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È un'invenzione della peggior cultura integralista, ma forse è arrivato il momento di dire "sì, esiste". Per abbandonare le posizioni difensive e passare all'attacco.

C’è una fotografia che gira da tempo in rete, mostra un cartello di quelli che si trovano all’ingresso di molti comuni italiani, un tabellone elettronico sul quale si legge una scritta: L’amministrazione comunale è contraria all’ideologia gender. Il comune è quello di Prevalle, ma ce n’è un’altra uguale nel comune di Capriolo; comuni a maggioranza leghista, nei quali i sindaci hanno pensato fosse opportuno mettere in guardia i genitori, in vista del nuovo anno scolastico, dalle insidie dell’ideologia gender.

Un gesto simbolico, davvero poco influente su scala nazionale. Incidono sicuramente di più i gruppi WhatsApp dei genitori che fra saluti, resoconti delle vacanze e primi allarmi pidocchi, tornano a far circolare la foto di una comunicazione del giugno scorso nella quale si legge che l’Organizzazione Mondiale della Salute (sic) avrebbe indicato alcune linee guida relative all’educazione sessuale nelle scuole. Queste:

Tali linee guida, sarebbero state recepite dalla riforma del governo Renzi nota come La buona scuola, e diventerebbero parte integrante del normale corso di studi a partire da questo anno scolastico.

Una bufala. Amplificata dai social network poiché, come scrive Mauro Grimoldi su Il Fatto, solo l’elemento virale trasforma una notizia inesistente in una paranoia collettiva: “Il ragionamento è apparentemente logico ma il suo nucleo anche chiaramente falso, anche se indiscutibile e incorreggibile, perché ha la natura autoevidente del delirio. L’interpretazione paranoica procede per accumulo: ciò che potrebbe contraddire l’interpretazione incontra una logica capovolta e diventa paradossalmente una conferma”.

Il Ministro risponde
Leggo l’articolo uscito su Republica qualche giorno fa piena di ottimismo. Il titolo promette bene: Teoria gender, l’ira della Giannini. Basta con questa truffa culturale, pronti a denunciare. Finalmente il Ministero prende posizione e fa chiarezza: “Chi ha parlato e continua a parlare di ‘teoria gender’ in relazione al progetto educativo del governo Renzi sulla scuola compie una truffa culturale”.

In effetti, quello che davvero ne La buona scuola si legge è, tra le altre cose, questo: “Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni”.

Aggiunge però il Ministro Giannini: “mi auguro ci sia un ravvedimento immediato in quella parte della chiesa cattolica che ritiene essere presente nella Buona Scuola la teoria del gender”.

Cosa vuole dire? Che la supposta “ideologia gender” è ben conosciuta dal governo, e che nella Buona scuola non c’è perché in effetti è un’ideologia dannosa? Che quindi l’ideologia gender non è un’invenzione della peggior cultura integralista, ma un pensiero della differenza che, dio ce ne scampi, nella riforma non è presente?

Il problema del gender
Gender, lo sanno pure i leghisti, sta per “genere”, ed è la traduzione di questa parola in inglese. Non significa né frocio, né lesbica, né masturbazione obbligatoria alle elementari. “Genere” sta per genere sessuale che, pure questo lo capiscono anche i bambini, cambia significato a seconda della cultura in cui viene elaborato.

Degli amici argentini di sesso maschile non si asciugherebbero mai i capelli con il phon poiché è un gesto effeminato, da finocchi. Per la gioia di osteopati e fisioterapisti, la declinazione culturale di mascolinità varia abbondamente rispetto ai maschi del varesotto che non si sentono certo meno virili se si asciugano i capelli in modo meccanico.

Il problema è che a insegnare ai bambini che bisogna rispettare gli altri e che mamma e papà possono entrambi stirare, si rischia di far diventare tutti froci. Il terrore è avere un figlio omosessualista.

Il colore del grembiule azzurro e rosa non è universale né universalmente designa e distingue il maschile e il femminile. Attribuire un genere a un colore è una questione culturale. Scrive Sara Garbagnoli, dottoranda presso il Centre de Sociologie Européenne dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, nell’articolo migliore uscito su questa vicenda: “Lungi dal sostenere che ciascuno può scegliere la sua ‘identità’ o il suo ‘orientamento sessuale’, gli studi di genere indagano il funzionamento sociale delle norme che reggono l’ordine sessuale e delle gerarchie che lo traversano e lo definiscono. Storicamente costruito (ovvero non inevitabile), esso è solidamente naturalizzato (ovvero non così facilmente ‘disfacibile’)”.

Continuerei con gli esempi ma credo che pure un militante per la famiglia la capisca se messa in questi termini. E allora? Qual è il problema?

Ce lo spiega bene un comunicato uscito qualche giorno fa in risposta all’uscita del Ministro Giannini. Scrive l’Associazione ProVita:“Ci denunci pure (il Ministro, nda), ma noi non possiamo tacere la verità: la teoria gender nella Buona Scuola c’è. Il ministro Giannini dovrebbe rileggere attentamente la legge 107 che il Governo di cui fa parte ha fortemente voluto e fatto approvare”.

Secondo l’associazione, la famigerata legge 107 non fa altro che perpetrare “il dettato della Convenzione di Istanbul, dichiaratamente ispirata all’ideologia gender”. Non solo: nella circolare che il Ministero per l’Istruzione ha indirizzato ai dirigenti scolastici, “si continua a usare l’espressione ‘genere’ e non ‘sesso’ (…) Perché questa novità? Perché i generi sono 71 mentre i sessi solo 2?”.

E poi: “Non possiamo poi dimenticare che da quando è ministro dell’Istruzione, Stefania Giannini non ha fatto nulla per impedire che nelle scuole venissero proposti ai nostri bambini e ragazzi progetti più o meno esplicitamente fondati sulla teoria gender e/o sull’omosessualismo e sul transessualismo”.

Il problema quindi è che a insegnare ai bambini che bisogna rispettare gli altri e che mamma e papà possono entrambi stirare, si rischia di far diventare tutti froci. Il terrore è avere un figlio omosessualista: una paura che evidentemente condivide anche chi, da questa fantomatica ideologia del gender, prende le distanze. Ma questa ideologia che non piace proprio a nessuno, cos’è?

Esplosa fra il 2014 e il 2015, la questione della condanna dell’ideologia gender può essere in realtà fatta risalire a un documento del 2000 del Pontificio Consiglio per la Famiglia.

La novità “dell’omosessualismo
Da anni le associazioni che si occupano di studi di genere fanno pressione affinché la questione dell’educazione alla differenza trovi un posto nei programmi scolastici. Da anni i programmi scolastici hanno recepito la proposta. È una banale questione di civiltà: insegnare che non esistono mestieri per maschi e mestieri per femmine, che padre e madre hanno gli stessi diritti e doveri, che bambine e bambini sono liberi esseri umani e non Barbie e Big Jim predestinati…

E allora da dove nasce questo nuovo terrore, questo spauracchio? Esplosa fra il 2014 e il 2015 anche grazie all’invenzione più pericolosa del nuovo millennio, i gruppi di genitori su Whatsapp, la questione della condanna dell’ideologia gender può essere in realtà fatta risalire a un documento del 2000 del Pontificio Consiglio per la Famiglia chiamato “Famiglia, matrimonio e unioni di fatto”, nel quale si legge:

“In questo processo che potremmo denominare di graduale destrutturazione culturale e umana dell’istituzione matrimoniale, non deve essere sottovalutata la diffusione di una certa ideologia di ‘gender’. L’essere uomo o donna non sarebbe determinato fondamentalmente dal sesso, bensì dalla cultura. Tale ideologia attacca le fondamenta della famiglia e delle relazioni interpersonali”.

Il documento riporta come “gli esperti sono soliti distinguere tra identità sessuale (cioè la coscienza di identità psico-biologica del proprio sesso, e della differenza rispetto all’altro sesso) e identità di genere (cioè la coscienza dell’identità psico-sociale e culturale del ruolo che le persone di un determinato sesso svolgono nella società). In un processo di integrazione armonico e corretto, l’identità sessuale e di genere si complementano, poiché le persone vivono in società in modo concorde ai modelli culturali corrispondenti al proprio sesso. La categoria di identità sessuale di genere (‘gender’) è pertanto d’ordine psico-sociale e culturale”.

E però, “nel decennio 1960-70, si sono affermate alcune teorie (…) secondo le quali l’identità sessuale di genere sarebbe non solo il prodotto dell’interazione tra la comunità e l’individuo, ma anche indipendente dall’identità sessuale personale. In altri termini, nella società i generi maschile e femminile sarebbero esclusivamente il prodotto di fattori sociali, senza alcuna relazione con la dimensione sessuale della persona. In questo modo, ogni azione sessuale sarebbe giustificabile, inclusa l’omosessualità, e spetterebbe alla società cambiare per fare posto, oltre a quello maschile e femminile, ad altri generi nella configurazione della vita sociale. L’ideologia di “gender” ha trovato nell’antropologia individualista del neo-liberalismo radicale un ambiente favorevole”.

Il documento è una risposta esplicita alle indicazioni della Conferenza mondiale sulle donne svoltasi a Pechino nel 1995 che, a detta della Chiesa cattolica “esalta un individualismo liberale esacerbato, unito ad un’etica soggettivistica che incentiva la ricerca sfrenata del piacere (…), pretende di introdurre nella cultura dei popoli l’ideologia del sesso — ‘gender’. Tale ideologia afferma tra l’altro che la forma maggiore di oppressione è l’oppressione della donna da parte dell’uomo, e tale oppressione è istituzionalizzata nella famiglia monogamica”.

Della Teoria del Genere si può dire che no, non esiste. Anzi sì: la Teoria del Genere esiste, ma non è ciò che dice di essere.

Ecco poste le basi teoriche di un’ideologia che combacia perfettamente con gli incubi peggiori degli integralisti, per il semplice motivo che sono stati loro stessi a inventarla. Secondo Sara Garbagnoli, della Teoria del Genere si può dire, “come Colette Guillaumin scriveva della razza, che no, non esiste. Anzi sì: la Teoria del Genere esiste, ma non è ciò che dice di essere. Non è la teoria, né l’ideologia ‘lesbo-femminista’ e ‘omosessualista’ che produrrebbe violenze, infelicità e catastrofi sociali, ma è un dispositivo retorico reazionario che intende, delegittimando saperi e rivendicazioni che denaturalizzano l’ordine sessuale, perpetuare la ferocia e la tirannia del sistema di oppressione che inferiorizza le donne e/o le persone non-eterosessuali”.

1995-2015, vent’anni di ideologia gender.
C’è qualcuno qui che la
Conferenza mondiale sulle donne di Pechino se la ricorda? Per la prima volta si affermava in modo radicale la questione del genere come questione culturale: non serve infatti parlare di uguaglianza e pari opportunità se non si ragiona anche sui meccanismi che portano, di fatto, a una disparità che nasce nella culla per questioni educative.

L’educazione è punto nodale: chiaro dunque che la Chiesa, la più grande agenzia educativa della storia, si metta in allarme. Da allora i documenti prodotti dal Vaticano sul problema del gender sono numerosi; basta andare sul sito e fare una ricerca per parola chiave per rendersene conto e capire, in poco tempo, la genealogia di un’ideologia. Cito soltanto la Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, che trovate per intero qui:

Per evitare ogni supremazia dell’uno o dell’altro sesso, si tende a cancellare le loro differenze, considerate come semplici effetti di un condizionamento storico-culturale. In questo livellamento, la differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata genere, è sottolineata al massimo e ritenuta primaria. L’oscurarsi della differenza o dualità dei sessi produce conseguenze enormi a diversi livelli. Questa antropologia, che intendeva favorire prospettive egualitarie per la donna, liberandola da ogni determinismo biologico, di fatto ha ispirato ideologie che promuovono, ad esempio, la messa in questione della famiglia, per sua indole naturale bi-parentale, e cioè composta di padre e di madre, l’equiparazione dell’omosessualità all’eterosessualità, un modello nuovo di sessualità polimorfa”.

Dunque quando l’Associazione Pro vita, in risposta al Ministro Giannini, parla di “novità del gender”, non reca un buon servizio. Non tanto a chi vorrebbe colpire, quanto a un lavoro certosino e ventennale di una parte certo non ininfluente della Chiesa Cattolica che si è mobilitata per delineare un coerente lexicon intorno a un tema tanto importante quale quello della famiglia.

L’ideologia gender dunque è l’ultima frontiera del tentativo di una parte cattolica non marginale di disciplinare la questione dei rapporti fra uomo e donna. Un’ideologia che come ogni apparato retorico debole è tanto più forte proprio nel momento della sua negazione, ricorda in questo senso l’antipolitica come ideologia che si racconta anti-ideologica.

Del resto il fatto che l’ideologia gender esista lo dimostra la prova tautologica: provate a scrivere, infatti, la parola “ideologia” su Google. Non troverete estratti da Wikipedia di storia del pensiero e della filosofia. Oggi questa parola si usa principalmente per una sola espressione: “ideologia gender”, appunto (qui Nicla Vassallo riflette su ideologia/teoria).

Lo strumento discorsivo più usato da chi ha contestato le prese di posizione delle associazioni integraliste, è stato negare che questa cosiddetta ideologia gender esista. Una posizione difensiva, quando invece sarebbe il caso di passare all’attacco.

Perché insisto sulla questione dell’esistenza stessa dell’ideologia gender? Perché lo strumento discorsivo più spesso usato da chi ha contestato le prese di posizione delle varie associazioni integraliste che hanno ispirato politici e dirigenti scolastici, lo stratagemma retorico insomma, è stato negare che questa cosiddetta ideologia gender esista. Ha scritto la Società Italiana delle Storiche:

“Non esiste, infatti, una ‘teoria del gender’. Con questa categoria non si introduce tanto una teoria, una visione dell’essere uomo e dell’essere donna, quanto piuttosto uno strumento concettuale per poter pensare e analizzare le realtà storico-sociali delle relazioni tra i sessi in tutta la loro complessità e articolazione: senza comportare una determinata, particolare definizione della differenza tra i sessi, la categoria consente di capire come non ci sia stato e non ci sia un solo modo di essere uomini e donne, ma una molteplicità di identità e di esperienze, varie nel tempo e nello spazio”.

Intervento ripreso pochi giorni fa da Elena Tebano sul Corriere della Sera, in un articolo nel quale aggiunge:

“A creare la ‘teoria di gender’ di cui si parla oggi nel dibattito politico sono stati i suoi oppositori, che la usano come spauracchio — un fantasma appunto. ‘Teoria del gender’ vuol dire che i vostri figli saranno istigati all’omosessualità, che saranno invitati alla masturbazione precoce fin dalla culla, che potrebbero essere obbligati ad assistere a proiezioni di filmati pornografici, fino ad arrivare a correre il rischio di sentirsi obbligati ad avere rapporti carnali con bambini dello stesso sesso’, si legge in un appello che da mesi viene diffuso via Internet tra i genitori degli scolari italiani per invitarli a opporsi alle lezioni contro stereotipi e discriminazioni previste dal cosiddetto ‘piano formativo di istituto’ (con incluso un modulo da firmare e consegnare all’amministrazione scolastica).”

Una posizione in qualche modo difensiva, quando invece sarebbe il caso di passare all’attacco. Dicendo: essa esiste. È un mucchio di spazzatura, l’invenzione di una tradizione, una bufala giornalistica, il baubau degli anni 2000… Ma esiste, e fa paura.

Perché, come l’antisemitismo, si nutre di stereotipi allucinanti e cattiva informazione, malafede e ignoranza. Perché, e vale la pena ripeterlo, al di là delle chiacchiere, l’ideologia gender si basa su omofobia e antifemminismo; nasce dalla loro perversa unione, parla di educazione dei bambini ma in realtà vuole soltanto una cosa, difendere la famiglia tradizionale eterosessuale, senza alcuna attenzione agli esseri umani che la compongono e le conseguenze che produce sulla vita delle persone sono reali, tremendamente reali.   

Chiedetelo ai ragazzi e alle ragazze che cercano di parlare con i propri genitori della loro omosessualità e di fronte si trovano al meglio un “ti voglio bene lo stesso”, neanche fossero ladri, o un “poi passa”, come se fosse una malattia. Continuare a dire “non esiste” non serve a niente. Esiste e va combattuta. Né serve dire “noi non la condividiamo”, come fa il Ministro, perché in qualche modo dà ragione a chi dice, invece, di combattere.

Backlash/Reazione.
Scrive Eretica, blogger de Il Fatto:

Il vero pericolo sociale è la violenza che si scaglia contro persone inermi, contro chi tenta di fare evolvere la cultura in direzione di una maggiore tolleranza per la diversità. Il vero pericolo sociale siete voi che inventate queste stronzate e le diffondete a chi, per pregiudizio o ignoranza, finisce perfino per crederci”.

Bisognerebbe scriverselo addosso che “un frocio non è socialmente pericoloso, un omofobo sì” come ricorda un intervento autobiografico sul blog abbattoimuri:

“Eppure non ho mai commesso reati. Non ho mai fatto nulla che disturbi il mondo, salvo essere viva e respirare e combattere e sognare che di quel mondo un giorno potrò fare parte anch’io. Per quelle come me, e per molte altre persone, che sono disconosciute dalla famiglia, povere, precarie, neppure identificabili in un preciso branco perché non vuoi etichette e vuoi solo essere così come sei, la vita è difficile ogni giorno. Difficile amare, fingere ogni giorno in luoghi in cui potranno menarti o licenziarti o chissà cosa. Difficile trovare una tua strada e allora ti senti persa, sballottolata di qua e di là. A me avrebbe fatto molto bene che a scuola si fosse parlato anche di quelle che mi somigliano. Mi avrebbe resa meno vulnerabile, con una minore probabilità di pensare al suicidio. Mi avrebbe fatta sentire accettata”.

La guerra contro l’educazione alla differenza di genere scatena gli istinti peggiori di una società sessuofobica, omofoba, che fa fare affari d’oro a YouPorn ma stenta a usare la parola preservativo in pubblico.

La vicenda dell’uomo picchiato a Genova da tre ragazzi perché “all’apparenza frocio”, è sintomatica. La guerra contro l’educazione alla differenza di genere scatena gli istinti peggiori di una società sessuofobica, omofoba, che fa fare affari d’oro a YouPorn ma stenta a usare la parola preservativo in pubblico. Si colloca entro la lunga reazione, o backlash, causata dal femminismo degli anni Settanta, ne è l’ultima orribile incarnazione. È una guerra dichiarata combattuta attraverso articoli, libri, azioni eclatanti come quelle delle Sentinelle in piedi, ma anche atti amministrativi, possibili, legali, come quello dei comuni lombardi.

Per sconfiggerla serve chiarezza di obiettivi, unità di intenti, sinergia fra scuola, governo, enti locali. Il Vademecum per i genitori su come difendersi dalla teoria del gender, che vale la pena leggere per il livello di paranoia che suggerisce alle famiglie, può essere contrastato soltanto riqualificando l’offerta formativa, come scrive Roberto Ciccarelli su il manifesto, valutando la serietà delle associazioni che si occupano della formazione, e forse facendo un passo indietro rispetto al progettificio che è diventata la scuola negli ultimi anni e un passo avanti verso indicazioni nazionali serie, condivise, inclusive anche delle prospettive più radicali del dibattito sul genere. Per mettere a tacere una volta per tutte l’ideologia gender.

C’è un adagio del movimento LGBT ripreso nel film Pride che dice: quando qualcuno ti rivolge un insulto (pervertito) te lo tieni e lo fai tuo. Ma in questo caso, direi che possiamo restituire tutto al mittente senza problemi.

Tutte le immagini sono tratte da Piccolo Blu e Piccolo Giallo di Leo Lionni, edito in Italia da Babalibri. Il libro, un capolavoro della letteratura per l’infanzia, è tra quelli inseriti dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro nella lista dei titoli da vietare nelle scuole, perché sospetti di “ideologia gender”.

Vanessa Roghi
Storica, scrive documentari e insegna all'Università di Roma La Sapienza. Si occupa di storia delle idee e dei mezzi di comunicazione guardati alla luce dell'immaginario. È nata nel 1972, l'anno in cui è uscito "Pink Moon".

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