Carico...

A metà tra i giochi online e il modello dell’e-commerce Alibaba, il governo cinese sta sviluppando un sistema per classificare i cittadini in base al loro comportamento su Internet e determinarne l’“affidabilità” .

Il governo cinese sta sviluppando un sistema di «credito sociale» che entro il 2020 dovrebbe essere in grado di monitorare il comportamento online dei cittadini per assegnare loro un punteggio di «affidabilità». In base a questo rating, potranno accedere o meno a una serie di servizi e diritti, che vanno dalle migliori scuole per i figli alla possibilità di investire in borsa, di aprire un’impresa o di viaggiare, passando per l’ottenimento di credito bancario, di sussidi statali, della tessera del Partito e così via. Saranno sanzionati soprattutto comportamenti «inaffidabili» in ambito economico e sociale: quelli del produttore di cibo che commercializza prodotti nocivi o di quello minerario che non opera in sicurezza, per esempio. Di fronte a ripetute frodi alimentari e truffe finanziarie, è qualcosa di cui i cinesi sentono un gran bisogno.

Ma la vaghezza dei confini di questa presunta «affidabilità» fa temere che possa essere imposto anche un rating politico, basato sulla maggiore o minore aderenza alla linea del Partito comunista.

Il disegno generale è stato annunciato in una circolare del 2014, che stabiliva tempi d’attuazione compresi tra il 2016 e il 2020. Lo scorso settembre, il Comitato Centrale del Partito e il Consiglio di Stato (il governo) hanno invece emesso alcune «Opinioni» che integrano il testo originale. «Se la fiducia è tradita in un ambito – si  legge – le restrizioni sono imposte anche in tutti gli altri». Per farla breve: se ti comporti male, non potrai commerciare, viaggiare, mandare tuo figlio nelle migliori scuole e così via. Sarai un cittadino di serie B.

In base ai due documenti, gli organismi amministrativi sono chiamati a coordinarsi per creare un sistema centralizzato che raccolga e analizzi i comportamenti online di quei 700 milioni di utenti che rappresentano oggi la popolazione Internet cinese. Dopo di che, arriverà il giudizio di merito.

Saputo del progetto, un amico cinese mi dice di non considerarsi minimamente un individuo «affidabile» in base ai criteri stabiliti dal potere cinese. Dato che secondo lui il sistema di rating è già in corso d’opera, è meglio cercare di sfuggirvi. «Molti anni fa, ho abbandonato QQ l’instant messenger di Tencent, ndr), un paio di anni fa Weibo (il maggiore sito di microblogging, appartenente a Sina, ndr) e ora anche WeChat (l’evoluzione dell’instant messenger in un sistema completo di comunicazione e gestione servizi, sempre di Tencent, ndr)», dice. «Magari sono solo paranoico, oppure forse sento di essere troppo in basso nella classifica dei cittadini affidabili». Infine chiede: «Anche in Italia esiste un Grande Fratello del genere?»

Da allora, è diventato difficile comunicare con quell’amico attraverso gli ormai canonici mezzi elettronici che contraddistinguono la vita quotidiana di chiunque viva in Cina.

Non c’è dunque il rischio di un fuggi fuggi da Internet?

È questo un primo paradosso del sistema di rating dei «cittadini affidabili» annunciato da Pechino: scoraggia la circolazione di informazioni in un Paese che intende invece essere sempre più «economia dell’informazione».

Il che fa ritenere a parecchi che il tentativo di creare un Grande Fratello cibernetico fallirà. Ma forse, lo sanno anche le autorità e il sistema è solo l’ennesimo messaggio che l’imperatore lancia a urbi et orbi: vi indichiamo qual è il modo corretto di comportarsi, siete avvertiti. Dopo di che, ognuno deciderà come comportarsi: aggirare il sistema, sottrarsi o semplicemente conformarsi. Chiamatelo Stato di diritto con caratteristiche cinesi.

Il controllo e la cosiddetta «armonia» sono l’ossessione di un Paese – la Cina – che non vede nella libera competizione di idee, nella sfida anche al potere, uno strumento evolutivo. Competizione sì, ma in specifici «sylos» dove l’imperatore racchiude i tecnici, l’elite intellettuale, li lascia discutere, scannarsi, e poi pretende che escano con una soluzione utile & unanime. Così funzionano anche i congressi del Partito. La società estesa non partecipa a questo gioco a porte chiuse, quella deve rispettare la narrazione ufficiale. È troppo grande il rischio di disordine.

E il cyberspazio con caratteristiche cinesi ne consegue.

Tutto ciò per dire che la gamificaton del controllo sociale, se mai avverrà, non sarà che il culmine di un percorso che ha segnato tutta la storia di Internet in Cina.

Come spiega bene Nick Dyer-Witheford in Cyber-Proletariat, la Rete cinese non nasce dalla contrapposizione/tensione tra cultura militare e d’impresa, da una parte, e comunità hacker dall’altra, tipica della sua genesi in Occidente. Se vogliamo è un paradosso, dato che è proprio lo sfruttamento del lavoro operaio cinese, con la diffusione in tutto il mondo di elettronica a basso costo, a rendere possibile la rivoluzione informatica al di là dell’Oceano Pacifico. Ma ciò detto, la Cina resta estranea all’alter-mondismo che negli anni Novanta viaggia e si organizza su reti alternative in Nord America e America Latina, in Europa, e perfino in Asia, dopo il momento simbolico fondante costituito dal lancio online del comunicato degli zapatisti messicani, il 1 gennaio 1994.

Internet, in Cina, nasce già normalizzata. Certo, forme di cyber-attivismo si ritrovano nei blog dei primi anni Duemila, ma è il boom di Weibo – una piattaforma commerciale simile al nostro Twitter – che consente la diffusione di temi «democratici», se non radicalmente antagonisti.

Weibo svolge una funzione importante tra la sua apparizione nel 2009 e la sua «normalizzazione» che può essere fatta risalire alla primavera del 2012, quando i commenti sul social vengono sospesi per tre giorni (31 marzo-3 aprile) dopo il caso Bo Xilai, il leader di Chongqing e membro del Politburo caduto in disgrazia. Il 6 aprile successivo, l’agenzia di Stato Xinhua riporta la notizia dell’arresto di sei persone con l’accusa di avere diffuso «voci» online, mentre 210mila post sono stati cancellati e 42 account su Weibo vengono chiusi.

Da quel momento, Weibo smette di essere «the Big Thing» della Rete cinese e viene gradualmente sostituito da WeChat (Weixin in cinese) e dai siti e-commerce di Alibaba. È il passaggio dalla piazza virtuale dove si discute, al circolo di amici (WeChat) e al consumo (Taobao, T-mall, etc). Non a caso, il modello di «crediti sociali» di cui si parla oggi sarebbe basato sui «crediti Sesamo» lanciati da Alibaba circa un anno fa. Il maggiore operatore di e-commerce in Cina e nel mondo ha introdotto nel 2015 un sistema di rating per i 300 milioni di suoi utenti che, dalle dichiarazioni ufficiali, si basa sull’integrazione sia di dati provenienti dai propri siti – dove ognuno può esprimere un giudizio sull’«affidabilità» di questo o quel venditore – sia di informazioni raccolte da «enti pubblici, istituzioni finanziarie, e altri operatori commerciali». Un sistema a tutto tondo, che ora il governo cinese vorrebbe estendere alla società nella sua interezza.

Abbastanza coerentemente, è stato Jack Ma, il fondatore-presidente-guru di Alibaba, a fare di recente (22 ottobre) la più chiara apologia dei big data applicati alla sicurezza, durante un convegno: «È normale che una persona acquisti una pentola a pressione, che compri un orologio o della polvere da sparo. Ma se una persona compra tutte queste cose insieme, non è normale. […] Se non si incrociano questi dati, come fai a sapere che sta producendo esplosivi?»

L’altra componente fondamentale che conduce al sistema del credito sociale è il successo che in Cina hanno avuto da sempre i giochi online. Sono oltre 500 milioni i netizen che si danno all’internet gaming, per un mercato da 22 miliardi di dollari nel 2015. Il fenomeno arriva quasi alla patologia. Nel 2015, ho visitato un vero e proprio campo di rieducazione per «tossici di Internet», ragazzi che passavano la maggior parte del proprio tempo giocando al computer e assumevano comportamenti asociali, con grande disperazione delle famiglie che puntano tutto sui figli, spesso unici.

Sono però pochi in percentuale quelli che utilizzano Playstation e Xbox – cioè lo schermo televisivo – un fenomeno favorito sia dagli ostacoli che il governo cinese ha negli anni posto alle importazioni di consolle straniere (il bando è stato tolto solo nel 2014), sia dal loro alto costo. Si gioca al computer – abitudine favorita dalla tradizione degli Internet Cafè – e online, dove a farla da padrone è la solita nota, Tencent, seguita da NetEase, Changyou e Shanda. Lì si è sviluppata la moda dei giochi multiplayer, dell’acquisizione di crediti e così via.

Il «credito sociale» nasce proprio al crocevia tra l’avvento dell’Internet commerciale rappresentata da Alibaba e la perdurante mania per i giochi online. La maggior parte degli articoli cinesi che si leggono in questi giorni saluta con favore l’avvento del sistema, ne parlano soprattutto come opportunità di business legata alla sicurezza sociale. Qualche volta si discute di eventuali problemi tecnici, ma sono pochi i commenti che pongono il problema dell’utilizzo dei big data in funzione di controllo o che si preoccupano per la privacy dei netizen. Si sottolinea spesso come il sistema dei crediti sia necessario a causa della delinquenza, delle contraffazioni e delle frodi quotidiane. È più che altro visto come una nuova modalità di governance, utile anche nella strategia antiterrorismo (Jack Ma docet).

Qualche anno fa, conversai con Renaud De Spens, un sinologo francese nonché studioso dello sviluppo di Internet in Cina, che arrivò a parlare di una «democrazia dei consumatori» resa possibile proprio dai sistemi di rating alla Alibaba. Secondo De Spens, la possibilità che offriva Taobao di esprimere giudizi sui prodotti acquistati e sugli stessi venditori, avrebbe educato i cinesi alla discussione pubblica, al confronto e finanche al voto. È paradossale vedere oggi come le autorità intendano invece utilizzare lo stesso sistema di rating per mettere a punto un enorme meccanismo di controllo.

Gabriele Battaglia
Gabriele Battaglia vive a Pechino, è direttore dell'agenzia China Files, corrispondente di Radio Popolare e collaboratore di Il Venerdì di Repubblica. È stato redattore di PeaceReporter ed E-il mensile, scrive su diverse testate italiane e straniere ed è autore dell'e-book "Fucili contro Burma" (2014) e del documentario "Inside Beijing" (2012).

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

Direttore/Fondatore: Timothy Small

Caporedattori: Cesare Alemanni, Valerio Mattioli, Pietro Minto, Costanzo Colombo Reiser

Coordinamento: Stella Succi

In redazione: Aligi Comandini, Matteo De Giuli, Francesco Farabegoli, Laura Spini

Assistente di redazione: Alessandra Castellazzi

Design Direction: Nicola Gotti

Art: Mattia Rinaudo

Sviluppatore: Gianmarco Simone

Art editor: Ratigher

Gatto: Prismo

 

Scriveteci a prismomag (at) gmail (dot) com

 

© Alkemy 2015