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Le grandi imprese conglomerate su cui si fonda l’economia coreana, come Samsung e Hyundai, stanno vivendo una fase di passaggio. Quali sono gli effetti sull’intera società?

In Corea la successione alla terza generazione è di fatto completa.  No, non si tratta della dinastia rossa dei Kim che dagli anni Quaranta del secolo scorso comanda a Nord del 38esimo parallelo. L’avvicendamento è quello al vertice di Samsung, ufficializzato lo scorso 27 ottobre con la nomina di Lee Jae-yong a executive director del board. Si completa, in questo modo, un percorso iniziato due anni fa, quando il top manager, conosciuto anche come Jay Y Lee iniziò a prendere il controllo dell’azienda per sostituire il padre e presidente del colosso sudcoreano, Lee Kun-hee, debilitato da un infarto.

Il rampollo, già vicepresidente di Samsung Electronics, sale al comando in un momento delicato per la conglomerata fondata dal nonno Lee Byung-chul nel 1938. Nell’ultimo trimestre ha registrato un calo dell’utile e dei ricavi rispettivamente a 4.541 miliardi e 47.800 miliardi di won (pari a 3,9 miliardi e a 42 miliardi di dollari). La botta sul bilancio è conseguenza del ritiro su scala globale del Galaxy Note 7, pensato per essere un’ammiraglia per le Tre Stelle, ma che le sue batterie a rischio surriscaldamento hanno trasformato in una minaccia tale da spingere addirittura diverse compagnie aeree a vietare di portare a bordo il dispositivo.

Ma più dei contraccolpi sul bilancio, la società rischia di accusare il colpo d’immagine. Come ricorda Milano Finanza (settimanale con il quale chi scrive collabora) “anche un ritiro nell’ordine dei milioni di unità deve pur sempre essere ricondotto nell’ambito delle dimensioni complessive di un colosso come Samsung per comprenderne la reale portata”.

Per capire l’ordine di grandezza, basta ricordare che da sola Samsung pesa per circa il 13% del prodotto interno lordo della Corea del Sud, quarta potenza economica dell’Asia e dodicesima a livello globale. Ciò che è buono per Samsung è buono anche per Seul verrebbe da dire, mutuando una frase in voga quando ci si riferiva alla Fiat.

Allo stesso modo, però, la Corea sconta le difficoltà del proprio campione. Tant’è che la Banca centrale sudcoreana ha ritenuto di dover tagliare di un decimale le previsioni di crescita per il prossimo anno, portandolo al 2,8% immediatamente dopo lo scandalo Note 7. E alle difficoltà delle Tre Stelle si sommano quelle della Hyundai, alle prese con una serie di scioperi che hanno rallentato la produzione.

Più in generale, è l’intero sistema delle chaebol a vivere un periodo di disagio. L’immagine che circolava su Twitter di un cartello appeso all’entrata di un ufficio postale di Seul spiega più di molte analisi quanto il Paese dipenda dalla loro salute finanziaria. Gli impiegati avvisavano i clienti che a causa dei problemi della Hanjin Shipping la consegna e il ritiro di pacchi e corrispondenza non poteva essere effettuato. Un intero servizio era dipendente da un’unica compagnia che proprio in quei giorni richiedeva la procedura fallimentare e fermava la flotta di 87 navi in mare o appena fuori dai porti per evitare i creditori. Per il sistema dei container si è trattato di un momento paragonabile al crollo della Lehman Brothers nel settore finanziario.

Le grandi conglomerate “a conduzione familiare” sono il simbolo del capitalismo sudcoreano. La loro diffusione è capillare e va oltre l’immagine che solitamente si ha del brand. La Hyundai, oltre a produrre macchine, gestisce catene di supermercati e la Lotte, conosciuta per la grande distribuzione, si occupa per esempio di chimica.

È grazie ai grandi gruppi, nati sul modello delle zaibatsu giapponesi, che a partire dagli anni Sessanta si è compiuto “Il miracolo coreano”, come è intitolato un saggio di Andrea Goldstein, oggi managing director di Nomisma, edito dal Mulino. Da paese povero, privo di risorse naturali, dipendente dal sostegno statunitense, arretrato anche rispetto ai cugini nordcoreani, il Sud si è trasformato in una potenza economica. Fu un mutamento tale da plasmare l’identità nazionale rispetto a quella del Nord. La tesi emerge da un saggio della coreanista Antonetta Bruno, docente all’Università La Sapienza, che esamina l’identità nazionale postcoloniale in Corea del Sud.  Da una parte, sotto il regime di Pyongyang, c’è un sistema di socialismo ereditario, che fonda la propria legittimità sul concetto di juche – l’ideologia dell’autosufficienza – e sulla forza militare. Dall’altra un prodotto del capitalismo (oltre che di un governo autoritario fino alla fine degli anni Ottanta). Conseguentemente a questa contrapposizione le nuove generazioni, quelle che a poco a poco stanno perdendo il legame sentimentale e familiare con il Nord, si sentono semplicemente sudcoreane.

Un impiego in Samsung, in LG, alla Lotte, alla Hyundai, è l’aspirazione dei giovani coreani terminato il selettivo percorso scolastico. Sono le chaebol, quindi, a offrire i migliori salari e attrarre i talenti. Il loro strapotere non è comunque esente da critiche, tanto più nei periodi di rallentamento dell’economia. Il consolidamento della ricchezza nelle mani di un ristretto numero di famiglie è un frutto amaro del sistema.

Dalla fine degli anni Novanta, il modello di sviluppo sudcoreano ha iniziato a mostrare i propri limiti, scriveva lo scorso agosto Choong Yong Ahn, professore alla Chung-Ang University, in un’analisi per l’East Asia Forum. Sotto accusa sono le dimensioni delle aziende, troppo grandi per fallire, i costi troppo alti e la bassa efficienza.

Conseguenza di questa situazione è stato un aumento delle disparità di reddito. Ricorda ancora il professor Choong Yong Ahn che alla polarizzazione hanno contribuito tre fattori: l’invecchiamento della popolazione, le diseguaglianze di genere, il divario salariale tra lavoratori tutelati e precari. Divario che ricalca quello tra gli stipendi offerti dalle chaebol e quelli delle piccole e medie imprese, nel complesso meno produttive e incapaci di reggere il confronto con i giganti, di cui soffrono lo strapotere.

Ciclicamente, quindi, il sistema è bersaglio di critiche. Il modello non è però sul punto di crollare, nonostante gli scandali e il malcontento per l’impunità della quale godono i membri delle grandi famiglie coinvolti in scandali per corruzione. Ne sono riprova i tentativi della politica di imporre ristrutturazioni. Almeno a parole, economisti e rappresentanti di tutti gli schieramenti sono favorevoli a riformare il sistema, ma senza risultati significativi. Anche Park Geun-hye, figlia del tiranno Park Chun-hee, fautore del capitalismo alla sudcoreana, si impegnò nella campagna elettorale che la portò alla presidenza nel 2012 a intervenire sul tema, rilanciando l’economia della conoscenza, puntando sull’innovazione e sostenendo le PMI.

Come sottolineato anche da Goldstein, i grandi conglomerati, date le loro caratteristiche e dimensioni, funzionano meglio nella fase di accumulazione piuttosto che in quella dell’innovazione. Ma è proprio quest’ultima la fase in cui ci si trova oggi.

Il caso dei Note 7 dà una chiara prospettiva di quanto la bizantina struttura dirigenziale dei conglomerati possa essere un ostacolo. Un complicato sistema di partecipazioni incrociate tra le controllate della capogruppo, contestato dai fondi esteri, permette alle famiglie di mantenere il controllo delle società. Il fiasco, secondo quanto ricostruito dalla stampa di Seul, potrebbe essere legato alla scelta dei tempi per il lancio del Note. Il nuovo smartphone potrebbe essere arrivato sul mercato troppo presto, per stare al passo con la concorrenza. A questo punto entra in gioco la catena decisionale. “La struttura verticale fa dipendere il processo decisionale da un’unica persona”, scrive l’Hankyoreh, quotidiano mai tenero, né con i governi conservatori né con i grandi gruppi industriali. “L’insistenza nel proseguire con un calendario irrealistico per il lancio, così da assecondare le direttive, considerata come causa dell’incidente è perfetta per descrivere cosa sia l’azienda guida della Corea del Sud”, prosegue il commento andando poi al punto: nel momento in cui la società cresce e amplia le proprie attività, il management deve evolversi a sua volta.

L’arrivo in cabina di regia di Lee Jae-yong potrebbe essere la scossa necessaria, ma per farlo ci vorrà trasparenza e volontà di cambiamento.

Andrea Pira
Nato a Nuoro nel 1983. Laureato in lingue e civiltà orientali fa parte dal 2012 dell'associazione Lettera 22. Dal 2009 lavora per China Files, occupandosi di economia cinese, Coree e Sudest asiatico. Scrive e ha scritto per MF-Milano Finanza, Internazionale, il Fatto quotidiano online, il Riformista, la Nuova Sardegna, l'Unione Sarda.

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