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Lo stile, il sesso e l’underground. Un’esplorazione dell’immaginario di Charles Burns, con le parole di Charles Burns.

Un ragazzo si sveglia nel suo letto, ha la faccia di Tin Tin, in fondo alla sua stanza c’è una breccia nella parete di mattoni in cui si infila il gatto nero, il ragazzo si alza nel suo pigiama azzurro e lo segue in una città in rovina con colonne e case distrutte, e un fiume verde su cui un mostro peloso e rosa galleggia aggrappato a un tronco, in una casa scoperchiata stanno ammucchiate delle uova bianche a chiazze rosse. C’è un magazzino con un lucertolone in camicia sgualcita e cravatta che lo caccia a calci fuori dalla porta, in una città mediorientale dove si mangiano vermi piangenti.

Il critico Alessio Trabacchini l’ha definita «una sorta di mash-up fra la Tangeri di William Burroughs e Il Cairo che Hergé racconta ne Il granchio d’oro». Nel passato, il ragazzo aveva dei bei capelli neri e si esibiva in apertura di concerti punk recitando cut up alla Burroughs e indossando una maschera di Tin Tin: una sera, nella soffitta del locale, scopre un maialino morto tenuto in formalina in un barattolo.

Cos’è? È la fine degli anni Settanta raccontata da Charles Burns in X’ed Out, il primo volume del suo nuovo romanzo (ancora senza titolo intero, mi pare) il cui terzo e ultimo capitolo, Sugar Skull, esce a breve per Rizzoli Lizard. Nel romanzo precedente, Black Hole, capolavoro di grunge postmoderno, Burns raccontava gli anni Settanta della gioventù middle class americana attraverso una malattia a trasmissione sessuale che faceva mutare i ragazzi, costringendoli a una vita miserabile e/o libera lontano dalle famiglie e dal sogno americano. A uno spuntava una boccuccia mostruosa sul collo, a un’altra veniva la coda. Il distacco dai genitori, in una società troppo conformista, richiedeva un rifiuto generale dalla società suburbana, e quel rifiuto era una malattia, di cui qualcuno moriva e qualcun altro si nutriva.

Burns è scolpito, è disegnato: non si scompone quando parla, ha una voce americana praticamente stilizzata, così com’è stilizzato il suo aspetto: pelato, con le basette, educato ma non ossequioso né formale.

A metà marzo abbiamo presentato Charles Burns in un covo di fumettari di Roma, la libreria Giufà. Io ho fatto da interprete ma le domande sono venute da Ratigher e dal già citato Trabacchini. Volevo fargli un’intervista, ma una specie di forza magnetica mi ha impedito di chiederglielo. Burns è gentile ma completamente radicato sui suoi piedi: ti cancella ogni desiderio di avere qualcosa da lui. Si è presentato con sua moglie, che ha cominciato una residenza in un’università americana di Roma.

Burns è scolpito, è disegnato: non si scompone quando parla, ha una voce americana praticamente stilizzata, così com’è stilizzato il suo aspetto: pelato, con le basette, educato ma non ossequioso né formale. Le sue risposte hanno il segno sicuro delle sue tavole: sono prive di ombre eppure evocative, emblematiche, nette. Ma non sembra affettato. Non è buon materiale per interviste, perché non c’è bleed. Questi sono tutti complimenti. In questo senso, le sue interviste fanno capire meglio la sua arte, ma non per quello che dice, ma per come non lo dice (uso la trascrizione dell’incontro fatta da just indie comics di Gabriele Di Fazio, dove potete leggere le domande e risposte intere).

«Per me il fumetto è tutto incentrato sulla storia. So che la gente guarda il mio lavoro e dice “guarda questa linea”, “guarda quanto è bravo a disegnare”, ma dal mio punto di vista la storia è sempre l’elemento più importante. Raccontare la storia è un processo di distillazione continua, si inizia da una bozza e poi le idee e il lavoro vengono pian piano rifiniti. Ci sono momenti in cui voglio disegnare una bella immagine, ma se non è parte della storia non ci entra. (…) Quando le parole e le immagini si combinano perfettamente, le immagini diventano invisibili. Il lettore si trova nel mondo della storia e non pensa più alla tecnica con cui è stata realizzata, non pensa “oh, che splendido disegno”… È immerso. È la stessa cosa che succede con i bei film o con i bei romanzi, con qualsiasi cosa. La tecnica diventa invisibile».

The Hive, il secondo volume del nuovo romanzo, si apre su un fumetto americano di metà novecento con i dialoghi scritti in ideogrammi non meglio identificati, si svolge nell’alveare dove una ragazza ha la pancia piena di uova, ci sono due mostri pelosi rosa che copulano, un’artista concettuale con una casa giocattolo in testa e un coltello in mano, delle Polaroid pretenziose alle pareti, un secchio per il vomito, un maiale che esce dalla pancia di una donna nuda, una ragazza con cicatrici di vecchi graffi sul seno. Il rapporto tra la scena punk e la città onirica burroughsiana non è ancora minimamente chiaro, ed è vero che però la tecnica e le scelte estetiche non attirano per niente l’attenzione: cosa, per dire, che manca a Chris Ware e a Dave Mazzucchelli, e che invece ha anche Daniel Clowes.

In Sugar Skull, dove finalmente si comincia a capire qualcosa, passeggiamo per il quartiere a luci rosse della città mediorientale in cui il protagonista ha la faccia di Tin Tin invece che quella da essere umano in senso stretto che ha quando vive in una città americana alla fine degli anni Settanta. C’è una ragazza col fiocco in testa, i capelli simmetrici a caschetto e delle zampe da mantide religiosa. Un’altra è normale, pettoruta e in costume da sumo. Un’altra ha le ginocchiere e fuma. Una è magrissima. Una ha il collo allungato da una collana a cerchi. Una ha il naso da gatto e una spilla da balia all’orecchio, una borchia al collo con una catena. Una è butterata e ha il labbro leporino.

«Per qualche ragione le mie storie si muovono verso l'oscurità, ma io non voglio spaventare intenzionalmente qualcuno. Sin da piccolo sono stato attratto da un lato oscuro e nascosto della cultura americana».

Intanto, in America, la scena punk è piena di figli di papà. Uno che potrebbe essere un membro degli Stooges ha scattato delle foto artistico-abusive alla ragazza del protagonista: lei bacia un maiale e si fa accarezzare il collo dalla lama di un coltello. Nell’alveare, un’altra regina fa nascere altre uova bianche a macchie rosse. Dentro, i feti sono verdi come il capo di lavoro del finto Tin Tin. Suo padre è molto malato.

«Per qualche ragione le mie storie si muovono verso l’oscurità, ma io non voglio spaventare intenzionalmente qualcuno. Sin da piccolo sono stato attratto da un lato oscuro dell’America, un lato nascosto della cultura americana. C’è una facciata in cui tutto sembra a posto, ma sotto a questa c’è a volte un lato oscuro e nascosto. Sono stato sempre interessato a questa facciata e a ciò che rappresenta. Ed ero interessato anche alla realtà, la realtà in cui sono cresciuto, la realtà che sentivo mia e che non aveva niente a che fare con lo status quo e con la visione normale di una famiglia sicura e felice. Nessuna delle mie storie è molto felice».

Faccio questo confronto fra l’immaginazione seducente di Burns e la serena classicità delle sue risposte perché è un’esperienza edificante incontrare un artista che non sente il bisogno di sbatterti in faccia quel che è, che si fida dell’effetto della sua opera e non te la deve spiegare. Mentre prendevo appunti per questo pezzo ho scritto la seguente pippa:

«L’Italia non ha una grande tradizione romanzesca: il nostro romanzo nazionale, i Promessi Sposi, ha per protagonista la Provvidenza. I romanzieri letterari, quelli che si troveranno sempre a loro agio e d’accordo con una minoranza delle persone, più che per tessere trame e sconvolgere il lettore scrivono romanzi per istruirlo. Ciò fa sì che quando incontra il lettore lo scrittore italiano, specie se impegnato, si ritrovi a parlare dell’Italia e a usare il proprio romanzo come punto di partenza per definire direttamente nel dettaglio i mali del paese e le sue necessità».

«La cosa porta a dei paradossi: nel mio caso personale, ad esempio, ho dovuto spacciare per “idee” su Ratzinger e sui figli di papà un romanzo sulla mia esperienza di cattolico integralista e un romanzo sul mio stile di vita borghese parassitario. In entrambi i casi si trattava di una visione del tutto idiosincratica di miei problemi personali, di coliti nervose: parlando alle presentazioni o nelle interviste, però, tutto ciò non conta, e una volta fatta la domanda rituale “è biografico?”, il materiale non viene trattato come personale ma come una valutazione razionale dello stato delle cose».

Ho cominciato a invidiare i fumettari lo scorso dicembre, quando mi sono trovato a presentare Fun di Paolo Bacilleri (Coconino Press) e ho scoperto che – sotto la simpatica apparenza da persona poco a suo agio in pubblico – aveva un modo molto intelligente di aggirare le mie domande: non intendeva dare nessuna risposta che levasse poesia al suo lavoro.

A un certo punto gli ho fatto una domanda su quale fosse il livello di fantastico del suo libro, che sembrava oscillare tra un realismo noir affidabile e alcuni squarci di ignoto: portavo ad esempio una ricca milanese che compare prima come normale essere umano e poi come scheletro. Lui ha ignorato la domanda. Non ricordo bene come, ma semplicemente non ha risposto, mi pare abbia annuito ma non sono sicuro, è come se mi avesse ipnotizzato perché non lo costringessi a spiegare. Dev’essere un modo per proteggere la propria immaginazione, e detto così sembra ovvio, ma se vieni dalla scena letteraria, la protezione della fantasia e dell’immaginazione perché non venga cooptata dagli spiegatori della società è una novità corroborante.

Nelle sue risposte, Burns racconta una storia su di sé: umana, elegante, senza nevrosi e dunque in qualche modo, per gli standard delle sottoculture alternative, insolitamente compatta, come un taglio di capelli da soldato o il pratino di una villetta a schiera: l’America di cui è l’antidoto.

Quindi, per una lezione di stile, ecco altre tre risposte di Charles Burns su tre delle cose più importanti della vita: lo stile, il sesso e l’underground.

«Credo che lo stile del mio lavoro emuli lo stile americano degli anni Cinquanta e Sessanta. Sin dall’inizio mi sono ispirato a Harvey Kurtzman, a Mad Magazine e a quelle meravigliose linee molto scure che si vedevano all’epoca. D’altro canto mi piacevano le splendide linee chiare di Hergé, il che è piuttosto insolito per un americano della mia generazione. Comunque rispetto alla linea chiara francese, il mio stile è più per una linea scura e spessa ottenuta con l’uso del pennello. Mi è stato fatto notare che anche Hergé quando disegnava aveva una linea molto grezza, molto aperta, che poi veniva distillata e distillata fino a diventare questa linea più specifica. Il libro che hai mostrato è una collezione di disegni preliminari, alcuni sono più puliti, altri più grezzi, molto gestuali. Partono da un’idea molto legata al gesto di disegnare e poi si raffinano via via che lavoro».

«L’underground per me significava avere tredici-quattordici anni e scoprire Robert Crumb e i fumetti che guardavano oltre il mondo commerciale, in cui gli autori cercavano di esprimere se stessi. L’underground sembra un qualcosa di difficilmente accessibile, ma da ragazzino mi bastava semplicemente salire su un autobus e andare in un negozio per comprare Zap, i fumetti di Crumb o qualsiasi fumetto hippy e più tardi punk. Mi piace l’idea che qualche ventenne non sappia chi è Robert Crumb o chi sono io e che guardi a qualcosa di nuovo, muovendosi in altre direzioni. Non c’è nessuna necessità di conoscere i classici. Non sono interessato ai giovani artisti che citano continuamente le loro influenze. È un piacere quando le cose vanno avanti, progrediscono. Anni fa ricordo che il mio caro amico Art Spiegelman mi disse che noi dovevamo superare Will Eisner, guardare oltre. L’underground è un ragazzo di diciassette, diciotto, diciannove o anche vent’anni che non ha mai sentito parlare di me».

«La sessualità è nella vita di tutti, ma io non volevo fare qualcosa di totalmente gratuito o pornografico. Volevo che il sesso fosse una parte naturale della storia. In Black Hole per esempio ci sono delle scene molto forti ma la storia nel complesso non è gratuita, non è fatta per provocare o titillare il lettore. Mi piace l’idea di mettere in una storia di tre-quattrocento pagine dieci pagine focalizzate su qualcosa di molto forte, ma non di più. Ci sono stati dei momenti, mentre scrivevo, in cui pensavo “non so se la gente vuole vedere questo”. Pensavo che la mia visione delle cose fosse troppo cupa ma volevo allo stesso tempo essere più onesto e aperto possibile. All’inizio non ne ero molto consapevole, ma nelle mie prime opere mi sono abbastanza censurato, avevo delle idee che erano molto forti e forse disturbanti ma mi trattenevo dall’esprimerle. Ho cercato in tutti i modi di superare quel blocco, di fare qualcosa di forte e onesto… Comunque non ho mai incontrato una donna con la coda».

Francesco Pacifico
Francesco Pacifico, consulente editoriale di PRISMO, scrive su IL e Repubblica. Il suo ultimo romanzo è "Class - Vite infelici di romani mantenuti a New York" (Mondadori 2014).

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