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Una chiacchierata tra Niccolò Contessa, voce de I Cani, e Edoardo Calcutta, l'artista indie più chiacchierato del momento.

Da quando Calcutta colleziona decine (o meglio centinaia) di migliaia di visualizzazioni su YouTube, recensioni più che positive da parte della stampa specializzata, ed è addirittura oggetto di una parodia che si è a sua volta trasformata in un meme che ormai vive di vita propria (#leolivesonobuone), amici e addetti ai lavori fanno a gara a chi lo ha “scoperto” prima (per chi fosse interessato, la risposta giusta è questa).

Metto le mani avanti e dico subito che io Calcutta l’ho scoperto per ultimo, e all’inizio mi stava pure sul cazzo: ricordo che quando lo vidi in concerto per la prima volta, nel 2012, si sdraiò a cantare i suoi pezzi per terra, accompagnandosi con la chitarra, e la cosa mi infastidì al punto che nemmeno ascoltai il concerto, pensando qualcosa come: “se avesse delle cose da dire non avrebbe bisogno di fare il bizzarro, no?”

Col tempo, superando la diffidenza, ho realizzato che la falla del mio ragionamento consisteva nel non tenere conto della personalità di Calcutta, e in particolare della sua capacità di essere malinconico e beffardo al tempo stesso, in un modo che riesce in qualche modo a scavalcare le categorie di sincerità e ironia. Questo paradosso, o meglio questo talento, ha finito per conquistarmi del tutto: lo ritrovo nella sua voce, nelle sue scelte estetiche e musicali, e anche nel passaggio dal pop povero, influenzato dal lo-fi e dalla psichedelia, di Forse… (Geograph, 2012) a quello più, beh, “mainstream” di Mainstream, in uscita in questi giorni. Tanto per mettere le cose in chiaro: mi ha convinto a tal punto che sono tra i produttori discografici dell’album. Nella conversazione che segue abbiamo parlato di questo, del suo modo di scrivere canzoni, e del rapporto conflittuale della musica indipendente italiana con la voce, vero cuore pulsante della musica pop.

La copertina del nuovo disco.

Prismo: Beh, adesso che Mainstream è fuori sei soddisfatto?
Calcutta: Sì dai, sono soddisfatto.

Riascoltando il disco, cosa ti ha fatto più piacere?
Mah, non ci risento più tante pecche come agli inizi… Forse perché ha preso aria.

Ha preso aria il disco o la tua testa?
La testa. Sai insomma, la situazione di stress… Ma adesso che l’hanno ascoltato anche altre persone, mi sento di non aver fatto una stronzata.

Hai letto i commenti in giro? Su Rockit dicono che è prodotto male. Su Noisey, il tuo amico Demented Burrocacao si lamenta perché al contrario trova Mainstream troppo prodotto, troppo radiofonico. Come te lo spieghi?
Me lo spiego col semplice fatto che è gente che non sa di cosa sta parlando, che non sa cosa significhi “produzione musicale” perché non l’ha mai fatta. Qualche giorno fa su Facebook invitavo un po’ di giornalisti amici a fare un corso di fonia, prima di lanciarsi in certi giudizi: nemmeno io mi permetto di parlare troppo degli aspetti tecnici, perché non ne ho una completa conoscenza… E allora perché un giornalista dovrebbe farlo? Che significa “prodotto bene”, “prodotto male”? Sono commenti che non hanno senso, è giusto un modo per allungare la recensione di un paio di righe.

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Il video del primo singolo estratto da Mainstream.

È strano che tutti abbiano avuto qualcosa dire a riguardo. Era come se fossi aspettato al varco, tutti sembravano volerti tirare dalla propria parte…
Vuoi dire che il giudizio di certe persone è stato condizionato da altri fatti, da altri precedenti?

Magari dalle aspettative che avevano su di te. Anche perché Mainstream non è un esordio: suoni da un sacco tempo, hai fatto un sacco di concerti, conosci un sacco di gente… Questa però è la tua uscita grossa, quella con la quale ti presenti al “resto del mondo”, e tutti volevano che tu la facessi sotto la propria bandiera: chi pretendeva una cosa più pop, chi una roba più lo-fi… Sembravi l’eletto di Matrix che dovevi fare la “cosa giusta” per la musica italiana!
Guarda, le aspettative erano talmente tante e pesanti che alla fine hanno fatto crollare tutto. Ognuno aveva il suo punto di vista, ognuno dava il suo giudizio a priori… Però a un certo punto uno deve anche fottersene, no? Comunque… scusa, qual era la domanda principale?

Stavamo cercando di capire perché è un disco di cui si sta dicendo tutto e il contrario di tutto: in una recensione ho letto che “canti malino”, in un’altra (per la precisione quella di Francesco Pacifico), parlano di te come della “migliore voce italiana”. Insomma, nella tua testa come le concili queste cose?
Quel giudizio su io che “canto malino” (che poi è sempre la recensione di Rockit), se ti devo dire la verità un po’ l’ho accusato: perché riascoltando i pezzi non mi sembra ci siano sbavature o eccessive stonature, no? Per me è semmai un disco che ha un suono molto particolare: non so se per inesperienza o perché siamo stati bravi, ma è un suono che non senti in altre produzioni, quello tipico di certe etichette che spalmano sempre gli stessi ingredienti su tutte le uscite… E questo avrà fatto pensare alle persone: “che è ‘sta roba?”. Non riuscendo a codificarla attraverso cose che già conoscono, vanno in tilt. Dal mio punto di vista, dovrebbero semplicemente lasciarsi andare all’atmosfera e non pensare a “la produzione” o altre stronzate da segaioli.
Secondo me il problema centrale è che ogni cosa ha sempre un sacco di letture. Se Mainstream lo ascolta un fonico, magari ti dice che la batteria batte bene; un giornalista invece può badare a un suono più generico che gli arriva nelle cuffie, e magari ha delle cuffie di merda… Ora che ci penso, magari è questo il problema!

Che i giornalisti hanno cuffie di merda?
Magari sì, o magari non hanno reali competenze tecniche per valutare certi aspetti. È come se un critico letterario si mettesse a valutare la grafia. Altro che “la produzione”…

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Amarena, la prima canzone scritta e cantata da Calcutta.

Possiamo mettere da parte “la produzione” e cambiare argomento? Ti volevo chiedere: quand’è che hai iniziato a scrivere canzoni?
Quattro anni fa.

No, impossibile.
Ti dico di sì, quattro anni fa.

Il provino di Amarena è del 2009.
Allora quant’è che fa? Sei anni? Bene, sei anni fa. Ma Amarena è un caso isolato, è la prima canzone che ho scritto, l’ho registrata con mio cugino e poi sono passati un paio di anni prima che scrivessi altro, tipo Pomezia e quelle cose lì. Il primo disco, Forse…, è uscito a fine 2012.

Nel frattempo il modo in cui scrivi canzoni è cambiato?
Sì, forse perché sono cambiato io. Sono cresciuto, com’è logico. Sono maturato a livello personale e questo ha fatto sì che mi mettessi a scrivere in maniera diversa. Meno ingenua, anche.

Questo mi interessa: cosa intendi per “meno ingenua”? Intendi più… consapevole?
Non lo so, forse una volta ero più ingenuo io, intendo come persona. Adesso le canzoni mi sembrano più mature, tutto qui.

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Pomezia, singolo tratto dal primo album Forse...

È molto interessante anche questo: perché nella musica che fai mi sembra che tuttora ci sia un che di fanciullesco, ma al tempo stesso qualcosa di molto consapevole, insomma di paraculo…
Ecco il dissing!

Ma lo dico in senso buono! Quello che intendo è: sembra che in qualche modo un po’ ci giochi, con questo sguardo ingenuo sul mondo che poi tanto ingenuo non è.
Se mi fai un esempio, magari riesco a capire di che stai parlando.

Prendi un verso come “Ho fatto una svastica in centro a Bologna”; ma anche solo il fatto che dici “Non importa se non mi ami più, non importa se non mi vuoi bene, dovrò soltanto reimparare a camminare”. È come se tu stessi dicendo all’ascoltatore “guardate che io lo so che sto dicendo il falso”.
Sì, su questo un po’ ci gioco, è vero.

È la famosa ironia.
Perché come ti dicevo sono cresciuto, e allora forse ho accumulato più…

…Paraculaggine!
Diciamo che ho voglia di sfogarmi su certe cose in questa maniera. È il mio modo di essere: “paraculo” va bene, perché no.

Mainstream avevo dei moduli, ma non avevo una sequenza precisa delle strofe: sapevo solo che dovevo dire delle cose, ma ancora non ne conoscevo l’ordine. Era come un puzzle.

Perfetto.
Tu lo sai, secondo me non c’è niente di male. Dire le cose in questa maniera mi sembra efficace e soprattutto è il modo con cui mi va di dirle. È anche una maniera inconscia di esprimere il mio punto di vista senza ricorrere al piagnisteo, di creare una certa atmosfera… perché io parto sempre da un’atmosfera, quella è proprio la prima cosa quando mi metto a scrivere un pezzo.

Ok, fammi capire: tu quando scrivi le canzoni parti da una “atmosfera”, ma poi concretamente… cioè, come cazzo fai? Parti da una frase, dal testo, da una melodia?
Dipende. A volte esce tutto insieme, a volte parto da una melodia con delle parole, ma la maggior parte delle volte c’ho proprio una sensazione, e questa sensazione cerco di riportarla in un giro di accordi con delle parole sopra. Quindi è la sensazione che diventa atmosfera che poi diventa musica, praticamente il percorso inverso rispetto a quello dell’ascoltatore. La mia speranza è che  tutto torni in un ricordo di qualcun altro. Mi fa piacere pensare che queste sensazioni – che io immagino diverse: a livello fisico, di odori, di tutto – possano ricongiungersi tra loro attraverso l’ascolto altrui.

Molto bello. Poi mi sembra tu che non riscriva mai…
Fino a un po’ di tempo fa suonavo, e poi quello che mi ricordavo lo suonavo di nuovo. Se invece non me lo ricordavo, era andato per sempre. Dopo un po’ mi sono ricordato di quest’opzione, sai…

Registrarsi le cose?
Sì, prendere appunti, cose così. E quindi per un periodo ho registrato qualsiasi cosa mi passasse per la mente: ho il telefono zeppo di tracce audio! Per fortuna col tempo mi sono tranquillizzato e adesso cerco di non forzare troppo, di prendermi il tempo per valutare bene i materiali e arrivare a una versione definitiva di un pezzo che poi non è mai definitivo esso stesso. Per dirti, per Mainstream avevo dei moduli, ma non avevo una sequenza precisa delle strofe: sapevo solo che dovevo dire delle cose, ma ancora non ne conoscevo l’ordine. Era come un puzzle. Pensavo fosse pigrizia, ma invece poi ho capito che è il metodo giusto per me: c’è un momento in cui ho l’illuminazione e dico “è questa!”, e a quel punto la canzone rimane così. Altrimenti vado in paranoia.

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Gaetano, una traccia di Mainstream.

Prima di registrare i pezzi li suoni anche parecchio in giro. Per esempio, Cosa mi manchi a fare: dal  vivo quant’è che la suoni?
Un anno, un anno e mezzo. Ce l’avevo in cantiere dai tempi del primo disco…

Anche Gaetano la suoni da un sacco.
Sempre un annetto. Il più delle volte si materializzava con mille variabili, mi uscivano ritornelli improvvisati, all’impronta… È un pezzo a cui tengo molto, anche perché all’inizio non sapevo cosa cazzo volessi dire con una canzone del genere, quindi mi ha preso parecchio tempo.

Senti, tu sei uno dei pochi, almeno in questa scena…
Hai detto scena?

Ma sì, insomma, come la vogliamo chiamare…
Contessa ha detto “scena”!

Diciamo nel giro indie, o nel giro di quelli che non vanno ai talent show, ok?
Va bene, facciamo che ho capito.

Ecco, volevo dire: sei uno dei pochi per cui la dimensione dal vivo è fondamentale.
Lo è stata. Adesso è un po’ che non suono e devo dire che non mi interessa più di tanto. Però piano piano, facendo le prove col nuovo gruppo, mi è comunque venuta voglia di vedere cosa cazzo succederà. Perché andare sul palco per me non è semplicemente suonare i pezzi, mi piace più creare delle situazioni.

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Calcutta live.

Adesso che hai una band, e che le cose si stanno facendo più strutturate, credi che riuscirai comunque a “creare situazioni”?
Secondo me sì. Anzi, sono sicuro che sul palco riuscirò a fare quello che mi piace, anche se magari non al primo concerto, non al secondo… ma almeno dal terzo ci sarà un po’ di casino.

Ok, quindi bisognerà vederti dal terzo concerto in poi.
Ahahah, ma no! Le prime volte magari sarà complicato tendere delle trappolette agli altri del gruppo, considerate le tensioni di rito… Ma appena vedo che tutti saranno più tranquilli, inizierò a mettere trappoloni ovunque, a cantare le canzoni sbagliate… Come quella volta con te, che avevi cominciato a fare il giro di accordi di un pezzo…

…E tu hai iniziato a cantarne un altro: ma lì non era fatto apposta!
Però è un episodio che mi piace ricordare.

Senti, torniamo alla tua voce, ti va? Secondo me il motivo per cui stai piacendo è perché l’utilizzo della voce come strumento, che è il cuore della musica pop, tu lo metti molto in primo piano; mentre nelle cose uscite negli ultimi anni dal panorama indipendente – e mi ci metto pure io coi Cani – era una cosa passata un po’ in secondo piano.
Ma anche tu sei migliorato! (ride) Ma vedi, la voce può essere utilizzata in tantissimi modi. Se riesci a calibrarla in un certo modo, può uscire anche già “mixata”, puoi farci qualsiasi cosa, anche un’orchestra.

Secondo me c’è proprio un’intenzione emotiva diversa tra il tuo modo di cantare e il modo di cantare di – mettiamo – un De André, che rappresenta quella scuola cantautorale per cui la voce è uno strumento narrativo più che emotivo. Mentre invece gente come Vasco Rossi, Luca Carboni, Cesare Cremonini… Loro raccontano prima di tutto con la voce, più che con le parole.
Sì, è vero. Considera anche che sono cresciuto con un sacco di musica nera.

Cantavi da piccolo?
No, zero. Io ho sempre avuto problemi con il cantare, mica è un caso se le voci del primo disco erano effettate. Poi, devo dire anche grazie ai complimenti della gente, ho acquistato quel…

…Piacere di cantare?
Esatto.

E questa è una cosa rara, almeno in certi ambienti. Mi viene in mente giusto Tommaso dei Thegiornalisti, che è un altro che ha il piacere del canto, della nota lunga… È un fatto emotivo molto forte, immediato. E invece nella musica indipendente degli ultimi anni, in primo piano c’è sempre stato più il sound, o al limite il testo, oppure dei riferimenti a un certo mondo cantautorale. Questa, secondo me, è la tua caratteristica forte che sta arrivando. Anche a chi scopre i tuoi video anche tramite un youtuber campano.
Infatti dalla Campania mi scrive un sacco di gente! Se ci pensi, questo uso del canto è tipico anche dei neomelodici. È una cosa molto mediterranea, che però ha più in comune con la musica black che non con, che ne so, i CCCP.

Odi i CCCP.
Nonono, mi piacciono pure un sacco! Però tanti gruppi che sento hanno un po’ quella matrice lì, specie se emiliani…

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Calcutta al Dal Verme di Roma.

Per persone di una certa generazione, diciamo tra i 30 e 40 anni, l’uso declamatorio della voce di gruppi come CCCP o Massimo Volume era una cosa “alta”, con un profondo valore culturale oltre che estetico. Al contrario, il “cantare bene” era una tipica cosa sanremese, canzonettara… Quindi mi viene da pensare che dietro il tuo discorso ci sia anche un fattore generazionale; nel senso, piaci a una generazione che non ha più quel peso lì, quello del sospetto nei confronti del canto…
Mmmh, ti rigiro la domanda: il bel canto quanto è già nella scrittura di un pezzo?

Vuoi dire che tu scrivi canzoni con la voce che hai?
Sì, ovviamente. Ma al tempo stesso, anche se i pezzi li canti tu, non sono male e io ne ho le prove. Non è che la mia voce sia l’unica…

Secondo me, tu avendo la voce che hai scrivi in un certo modo, e quindi canti in quel modo perché provi piacere, perché quella melodia che ti viene comunica già qualcosa.
Vuoi dire che per te musica e scrittura sono la stessa cosa?

O che una cosa influenza l’altra: per capirci, il tuo modo di cantare influenza il modo in cui scrivi.
Però un pezzo pop fatto bene piace a tutti, dai. Persino a chi ascolta i Massimo Volume. Prendi Insieme a te non ci sto più: da un pezzo del genere, non puoi non essere toccato. Puoi essere talmente tanto stronzo da dire di non essere toccato, ma in realtà sei toccato e lo sai. È un uragano. Quando una cosa è devastante, è devastante. Ora, io non dico di essere devastante: nel mio piccolo, non ho fatto roba come quella, ma le mie emozioni ce le ho messe e probabilmente, al di là della voce e della scrittura, questa cosa a qualcuno piace. Mainstream sarà cantato malino, prodotto peggio, però c’è un’emozione di fondo. Attenzione, non sto dicendo che in altri gruppi o musicisti questa emozione non ci sia… Almeno in certe cose l’ho sentita.

Fuori i nomi.
I Cani! (ride). Non so, per esempio nei Thegiornalisti, l’emozione ce la sento. Quell’emozione poi può piacere o no, però c’è.

Non volevo provare a scatenare la polemica, giuro.
Però dai, di che stiamo parlando? L’emozione… Cioè, siamo nel campo dell’imponderabile!

Tutto è imponderabile in musica.
Be’ ma le emozioni sono le cose meno razionalizzabili che ci siano, no? Cioè, l’emozione… Che cazzo, dai.

Il nuovo album di Calcutta si intitola (come avrete capito) Mainstream ed è uscito per Bomba Dischi / Pot Pot. L’ultimo singolo dei Cani si intitola Il posto più freddo e lo potete ascoltare qui. Alla stesura dell’intervista ha collaborato Daniele Rubatti.

Niccolò Contessa
Niccolò Contessa è un musicista romano. A nome I Cani ha pubblicato gli album "Il sorprendente album d'esordio de I Cani" (2011) e "Glamour" (2013), mentre un terzo album è in uscita a inizio 2016. Ha inoltre realizzato la colonna sonora originale del film "La felicità è un sistema complesso", nelle sale cinematografiche in questi giorni.

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