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Dal film dei fratelli Coen alla serie TV passando per una caccia al tesoro nata in Giappone. La cittadina di Fargo è diventata un universo parallelo dove il confine tra realtà e fiction non esiste più.

Ha tutto inizio con una premessa.

Quella che vedrete è una storia vera – I fatti esposti nel film sono accaduti nel 1987 nel Minnesota. Su richiesta dei superstiti, sono stati usati dei nomi fittizi. Per rispettare le vittime tutto il resto è stato fedelmente riportato.

Nel 1996, Fargo si apriva sul seguente cartello.
Naturalmente, era una bugia. Ethan e Joel Coen, due parenti così simbiotici che si accontentano di una pagina Wikipedia in comune, per il loro sesto lungometraggio si erano liberamente ispirati a una serie di fatti di cronaca, e la fedeltà al materiale d’origine li preoccupava molto poco. Non erano i primi a servirsi di un espediente simile, e non sarebbero stati gli ultimi.

Ci volle qualche anno perché lo ammettessero apertamente, ma la premessa di Fargo è una premessa falsa. I due fratelli non avevano alcuna intenzione di usare un approccio documentaristico per il loro film di finzione – il motivo per cui erano interessati alla “storia vera” era puramente funzionale. “Dicendo agli spettatori che ci ispiravamo alla realtà, avevamo la sicurezza che non lo avrebbero guardato come un thriller generico”, hanno confessato. Cosa che il pubblico, infatti, non fece mai. Fargo valse ai Fratelli Coen due Oscar (uno alla migliore sceneggiatura originale, uno alla migliore attrice protagonista) e li spinse alle pendici dell’Olimpo dei Cineasti Intoccabili, titolo che arraffarono con la forza e con Jeff Bridges due anni più tardi, per quella piccola produzione indipendente intitolata Il Grande Lebowski.

L'inizio.

Fargo giungeva in un periodo piuttosto turbolento per il duo. Mister Hula Hoop (in originale The Hudsucker Proxy), la loro favola di Natale ambientata alla fine degli anni Cinquanta, era costato una fortuna ed era risultata un flop clamoroso. Venticinque milioni di dollari. Ven-ti-cin-que. Oggi è una cifra irrisoria, una cifra con cui Joe e Anthony Russo (altri due fratelli) pagano la mancia al parcheggiatore dicendo “Tieni, caro”. Per i Coen non lo è mai stata: venticinque milioni rimarrà uno dei loro budget più alti. Ne videro rientrare poco più di un decimo.

Prima che venissero inquadrati come veleno da botteghino, i Coen si rialzavano sulle proprie gambe e decidevano di fare qualcosa con il minimo delle risorse. Un film piccolo con un’ambientazione molto familiare: il loro nativo Minnesota, terra di temperature inclementi, gente perbene, e Paul Bunyan il boscaiolo gigante.

Una cornice ideale in cui inserire la violenza della sopracitata “storia vera”. E quindi, Fargo. In cui un venditore di automobili cerca di far rapire la propria moglie per ottenerne il riscatto. In cui i rapitori creano una scia di vittime impossibile da ignorare. In cui una poliziotta inizia a seguirne le tracce. Fargo.

La locandina.

La sinossi non fa giustizia al contenuto. Infatti, assicurata l’attenzione del pubblico con il pretesto della “storia vera”, i due registi avevano a cuore ben altro: la verità creativa nel ritrarre il luogo in cui erano cresciuti, e nel tirare in piedi una commedia nera con le sole premesse di un thriller generico.

Tutta la brava gente


Nel corso della loro carriera, Ethan e Joel Coen hanno sempre operato su due piani. Da un lato, scrivono un film, giocando sul suo genere d’appartenenza. Dall’altro, il film stesso diventa anche un saggio su un argomento specifico. Fargo è un saggio sulle peculiarità comportamentali degli abitanti del Minnesota almeno quanto Fratello, dove sei? è un saggio sull’igiene personale durante la Grande Depressione e A Proposito di Davis è un saggio sui disagi fisici dell’inverno, quando la neve fresca ti entra nelle scarpe.

Lontana dai cliché cinematografici delle Grandi città dell’Est, con la loro frenetica vita bohèmienne o con la loro macchina del crimine organizzato, lontana dall’arrivismo impietoso di Hollywood, c’è una sacca di Midwest raramente rappresentata nel cinema mainstream.
Il Minnesota, geograficamente quasi canadese e culturalmente molto scandinavo, ospita la metà degli abitanti della Lombardia per dieci volte il suo territorio. Le condizioni climatiche durante l’inverno sono scoraggianti, ma la popolazione le combatte con quello che è noto come il “Minnesota nice”: un atteggiamento educato ma accogliente, amichevole ma ultrariservato. Praticamente, il profilo psicologico dell’inglese medio, ma con un filo più di genuino interesse verso il prossimo, e un filo meno di passivo-aggressività.

L’universo di Fargo è composto da persone perbene e rapitori che sbagliano, anche loro lontani dalla rappresentazione del male cosmico, casuale e inesorabile che comparirà saltuariamente nella filmografia dei Coen da Non è un paese per vecchi in poi.

L’ambientazione peculiare consente ai due registi di portare all’estremo un aspetto del loro modo di fare cinema, ovvero la caratterizzazione minuziosa. Che siano bravi cittadini o rapitori sprovveduti, la potenza dei personaggi di Fargo deriva dalla loro specificità: nessuno di loro è “la moglie”, “lo sceriffo”, “il figlio”, pedine funzionali nell’ABC del racconto. Tutti (anche e specialmente i personaggi secondari) hanno una propria vita interiore. Sono “il capo della polizia incinta che tratta il prossimo con estrema gentilezza”, “il bambino appassionato di fisarmoniche”, “il criminale silenzioso che chiama il ristorante dei pancak “ristorante dei pancakes”.

Anche solo la definizione “persone semplici” sottointende un giudizio condiscendente, e infatti i protagonisti di Fargo – gente di paese – sono persone complesse. Rari sono gli esempi di film che trattano le coppie tranquille, felicemente sposate, senza paternalismi o ironia. Senza insinuare che, sotto sotto, siano profondamente infelici. Fargo è uno di questi.

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And it's a beautiful day (occhio, spoiler).

La vita vera
Fargo, come innumerevoli altri thriller, ha una conclusione precisa, quasi classica. La sua struttura, però, è particolare almeno quanto lo è la sua scarsa attinenza al genere d’origine. In primo luogo, per il trattamento dei personaggi: Marge, il capo della polizia, viene introdotta nel secondo terzo del film. Nell’ottima economia di Fargo, Marge compare soltanto quando è richiesta dal corso delle azioni, ovvero quando un triplice omicidio si verifica nella sua contea, e lei si trova a doverlo risolvere.

Un thriller generico ce l’avrebbe fatta conoscere nei trentacinque minuti precedenti, magari in una sola scena, magari con una scusa. In alternativa, i trentacinque minuti precedenti sarebbero stati compressi in una decina di minuti in cui 1) viene commesso un crimine e 2) una poliziotta incinta viene introdotta come protagonista indiscussa del film. Fargo privilegia l’approfondimento dei caratteri dei personaggi all’intreccio – la vita entra nella finzione e detta l’andamento narrativo.

L’affronto al genere non si limita a questo: quando Marge parte per Minneapolis per proseguire nella sua indagine, accetta di incontrare un suo vecchio compagno di scuola, Mike Yanagita, un uomo talmente bisognoso d’affetto da essere un tantino preoccupante. Il loro incontro è il cuore pulsante del film, e non ha assolutamente niente a che fare con la trama, né la influenzerà in alcun modo.

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L'incontro.

La casualità degli incontri e degli eventi – un tema caro ai due Coen – viene riflessa magistralmente nella struttura di Fargo, a dimostrazione del fatto che c’è più materiale narrativo nella vita vera che in un thriller in tre atti.

Fargo come luogo dell’anima e della criminalità organizzata

Una storia vera.

Fargo è vecchio, ha quasi vent’anni; se fosse un umano, starebbe svogliatamente cominciando una laurea triennale. Non è nemmeno il film di culto dei Coen, nonostante il suo successo indiscusso.
Nonostante tutto ciò, il lascito del suo falso cartello d’apertura ci ha raggiunto fino al 2015.

Nel 2014 David Zellner, un regista texano, ha presentato al Sundance Kumiko, The Treasure Hunter, un film ampiamente influenzato dallo stile dei Fratelli Coen, e con protagonista l’export giapponese più ambito dai registi maschi occidentali, Rinko Kikuchi.

Kumiko cerca un luogo imprecisato nei dintorni di Fargo, ma Fargo, oltre al titolo, ha poco a che fare con il film originale. Fargo si trova nel Nord Dakota, sul confine con il Minnesota. Non è il luogo dove si svolgono gli eventi.

Kumiko è una giapponese alla soglia dei trent’anni. A Tokyo, è già considerata decrepita, e nell’ufficio in cui lavora tutti la ignorano. Vive una vita di solitudine e depressione fino a quando, un giorno, non trova una VHS di Fargo. L’avvertenza della “storia vera” e la barriera linguistica la convincono che Steve Buscemi abbia davvero seppellito un milione di dollari in un campo innevato, e che il suo destino sia trovare quel tesoro. Kumiko prende un aereo per il Minnesota e si mette in cerca della X.

 La peculiarità della trama è che, al contrario di Fargo, la storia di Kumiko è parzialmente vera. Nel 2001, a pochi chilometri da Fargo, venne trovato il corpo privo di vita di Takako Konishi, una ragazza giapponese. Konishi era stata avvistata per giorni nei paesi circostanti. Si trascinava dietro una mappa del luogo e dei vestiti inadatti al clima. Era appena arrivata in città, non sapeva una parola di inglese.

Come sostiene la tesi del documentario This is a True Story, un poliziotto locale avrebbe travisato le motivazioni di Takako Konishi, romanzando la sua ricerca del tesoro di Fargo. Le circostanze della sua morte rimangono tuttavia avvolte nel mistero.

Kumiko cerca un luogo imprecisato nei dintorni di Fargo, ma Fargo, oltre al titolo, ha poco a che fare con il film originale. Fargo si trova nel Nord Dakota, sul confine con il Minnesota. Non è il luogo dove si svolgono gli eventi. I Fratelli Coen ammettono candidamente di averlo scelto come titolo perché “suonava meglio”. I rapitori del film vengono da Fargo, e la stessa sorte avrà tutta la criminalità organizzata della serie tv. Nella mitologia costruita a partire dal film del 1996, Fargo, la città, è il polo magnetico del Male, almeno agli occhi dell’abitante di provincia del Minnesota.

Mappa.

Coen™
Ci avevano provato sin dal 1997, con un pilota diretto da Kathy Bates e con Edie Falco de I Soprano nel ruolo di Marge Gunderson, ancora capo della polizia, ancora incinta. Le reti televisive hanno sempre fatto la corte a Fargo come potenziale serie tv di successo: i personaggi erano originali, magnificamente caratterizzati, e in più erano buoni come pezzi di pane. E alla fine hanno vinto proprio loro, le reti televisive – e con il benestare dei Coen ad aprile 2014 è andata in onda la prima stagione di Fargo, la serie tv.

Una scena dalla prima stagione.

È andata più o meno così: FX ha detto a Noah Hawley: “Scrivici dieci episodi basati su Fargo, però senza la tipa incinta” e Noah Hawley ha risposto “…”,”…”, “…” e poi: “Ok”. I Coen hanno letto il pilota, hanno fatto cenno di sì, hanno suggerito qualche battuta, accettato di mettere il proprio nome sul progetto (cosa che non avevano fatto per Fargo 1997), e sono tornati a poggiare i loro ossuti e intelligentissimi deretani sul proprio ornato trono cinematografico.

Hawley si attiene alla lettera non tanto a Fargo, quanto all’intera filmografia dei Coen, rispettando l’essenza dei loro film: casualità degli eventi, personaggi ben delineati, accenti del Minnesota, gente che parla per metafore e gente che quelle metafore non le capisce. Tra le altre cose.
 I protagonisti di Fargo 2014 ricordano quelli del 1996, ma ben presto cominciano ad animarsi di una vita propria.

La miniserie ha raggiunto in questi mesi la seconda stagione ed è stata rinnovata per una terza. Ogni stagione ha una storia autosufficiente e personaggi nuovi. Ogni storia segue fedelmente la premessa della “storia vera”, apponendo il celebre cartello del Fargo originale all’inizio di ogni episodio.

Non c’è niente di vero, come al solito – non fosse che i confini del mondo di Fargo sono diventati talmente labili da essere quasi indistinguibili dalla realtà.

La mappa, quella vera.

Nel 1987, un rapitore di Fargo (1996) seppelliva un milione di dollari sotto un banco di neve nella campagna tra Brainerd e Fargo. Quello stesso anno, in un universo parallelo, Milos Stavros di Fargo (2014) trovava il raschietto per il ghiaccio abbandonato dal rapitore, e disseppelliva il milione, trasformandosi in devoto cristiano, oltre che nell’uomo più ricco della zona. Quattordici anni più tardi, nella realtà, la leggenda metropolitana di Takako Konishi la vedeva in cerca di quello stesso tesoro. Nel 2007, un’altra poliziotta, Molly Solverson di (Fargo 2014) indagava una serie di decessi a pochi gradi di separazione dall’uomo che aveva trovato la valigetta piena di soldi. Nel 1979, il padre di Solverson, indagava in Fargo (2015) un fattaccio legato a una famiglia criminale proveniente indovinate un po’ da dove?

Ecco.

L’universo di Fargo si è espanso seguendo una strategia intelligente: non avrebbe senso continuare la stessa storia del film e non avrebbe senso cominciare delle storie da zero. E così, come in ogni piccola città che si rispetti, ogni storia è legata a un’altra tramite un finissimo anello di congiunzione, che sia una valigetta piena di soldi o che sia il legame di parentela tra due personaggi.
La catena continua, a creare la più lunga falsa storia vera della mitologia del Minnesota.

Laura Spini
Nata a Bergamo, non è la sua omonima Google vittima del raggiro di una santona. Ha tradotto e collaborato per una serie di case editrici e riviste italiane, sulle quali ha scritto di cinema, videogiochi, e pistoleri memorabili.

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