Carico...

La prossima uscita di Lord of Chaos, film sui Mayhem e Burzum, ravviva la curiosità morbosa intorno al satanismo reale o presunto, agli omicidi, alle torture, e alle chiese in fiamme del black metal norvegese.

La più radicale esperienza religiosa della mia vita l’ho avuta a ventun anni. Studiavo all’università e avevo smesso il negozio di alimentari dei miei, così cercavo lavoretti per sopravvivere alla meno peggio. Trovai un biglietto nel parabrezza dell’auto che prometteva un lavoro facile con orari flessibili e lauti guadagni, e mi ritrovai ad una serata di reclutamento per venditori di prodotti naturali.

Il colloquio si teneva alla fiera di Forlì, in una stanza per conferenze da trenta posti circa, con cinque possibili nuove reclute e venti “rappresentanti” dell’azienda che raccontavano la loro storia di successo. Funzionava così: c’era una musica tipo Barry White, il pubblico applaudiva una persona che andava alla cattedra danzando un po’, la persona raccontava la sua storia di rinascita grazie ai prodotti naturali, tornava al posto con la musica che si alzava, il pubblico applaudiva ancora e il direttore vendite di zona faceva un breve commento. Due-tre minuti per venti persone, più discorso iniziale e finale del direttore di vendite, e via così. Come fossi finito al raduno dei membri di una setta segreta.

I racconti erano incredibili: cinquantenni dall’accento statunitense che millantavano di svoltare tre milioni e mezzo di lire al mese vendendo questi prodotti naturali, storie di anoressia e bulimia curate in venticinque minuti e simili. Alla fine di tutto il direttore vendite riassunse il tutto e ci disse che grazie a questo lavoro era riuscito a realizzare il suo sogno: comprare un’auto nuova di zecca. Mise anche la diapositiva, e forse fu quello a salvarmi: era una Marea Weekend.

Poi il mio contatto (quello che m’aveva infilato il biglietto nel parabrezza) mi spiegò cosa avrei dovuto fare, cioè comprare un pacco di prodotti, rivenderli con la cresta ai miei amici/parenti e beccare qualche altro credulone da portare a questi raduni; purtroppo per me l’incanto era già finito. Salii sulla mia Peugeot 106, scassata e triste, parcheggiata accanto alla Marea Weekend bianca del direttore vendite. Misi un disco degli Entombed, alzai il volume le cose tornarono a posto. Adolescenziale, se volete.

Suppongo sia un modo come un altro per prenderti all’amo. Il 97% delle persone che finiscono a questi happening poi escono dall’edificio con una gamma di sentimenti che vanno dalla grassa risata al manifesto desiderio di trasferirsi in mezzo a una boscaglia e uccidere animali con una lancia per cibarsi; quelli che compongono il restante 3% cadono probabilmente in un’estasi mistica che li spinge dentro il giro. La maggior parte delle cose che ti succedono nella vita presuppongono un livello di adesione che sta da qualche parte tra il blando interesse e il fanatismo religioso. Alcune ti segnano più di altre.

Il rock estremo nasce nel rifiuto, nella non-adesione, nel separatismo e nello scontro violento. I protagonisti della storia di oggi non sono situazionisti in cerca di un pubblico, o lo sono in minima parte. La loro musica nasce da una dimensione di disgusto e disallineamento, se ne vanta e cerca di definirsi come colonna sonora di una nuova umanità.

E ovviamente c’è una dimensione di negazione: vieni a contatto con certe forme di aggregazione e cerchi di fare tutto il possibile perché non ti riguardino: gentile rifiuto, risposte sgarbate, rendersi sgradevole, dischi degli Entombed, boicottaggio spinto, violenza manifesta. Solo poche persone arrivano agli ultimi stadi di rifiuto, e spesso quelli che ci arrivano tendono ad organizzarsi in micro-gruppi basati su un’affinità della disaffinità. La storia di cui parliamo oggi parla, grossomodo, anche di questo, e francamente non ho saputo trovare niente di meglio per iniziare a raccontarla.

La musica popolare può fare da sfondo a schemi aggregativi ed occasioni sociali, sembra anzi il suo habitat naturale/prediletto. Le tensioni messianiche del rock, i riti religiosi a cui si prestano le sue forme più popolari e da stadio, non sono che l’ovvia conseguenza del matrimonio di cui sopra. Il rock estremo invece nasce nel rifiuto, nella non-adesione, nel separatismo e nello scontro violento. I protagonisti della storia di oggi non sono situazionisti in cerca di un pubblico, o lo sono in minima parte. La loro musica, a prescindere dalla fine che farà, nasce da una dimensione di disgusto e disallineamento, se ne vanta e cerca di definirsi come colonna sonora di una nuova umanità. Parliamo di Mayhem, Burzum, Darkthrone e gruppi simili, di un periodo in cui sembrava aver preso in ostaggio il mondo del rock e delle vicende che l’hanno scolpita per i decenni a venire.

Non è proprio “la” storia. È una serie di vicende di cui si sono lette ed ascoltate centinaia di versioni; stabilire quale sia esattamente la verità dietro le interpretazioni è in parte impossibile e comunque noioso; si trovasse una versione definitiva e inconfutabile della storia, sono le sue infinite aberrazioni ad averne definito l’immaginario. I documenti da cui si parte sono una serie di atti giuridici, qualche migliaio di articoli, alcuni documentari e una manciata di dischi esaltanti.

La storia copre un decennio tra la seconda metà degli ottanta e la prima dei novanta; i suoi echi non si sono ancora spenti. È la storia di un gruppo di nome Mayhem, di una serie di persone che giravano attorno al gruppo e al suo leader carismatico, e di un improbabile circo mediatico che alla fine di tutto ha iniziato ad affondarci sopra i denti. I protagonisti della vicenda sono giovani ragazzi norvegesi ribattezzatisi con nomi pomposi ed improbabili: Destructor/Euronymous, Necrobutcher, Faust, Dead, Hellhammer, Count Grishnackh, Fenriz, Blackthorn eccetera. Sulla vicenda sono stati pubblicati articoli, libri, saggi accademici e anche diversi documentari. A Cannes è stato presentato anche il primo film di finzione sull’argomento. Si chiama Lords of Chaos, è tratto dall’omonimo resoconto pubblicato a fine anni novanta, sarà girato in autunno e diretto da Jonas Akerlund.

I protagonisti della vicenda sono giovani ragazzi norvegesi ribattezzatisi con nomi pomposi ed improbabili: Destructor/Euronymous, Necrobutcher, Faust, Dead, Hellhammer, Count Grishnackh e Fenriz, Blackthorn.

Akerlund è un regista dalla carriera quantomeno singolare: nel 1983 è il primo batterista dei Bathory, un gruppo svedese che influirà pesantemente nella definizione di quel che diventerà il black metal; abbandona prima di registrare il debutto su lunga distanza, e di lì a poco salta fuori come regista di videoclip per altri gruppi, di ogni genere (dai Candlemass ai Roxette). Passa tutti gli anni ’90 ad accumulare fama e stima: il suo video più famoso e riuscito è probabilmente quello di Smack My Bitch Up dei Prodigy, il delirante racconto finto-verità della notte brava di un clubber (con twist finale) ad accompagnamento di quello che volenti o nolenti è uno dei pezzi-chiave del pop di quegli anni.

Nel 2002 gira Spun, il suo primo film, bruttino ma con un cast stellare. Da allora ha diretto una mezza dozzina di lungometraggi, senza smettere con i videoclip (tra cui cose di assoluta rilevanza e altissimo profilo, tipo Telephone di Lady Gaga) e film interi commissionati da gente tipo Beyoncé e Madonna. Il passato nei Bathory lo rende non-completamente-estraneo all’ambiente, ma la sua filmografia su lunga distanza non è proprio quella del regista più interessante in circolazione.

carico il video...
Il video di Telephone di Lady Gaga, da cui si può forse evincere un certo retaggio del regista.

Anche la produzione alle spalle del film è bizzarra: un team-up che comprende la Scott Free di Ridley Scott (e del defunto fratello Tony) e Vice Films (che fino ad oggi ha sfornato soprattutto documentari, tra cui vale almeno di citare il grandioso Heavy Metal in Baghdad). I protagonisti sono Rory Culkin e Caleb Landry Jones. Nonostante le riprese non siano ancora iniziate, le controversie si stanno già sprecando: i personaggi secondari in questa storia sono tanti, e molti di loro sembrano volersi arrogare il diritto a raccontare la propria versione dei fatti (in particolar modo Necrobutcher, il bassista dei Mayhem, ha dichiarato fin da subito la sua intenzione di cercare di bloccare con ogni mezzo la produzione).

Scoccia un po’ ripetere gli episodi di cronaca che vengono raccontati. In parte perché l’interesse morboso che suscitano fa sì che nelle narrazioni della cosa si tenda ad esagerare con i dettagli splatter, in parte perchè tendono a mangiarsi la musica. Raccontata in breve: quattro ragazzi norvegesi mettono insieme un gruppo, ispirato ai lati più spettrali di certo heavy metal (Celtic Frost, Mercyful Fate, Venom, Kreator ecc.), e decisi ad incrementare ancor di più il livello di violenza e malignità della musica. Le dichiarazioni che rilasciano in tal senso iniziano a suscitare qualche interesse intorno al gruppo, che ai tempi del demo e del primo EP Deathcrush è già famoso nel giro underground.

I continui cambi di formazione portano nella band un cantante svedese poco più che ventenne, Dead, un personaggio inquietante che sul palco spaventa e fuori dal palco manifesta psicosi fin troppo evidenti. Il chitarrista Øystein Aarseth, detto Euronymous, lo spinge al limite finché il cantante non si uccide con un colpo di fucile nel ’91. Dettagli macabri disponibili in milioni di pagine internet.

Di lì a poco Euronymous riunirà, nello scantinato di un negozio di dischi che ha aperto, i primi membri di una fantomatica elite black metal norvegese. Quello che diventerà più famoso è un ragazzino di nome Kristian “Varg” Vikernes, titolare della one man band Burzum  e poi in forza ai Mayhem come bassista al momento di registrare il primo LP. Vikernes, in un’intervista, rivendica la responsabilità di alcuni incendi di chiese. Verrà arrestato e genererà molto scompiglio nei media di settore. Euronymous chiude il negozio (chiamato Helvete) e la sua etichetta Deathlike Silence; inizia una sorta di silenzioso conflitto tra i due per il ruolo di leader carismatico del movimento in ascesa. La notte del 10 agosto ’93  Vikernes si reca ad Oslo insieme a Blackthorn (secondo chitarrista dei Mayhem, al momento), e uccide Euronymous. Verrà condannato a 21 anni, il massimo della pena per il codice norvegese. Il disco d’esordio dei Mayhem uscirà solo l’anno successivo.

Questa, a grandi linee, la storia. Il contorno è una sciccheria: satanismo reale o presunto, paganesimo, estremismo di destra, complottismi, chiese in fiamme, il continuo flirt con la morte, antisemitismo, omofobia, vestiti neri, facepainting, boschi, freddo e soprattutto musica.

Mentre il circo dei media faceva a pezzi la scena black a furia di rivelazioni e macabri dettagli, i gruppi di punta facevano uscire le loro cose migliori. Dischi come De Mysteriis Dom Sathanas (Mayhem), Transilvanian Hunger (Darkthrone), In the Nightside Eclipse (Emperor), oltre ai dischi registrati da Burzum tra il ’92 e il ’93 (due dei quali usciranno con Vikernes dietro le sbarre) sono uno dei massimi punti artistici del rock pesante negli anni novanta, e forse in generale. Un periodo che a dispetto di dogmi, vessazioni e senso di smarrimento, è segnato da una creatività esaltante e da un senso di libertà del suono che sopravviverà alla sua infamia, reale o presunta che sia.

carico il video...
Tutto De Mysteriis Dom Sathanas dei Mayhem: uno degli apici del rock pesante anni novanta.

Ancor oggi la storia è una delle più conosciute di tutto il metal, quasi ne fosse la sua incarnazione più pura. Il ventennio trascorso dall’omicidio Aarseth a oggi è segnato dalla continua uscita di biografie, documentari e racconti, di cui il primo film di finzione è solo l’ennesima puntata (a dar retta alle voci ci sono altri film in lavorazione sullo stesso argomento). Domanda un po’ disonesta: perché? Per quale ragione continuiamo a sentire il bisogno di farci raccontare questa storia?

Presto detto: è perfetta al punto da sembrar finta. Solletica il palato di metallari e antimetallari, cattolici e anticattolici, persone perbene e amanti del sordido. Ognuno si concentra su un accento o sull’altro e ne genera una versione quantomeno verosimile, e quantomeno inesatta, che entra a far parte di un corpo letterario sterminato e in continuo aggiornamento, in qualche modo autorigenerante. L’abbondanza di fonti permette di tirarla fuori di continuo, dentro a contesti che a volte sono quantomeno opinabili. Può capitare, ad esempio, che esca un film con degli zombie nazisti ambientato in Norvegia, e che sia lo spunto per un recap sull’affare Vikernes/Aarseth.

Perché? Boh, nel giro black ci stavano dentro un paio di nazi. Il fatto che sembri un ragionamento campato per aria anche ad un occhio disattento non significa che i pezzi non abbiano la loro ragione di esistere, che alla fine ha a che fare con il nostro bisogno di qualcosa di sordido. Qualche tempo fa è uscito, su queste pagine, un articolo interessante di Arnaldo Greco che si chiede se, e come, sia possibile riguardare oggi I Robinson alla luce delle rivelazioni sulla vita privata di Bill Cosby; in realtà si tratta di una forma mentis alla base della fruizione di tantissima arte, e quanto più è mostrata quanto più ci affascina. E d’altra parte la dimensione separatista e occulta e violenta è quella da cui parte tutto, come fuori dal colloquio per le vendite piramidali: porsi in un altro piano sulla base di un ricarico morale.

Per i Robinson probabilmente è un ragionamento senza senso, per il black metal un senso c’è. Il primo disco lungo dei Mayhem contiene testi scritti da una persona suicidatasi tre anni prima; le chitarre sono suonate da colui che si dice averlo spinto al suicidio e per certo ne ha fotografato la testa esplosa prima di chiamare soccorsi; le parti di basso, a sua volta, sono suonate dall’assassino del chitarrista. Il disco esce sostanzialmente postumo, con i genitori di Euronymous che chiedono di bloccare la pubblicazione per la compresenza di Vikernes e Aarseth (il batterista promette di ri-registrare le parti di basso poi rivela di non averlo fatto). Anche prima di metterlo sul piatto, è difficile pensare ad un’opera d’arte con un karma più negativo di questa.

Molto pubblico dei Mayhem e di Burzum è composto di persone che ascoltano i loro dischi in quanto registrati da criminali e squilibrati. E molto è composto di persone che non ascoltano affatto i Mayhem e Burzum. Le cose, con il black, funzionano in un modo un po’ strano.

Molto pubblico dei Mayhem e di Burzum, del resto, è composto di persone che ascoltano De Mysteriis Dom Sathanas e gli altri dischi in quanto registrati da criminali e squilibrati. E molto pubblico dei Mayhem e di Burzum è composto di persone che non ascoltano affatto i Mayhem e Burzum. Le cose, con il black, funzionano in un modo un po’ strano. La scarsa inclinazione al compromesso e le pretese teatrali di molti gruppi tendono a renderlo un genere musicale piuttosto grottesco, ingessato nella sua seriosità (sia essa autentica o posticcia) e costantemente votato ad un’idea di underground ostentatamente elitaria ed aprioristica, un circolo letterario del tardo ‘800 frequentato da intellettuali con precedenti penali e un fucile a punta. Uno strano territorio di confine, alla perenne ricerca di una legittimazione artistica e culturale che l’ha tenuto su un livello di elaborazione con pretese quasi accademiche.

Per nulla a caso è senz’altro il movimento artistico da cui nascono più cose interessanti all’interno del metal. Tuttora continuano ad uscire dischi di black osservante, affiancati da uno strano revisionismo che ha incrociato il recupero dello shoegaze e ha imposto una manciata di nomi come imprescindibili per comprendere la musica estrema dell’ultimo decennio (Wolves in the Throne Room, Deafheaven, Liturgy, Striborg, Xasthur eccetera). O anche le infinite declinazioni del progetto Sunn O))) e delle collaborazioni di Stephen O’Malley (Ambarchi e simili), a sentir lui basate quasi sempre sulla condivisione dell’amore per il black (Attila Csihar e Malefic/Xasthur hanno cantato nei Sunn, tanto per dire); o le infinite inclinazioni weird/folk (dagli spoof tipo Impaled Northern Moon Forest in su) che si sono sviluppate al fianco delle pubblicazioni più calligrafiche, o il rispetto a trecentosessanta gradi di cui godono gruppi come Ulver una volta usciti dai confini del black osservante.

In qualche modo è musica la cui alterità rimane intonsa una volta mostratasi al mondo del pop, e per questa sua caratteristica ha finito in qualche modo per comunicare con esso. Non è un caso, tanto per dire, che gruppi come Liturgy escano per etichette hip come Thrill Jockey e vadano ad infestare le playlist delle pubblicazioni di area indie, o che i Mayhem stessi si siano trovati a suonare in contesti propriamente indie.

Bizzarro anche questo fatto, che siano molti dei gruppi storici a segnare ancora, in qualche modo, il passo di un genere, con un entusiasmo in certi casi invidiabile anche se non necessariamente osservante.

Ha un suo senso particolare/perverso che i Mayhem (una strana associazione di ex-membri riuniti sotto quest’insegna, per la verità) finiscano a suonare al Primavera Sound, unico gruppo metal del cartellone a parte le declinazioni doom-sludge-stoner; in qualche modo ha il sapore amaro di una lezione 101 impartita ai non-introdotti; così come i già citati Ulver, passati dal black all’elettronica ad un bizzarro neo-prog che negli ultimi anni suona anche piuttosto didascalico; ai Darkthrone, i cui anni di sistematico separatismo e parsimonia li hanno portati a dischi di paradossale heavy metal. E più di tutti, Vikernes/Burzum.

Uscito di galera nel 2009, Vikernes ha già realizzato un disastro di dischi; il suo primo album, Belus, segnava già un nuovo passo all’interno del genere, meravigliosamente fuori dal tempo e comunque assolutamente riconoscibile. In qualche modo, l’ennesima incarnazione di un uomo che ha sempre viaggiato con il proprio passo.

Nel corso degli anni ha guadagnato uno status da caposcuola che in parte riesce a smarcarsi anche dai fattacci di sangue. Il sito www.burzum.org contiene decine di cose scritte di suo pugno, a commento di fatti in merito a cui è stato chiamato in causa o ha semplicemente sentito il bisogno di dire la sua (non ultimo, una violentissima critica del libro alla base di Lords Of Chaos).

La figura di Burzum non è diversa da quella di molti intellettuali di estrema destra: sopperisce alla relativa impopolarità delle sue opinioni con un impianto teorico quanto più rigoroso possibile.

La sua figura non è molto diversa da quella di molti intellettuali di estrema destra: sopperisce alla relativa impopolarità delle sue opinioni con un impianto teorico (sia a livello di paradigma che di consultazione delle fonti) quanto più rigoroso possibile. Non è affatto infrequente che le sue repliche a certe accuse e notizie sul suo conto siano molto più credibili delle notizie originali, un po’ per l’intelligenza dell’uomo un po’ per la pochezza di certe accuse nei suoi confronti.

Quello che lo distingue dalla maggior parte dei radicali di cui leggiamo articoli su internet da mane a sera è la sua fedina penale, e il fatto che non è stato piegato dal carcere. All’interno del penitenziario in cui era rinchiuso ha continuato a leggere, scrivere e suonare (registrando/pubblicando anche due dischi di dispensabilissima dark-ambient per sola tastiera, motivati ex-post dal fatto che quello fosse l’unico strumento a sua disposizione); nel documentario Until the Light Takes Us (uno dei documenti più preziosi su questa storia) parla alla telecamera sorridendo, con aria gioviale, passeggiando per i corridoi del carcere con il passo goffo di un metallaro amico vostro – pantaloni militari e anfibi ai piedi, tanto per gradire.

C’è una strana dimensione di militanza nella sua persona: racconta nei dettagli la sua versione dei fatti in merito all’omicidio di Euronymous, ma continua a negare di aver bruciato le chiese per cui è stato condannato nel ’93. I suoi racconti hanno spesso pretese di oggettività, nonostante diano per scontata, e assodata da chiunque, l’esistenza un complotto giudaico-cristiano volto a distruggere la cultura europea.

Una foto recente di Varg Vikernes, in arte Burzum.

Le cose che scrive hanno una loro innegabile potenza e un pubblico sterminato, e nel complesso sono molto meglio della media delle pubblicazioni destrorse – articoli di giornale compresi. Ancor di più, tendono ad emanare un’autorevolezza molto maggiore di quella della media degli articoli che parlano di Vikernes per sbertucciarlo o dipingerlo come un nemico pubblico (si sprecano, tra l’altro, gli articoli su presunti legami con Anders Breivik). La sua reputazione, da questo punto di vista, si costruisce in buona parte sull’insipienza delle altre voci che raccontano la sua storia.

I tempi in cui viviamo sono segnati da un dibattito molto acceso sulla veridicità delle notizie, su concetti di bufala, inesattezza delle fonti, tempi di scrittura, fact-checking e tutto il resto. La storia del primo black metal colpisce oggi come la storia di una serie infinita di fraintendimenti, misletture, equivoci e montature.

È uno strano gioco legato alla creazione di contesti nella narrativa rock: dal punto di vista dell’impatto sui media, l’omicidio Euronymous è una sorta di Novi Ligure scandinava anni novanta, il che ha reso abbastanza facile per alcuni dei protagonisti parlare di persecuzione con quell’allure fatalista di chi è destinato alla perenne incomprensione delle sue gesta e si autodipinge come il capro espiatorio di una strategia della tensione volta ad addomesticare le masse (e con l’altra mano, in certi casi, brandisce coltelli e scrive inni alla fine di ogni cosa). E a tutti gli altri di additarlo come un pazzo furioso da condannare o sbertucciare, o di cui semplicemente raccontare la storia lasciando che siano altri a decidere a cosa sia di monito.

In qualche modo, un gioco che tutti ci godiamo.

Francesco Farabegoli
Consulente editoriale di PRISMO. Ha fondato Bastonate, scrive per Rumore, Noisey e altre cose in giro. Di tanto in tanto disegna.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

Direttore/Fondatore: Timothy Small

Caporedattori: Cesare Alemanni, Valerio Mattioli, Pietro Minto, Costanzo Colombo Reiser

Coordinamento: Stella Succi

In redazione: Aligi Comandini, Matteo De Giuli, Francesco Farabegoli, Laura Spini

Assistente di redazione: Alessandra Castellazzi

Design Direction: Nicola Gotti

Art: Mattia Rinaudo

Sviluppatore: Gianmarco Simone

Art editor: Ratigher

Gatto: Prismo

 

Scriveteci a prismomag (at) gmail (dot) com

 

© Alkemy 2015