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Con artisti come M.E.S.H., Lotic e Kablam, il collettivo berlinese Janus ha ridefinito la club culture degli ultimi anni. In occasione del loro showcase di domani a Club to Club, abbiamo parlato con due dei suoi fondatori.

Janus è il nome di una serata nata a Berlino nel 2012 e che da allora sempre a Berlino opera, pur con importanti appendici ed exploit su e giù per l’Europa. È anche il nome di un’etichetta discografica che finora ha pubblicato cinque titoli in tutto, e tutti esclusivamente online. Più in generale, Janus è un collettivo che, partito dai margini della club culture berlinese, si è infine ritagliato un ruolo centralissimo nell’immaginario elettronico contemporaneo: i suoi artisti principali – M.E.S.H., Lotic, Kablam – hanno coniato un suono tutto fratture e spigoli che sembra avvolto in una pellicola dalle luminescenze innaturali, come ricavata da qualche minerale sintetico. Assieme ai vari Arca, Holly Herndon, Logos, Rabit, occupano una posizione d’avanguardia nell’attuale panorama hi-tech: a dirla tutta, sono tra quelli che l’estetica hi-tech l’hanno praticamente inventata.

Janus è una specie di ospite d’onore della nuova edizione del Club To Club di Torino, e anzi, a scorrere il programma sembra proprio che il suo respiro contamini l’intera rassegna. Innanzitutto perché sono previsti diversi nomi direttamente collegati al collettivo berlinese: oltre a M.E.S.H. e Kablam, ci sono fiancheggiatori più o meno ufficiali come l’americano Total Freedom (il principale punto di contatto tra Janus e le etichette gemelle Night Slugs/Fade To Mind) e la diciottenne svedese Toxe (che proviene da un altro collettivo ancora, StayCore, tra l’altro fondato dalla stessa Kablam). A questi vanno aggiunti innanzitutto gli Amnesia Scanner (che di Janus sono a loro modo una colonna portante), Chino Amobi (del collettivo “panafricanista” NON), Elysia Crampton, il solito Arca, ma anche il nostro Lorenzo Senni e l’inglese L-Vis 1990.

Tutti assieme, questi musicisti compongo la più classica delle famiglie allargate, o se preferite un network: e di questo network, Janus è quasi certamente il nodo principale, vuoi per la posizione geografica (Berlino resta pur sempre la capitale della club culture europea), vuoi per la quantità di contenuti impliciti nel lavoro dei suoi artisti – ma di questo parliamo poi. O meglio, a parlarne saranno Dan DeNorch e James Whipple, che ho contattato in vista dell’appuntamento torinese: il primo è l’uomo che Janus l’ha fondato; il secondo altri non è che M.E.S.H., reduce tra l’altro dalla collaborazione con Metahaven per il film Information Skies, e nel 2016 autore di un EP intitolato Damaged Merc uscito come al solito per PAN ed erede dello splendido Piteous Gate dello scorso anno.

Sia Dan che James sono espatriati americani, il primo via New York, mentre il secondo è originario della California. Il motivo per cui hanno finito per incontrarsi a Berlino, è facile da intuire: “Mi sono spostato in Germania in cerca di un lavoro vero”, racconta Dan, “e sono finito a organizzare party. Che è poi il tipico lavoro che uno svolge a Berlino”. Da come la mette, suppongo sia una storia familiare a molti. Comunque: con loro ci sono sin dagli inizi J’Kerian Morgan, ovvero Lotic, e Michael Ladner, che di Janus è assieme a Dan il braccio operativo. Nella parole di DeNorch, “eravamo tutte persone che si frequentavano regolarmente e che condividevano determinati pensieri sulla musica, sull’arte, sulla politica. Sin dagli inizi Janus è stata una faccenda molto intima, personale”. Che è poi un altro modo per dire “una roba tra amici”.

Per James, ad accomunare i fondatori di Janus è “un comune desiderio di intensità, e una passione per la musica da club depurata da tutta la merda che la circonda”. Questo si è tradotto in una proposta dai toni insolitamente radicali e massimalisti, perlomeno secondo i comuni standard della club culture anni ’10. Prendete questo dj set di Lotic in un Boiler Room dello scorso febbraio:

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È una continua torsione biomeccanica che spazia dall’R&B a una techno sempre e comunque decostruzionista, spappolata da innesti reggaeton, kuduro, e global bass, e che incidentalmente contravviene a quasi tutte le “buone pratiche” del djing classico in termini di climax, BPM e rilascio. Ma in generale, quello che Janus introduce è una queerness ambigua perennemente sul filo tra utopia e distopia, e che pare evocare il profilo di qualche nuovissimo grattacielo in cristallo la cui ombra si staglia su una favela dalle generalità geografiche incerte: un sentimento futuribile che frustrando il facile appiglio del four-on-the-floor in 4/4 tiene l’ascoltatore in una situazione di sospensione e indeterminatezza, e che erode in maniera anche molto esplicita – nonché violenta – qualsiasi certezza identitaria. E non solo di tipo musicale: genere, razza, classe, sono principi attorno ai quali Janus è riuscito a costruire una narrazione dai toni altrettanto accesi e spiazzanti.

Questa tensione sovversiva tra apocalisse tecnologica e jouissance desiderante, è stata ulteriormente sottolineata dall’entrata in Janus di Kablam, la musicista e dj che in Svezia, assieme al collettivo femminile/femminista StayCore, stava portando avanti un discorso molto simile a quello degli stessi Lotic e M.E.S.H. (“computer contro il patriarcato”, per dirla con un’efficace espressione di Sonia Garcia). La cosa ha ovviamente facilitato una lettura eminentemente politica dell’immaginario messo a punto dalla serata/etichetta berlinese, anche se gli stessi protagonisti ci tengono a – come dire – mantenere le distanze.

Kablam.

Dice James: “Non saprei. Se decidi di riflettere nella tua arte quella che è la tua esperienza del mondo, non significa automaticamente che stai compiendo un gesto politico. Quello che gli artisti idealmente possono fare, è assorbire i fenomeni in maniera più ragionata e rifletterli in un linguaggio che è più ‘olistico’, o al limite suggerire nuove linee di pensiero. Oppure certo, essere dei tizi irritanti che puntano il dito contro le contraddizioni dell’esistente. Ma credo che la politica risieda più nelle relazioni sociali di come operi, nelle persone con cui scegli di collaborare, nelle piattaforme che decidi di condividere o meno”. È più o meno quello che afferma Dan quando nota: “Noi non prendiamo ‘posizioni ufficiali’, e non facciamo quello che facciamo con qualche obiettivo specifico in testa. Però è anche vero che il personale è politico. E quando lavori con una persona come J’Kerian/Lotic, è ovvio che dietro ci siano delle implicazioni e delle connotazioni molto precise”.

Lotic in particolare è sempre stato molto esplicito sul ruolo che attribuisce sia alla sua musica che al suo lavoro da dj: mettere in crisi il conformismo della club culture contemporanea non tanto per il semplice piacere del gesto “avanguardista”, ma per ristabilire nei club quella dimensione che per decenni li ha resi (parole sue in un’intervista dello scorso anno a Birsa Alessandri) “luoghi liberi in cui poter scoprire suoni nuovi e fantastici, sperimentare droghe, sesso”. Queer, nero, e all’occorrenza polemico (come quando se la prese con i “ragazzini bianchi e privilegiati” di PC Music), Lotic di Janus interpreta se così si può dire l’anima più eversiva e sensuale assieme, due aggettivi che nel suo caso semplicemente coincidono. Ho quindi sempre trovato un po’ bizzarro (vogliamo dire contraddittorio?) il rapporto che lega Janus al locale berlinese più aristocratico di tutti; e no, non sto ovviamente parlando del Chester’s, il club in cui Janus di fatto è nato, ma del famigerato Berghain. Che poi al momento è quasi sicuramente il club più importante e mitizzato dell’intero pianeta.

Janus al Berghain.

Con la sua door policy in cui un semplice sguardo del buttafuori decide se puoi entrare o meno, il Berghain è quanto di meno inclusivo possa esistere in termini di club, almeno secondo i miei standard: voglio dire, non mi piace quando arrivo in un posto e un tizio davanti alla porta sentenzia “tu sì, tu no”, ed è fondamentalmente questo il motivo per cui al Berghain non mi sono mai nemmeno avvicinato. Quando pongo la questione a James, la risposta è più o meno quella che mi aspettavo: “Penso che i luoghi che storicamente hanno sempre accolto un pubblico queer e marginalizzato, abbiano il diritto di decidere quali sono i confini dei loro spazi. La door policy del Berghain di solito ha più a che fare col creare il giusto mix di persone all’interno, ma forse questa è più una mia impressione che altro. Magari dietro non c’è tutto questo idealismo, non so…”.

Per Dan, “in termini di diversità del pubblico, bisogna dire che i tipi del Berghain fanno davvero un buon lavoro. È un posto dalla mentalità aperta, è queer, è pieno di gente a cui piace lasciarsi andare…”. E però, vista l’insistenza con cui Janus si premura di cortocircuitare i canoni della club culture ortodossa, mi viene pure da chiedergli se abbiano mai pensato a una dimensione altra che non sia il club, o tuttalpiù qualche galleria o museo d’arte contemporanea (altra dimensione che Janus frequenta con una certa regolarità). James mi racconta che “personalmente ho suonato in un mucchio di squat. A Lipsia c’è un posto fantastico chiamato Institut für Zukunf che è totalmente autogestito e che ha anche un sound system della madonna. Un altro posto che mi piace molto è Macao, a Milano”.

Janus + Oscillate Wildly + PAN.

Il rapporto con Milano in realtà, passa principalmente attraverso Progresso, la serata organizzata da Jim e Matteo dei Primitive Art (“loro sono nostri amici e noi siamo loro fan”, conferma James). A sua volta, Progresso è l’ennesimo nodo del consueto network che, oltre a Janus, conta esperienze affini come la viennese Bliss, Oscillate Wildly a Londra, o GHE20G0TH1K a New York, di cui proprio Dan DeNorch è stato tra gli animatori. E poi ci sono etichette come PAN, Halcyon Veil (la label di Rabit), la portoghese Principe Records, la messicana NAAFI, la giapponese YYAA… Sono realtà diverse che però, a uno sguardo esterno, sembrano condividere i medesimi tratti, o quantomeno una certa aderenza a un immaginario antinostalgico ed esploso, intimamente conflittuale, neogotico come può esserlo un intricatissimo layer dei soliti Metahaven.

E poi d’accordo, c’è anche quel deciso retrogusto… be’, sì, accelerazionista. Il che ci porta a quello che per me è l’aspetto più interessante non solo di Janus, ma dell’intera galassia sopraccennata: la confluenza di questi suoni all’interno di un più generico dibattito che negli ultimi anni ha tracimato dal recinto della speculazione filosofica per riversarsi in quello dell’arte, della politica, e di quella bestia contraddittoria che è la cosiddetta theory.

Una locandina di Janus.

Per molti di questi musicisti, è una confluenza più involontaria che altro. Per altri, il rapporto è più consapevole e in qualche caso dichiarato: di M.E.S.H., rimane esemplare una foto che ritrae i libri che occupano un tavolino del suo studio, una discreta collezione di “classici accelerazionisti” che vanno da Nick Land a Paul Virilio, da Reza Negarestani al catalogo Punctum Books. James in effetti mi racconta che “da adolescente curiosavo sul blog Hyperstition e ogni tanto leggevo le cose del sito della CCRU, e la cosa un po’ mi ha influenzato – anche se le mie erano letture totalmente fuori contesto”. Però poi, di nuovo, ci tiene a mantenere le distanze: “Io non vengo da un retroterra accademico, sono più un lurker che sbircia queste cose online. Mi piace quello che dicono autori come Nick Srnicek e Alex Williams, mi piacciono gli scritti xenofemministi… Ma trovo sempre un po’ dozzinale quando un musicista si appropria di idee che vengono dalla filosofia accademica: spesso si tratta di semplici alibi per musiche scadenti o insincere”.

Quando lo indirizzo alla conversazione che, sul sito della piattaforma francese Glass Bead, Holly Herndon e Mat Dryhurst hanno intavolato con Alex Williams (assieme al già citato Nick Srnicek, autore del Manifesto per una politica accelerazionista e del successivo Inventing the Future), James ammette: “Me la ricordo questa conversazione. In effetti è interessante la maniera in cui la musica ha sempre funzionato da cavia per i futuri sviluppi della politica e dell’economia. Se ci pensi, che si parli di post-scarsità, di data mining, di attention economy, di semiocapitalismo… Probabilmente aveva già ragione Jacques Attali: la musica è un medium predittivo, che a volte annuncia e rivela i segni del futuro”.

M.E.S.H.

Il futuro è, ancora una volta, uno dei termini più ricorrenti quando si affrontano Janus e le musiche degli artisti ad esso collegati, che si tratti delle allucinazioni transumaniste degli Amnesia Scanner o del femminismo in chiave Mad Max di Kablam e del suo ultimo, splendido EP Furiosa. Ma anche qui, Dan e James alzano una barricata di distinguo e puntualizzazioni: “Non è che vogliamo ‘suonare futuristi’. Direi più che la nostra è…. non so, una riflessione sul presente”, rimugina Dan. “Forse potremmo dire che Janus racconta quel futuro che è già qui tra noi, adesso. O per essere più precisi: il futuro di merda che ci aspetta in un presente di merda”. Un po’ alla Black Mirror, diciamo.

Per James, “Non credo proprio che i tempi in cui viviamo verranno ricordati per essere ‘moderni’, ‘ultratecnologici’ o chissà che altro. Quelli semmai erano gli anni ’60, i ’70, al limite gli ’80. Oggi viviamo piuttosto in un’era di pseudo-innovazione, di declino controllato e di cattiva gestione delle risorse”. Il che non suona granché ottimista, un aggettivo che in effetti raramente viene da spendere ad ascoltare un disco dei vari M.E.S.H., Lotic, & co. È un po’ anche per questo che Adam Harper, nella chiacchierata pubblicata su Prismo qualche settimana fa, intravedeva nei lavori del collettivo berlinese quella punta di nichilismo che tanto lo preoccupa in un’epoca di Brexit, Donald Trump e alt-right montante. La cosa, ovviamente, fa incazzare sia Dan che James.

“Posso immaginare dove voglia arrivare Harper”, mi dice Dan, “ma proprio non sono d’accordo. Ok, anch’io se dovessi ascoltare la roba di Janus fuori dal suo contesto, immagino che la percepirei come scontrosa e oscura. Ma se tu venissi a una delle nostre serate, be’, vedresti solo gente col sorriso. D’accordo, vieni travolto dalla musica, e sicuramente è anche una musica molto potente, aggressiva e dura, ma non ci trovo nulla di nichilista in questo. La sensazione che provi è di gioia, di libertà… È un’esperienza che ti trasforma: più che di nichilismo parlerei di dionisiaco, capisci?”.

James/M.E.S.H. è ancora più  netto: “Non capisco proprio che intende Harper con ‘clubbing distopico’. Cos’è, una roba inglese? Davvero, come si può immaginare che Janus stia promuovendo qualche tipo di macchina alienante? Quello che facciamo può essere interpretato come drammatico o anche esilarante, ma nichilista proprio mai. Prendi per esempio Furiosa di Kablam: certo, è pesante, è duro, è tipo heavy metal… Ma è anche catartico, trascinante, e soprattutto molto personale. C’è della vulnerabilità nella nostra musica. Non è un sistema chiuso. E anche se spesso sembra musica scura, è parte di un fenomeno più grande che nei club ha portato più inclusione, più voci, più diversità. Abbiamo dirottato spazi e situazioni che fino a poco tempo fa erano dominio di visioni conservatrici e scene incredibilmente retrograde. Cosa c’è di nichilista in tutto questo?”.

Lo showcase di Janus a Club to Club si terrà il 5 novembre sul palco di Red Bull Music Academy.

Valerio Mattioli
Valerio Mattioli, caporedattore di PRISMO, ha scritto tanto in giro. Il suo libro "Superonda - Storia segreta della musica italiana" è uscito per Baldini & Castoldi nel 2016.

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