismo.
Simo: Che poi in realtà Klondike è un prodotto perfetto per il product placement, perché loro sono dei creativi ma buffacchiotti, quindi possiamo avere un dialogo tipo: “Dobbiamo scrivere un articolo per Prismo!”. “Prismo?” “Sì la nota rivista online per nerd chic”, “Ah, la leggo sempre, mi piace un casino!”

“E cosa sono quelle che hai ai piedi? Le nuove New Balance? Che belle.”
Simo:
“Le stesse di Pietro Minto?”
Fabri: “Chi, quello di Link molto belli?!”
Simo: “Aspetta che mi iscrivo alla newsletter! Ma cos’è quello, un link in sovraimpressione?! Clicca, clicca!”

E via in un loop infinito.
Pier: Che arriva a Charlize, la nostra newsletter. Iscrivetevi!

Sì, a Charlize, a Link molto belli…
Simo: Sul serio, se volete superare a destra questi maledetti hipster e arrivare in una nicchia ancora più nicchia della nicchia, vi iscrivete a Charlize e in quella nicchia non vi troverà più nessuno.
Fabri: Ma da lì potrete guardare dall’alto in basso tutte le altre nicchie.

Timothy Small
Timothy Small nasce a Milano nel 1982. Già direttore di VICE Italia dal 2005 al 2012, è Head of Content di Alkemy, dove guida la divisione Alkemy Content. Co-fondatore e direttore editoriale de l'Ultimo Uomo nonché fondatore e direttore di Prismo, ha scritto per riviste come GQ, IL, Rolling Stone, L'Uomo Vogue, Kaleidoscope, NERO, The Paris Review, ha diretto video e documentari per VICE, Studio, Missoni, V Magazine e I Cani e, per un breve periodo, ha diretto una casa editrice chiamata The Milan Review.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

Direttore/Fondatore: Timothy Small

Caporedattori: Cesare Alemanni, Valerio Mattioli, Pietro Minto, Costanzo Colombo Reiser

Coordinamento: Stella Succi

In redazione: Aligi Comandini, Matteo De Giuli, Francesco Farabegoli, Laura Spini

Assistente di redazione: Alessandra Castellazzi

Design Direction: Nicola Gotti

Art: Mattia Rinaudo

Sviluppatore: Gianmarco Simone

Art editor: Ratigher

Gatto: Prismo

 

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