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Una conversazione via skype su Mad Men, su cos'era, e cosa ne rimarrà, dopo il controverso finale di una delle più grandi serie televisive della storia.

Trascrizione pressoché integrale, editata il minimo indispensabile, di una conversazione via Skype svoltasi tra me, a Milano, e Francesco Pacifico, a Roma, il mattino del 19 maggio, subito dopo la visione dell’ultima puntata di sempre di Mad Men. Una cosa che solo a scriverla mi vengono i lacrimoni. (Ovviamente contiene spoiler).

TS: Ciao Fra. Prima di tutto volevo chiederti se, ora che hai visto la puntata finale, riesci a mettere a fuoco cos’è stato Mad Men dall’inizio alla fine. Io non riesco bene. Mi sfugge.

La domanda è importante, perché secondo me quello che separa Mad Men da tutte le altre “grandi serie” (Sopranos, The Wire, Breaking Bad, forse Six Feet Under?) è proprio il fatto che è così opaca, fumosa, difficile da afferrare. Non ho mai visto una serie come questa, e lo dico sinceramente,  e parlo di ritmo, un modo di portare avanti gli eventi, che non associo a null’altro. È lenta, onirica, i personaggi vagano e si spostano e cambiano e poi si tradiscono e succedono cose costantemente assurde, surreali.

Per dire: la scena con il tagliaerba in ufficio? Duck che caga sulla scrivania? Ken che rimane orbo? Il capezzolo tagliato di Ginsberg? Don che legge l’Inferno di Dante su una spiaggia alle Hawaii e non capisci mai se sta sognando tutto o cosa… La puntata in cui si drogano tutti, quella in cui Lane e Don si ubriacano assieme… Momenti così ce ne sono tantissimi. Penso che sia stata la serie più sfuggente di tutte quelle che ho visto e seguito e amato, quella che più è riuscita ad avvicinarsi alla vita, nel suo essere una sorpresa costante e nel suo essere veramente “senza trama”. E il finale, il finale, quel momento finale, getta una luce diversa su tutto il resto, mi sembra un finale “pesante”: mi sarei aspettato qualcosa di più psico-emotivo e personale e sfuggente piuttosto che quella che interpreto come forse la più grande e pungente presa per il culo del mondo della pubblicità e del capitalismo occidentale.

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Vedere alla voce: cose assurde / surreali.

FP: Sì, sono d’accordo. In un certo senso è la prima serie modernista. Diciamo che Six Feet Under è George Eliot. The Wire è Shakespeare, o Tolstoj. Qui siamo invece al modernismo, alle cose portate avanti ossessivamente, alle cose iconicissime, tipo Musil, Proust, e sicuramente Fitzgerald. Capisco perché inizi da una considerazione cerebrale per nascondere la lacrima che ti scende sulla guancia. Ma soprattutto sai la cosa da dire subito sai qual è? QUESTO FINALE È MOLTO MEGLIO DI QUELLO DI BREAKING BAD. Tu cosa hai provato all’ultima scena?

TS: Non ho fatto altro che pensare a cosa stava per succedere. Quando chiama Peggy e poi sta seduto e gli viene il vomito e le dice che non sa più se vale la pena vivere ho pensato che Don si sarebbe suicidato e ho pensato alla sigla di Mad Men e ho pensato, beh, finale circolare, bello, un po’ telefonato. Poi quando abbraccia il tipo sfigato che parla dell’amore e del fatto che non sappiamo più riconoscerlo e piange alla seduta di meditazione di gruppo ho pensato, beh, ok, finale in cui Don trova la sua umanità, ma che finale sciatto. Poi quando si mette a meditare e parte l’Ohmmm e la camera stringe sul suo viso ho pensato, ah, il finale dice che tutti ‘sti baby boomers han trovato salvezza nella spiritualità spiccia, cioè il messaggio è che Don Draper alla fine è un fallito, interessante, però, come dire, cheap shot. Poi quando sorride e suona il campanellino e parte la pubblicità e capisci che questa sua esperienza on the road l’ha portato ad avere l’idea per la pubblicità della Coca-Cola mi è scoppiato il cervello.

Non penso di aver mai avuto una reazione così forte a un’ultima scena di una serie tv. Pochi minuti prima avevo le lacrime agli occhi, quando Don chiama Betty al telefono e la chiama Birdie… E un minuto dopo mi porti sulle montagne russe in cui prima penso al suicidio, poi alla salvezza spirituale e invece no, alla fine era tutta una presa in giro, era solo un modo di trovare l’idea per la campagna pubblicitaria… Pazzesco. Davvero pazzesco. E tu? Come hai reagito? D’istinto, dico. Appena finito.

FP: D’istinto, appena finito, ho pianto. Ma io piango sempre. Durante la puntata invece ho avuto vari momenti, che non hanno a che fare solo con lui, ma per ora parliamo di Don. A me piace molto quando i personaggi in una storia viaggiano, si spostano. Mi piace vederli con altri vestiti. Quindi mi ha emozionato la faccenda della macchina potente.

A volte la gente cambia e gli altri lo capiscono da alcune cose, ma soprattutto da un completo cambio di equilibri rispetto a ciò in cui uno è disponibile o indisponibile.

TS: Sono otto stagioni che, ogni stagione, aspetto di vedere California Don: il Don con la camicia a manica corta. È il mio Don preferito.

FP: Sì, anche io. E m’è piaciuta anche l’idea che sulla strada a volte ci sono incontri brutti. E a volte belli. Poi, magari, non avrei fatto ruotare ogni cosa intorno a un discorso in un gruppo di auto aiuto. Però quel che penso è che il rapporto tra linearità e circolarità sia stato azzeccato. Don aveva davvero bisogno di perdersi, di staccare dalla continuità con cui è stato Don invece che Dick. È una cosa che mi dice molto. Io credo che il suo ritorno al lavoro sia andato così: ha creato lo spazio per essere se stesso fuori dal lavoro. Per esempio, potrebbe aver rinunciato ad avere una famiglia. Meglio così. Magari, da lì in poi mette il suo bisogno di conquistare il mondo solamente nel lavoro e appena ha due giorni parte con la moto. Insomma, si è creato uno spazio, senza dover fare la scenetta di lasciare tutto.

A volte la gente cambia e gli altri lo capiscono da alcune cose, ma soprattutto da un completo cambio di equilibri rispetto a ciò in cui uno è disponibile o indisponibile. Ora si sono aperti dei canali, dentro di lui, e magari sente di più la presenza di certe persone (Peggy). E magari invece capisce di non sentire la famiglia, e lo accetta. Insomma è un finale poco spettacolare e molto maturo. Non come quello di Breaking Bad. Ma non mi ripeto, basta il link.

TS: 
Quindi t’è piaciuto?

FP: Sono felice di non essere deluso. Il modernismo si rivela lo stato di maggiore onestà di un’arte narrativa. Quando l’ossessione per la trama lascia dolcemente e morbosamente posto a una forma di attenzione più alta, di concentrazione, che crea un nuovo lettore, oltre che nuove storie. O, in questo caso, un nuovo spettatore.

TS: Io penso che mai come in Mad Men ci sia stata una tale attenzione verso il creare aspettative nello spettatore che poi vengono sempre sviate, ribaltate o disattese del tutto. Alla fine ha preso anche un’inaspettata, per me, svolta politica. Del tipo che magari lo spettatore—oppure, per dire le cose come stanno, io—pensa di guardare una serie che parla di Don Draper e dell’identità di una persona, e invece alla fine è una serie-metafora, e Don è il capitalismo nell’era della pubblicità. Cioè il fagocitare dei movimenti di ribellione, il rendere ogni cosa parte dell’offerta capitalista. Il finale, alla fine, parla di quello. E non me l’aspettavo. Per me quei momenti inaspettati, quelle sorprese, quelle rivelazioni sono le ragioni per le quali leggo, guardo i film, o la tv. Mi eccita quando vedo una trama che non segue “le regole”.

FP: Sì, certo: sai quando in Six Feet Under annunciarono il finale dicendo “Everything ends“? Bene. Qui io mi domandavo: Mad Men sembra una serie che può andare avanti per sempre. Come fanno a fare un “finale”? E lì interviene il capitalismo. Il finale te lo dà il capitalismo. Un’azienda viene assorbita: cambia la vita a tutti. Non è forzato, è naturalissimo.

TS: La storia della SCDP finisce quando finisce la SCDP.

FP: È completamente fedele al mondo che racconta. E infatti, il finale più bello per me è quello di Sterling. Nell’ultima scena dice al cameriere, “È per mia madre”, riferendosi alla sua donna, la madre di Megan. In francese, poi. Perché lui è uno che cambia, che affronta la vita. Per quanto sia un bambino viziato, lui ha gli strumenti per accettare quello che gli succede. Non può essere il protagonista perché è troppo sano. Vorrei comprarmi un dvd con solo le scene di Sterling e seguire la sua parabola. Mi piace tutto di lui e di come lo hanno raccontato. Non ha mai saltato lo squalo. Nonostante gli abbiano fatto fare più sketch e stunt di Krusty il Klown.

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And then, you're in a conspiracy... NB: L'incredibile accento posh inglese del tristemente compianto Lane Pryce.

TS: Personalmente la versione 70s di Sterling è la mia versione preferita di Sterling—quello con il girocollo crema e la giacca a scacchi grigia e le basettone e i baffi bianchi a manubrio. Ma tutto ciò che dici è attestato del valore di MM, e la più grande differenza con le altre serie di qualità. Se prendi Roger, Pete, Don, Peggy, Ken, Joan e pure Betty e Sally: hanno tutti un arco narrativo coerente, bellissimo, meravigliosamente da protagonista. Come Weiner sia riuscito a fare questa cosa da equilibrista è il vero genio di Mad Men. Ma parliamo degli “altri” finali. Roger l’abbiamo fatto. Felicissimo per lui, finalmente s’è trovato. Si risposa, chissenefrega. È finalmente felice, con una donna che è capace stare al suo gioco e di essere matta e libera quanto lui. Parlami invece del finale di Pete Campbell.

FP: Il mio eroe. Intanto, anche lui è andato in California con profitto. E in questo, Mad Men è la serie tv che dice chiaramente che non si può intraprendere una via qualunque senza conoscere se stessi. Quindi, se Pete ritorna dalla moglie alla fine, e appunto salgono su un aereo per il Kansas, cioè il massimo della suburbia, del non avere amanti, è perché è stato in California. Pete come Don ha finalmente la possibilità di separare lavoro e privato: nel lavoro può essere rapace e accettare l’offerta migliore. Essere spericolato. Nel privato, può finalmente ammettere con se stesso che sua moglie è bonissima e dolcissima nonostante la scopa in culo.

Questa separazione di lavoro e privato è una soluzione naturalmente non rivoluzionaria ma comunque ben argomentata: sia Don che Pete hanno bisogno di trovare se stessi per poter decidere come fare in modo che il lavoro non diventi il pretesto per una vita rapace a trecentosessanta gradi. Allo stesso tempo, Pete è sempre stato una specie di Don visto con occhi scrausi. Per ogni cosa che fa Don, puoi pensare a come la fa Pete per vedere cosa c’è di ridicolo in Don. Bel personaggio. L’ho sempre amato. Amo i grandi rosiconi. Amo i personaggi privilegiati che non sono mai felici.

TS: Pete è tipo l’anti-Don, ma alla fine sono molto simili sia come carattere che come percorso. La grossa differenza è quello che dice il giovane copy sfigatello, Mathis, a Don, prima di essere licenziato, quando si scontra con la grande verità del “c’è chi può e chi non può”. Gli dice, “You’re not brilliant. You’re just handsome”. OK. Ora Peggy. Non me l’aspettavo l’accasaggio con Stan Rizzo. Tu?

FP: Così per telefono, non mi è piaciuto molto. Eppure non so dire. Mi piace che Peggy si sia cacata sotto per la proposta di Joan. Che ne pensi?

TS: Penso che Peggy alla fine ha sempre voluto essere una gran copywriter e basta. Anche quando Don le chiede, un paio di puntate prima: Cosa vuoi dalla vita? Lo dice senza dubbi: un account come Coca-Cola. E alla fine l’ha avuto, e la predizione di Pete mi è piaciuta molto, quando le dice che sarà Head of Creative entro il 1980. Che poi se vedi Mad Men come una serie che parte alla fine degli anni ’50, il 1980 sembra il futuro. Tu che ne pensi di quella lettura di questa serie come “una serie corale con una protagonista di nome Peggy”?

FP: Non so. È questo il bello. La vedo come una serie con un protagonista di nome Ken…

TS: In Mad Men i personaggi minori se ne escono con delle complessità, delle sfumature, delle idiosincrasie, delle caratterizzazioni umane, particolari, uniche, cose che altre serie non donano nemmeno ai loro protagonisti. Ma parliamo di Joan, ti prego. Propongo uno spin off: Everybody loves Joan. Tipo il Mary Tyler Moore Show. Donna in carriera. Le poche scene tra lei e Don sono una delle mie cose preferite della serie.

FP: Sì, è vero. L’altra volta pensavo stessero per scopare. Ma sarebbe stato “troppo facile”. Li avrebbero pagati per girare un porno, poi. Senti, non abbiamo ancora menzionato il McGuffin sessuale della storia:“la cameriera”. Cosa ne pensi?

TS: Bellissima sottotrama. Ma, in generale, Don che fa i conti con il passato, in tutta questa seconda parte di settima stagione, mi è piaciuto moltissimo. La visita al funerale di Rachel, la casa ormai vuota, la scena in cui lui esce di casa per l’ultima volta… È stata una serie di puntate molto commoventi. Ma mettendo da parte Rachel Menken, purtroppo, c’è un’altra donna di cui vale la pena parlare. O meglio, due donne. Due donne importanti per Don. Sally, e Betty.

FP: Birdie.

TS: Non dire Birdie che piango.

FP: I know.

TS: SMETTILA. Quando lei dice, “I just want everything to appear normal”, ha riassunto il suo vero essere in una frase sola. E poi quando gli tira lo sberlone di verità, “and you not being around is part of that”, beh, gli tira uno di quei colpi che solo Betty è stata capace di tirare a Don in 8 anni di Mad Men. Poi, per quanto abbia trovato quantomeno “karmicamente” giusto far sì che almeno uno dei fumatori della serie morisse di cancro ai polmoni, mi è dispiaciuto davvero che fosse lei, un personaggio complesso e odioso che, comunque, ci ha regalato grandi momenti come “sparo alle colombe del vicino in vestaglia con la sizza in bocca”. Sicuramente, la sua malattia ha fatto in modo che Sally diventasse un personaggio maturo.

Birdie.

FP: Nessuno se lo aspettava.

TS: Appunto. Quando attacca il telefono in faccia a Don vedi proprio la figlia che diventa più matura del padre. Tutti a fantasticare di una Sally che diventa hippy, e invece la sua ultima scena è Sally che lava piatti mentre Betty fuma sconsolata. La sua ultima frase, se non sbaglio, è “I’m not going to Madrid”.

FP: Ahahaha. Che lei alla fine non si sia filata suo padre è una grande scelta.

TS: Alla fine nessuno si fila Don. La figlia ormai lo trova un po’ disgustoso. Manco Peggy. Lui la chiama dicendo che non sa se vale la pena di continuare a vivere, e la chiamata dopo lei si fidanza con Stan.

FP: La telefonata l’ha liberata. Senti: 20 anni o quasi dopo Infinite Jest, un’altra voluminosa opera americana mette al suo centro una comunità di recupero. È o non è il paese più religioso della storia?

TS: Dici, rispetto al Califfato di Baghdad?

FP: Ahah. Be’, ma qui parliamo di storie. E facciamo le storie con le redenzioni (anche meta, anche ironiche).

Mai come in Mad Men c'è stata una tale attenzione verso il creare aspettative nello spettatore che poi vengono inevitabilmente sviate, ribaltate o disattese del tutto.

TS: Scherzo, scherzo.

FP: A me pare che alla fine Don si sciolga davvero con quell’abbraccio, no?

TS: Sì. Anche a me. Ma alla fine, anche quel momento potenzialmente “vero” o forse anche lui “fasullo”, ma poi chi li sa più riconoscere— qualsiasi cosa sia, diventa tutto un’idea per vendere più Coca-Cola.

FP: Sì, certo. E sono d’accordo anche con quello. La loro idea di redenzione è sempre un po’ anche idea di rientrare nei ranghi. Quella di “Make things right”.

TS: Beh sì basti pensare che la parola redemption in inglese la si usa nel linguaggio comune. La parola Redenzione in italiano secondo me il 90% della gente manco sa cosa vuol dire.

FP: Capito?? Viene dal latino, e noi non la usiamo.

TS: Ogni volta che dicono “redenzione” in un film americano mi urta quanto sia una parola che non esiste proprio in italiano.

FP: Quando la usiamo sembra un anglismo. Puritani alcolizzati. Che paese.

TS: A me manca già.

FP: Io me la rivedo.

TS: Pure io.

 

Timothy Small
Timothy Small nasce a Milano nel 1982. Già direttore di VICE Italia dal 2005 al 2012, è Head of Content di Alkemy, dove guida la divisione Alkemy Content. Co-fondatore e direttore editoriale de l'Ultimo Uomo nonché fondatore e direttore di Prismo, ha scritto per riviste come GQ, IL, Rolling Stone, L'Uomo Vogue, Kaleidoscope, NERO, The Paris Review, ha diretto video e documentari per VICE, Studio, Missoni, V Magazine e I Cani e, per un breve periodo, ha diretto una casa editrice chiamata The Milan Review.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

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