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Spacciato come un miracoloso ritrovamento di gemme ancora inedite, l’uscita di Montage of Heck – The Home Recordings porta a degna conclusione vent’anni di sciacallaggio ai danni del leader dei Nirvana, anche lui vittima del "morbo di Jeff Buckley".

Jeff Buckley muore nel 1997, tre anni dopo aver realizzato il suo unico disco. Esattamente un anno dopo esce Sketches for My Sweetheart The Drunk, una raccolta delle registrazioni che dovevano andare a comporre il suo disco nuovo (mai terminato). La raccolta è curata dalla madre di Jeff Buckley, Mary Guibert, che detiene i diritti del materiale registrato dal figlio ed è fermamente intenzionata ad evitare sciacallaggi. La sua opera di salvaguardia è così puntigliosa ed efficace che a nemmeno vent’anni dalla sua morte ad oggi ci ritroviamo un’intera pagina wiki Jeff Buckley discography e una quindicina di titoli tra album, EP e materiale video assortito.

Jeff-figlio-di-Tim è oggi l’artista che presenta il più grave caso a noi noto di “morbo di Jeff Buckley”, un disturbo che porta a decuplicare la discografia degli artisti morti rispetto al numero di album di studio pubblicati in vita. Questa grave malattia della musica pop colpisce venditori e acquirenti, e si evolve in ceppi sempre nuovi e sempre resistenti agli agenti immunitari (uscite discografiche che ogni volta vengono vendute fresche e imperdibili). Le sue metastasi nelle declinazioni retromaniache della musica rock hanno colpito centinaia di artisti, razziato fondi di magazzino alla ricerca di nuovi inediti e creato in potenza una legione di collezionisti che oggi possono sputtanarsi decine di migliaia di euro in dischi senza doversi prendere il disturbo di comprare un singolo disco registrato nel 2015. Inoculare il morbo di Jeff Buckley è relativamente semplice, servono solo due cose: un ingordo con in mano i diritti di un artista morto, una fanbase di creduloni.

L'infinito oltre Grace.

Prima della comparsa del morbo di Jeff Buckley era abbastanza semplice riconoscere il grado di devozione a un artista sulla base del numero di dischi che si possedeva. Che so, i Metallica: dischi di studio, dischi dal vivo, gadget, magliette, DVD, biografie ufficiali/non ufficiali, side project, singoli/rarità, roba destinata al fan club, bootleg e via discorrendo. Quanta più roba possiedi, tanto più sei interessato al gruppo. Dopo la comparsa del morbo di Jeff Buckley quello che era partito come interesse può sfociare molto facilmente in forme ossessive che hanno a che fare con l’accanimento terapeutico o la necrofilia.

I fanatici dei Nirvana, categoria a cui continuo mio malgrado ad appartenere, lo sanno bene. Del resto, se la mania necrofila riesce ad attaccarsi a una figura tutto sommato dispensabile della musica rock come era Jeff Buckley, è inimmaginabile il quantitativo di danni che può fare appiccicata ad un gruppo che si dice sia stato l’ultima rivoluzione conosciuta dalla musica rock.

Non riusciamo a smettere di considerare Kurt Cobain come una cosa viva nel mondo musicale di oggi, un artista che ha ancora qualcosa da dire, da cui ci aspettiamo ancora una qualche verità inedita.

Kurt Cobain, cantante/chitarrista e autore quasi unico delle canzoni, rifiutava in ogni modo possibile le attenzioni stupide e il fanatismo a cui era sottoposto, eppure noi per primi non riusciamo a smettere di considerarlo come una cosa viva nel mondo musicale di oggi, un artista che ha ancora qualcosa da dire, da cui ci aspettiamo ancora una qualche verità inedita. Piano piano siamo diventati scafati e cinici nei confronti del materiale pubblicato sotto il nome del gruppo e lo ascoltiamo con quell’aria da sberleffo consapevole di chi sa a cosa sta andando incontro; ma ascoltiamo comunque tutto. Abbiamo un inventario aggiornato delle uscite, che conosciamo da cima a fondo, ed ognuno di noi ha tracciato una linea rossa che separa le cose belle e imprescindibili dalla roba che ci hanno venduto per incassare qualche altro spiccio sul cadavere di uno che se fosse stato in vita li avrebbe sepolti di risate.

Di qua dalla linea rossa, questo è sicuro, ci sta l’intera discografia di studio. Riducendo all’osso, Bleach, Nevermind e In Utero. Ad essi va aggiunto perlomeno il singolo Sliver, un episodio assolutamente centrale della discografia del gruppo, e diciamo anche l’MTV Unplugged, primo disco uscito postumo, per alcuni la cosa migliore a cui abbiano messo mano. Parlando da un punto di vista puramente razionale, si può dire che se possedete questi dischi conoscete i Nirvana a menadito. Appena oltre inizia una grey area fatta di dischi non esattamente epocali, o comunque non validi quanto quelli sopra, ma che almeno valgono i soldi che costano. Il primo è la raccolta Incesticide, pubblicata da Geffen un annetto dopo Nevermind, che vanta alcuni episodi (tra cui appunto Sliver) di grandissimo valore storico e musicale. Il secondo è From the Muddy Banks of the Wishkah, live elettrico uscito postumo per chi proprio non può farne a meno.

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Ad esempio.

Per quanto mi riguarda, la linea della decenza si ferma qui: per tutto quello che c’è dopo, i pregi musicali non bastano a togliere la sensazione di accanimento. Si parte dai box set: uno con tutti i singoli su CD, uscito poco dopo la morte di Cobain; un altro che contiene i singoli di Nevermind riversati su 10”, pubblicato nel 2011 in piena febbre del vinile. A lenire i dolori causati dalle forme più gravi di collezionismo è dedicato anche un inevitabile cofanetto di sciccherie, With The Lights Out, che raccoglie perlopiù materiale rare & unreleased (demo, versioni provvisorie, performance dal vivo) per chiunque abbia il bisogno fisico di possedere su disco almeno cinque versioni di School, un bisogno che – va detto – è presente in molte più persone di quante crediate.

Da qui in poi è un baratro, una discografia di insignificanti stronzate messe assieme per tener viva la memoria e annacquare ulteriormente quel poco che non è stato rovinato in vent’anni. Si parte dal Live at Reading: di per sé un buonissimo disco, forse migliore di From The Muddy Banks, ma rovinato dall’essere uscito ufficialmente a fine 2009, con la carcassa discografica del gruppo già spolpata per intero e tutti i sintomi di morbo di Jeff Buckley a uno stadio avanzatissimo. Anche peggio sarebbe il prevedibilissimo best of su CD singolo, laconicamente intitolato Nirvana e uscito dopo un’interminabile causa legale, allo scopo di dare un vestito discografico di alto profilo all’unica hit del gruppo rimasta inedita, un pezzo risalente all’ultima session in studio (gennaio ’94) e intitolato You Know You’re Right. Poi c’è Sliver, un CD riassuntivo delle cose più imperdibili del cofanetto per chi è disposto a farsi sfruttare ma non così tanto da uscire i soldi per With The Lights Out. E poi ci sono video di concerti vari, tra cui roba molto buona. Ci sono documentari, film, libri, ci sono i Diari di Kurt Cobain, ci sono le biografie.

E c’è Montage of Heck, naturalmente.

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Il trailer di Montage of Heck.

Montage of Heck è un documentario su Kurt Cobain prodotto da HBO, il primo realizzato con il contributo della famiglia del musicista (la figlia figura come produttore esecutivo). Brett Morgen, il regista, ci lavorava dal 2007: il risultato è uno spaccato della vita privata del musicista, composto di interviste ad amici e familiari stretti, registrazioni della voce di Cobain, filmati del gruppo dal vivo e in studio, video privati girati a casa di Cobain e un bel po’ di parti animate.

Rotten Tomatoes gli affibbia un 97%, corrispondente a un’overdose di entusiasmo della critica ufficiale. È un documentario molto scarno, realizzato – sembra – con il palese intento di demistificare a ogni costo la figura privata del leader dei Nirvana. L’effetto principale è quello di avere a che fare con uno dei più grandi ricatti morali della storia del pop, due ore di immersione in una miseria umana così nera da farti sentire in colpa anche solo di aver comprato un loro disco. La visione è un’esperienza assolutamente masochista, pura autoimmolazione, una dose di sofferenza e cattivo karma che può durare anche per giorni senza dare quasi nulla in cambio. Un’esperienza abbastanza simile a quella di certi film di Von Trier, o per rimanere in argomento l’inaffrontabile Last Days di Gus Van Sant.

La copertina del diario di Cobain.

Kurt Cobain, ovviamente, ne esce santificato come una sorta di moderno Gesù Cristo, ennesima parabola di come creatività e sofferenza si diano da mangiare a vicenda, dell’arte che è tanto più immortale quanto più autentica è la miseria umana da cui scaturisce. Avete presente l’equilibrio impossibile tra angoscia e sarcasmo che sta nei dischi dei Nirvana? Montage of Heck è quella cosa lì ma senza sarcasmo e senza equilibrio: un ritratto di dolore puro, quasi trasfigurato, che a lungo andare sembra quasi un’allegoria, un elogio del verosimile.

Per nulla a caso una delle voci più scettiche alzatesi contro il documentario è quella di Buzz Osborne, cantante/chitarrista dei Melvins e amico intimo di Cobain dall’adolescenza agli ultimi giorni. In una recensione scritta per The Talkhouse, Osborne puntualizza quanto piacesse a Cobain raccontare balle e si pone il problema di quante delle cose rivelate nel film siano effettivamente “vere”. A partire dal ritratto piuttosto edulcorato della figura di Courtney Love (“history becomes elastic every time Courtney opens her mouth”), per arrivare a molte delle cose raccontate da Cobain in prima persona: il perenne mal di stomaco, un’esperienza sessuale con una ragazza ritardata, un tentativo di suicidio ai tempi del liceo. Nel complesso le parole di Osborne suonano molto più credibili dell’indice di Rotten Tomatoes: un giro nei bassifondi che non serve a nessuno.

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Cosa direbbe Kurt Cobain di tutto questo? Noi ci affidiamo alle parole di Tourette's.

Passata la bufera provocata dal film, e archiviato l’exploit commerciale dello stesso, è lo stesso Brett Morgen ad annunciare, alla fine dell’estate, di essere incappato – durante la ricerca del materiale per il documentario – in oltre cento nastri di registrazioni casalinghe di Kurt Cobain, da cui il regista ha tratto un disco che sarebbe uscito nei negozi assieme al DVD del documentario. Le dichiarazioni entusiaste del regista descrivono uno scenario miracoloso:

When I first heard it, I was in the storage facility and I had no prior knowledge of it. I put it on and I immediately felt like there was some sort of portal into his mind, like it was one of the most pure expressions of Kurt that I encountered — maybe more than in most of his songs“.

(Nota: diffidare sempre e comunque di chiunque parli di Kurt Cobain chiamandolo semplicemente Kurt.)

Una delle più pure espressioni di Kurt”, naturalmente, è una supercazzola che descrive il documentario molto più di qualsiasi recensione: la ricerca di una versione definitiva dell’uomo, la vera anima di Cobain, spiando dentro ai momenti più intimi e privati della sua vita. Ma è utile soprattutto a raccontare il relativo hype che si è mosso intorno alla faccenda. Per qualche minuto, mentre la notizia rimbalzava da un canale all’altro, agli ascoltatori è balenata in testa l’idea che dopo quindici anni di raschiature del fondo, siano usciti a buffo cento nastri registrati a casa, strapieni di canzoni inedite, che davano di Cobain una versione intima e incontaminata che fino ad ora era stato possibile solo intuire.

È una versione molto interessante. Cozza violentemente contro lo scafato cinismo degli ascoltatori in merito all’argomento lost tapes, acquisito in decenni di sciacallaggi. Cozza contro il senso comune: dopo vent’anni passati a guardare sotto ogni pietra per trovare qualsiasi inedito dei Nirvana, ecco che un tizio qualunque metta piede in uno scantinato e ci trovi cento ore di musica imperdibile. Infine cozza contro l’evidenza del fatto che, di tutte queste meraviglie, nel documentario non ci sia traccia. Nondimeno, l’annuncio della pubblicazione di Home Recordings fa tornare alla ribalta uno dei più vecchi e stupidi sogni nel cassetto della stampa di settore: il disco solista di Kurt Cobain.

Montage of Heck – The Home Recordings è uno dei peggiori album di musica mai ascoltati a memoria d’uomo.

La fantasia di un disco solista di Kurt Cobain, ventilata da numerosi biografi e/o amici musicisti, considerava soprattutto l’ipotesi di una prova in stile “cantautorato folk” sulla falsariga di altri colleghi del Seattle Sound. Sono anche tante le avvisaglie del fatto che prima o poi, se non si fosse ucciso, Kurt Cobain si sarebbe cimentato nella realizzazione di un disco acustico: tracce come Something in the Way e Dumb, la passione per gente come Daniel Johnston e Leadbelly, la naturalezza dell’MTV Unplugged… Più difficile è capire se una persona come Cobain, la cui unica aspirazione dal botto di Nevermind in poi era quella di sparire dai riflettori, e che già con il suo gruppo si era accollato il ruolo di unico responsabile della parte creativa, avrebbe sentito il bisogno di fare uscire un disco con stampato sopra il proprio nome in bella mostra.

In ogni caso, Montage of Heck – The Home Recordings non risponde alle domande di cui sopra. Risponde invece alle più ragionevoli aspettative della vigilia, rivelando già dal primo ascolto perché è rimasto inedito fino ad oggi: è uno dei peggiori album di musica mai ascoltati a memoria d’uomo.

E la copertina del disco.

Registrazioni alla cazzo di cane (esperimenti-spoof con la voce distorta, feedback casuali di chitarra, racconti in prima persona di dubbia veridicità tra cui la storia del sesso con la ragazza ritardata), provini casalinghi di canzoni edite dei Nirvana, sviaggi casuali, field recordings, cover dei Beatles e robetta senza direzione. Il tutto giustapposto così, a spron battuto, in due versioni di cui una deluxe di 31 tracce. Anche volendo salvare le versioni demo di pezzi come Been a Son per questioni storiografiche, sono cose che arrivano comunque dopo il box set With The Lights Out e si capisce piuttosto bene perché non ci stiano dentro. La sensazione evocata dall’ascolto del disco è la stessa evocata dal film ma senza la componente di pietà umana verso la sofferenza di Cobain; siamo più dalle parti di quel fastidio che rasenta l’alienazione e rischia quasi di fare il giro, unito a una sensazione di tempo perso che pochi dischi riescono a dare in questa misura.

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Yodel Song, una traccia del 'nuovo' disco.

Vent’anni fa, a corpo ancora caldo, se ci avessero detto che il peggior disco realizzato da un ex-Nirvana sarebbe stato l’esordio solista di Kurt Cobain, ci saremmo messi a ridere. Tutti i dischi davvero brutti e merdosi, in ogni caso, hanno quasi sempre una loro bizzarra ragione d’esistere: quella di Montage of Heck potrebbe risiedere in quel suo fascino perverso da esperienza limite, di disco talmente merdoso e inascoltabile da far aprire gli occhi anche al più idiota e credulone dei fan del gruppo. Non sarà così: il fatto che i nastri lasciati da Cobain siano così tanti fa temere una dimensione tutta nuova del raschiamento del barile, con punte di efferatezza mai toccate in precedenza; e per il futuro, nemmeno il cielo è più un limite. Un disco di soli spoken word di Kurt Cobain? Le barzellette di Kurt Cobain? Mina canta le home recordings di Kurt Cobain? La reunion dei Nirvana con l’ologramma di Kurt Cobain in mezzo al palco?

Magari niente di tutto questo. La storia del “disco solista” di Cobain sta prendendo una piega disastrosa: oltre alle infinite stroncature che sta collezionando in giro per i siti specializzati, nelle prime settimane di vendita Montage of Heck: The Home Recordings ha venduto solo 5000 copie.

Francesco Farabegoli
Consulente editoriale di PRISMO. Ha fondato Bastonate, scrive per Rumore, Noisey e altre cose in giro. Di tanto in tanto disegna.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
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