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Il 28 novembre 2006 usciva Hell Hath No Fury dei Clipse, uno dei pochi veri classici degli anni Zero.

Nel corso degli ultimi dieci anni, anche in Italia il rap ha cessato di essere una musica confinata a una nicchia di appassionati. Una conseguenza di questo fatto è che certi discorsi, che al liceo intavolavo solo dopo aver identificato un mio simile grazie al vestiario discutibile (e averne saggiato le credenziali con oscuri quesiti da Trivial Pursuit del rap), ora mi trovo a farli con insospettabili muniti di Clarks e cardigan.

Oggi come allora, comunque, noto con piacere che quando si finisce a discutere dei “classici” del genere i toni da ultrà sono gli stessi della mia adolescenza: a cambiare sono solo i titoli dei dischi. Lo scorrere degli anni ha infatti portato alla creazione di un consenso largamente condiviso, che ruota attorno a una decina di album degli anni ’80 e ’90 considerati a vario titolo intoccabili, mentre le lame sono ancora pronte a scattare quando si fanno i nomi di opere pubblicate nel corso dell’ultimo lustro: My Beautiful Dark Twisted Fantasy di Kanye, per esempio, oppure Take Care di Drake.

Spicca un grande assente: gli anni Zero. Nonostante sia stato un decennio importante, che ha visto l’imposizione del rap come fenomeno davvero popolare in quasi tutto il mondo, da un punto di vista musicale non hanno brillato. Di dischi brutti ne sono usciti a centinaia, purtroppo, specie nella prima metà; di meritevoli, anche molto belli, a malapena qualche decina. Ma che fine hanno fatto i classici, quelle opere che segnano indelebilmente un’epoca e lasciano tracce evidenti del proprio passaggio?

Uno dei pochi è uscito esattamente dieci anni fa, il 28 novembre del 2006. Gli autori sono due fratelli, Terrence e Gene Thornton, noti rispettivamente come Pusha T e Malice, ovvero i Clipse, e il loro capolavoro s’intitola Hell Hath No Fury.

“I’m from Virginia, where ain’t shit to do but cook/ Pack it up, sell it triple-price, fuck the books”
Ecco il loro background: entrambi nati nel Bronx (il maggiore, Gene, nel 1972, il minore cinque anni dopo), nel 1979 si trasferiscono assieme alla famiglia a Virginia Beach, senza però mai perdere i contatti con la Grande Mela. Nel 1993 Malice comincia a collaborare con Chad Hugo e Pharrell Williams, oggi noti come Neptunes, anch’essi nativi della Virginia, e che all’epoca erano stati scoperti dal conterraneo Teddy Riley, l’inventore del New Jack Swing; nel 1997 li raggiunge Pusha, con cui cominciano a lavorare sul disco d’esordio. Exclusive Audio Footage però non uscirà mai ufficialmente (ci sarà solo il singolo, Funeral): la Elektra, infatti, non lo ritiene sufficientemente commerciale e decide di sciogliere ogni legame con il duo. Non sarà la prima volta.

Nel 2002, freschi di un nuovo contratto di distribuzione con la Arista, e sotto l’egida della neonata Star Trak Entertainment (fondata dai Neptunes grazie al successo riscosso dalle collaborazioni con Noreaga, Kelis, Jay-Z e – proprio così – Britney Spears), i Clipse pubblicano il singolo Grindin’, seguito a ruota dall’album Lord Willin’. Benché il disco contenga tracce notevoli (Virginia, When the Last Time, I’m Not You), nell’insieme risulta poco coeso e qualitativamente altalenante. Le vendite sono – relativamente alla media dell’epoca e alle aspettative – deludenti, eppure il potenziale del duo è evidente: prova ne è che Grindin’ viene considerata fin da subito una delle canzoni più importanti della storia dell’hip hop. Malgrado lo si possa leggere come una metafora, il pezzo è un’ode al business della cocaina, in cui Pusha e Malice si alternano a Pharrell su un beat iperminimalista che riecheggia classici del passato come Sucker MC’s e Top Billin’:

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Questo stesso potenziale si sarebbe rivisto, seppure in forma minore, negli anni successivi: nel 2004 e nel 2005 i Clipse pubblicano infatti due mixtape (We Got It 4 Cheap 1 e 2) che mostrano come i fratelli Thornton siano degli scrittori eccezionali, capaci di prendere un tema abusato come lo spaccio e di rinvigorirlo tramite l’uso di metafore, similitudini e una narrazione per immagini di una qualità e varietà che non si ascoltavano dai tempi di Only Built 4 Cuban Linx, il quasi-concept album di Raekwon che nel 1995 inventò il coke rap: un’opera che sta all’hip hop come Scarface sta al cinema.

A metà anni Zero, dalle parti di Virginia Beach soffia vento di classico, insomma: già, ma dov’è il nuovo disco?

“These are the days of our lives and I’m sorry to the fans/ But the crackers weren’t playin’ fair at Jive”
Ancora una volta nelle mani di un’etichetta discografica che lo ritiene troppo poco commerciale. In seguito alla fusione tra la Sony e la BMG, avvenuta nel 2004, i Clipse restano infatti vittime di un ping pong legale che finisce col portarli sotto l’ombrello della Jive Records di Barry Weiss: sulla carta una posizione di prestigio, senonché nei 7 anni precedenti l’etichetta aveva abbandonato le sue radici black per orientarsi solo sul pop da classifica. Da tempo i suoi artisti di punta non sono più gli Whodini, R. Kelly o gli A Tribe Called Quest, bensì Britney Spears, i Backstreet Boys e gli N’Sync, e tanto la struttura aziendale quanto il retroterra culturale degli impiegati sono settati sui gusti della suburbia americana dell’epoca e sulle vendite milionarie che essa garantisce. Ecco spiegato perché gli A&R e il dipartimento marketing dell’etichetta si dimostreranno, mese dopo mese, anno dopo anno, del tutto inadeguati per comprendere i punti di forza dei Clipse, il loro pubblico, nonché le giuste strategie di comunicazione e promozione.

E così, Hell Hath No Fury, che pure era stato completato alla fine del 2004 (seppure in una forma diversa da quella che conosciamo oggi), resta a stagionare nelle cantine della Jive fino all’autunno inoltrato del 2006, presentandosi sul mercato fuori tempo massimo per sfruttare il buzz dei mixtape che lo avevano preceduto, con una promozione pressoché inesistente e senza nemmeno riuscire a imbastire un tour degno di questo nome. Inoltre, dieci anni fa non esistevano ancora i mezzi (ma soprattutto la mentalità) per promuoversi efficacemente al di fuori dei circuiti tradizionali. Itunes esisteva già, ma rispetto all’importanza che avrebbe assunto negli anni successivi contava ancora pochissimo; per non dire poi dei servizi di streaming o perfino di YouTube, il cui ruolo di mezzo promozionale sarebbe stato scoperto solo l’anno successivo “grazie” a Soulja Boy, il primo fenomeno di artista rap “nativo digitale”.

Certo, volendo vedere il bicchiere mezzo pieno va detto che le recensioni furono tutte ottime, ma da quando in qua una critica positiva è sufficiente per vendere dischi?

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“No serum can cure all the pain I’ve endured/ From crack to rap to back to sellin it pure”
Nel mio piccolo, posso dire di aver contribuito fin da subito alle pur modestissime vendite di Hell Hath No Fury: comprato a scatola chiusa dopo avere ascoltato il singolo Mr. Me Too, ricordo che lo portai a casa assieme ad altri due o tre presunti capolavori dell’epoca. Manco a dirlo, oggi questi ultimi sono coperti di polvere, mentre HHNF è una dei pochissimi dischi che riascolto ciclicamente senza che mi vengano a noia.

Del resto, è un LP talmente denso che anche dopo dieci anni è impossibile coglierne tutte le sfumature contemporaneamente. Da un lato, i Neptunes hanno confezionato dodici beat estremamente variegati anche se accomunati da una matrice complessivamente cupa, motivo per cui è possibile passare dalle atmosfere aggressivamente party di Wamp Wamp a quelle glaciali di Keys Open Doors, salvo poi chiudere con la malinconica Nightmares; dall’altro, Pusha e Malice sminuzzano ogni aspetto sia della vita da pusher, sia soprattutto della mentalità che vi sta dietro. Di primo acchito non sembra nulla di speciale – il rap si occupa di questo genere di cose fin dalla seconda metà degli anni ’80 – ma è la forma adottata dai due a rendere HHNF speciale: innanzitutto perché ai trionfalismi materialistici si accompagna spesso una riflessione (talvolta basta un solo verso) amara che in un certo senso sottolinea la vacuità di quanto esaltato fino a quel punto.

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Per esempio, in Hello New World, la prima strofa è un’ode al lusso che deriva dalla vendita di droghe (“They think I’m cuter in jail/ But the only time I’m boxed in is when the roof’s on the SL”), ma la seconda riporta il tutto a una dimensione più veritiera: “This goes out to my a-alikes who hang out on them corners/ Who rock Air Nikes, the hustler’s way of life […] If hustlin’ is a must, be Sosa, not Tony […] Anything that keep mama from crying/ Visiting you from behind that glass while you away, sentencing”.

Rispetto alla stragrande maggioranza dei loro colleghi, i Clipse dipingono quindi una realtà ambivalente, dove dietro a ogni successo si nasconde un potenziale pericolo, e dove non è concepibile distrarsi per un attimo. Al netto delle Mercedes, dell’edonismo, del sesso e degli Audemar Piguet, insomma, la vita che descrivono finisce con l’essere tutto fuorché invidiabile, e in tal senso rispecchia il realismo di una serie come The Wire, in cui perfino i pezzi grossi come Avon Barksdale, Stringer Bell e Marlo Stansfield sono obbligati a guardarsi perennemente le spalle. “Vuoi questa vita?”, ci chiedono Pusha e Malice, “Allora sappi cosa ti aspetta”. Un concetto che trova la sua massima espressione in Nightmares, non a caso la traccia conclusiva del disco, che omaggia apertamente Mind Playing Tricks On Me e rappresenta uno spaccato angosciante della mentalità paranoica a cui ci si costringe una volta entrati in certi giri.

Naturalmente, tutto questo perderebbe molta della sua potenza espressiva se i testi fossero scritti in prosa o senza particolare fantasia. Per fortuna dell’ascoltatore, i Clipse mostrano un acume fuori dal normale nello scegliere i giochi di parole e le metafore giuste per esprimere un concetto, e laddove qualcuno meno bravo si limiterebbe a dire “Nessuno spaccia come me, sono pieno di soldi”, loro vi alludono cercando ogni volta di esprimere il concetto in maniera indiretta e originale: “I force feed ya the metric scale”, “Open the frigidaire, 25 to life in there”, “I ain’t spent one rap dollar in three years, holler!” oppure “Pyrex stirs turned into Cavalli furs”.

Tutto questo per tacere della capacità di Pusha e Malice di proiettare l’immaginario del coke-rap in un cosmopolitismo di riferimenti estetici iperreali e iper-materialisti insieme, seppur sempre velati da una dolente forma di autoconsapevolezza per le proprie assuefazioni consumistiche. Una mossa che, da “influencer degli influencer” quali erano e sono i Clipse, avrà un enorme riverbero sul rap successivo – in America e non solo – molto prima che un personaggio come Kanye West ne diventasse l’alfiere più noto. Basti pensare alla tendenza a fare name-dropping di icone del lifestyle europeo – dalla moda all’arte – che caratterizza quella “ignoranza sofisticata” che schiere di rapper oggi reclamano come il proprio terreno di elezione, da A$AP Rocky fino ai nostrani Gue’ Pequeno e Marracash. Ecco: anni prima di tutto ciò, in Momma I’m Sorry Pusha e Malice già rimavano cose tipo: “From Frankfurt to Cologne, Oslo to Sweden/ From Italy’s Milan to the shores of Napoli/ Now I consider Ferrari and Salvador Dali’s/ I’m no longer local, my thoughts are global”.

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“And one day they might even catch up with me, man/ But until then I’m Leonardo, catch me if you can, ha!”
L’estetizzazione estrema dello spaccio, intesa sia come metafora del rap game, sia come stile di vita in sé, è ancora oggi un punto di riferimento per i tanti pusher – veri o presunti – che mettono piede negli studi d’incisione, e il lascito stilistico dei fratelli Thornton al mondo del rap è quasi paragonabile a quello di Nas con Illmatic.

In quello che da molti è considerato il miglior disco rap di sempre, l’allora giovane Nasir Jones si fece notare per la poesia con cui dipingeva il degrado sociale e urbano della New York sotto Giuliani, appena uscita da un decennio in cui i suoi ghetti erano stati sventrati dall’epidemia di crack. Nas non era certo stato il primo a rappare di palazzi fatiscenti e sparatorie, ma le immagini che decise di usare e lo stile cinematografico con cui le mise in sequenza in pezzi come New York State Of Mind portarono a un Anno Zero della scrittura nel rap. Le analogie tra Hell Hath No Fury e Illmatic non si fermano qui (entrambi snobbati nei negozi ma riveriti dalla critica; entrambi brevi ma stilisticamente coesi; entrambi contenenti un pezzo oggettivamente brutto rispetto a una media eccellente), ma quello che conta è che oggigiorno è impossibile “capire” l’evoluzione stilistica e contenutistica del rap senza averli ascoltati.

La ragione per cui Hell Hath No Fury è un classico sta tutta qua: l’influenza che ha esercitato sull’immaginario dell’hip hop tutto è monumentale, ed è solo a causa delle sfortune commerciali che oggi il suo nome resta ad appannaggio di una cerchia relativamente ristretta di persone. Del resto, i Clipse sono considerati a ragione dei “rapper’s rappers”, e anche se per un ambiente ossessionato dalle vendite questo può sembrare un insulto, per me è il miglior complimento che si possa fare a un artista.

Costanzo Colombo Reiser
Costanzo Colombo Reiser è nato a Milano nel 1981. Di professione grafico, nei tempi morti preferisce scrivere di musica, politica o altro. Ha scritto per Il Mucchio, L'Ultimo Uomo, Rivista Studio e L'Uomo Vogue, ed è caporedattore area gaming di Prismo.

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