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Da giornalista di videogiochi ad autore televisivo, passando per parodia, reality e zombie: la lunga strada di Charlie Brooker, creatore di Black Mirror.

Se volessimo cercare l’archetipo dell’Uomo Rinascimentale in questo secolo, e se il profilo dell’Uomo Rinascimentale includesse la caratteristica “appassionato giocatore di Tekken”, lo troveremmo, quell’archetipo, in Charlie Brooker, gamer di mezza età originario del sud est inglese.

Fumettista, recensore di videogiochi, giornalista, presentatore, autore di serie televisive, Brooker ha avuto una carriera in ogni campo, trasformandosi in una di quelle fastidiose voci Wikipedia che ti segnalano un individuo come “imprenditore” e anche “giocoliere”.

Cosa vuoi di più, Charlie Brooker? Il plauso in Italia? Bene, eccotelo. Dal 2011, la sua serie più acclamata, Black Mirror, ha iniziato a radunare un numero crescente di estimatori. Ma è stato solo l’anno scorso che la mia filter bubble ha rivelato una nuova esplosione di fan: Charlie Brooker era arrivato in Italia. Oggi, con l’inaugurazione Netflix della terza stagione di Black Mirror, il suo creatore è diventato l’“autore riconosciuto”, alla stregua del classico regista cui vengono attribuiti tutti i meriti di un film (“Solo Terrence Malick poteva fotografare certi fili d’erba!”) o, più verosimilmente, alla stregua dei suoi colleghi, i creatori degli show. David Simon di The Wire, Vince Gilligan di Breaking Bad o, per giocare in casa, Rod Serling de Ai confini della realtà: pesi massimi del risiko televisivo, detentori unici dello scettro del “chi viene lodato se una serie tv viene bene”.

Di Black Mirror parliamo, tranquilli tutti. Ma, per capire come Charlie Brooker è diventato Charlie Brooker l’autore, occorre andare indietro di vent’anni, quando era già la tecnologia ad aiutare il nostro eroe. Infatti Brooker, uno che di mestiere scriveva per una rivista di giochi per PC, ha fatto il suo ingresso nel mondo televisivo proprio grazie a internet.

W la tv
Ai tempi – era il 1999 – il web “delle masse” era un paradiso incontaminato composto di pagine Geocities e font discutibili. La satira online non era certo una novità, ma non tutti avevano (ancora) i mezzi per praticarla. Il giovane Charlton, che per interesse e per deformazione professionale conosce l’HTML e sa gestire la sua esistenza internet in maniera credibile, coglie la palla al balzo. Nasce TvGoHome, una parodia delle guide tv. La rivista online, a uscita quindicinale, usa molto consapevolmente il linguaggio della televisione per farsene gioco. È una godibile escalation con descrizioni surreali di programmi inventati, tanto surreali da essere quasi realistiche.

Al suo interno c’è il classico drama BBC portato al parossismo nel pre-Game of ThronesGli occhi vacui dell’Imperatrice Anne” (“Con i corpi mutilati dei suoi traditori che pendono dalle travi dell’anticamera cerimoniale, l’imperatrice dal cuore di pietra ordina a tutta la popolazione di mettersi in fila e martoriare i propri figli su un altare d’onice intagliato in suo onore da un esercito di schiavi sfigurati”); c’è l’interattivo “Gent Simulator” (“un esperimento in cui gli spettatori mettono un cappello al proprio televisore, e poi lo muovono su e giù mentre sullo schermo il volto di un vecchio gentiluomo ripete loro “buon giorno anche a voi”); ma, soprattutto, c’è “Cunt”: oltre a essere la parola più volgare del vocabolario inglese, “Cunt” diventa qui un documentario il cui protagonista è Nathan Barley, un giovane riccastro nella Londra delle case di stucco bianco e dei film con Hugh Grant, un giovane creativo mantenuto e senza morale. È una delle creazioni di Brooker che ci interessano anche più avanti, ma ne scopriremo il perché solo tra qualche anno [in senso figurato – l’articolo è lungo, ok, ma non ci vogliono anni per leggerlo].

Il sito è un successo, e a Charlie Brooker succede quello che ogni persona che abbia un dominio web e una risma di materiale satirico si sogna la notte: viene notato. Il Guardian lo assume per scrivere di televisione e, poco dopo, è la televisione stessa a chiamare. E così, Brooker comincia la sua carriera di autore nello stesso modo in cui più o meno tutti gli autori tv cominciano, in Regno Unito e altrove: scrivendo i programmi di altre persone.

Gli idioti
E per quale programma migliore scrivere, se non Brass Eye di Chris Morris, il più grande autore di satira (e il meno esportato) della tv britannica degli ultimi vent’anni.

In uno stile non troppo lontano da quello di TvGoHome, Brass Eye si prende gioco dello stile dei servizi di cronaca su temi “caldi” (i criminali, la ddroga, il sesso). L’occhio è puntato allo scarso polso con cui la televisione tratta questi temi, e all’aura di sensazionalismo dei servizi, corroborata di docufiction sgraziata e plastici à la Bruno Vespa.

L’aggiunta di Brooker al bacino degli sceneggiatori dà vita allo speciale sulla pedofilia, un episodio che causa tanta indignazione da ricevere il più alto numero di lamentele della storia della televisione in UK (fino ad allora).

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Era soltanto l’inizio di una bella amicizia, ed è qui che ritorna in scena una vecchia conoscenza, quel Nathan Barley che abbiamo abbandonato tempo fa, poco prima del paragrafo sugli idioti.

Chris Morris e Charlie Brooker fanno coppia e si mettono a scrivere una serie in sei episodi. Il titolo? Nathan Barley. Ambientata nell’editoria hipster e nel business delle dot com della Londra 2005, la serie fotografa in maniera quasi fantascientifica un mondo che sarebbe fiorito e avrebbe continuato a esistere per molti anni. Nathan Barley è un personaggio di una vacuità disarmante, molto simile a quello della guida tv di Charlie Brooker. La sua nemesi – e, paradossalmente, anche il suo eroe – è un giornalista che lo disprezza e che esprime il suo sdegno in un articolo pubblicato su una rivista provocatoria gestita da quelli che lui considera degli “idioti”. (Anche se, recentemente, l’ha segnalata come una coincidenza non intenzionale, Brooker si è inevitabilmente reso conto di avere intitolato uno dei numeri di quella rivista il “VICE issue”).

Il vero fulcro della serie non è l’accuratezza satirica con cui la coppia Morris/Brooker dipinge il mondo degli “idioti”, quanto la discesa agli inferi del loro protagonista, nonché il suo dilemma: nel momento in cui si pone al di sopra della società, ma si trova a libro paga di un gruppo di persone di cui si vergogna, il suo concetto di integrità è assolutamente disfunzionale. Dobbiamo disprezzarlo, dobbiamo stimarlo, dobbiamo empatizzare con lui? Scoprivatelo.

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I “Wipe”
La fama ritardata di Nathan Barley (forse troppo fantascientifico ai tempi, fu un flop totale in tv, ma diventò presto una serie di culto) non avrebbe impedito a Brooker di continuare la sua scalata in televisione. Per la prima volta alla BBC, il meno-giovane Charlton imbocca una strada che finora aveva trascurato: quella da presentatore.

Screenwipe è uno show postmoderno su un mezzo che il nostro ha già dimostrato di conoscere bene, la televisione. Il tono è lo stesso dei programmi precedenti, l’impostazione è praticamente saggistica. Insieme a recensioni delle serie più disparate (dai reality, ai talk show, a The Wire) Brooker analizza il mondo della tv dal suo interno, divulgandone i meccanismi nascosti. Eccolo, già nel primo episodio, intento a sezionare il budget del suo programma (meno di cinquantamila sterline) per spiegare al vasto pubblico quanti soldi vengano investiti nella tv, in che aree, e perché. Con gli anni, si troverà ad applicare la stessa formula a un’antica passione, l’industria videoludica (Gameswipe), e anche ai telegiornali (Newswipe). È un formato che rispolvererà annualmente fino a tempi recenti (fondamentali i suoi cinquantanove minuti sulle elezioni politiche del 2015).

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La fiction
Ma Brooker non ha la minima intenzione di lasciare la finzione per dedicarsi unicamente al mondo delle cose già create. Fresco di Screenwipe, già nel 2008 aveva consacrato la sua attività di sceneggiatore a Dead Set, una miniserie in cinque episodi in cui convergevano praticamente tutti i suoi interessi: la tv dei reality, la satira, gli zombi, la parodia. Dead Set è, infatti, una serie sull’apocalisse zombi vista dalla casa del Grande Fratello.

Sebbene il sottotesto metadiscorsivo sia sempre evidente (i protagonisti del vero Grande Fratello fanno la propria apparizione nella serie), la critica sociale non è semplicistica. In fondo, la serie è scritta da una persona che conosce a fondo il mezzo di cui parla. Una persona che non ha a cuore soltanto la premessa curiosa (“zombi al Grande Fratello!”) bensì, molto più significativamente, l’esito narrativo della sua storia (“MA cosa potrà succedere?”).

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Si potrebbe dire che giocare con i generi sia l’interesse principale di Charlie Brooker a questo punto della sua carriera. A confermarlo arriva, quattro anni più tardi, A Touch of Cloth, il coronamento della sua attività parodistica: una plateale presa in giro dei telefilm procedurali, in cui tutti i motivi ricorrenti del poliziesco vengono ribaltati per creare una farsa recitata con facce serissime. Il tono è assolutamente appropriato alla serie, uno di quei casi in cui dei personaggi tragici non si rendono conto di trovarsi nel mezzo di una commedia. Raccontarlo, ovviamente, fa meno ridere che vederlo. Anche in questa circostanza, la conoscenza enciclopedica che Brooker, con il regista Jim O’Hanlon, ha dei tropi televisivi è fondamentale. La rigorosa grammatica visiva che la serie segue è necessaria perché le gag riescano, ogni inquadratura è ritagliata direttamente da polizieschi inglesi e statunitensi, ogni insegna o cartello contiene un inside joke cui prestare la massima attenzione. Come in questa sequenza, che è la summa del migliore Charlie Brooker puramente comico:

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In quei quattro anni, però, l’autore aveva anche dato inizio a un progetto che avrebbe rivoluzionato la sua presa internazionale. E ci siamo, eh, tenetevi forte, perché si tratta proprio di BLACK MIRROR.

Serie antologica sullo stampo di Ai confini della realtà, Black Mirror raffigura svariate versioni di un universo molto simile al nostro, in cui le interazioni umane sono totalmente mediate dalla tecnologia. Un presente parallelo in cui le cose non vanno come ci piacerebbe andassero. Al contrario di Nathan Barley, o A Touch of Cloth, Black Mirror non è una serie comica. In quasi tutti gli episodi, prende spunto da un elemento satirico per creare una storia drammatica. Talvolta le distopie rappresentate da Black Mirror sono così realistiche da fungere da cassandrometro del reale: se Charlie Brooker o i suoi co-sceneggiatori l’hanno pensata, vuol dire che succederà.

Un robot in grado di ricreare la personalità del tuo fidanzato morto? Beh, ci aveva già pensato Black Mirror. Un mondo in cui la figura più influente sulle masse di votanti è una personalità televisiva senza un programma politico che insulta volgarmente i propri avversari facendo leva sul loro scollamento dai bisogni dei cittadini? Beh, ci aveva già pensato Black Mirror. Le predizioni sono così accurate che, quando in Inghilterra è scoppiato lo scandalo su David Cameron che, in gioventù, avrebbe infilato il proprio membro in una testa di maiale… Beh, nessuno era troppo sorpreso del fatto che Brooker l’avesse pensata prima di tutti.

Charlie Brooker non è un turista della fantascienza – è uno che, come faceva con la tv, parte da una devozione per un genere (lo sci-fi) e un mezzo (la tecnologia) e la declina a modo suo. Ciò non vuol dire che a uno basti la devozione per fare le cose bene: non tutti i fan di Mozart sono Herbert von Karajan, e non tutti i fan degli Europe sono esseri umani. Ma si può dire che, due volte su tre, a Brooker la fantascienza è uscita con naturalezza.

Dopo due stagioni da tre episodi l’una (e uno speciale natalizio), Black Mirror è tornato in un formato più ampio: sei episodi da un’ora l’uno per Netflix. Netflix è un’ottima piattaforma per uno show antologico – senza un punto di partenza, e senza un “finale di stagione”, Black Mirror non ti istigherà a divorarlo in una notte come House of Cards, ma almeno ti offre il libero arbitrio di stabilire con quale puntata cominciare, e quale vedere per ultima.

L’impianto è simile alle stagioni precedenti, il proposito è leggermente diverso: esplorare un genere per episodio. Il commento sociale in colori pastello, il survival horror, il thriller britannico a basso costo, il revival anni Ottanta con storia d’amore, Call of Duty + i primi dieci minuti di Inglourious Basterds + denuncia politica, il procedurale.

Anche il budget è diverso e, come sappiamo, Charlie Brooker è una persona che di budget ne sa qualcosa: ne sono testimoni l’uso di un cast internazionale e l’uso ancora più elaborato di effetti speciali. Ciò che colpisce della terza stagione, sceneggiata nella sua interezza da Brooker, e supervisionata con attenzione dallo stesso, è che, invece di anticipare la realtà, sembra trovarsi un passo indietro. Il commento sociale è meno tagliente (e meno doloroso) perché è su un discorso già cominciato, e di tanto in tanto già concluso. L’aspetto più simile al Black Mirror precedente è il suo cercare a tutti costi di assumere un “tono Black Mirror”. Sei abili registi (tra cui Joe Wright di Espiazione e Dan Trachtenberg di 10 Cloverfield Lane) adattano sei sceneggiature in cui la satira lascia posto al tono, e il tono ha poco a che fare con la satira. Ed è la satira a essere sempre stata presente come l’elemento narrativo forte del lavoro di Charlie Brooker.

Con un nuovo set da sei episodi in arrivo nel 2017, c’è da domandarsi se sia la realtà a muoversi sempre più velocemente, o se sia il creatore di Nathan Barley a muoversi un pelo più lentamente, e se uno raggiungerà l’altra nella prossima stagione.

 

Laura Spini
Nata a Bergamo, non è la sua omonima Google vittima del raggiro di una santona. Ha tradotto e collaborato per una serie di case editrici e riviste italiane, sulle quali ha scritto di cinema, videogiochi, e pistoleri memorabili.

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