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Prima era ironia vaporwave mista a LOL rap. Poi è arrivata l'accettazione da parte della critica “seria”. Storia di un fenomeno che non è solo “rap dell'internet”.

Lean has quickly and quietly cut-and-pasted himself a rap career replete with a crew (The Sad Boys), a sound (cloud rap via Japan), and a look (very young, very white).
Fact Magazine

Gli inizi
Partiamo dalle definizioni: Yung Lean è un rapper svedese, di nicchia ma neanche tanto. A volerlo incasellare in un genere musicale, lo ascriveremmo al cosiddetto “cloud rap”, un particolare tipo di rap caratterizzato da ritmi rallentati e un’atmosfera onirica e fumosa (tanto che ne esiste una variante detta fog-hop): i suoni sono eterei e fortemente elettronici, quasi una variante della vecchia chillwave che ha inglobato alcuni elementi dell’hip hop.

Yung Lean però, è anche un fenomeno estetico influentissimo su internet. Uno di quelli che a volerci esprimere in termini cari al binomio mercato-web chiameremmo influencer, cioè qualcuno con un seguito su cui è capace di esercitare un certo carisma. Ma messa così la definizione è parziale.

Andiamo però con ordine: Jonatan Leandoer Håstad nasce in Bielorussia nel 1996 e cresce a Södermalm, un sobborgo di Stoccolma, dove inizia a fare musica nel 2011, a quindici anni. Nel 2013 fa uscire il suo primo Mixtape, Unknown Death 2002. Solo due anni prima aveva incontrato coloro che sarebbero diventati i suoi produttori e che lo avrebbero affiancato da quel momento in poi, Yung Gud e Yung Sherman. Fin qui niente di strano, il “classico” inizio prematuro di una carriera musicale. Però questa storia è qualcosa di più di una semplice carriera di un giovane rapper, per due motivi.

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Gatorade.

Il primo è che non è chiaro se sia davvero una carriera semplicemente musicale, perché a seguire Yung Lean e i Sad Boys, si ha spesso la sensazione che la musica venga in secondo piano rispetto al vestiario, i meme e l’immaginario visivo che la fa da padrone: ascoltando ma soprattutto guardando Lean, si ha la sensazione che il suo obiettivo sia portare avanti con logiche pubblicitarie una stramba fetta di iconosfera, e se è vero che tutto sommato ogni artista persegue – con più o meno originalità – lo stesso obiettivo, la particolarità di questo caso specifico è che la fetta è composta dal tipico minestrone estetico della Rete tutta.

Il secondo motivo per cui la storia di Yung Lean è molto più di una delle tante carriere di giovani rapper, è che con Lean nasce un vero e proprio “rap dell’internet”: ironico, fuori tempo, sconclusionato, lento e con suoni ovattati, pieno di riferimenti pop ma soprattutto definitivamente slegato dai luoghi fisici abitati dall’artista. È insomma il rap dei Digimon e delle GIF, dei fotomontaggi ridicoli e delle dissolvenze a stella nei video ufficiali. Certo, Lean prende tanti elementi estetici e sonori da personaggi come Riff Raff e Lil B, ed è stato addirittura definito un successore di Clams Casino, ma si può dire abbia degli elementi nuovi, delle caratteristiche che segnano un distacco tra ciò che è stato il cloud rap prima del suo arrivo sulle scene.

Come è iniziato tutto questo? La riposta non può che essere una: con un video virale su Youtube, questo.

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Il brano si intitola Gingseng Strip 2002, è stato pubblicato nel marzo 2013, e al momento conta oltre 10 milioni di visualizzazioni. Diamo un’occhiata al testo:

2003
Arizona iced out boys
Yung Leandoer Shawty
Emotional boys 2001
Emotional shawtys in this bitch
Mackaveli

Bitches come and go (brah)
But you know I stay
Bitches come and go (brah)
But you know I stay
Got my balls licked by a Zooey Deschanel look-alike
Cocaine addictrazor blade to your head
Conflict, I’m a contradicted shit
Peeing on old people’s houses is an inflict
2003 shitthis ain’t no splitting bills shit
I’mma peel banana skids while listenin’ to R Kelly’s Greatest Hits

La prima cosa che viene da dire su questi versi, è che… non hanno nessuno senso; ma ovviamente quest’insensatezza è voluta e va letta nell’insieme ironico della produzione di Lean. Brano e video di Ginseng Strip 2002 sono artefatti senza pretese non troppo distanti dal nostrano LOL rap, e tutto sommato la differenza che a questo punto separa Lean da uno Spitty Cash non è così enorme. E infatti è così che Lean viene a galla sul web: un fenomeno forse “interessante”, magari inaspettato, ma tutto sommato calzante con il resto dell’ironia che popola la Rete, visto con occhi allenati all’estetica accelerata del web odierno.

Ginseng Strip 2002 inizia con un sample in loop “arabeggiante”, mentre nel video Lean è seduto sulle scale di quella che potrebbe essere una banca o un qualsiasi edificio costruito di recente: linee pulite, architettura postmoderna che dà l’idea di una modernità liscia, funzionale; appare un lettering in giapponese, 私はプレイボーイです, che significa all’incirca “sono un gran playboy”. È la riproduzione in chiave esotista e volutamente scarsa di un immaginario lo-fi, una plateale rivendicazione del fake, del falso. Di nuovo, come col testo, a dominare è l’ironia: un gioco a prendere le distanze dalla figura dell’artista, a stare volutamente sul filo del ridicolo. Lean stesso non sembra crederci troppo.

Come nell'estetica vaporwave, Lean sembra abbracciare un'ironia da esplicare rendendosi ridicoli in maniera controllata, diciamo pure “misurata”.

Il falso è uno dei grandi temi del postmodernismo. Jean-François Lyotard sosteneva che l’ignoto è ciò che si palesa nella “falsificazione”, nell’esplicitare il limite di un certo paradigma. Sarà per questo che un artista come Lean è difficile da incasellare in una categoria musicale ben precisa? Perché forse, per creare mistero e senso dell’ignoto, la falsificazione è oltremodo necessaria? Come nell’estetica vaporwave, Lean sembra abbracciare un’ironia da esplicare rendendosi ridicoli in maniera controllata, diciamo pure “misurata”.

Kyoto e il Successo
Il singolo più famoso di Yung Lean è Kyoto, un pezzo più tipicamente cloud rap, ben prodotto e con un video ben costruito. Di fatto sono questi quattro minuti (18 milioni di visualizzazioni ad oggi) che hanno battezzato Lean a personaggio influente, facendo ottenere al ragazzo svedese attenzioni che pochi rapper europei ricevono a livello internazionale.

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Da questo momento la faccenda si fa seria e Yung Lean entra nella sua fase “professionale”. Ciò nonostante, da un punto di vista tematico, nulla sembra esser cambiato. Guardando il video i rimandi all’Asia sono costanti e nemmeno qui c’è da aspettarsi coerenza alcuna: il video è girato ad Amsterdam, Lean è svedese, canta in inglese, Kyoto è una città del Giappone e il negozio che si vede nel video vende merce cinese. Il lettering giapponese ヨンは、希薄 希薄 significa letteralmente “lean” mentre 神 significa “dio”. Un mio amico giapponese ha riso per un minuto quando gli ho chiesto di tradurre la sfilza di simboli.

L’autenticità, intesa come rimando coerente a un’idea o un luogo, non esiste. Perché il “luogo” e la sottocultura a cui un millenial come Lean fa riferimento è Tumblr, sono le GIF sui social, sono i manga fuori contesto delle pagine vaporwave. È a questi “luoghi virtuali” che Lean appartiene. Vengono da lì non solo i riferimenti estetici pop, ma anche l’insensatezza dei testi che somigliano a quelle specie di poesie fatte traducendo parti di testo random con Google Translate, per poi mettere il tutto su Tumblr con uno sfondo seapunk.

Lean dice molto esplicitamente che le sue influenze non provengono dal posto in cui è nato: ciò che fa dipende e proviene da altrove, mica dal suo sobborgo di Stoccolma.

Forse sono questi non-luoghi comuni all’intera generazione Y (o almeno alla sua parte occidentale) uno degli elementi essenziali delle nuove sottoculture legate al web: il distacco emotivo e culturale dal luogo in cui si nasce e la cultura da cui si proviene. A tal proposito, in quest’intervista Lean dice molto esplicitamente che le sue influenze non provengono da dove è nato: ciò che fa dipende e proviene da altrove, mica dal suo sobborgo di Stoccolma; e nemmeno il suo successo lo è, visto che la maggior parte dei suoi fan sono statunitensi. Nella natia Svezia, Yung Lean – ammette il suo manager Emilio Fagone – non lo conosce quasi nessuno.

Con Kyoto, comunque, tutto cambia: le produzioni video lo-fi, che prima costituivano di fatto l’intero immaginario visivo internettaro di Lean & co., lasciano spazio a immagini in alta qualità, regia decente e buona fotografia. Se prima i video di Hurt, Motorola, Oreomilkshake e Ginseng Strip 2002 sembravano pura estetica vapor, dopo Kyoto è evidente che nelle tasche di questo gruppetto di diciassettenni scandinavi sono entrati parecchi soldi e si è preso coscienza del fatto che si è dentro una piccola startup estetica in crescita.

Singoli come Volt, Diamonds e Afghanistan presentano una cura del dettaglio meticolosa e un’attenzione ai suoni fino a quel momento inimmaginabile. Ma per l’ennesima volta, i temi rimangono immutati: il mistero e il senso dell’ignoto, la stramberìa che strizza l’occhio all’ironia, sono ancora lì. Così come ancora lì sono i testi insensati, gli elementi surreali, il gioco a stare sul filo del ridicolo, ma in modo sempre più cosciente e ponderato. Già nel 2014 col singolo Yoshi City la banalità esotica del ginseng è diventata quella futuristica di una Renault Twizy che per come viene inquadrata fa pensare quasi alla grossa moto che sfreccia in Akira. Da Kyoto in poi però c’è un’evoluzione ulteriore e si arriva a Lean che nel video di Miami Ultras (ovviamente il titolo è l’ennesimo rimando esotico privo di contenuti) sta con un lungo vestito da nonna Giuseppa a scavare buche e spaccare la legna. Che detta così è ridicolo, ma l’effetto è obiettivamente affascinante. Un’onirica cartolina dai colori ghiacciati alla Lars Von Trier.

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Miami Ultras.

È evidente che la differenza tra Lean e il rap che lo ha preceduto non sta nel fatto che lui sia il primo a rincorrere una sua precisa riconoscibilità estetica. Del resto il rap, come parte della cultura hip-hop, ha da sempre fatto affidamento a un immaginario molto specifico e ben codificato. L’estetica di Yung Lean però sembra combinare caratteristiche peculiari: corrisponde a quella che nella pubblicità si ama definire “un’esperienza multisensoriale”, al punto che la sua musica perde di significato se fuori dal contesto visivo, e viceversa.

Definire l’estetica di qualcuno non è mai facile, ma quando si tratta di analizzare le estetiche formatesi nel web, le cose si fanno ancora più difficili. Perché il web è un minestrone che prescinde da tempi e spazi, e quando questo minestrone influenza qualcosa – sia essa una nicchia o una fetta consistente di società – la rende, per l’appunto, minestronica: un groviglio inestricabile di temi, valori, immagini e suoni, che vengono rimessi in circolo (online) sotto forma di singoli atomi di per sé insensati. Il web si riflette esteticamente sui prodotti che conia, ed è questa una faccenda tipicamente culturale. Pensiamo alla solita vaporwave: a renderla interessante è proprio il fatto che si tratta di un minestrone all’interno del quale convivono le caratteristiche comuni all’intero dominio dei file presenti online: immediatezza, poca o nessuna verificabilità (si pensi alle notizie e ai video virali), tendenza all’ironia, bassa qualità (lo-fi) e così via.

Se Ginseng Strip 2002 non differiva troppo da un pezzo di Bello Figo Gu, Kyoto è un singolo che molti rapper e producer navigati avrebbero voluto scrivere.

Abbiamo già detto che è proprio all’interno di quest’intorno fumoso, ironico, sciatto e digitale che nasce il rap di un normale adolescente di Stoccolma, ed è da questo spazio che Yung Lean raccoglie elementi e influenze. Il fatto sorprendente però, è che col tempo Lean e i Sad Boys bravi lo sono diventati davvero. Già Kyoto, nonostante l’esibita vuotezza delle tematiche, è un pezzo che va ben oltre l’orecchiabilità e che non è più considerabile alla pari di un semplice video virale. Se Ginseng Strip 2002 non differiva troppo da un pezzo di Bello Figo Gu o dal video della signora che prova la maschera di Chewbacca, Kyoto è un singolo che molti rapper e producer navigati avrebbero voluto scrivere, al punto di diventare degno delle attenzioni di David Shapiro sul New Yorker.

Stessa cosa si può dire per Volt e i suoi singoli più recenti. Warlord, l’ultimo album di Lean, nonostante mantenga un immaginario nebbioso e un flow letargico, contiene veramente delle buone tracce (Hoover su tutte): si tratta cioè di pezzi che si ascoltano volentieri anche senza il supporto delle immagini, il che di per sé non è una gran notizia quando si parla di musica. Ma per chi ha seguito Lean dall’inizio, be’: è stato un piccolo shock.

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Hoover.

Siamo quindi arrivati al punto di dire addio al minestrone per cui Lean l’avevamo conosciuto? Addio internet, addio vapor, addio ricorsività estetica, addio lo-fi digitale, fotomontaggi, strane postproduzioni, logica fake, ironia, esotismo giapponese, eccetera eccetera eccetera? Yung Lean è quindi diventato un musicista vero, non più e non solo un fenomeno estetico che si misura tra shopping, brand e abbinamenti del tipo cappello da pescatore+ciabatte?

A pensare di poter vedere senza ironia ciò che pensavamo fosse ironia pura, l’effetto è strano. Provo personalmente un senso di confusione nel non sapere dove è iniziato e dove è finito il gioco semiotico. Lean mi ha fregato? A vedere i video di un qualsiasi LOL rapper, che sia Trucebaldazzi o Lil Angels, è evidente dove siamo andati a parare: capisco cioè in che misura esistono l’amatorialità, l’ironia (auto o meno che sia) e la semplice incapacità di autocritica che porta alla figuraccia. Dopo Warlord, però, è davvero difficile dire lo stesso di Lean. Viene da chiedersi come può succedere davvero di iniziare come Spitty Cash per poi finire a essere incensati dalla critica “che ne sa”.

Andrzej Stasiuk in un articolo del 2009 rifletteva sulla globalizzazione e raccontava: “Quando passeggio così per il mio mercato non riesco a evitare l’impressione che ci stiamo veramente dirigendo verso un’epoca nella quale riceveremo le cose gratuitamente. L’utopia comunista si realizzerà in modo perverso e postcapitalistico. La plebe sempre all’opra china verrà finalmente abbigliata, cibata e condotta verso il paese dell’abbondanza, dove regnano la paccottiglia cinese, la stoffa sintetica, la bigiotteria di plastica. Mi piace il mio mercato lungo il fiume. È un luogo perfetto per meditare su come il mondo si va trasformando”.

Scrivendo quest’articolo mi sono chiesto più volte cosa ne penserebbe Stasiuk di Yung Lean: il rapper di Stoccolma ci racconta che, a soli otto anni dalla riflessione dello scrittore polacco, quell’effetto “paccottiglia cinese” non solo si è esteso, ma si è imposto nei meandri più stretti della produzione culturale contemporanea. Cosa vedremo tra altri otto anni?

Enrico Pitzianti
Enrico Pitzianti, Cagliari 1988, si occupa di estetica e arte. È parte della redazione di Dude Magazine, di Artnoise e de L'Indiscreto. È laureato in semiotica, ha fondato il progetto artistico online GuardieShow ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.

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