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È forse illegale avere una mente malata? Ed è normale che sia Google a incastrarci con la polizia? La vicenda di Gilberto Valle, il "poliziotto cannibale" illumina il limbo legale tra impulsi virtuali e realtà.

Una storia come questa, in cui si parla di un agente della polizia di New York accusato di voler sequestrare, stuprare e mangiare decine di persone, va affrontata con cautela. Prima di tutto le generalità: il poliziotto in questione si chiama Gilberto Valle, 31 anni, la sua storia è finita in tutti i giornali del mondo (“The Cannibal Cop”) e si è persino guadagnato un documentario HBO, Thought Crimes: The Case Of The Cannibal Cop. Il titolo roboante, Crimini Mentali, è un voluto richiamo alla psicopolizia di Orwell e, in generale alla materia che possiamo chiamare la giurisprudenza delle intenzioni, il labile confine tra pensiero e reato. La domanda che attraversa questa lunga storia, “È forse illegale avere una mente malata?” è una questione antica quanto la giustizia e nel corso del tempo ha avuto risposte molto chiare (“Sì, lo è. Al rogo” è stata persistente). Ma è con l’avvento delle comunicazioni digitali che ha assunto una sfumatura diversa, unendo la carne al computer, la mente al big data, spargendo tracce della nostra coscienza su internet. La rete ci conosce, ci sa prevedere (è comune che una donna venga a sapere d’essere incinta dai prodotti consigliati per lei scelti da qualche sito di e-commerce) e scruta nei nostri segreti. Così la domanda “È forse illegale avere una mente malata?” si è trasformata in un’altra: “È normale che sia Google a incastrarci con la polizia?”

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Il documentario HBO dedicato alla vicenda di Gilberto Valle.

La moglie
Nato nel 1984, Gilberto Valle entra nella NYPD nel 2006: nelle foto d’epoca ha la faccia tonda e poco giovanile del poliziotto obbediente ma non rigido, quello che lascia passare un’infrazione se di poco conto e si diverte a dirigere il traffico; ha un sorriso ampio e una dentatura massiccia, dettagli che nel corso della storia sembrano diventare quasi prove di reato. Nato e cresciuto nel Queens, nel 2010 conosce Kathleen Cooke Mangan su OkCupid, che diventerà sua moglie e con cui avrà un figlio due anni dopo. È il 2012 e Gilberto Valle è poliziotto, marito e padre: dio, patria e famiglia. È il 2012 e Valle passa notti intere davanti al computer, trascinandosi a letto sempre più tardi (prima alle 3 di mattino, poi fino alle 5) e spesso collassa sul divano senza nemmeno visitare il letto matrimoniale. La compagna, cattolica e mite, teme il peggio – il tradimento! – e installa uno spyware sul computer del marito, “Così avrò le prove del suo malaffare”. Troverà di ben peggio.

Così la domanda “È forse illegale avere una mente malata?” si è trasformata in un’altra: “È normale che sia Google a incastrarci con la polizia?”

Dark Festish Network (DFN) è un sito dedicato alle pulsioni umani più estreme in cui gli utenti discutono beatamente di argomenti tabù per i più: cannibalismo, pedopornografia, decapitazioni, vendita di carne umana et similia occupano varie bacheche riempite da migliaia di utenti con foto, racconti, offerte, confessioni. I contenuti ricordano quelli che si potevano trovare su Rotten, per quanto DFN non si limiti a proporre cartoline di disgusto per un pubblico esterno in cerca di shock: è un forum per interessati. Ossessionati.

È il 2012 e DarkFetishNet è un’ossessione per l’agente Valle, che lo usa per raccontare le sue fantasie atroci sulle persone che vorrebbe uccidere e mangiare, chiacchierando con persone che diventano colleghi. Nel corso della discussione, esce spesso dalla tab del sito per googlare termini e azioni sul cannibalismo. Grazie allo spyware installato sul suo pc, l’allora signora Valle scivola così nella parte più oscura del subconscio del marito – il padre, il capofamiglia, il distintivo – e legge del forno con cui cucinerebbe una povera ragazza dopo averla stuprata e fatta a pezzi, vede le molte foto allegate (foto di persone conosciute, in un caso una sua foto) e molto altro.

«Ma sei davvero sicuro di farlo?» gli domanda qualcuno sulla chat. «Se fossi sicuro di passarla liscia, lo farei» risponde lui.

Valle, o meglio MHAL52, il suo nickname, organizza piani con i suoi complici, si dilunga in descrizioni di stupri, smembramenti e cotture; racconta anche di una gita familiare dalle parti di Washington organizzata per presentare una vecchia amica alla sua famiglia, una visita che su DFN descriverà come una missione d’esplorazione. Voleva rapire quella ragazza, voleva mangiarsela. Si era portato dietro moglie e bambino. “Ma sei davvero sicuro di farlo?” gli domanda qualcuno sulla chat. “Se fossi sicuro di passarla liscia, lo farei” risponde lui.

Valle e i colleghi di chiacchiere cannibali si danno appuntamento per un altro giorno ma nessuno si fa vivo. Qualche giorno dopo la chat riprende e tutto prosegue come se il rapimento dell’amica non fosse nemmeno mai stato proposto. Sono discussioni agghiaccianti ma anche confuse, senza capo né coda: sembrano sfoghi collettivi di menti davvero problematiche. Aperta la botola nella mente del marito, l’allora signora Valle è disgustata e terrorizzata. Denuncia il marito e chiede il divorzio, portandosi via il figlio. Pochi giorni Gustavo Valle diventa “The Cannibal Cop” e perde il lavoro.

Il mostro dentro
Mentre la stampa americana divora il cannibale, i legali interessati si accorgono di un dettaglio: Gilberto Valle non ha fatto niente. Non ha commesso reati, non ha mai ucciso né mangiato nessuno; ha solo (“solo”) discusso online del suo selvaggio desiderio cannibale – rimasto comunque inespresso. Thought Crimes: The Case Of The Cannibal Cop, diretto da Erin Lee Carr, figlia del compianto giornalista David Carr, indaga proprio questo cono d’ombra morale e legale, il dilemma che ha attanagliato i familiari di Valle, i legali e la giuria che si è occupata del caso: quest’uomo è disturbato e ha bisogno di aiuto, certo, ma non è colpevole di cannibalismo o stupro o omicidio o sequestro di persona. I suoi mostruosi incubi sono rimasti nella sua fantasia, pura fiction riversatasi online. Oppure Gilberto Valle non ha fatto niente perché è stato scoperto in tempo e va quindi incarcerato, come sostiene qualcuno?

Mentre la stampa americana divora il cannibale, i legali interessati si accorgono di un dettaglio: Gilberto Valle non ha fatto niente. Non ha commesso reati, non ha ucciso nessuno, non ha fatto male a nessuno.

C’è di tutto nelle 24 conversazioni ritrovate sul computer del sospettato. Non bastassero quelle, c’è una lunga serie di ricerche Google in cui Gilberto Valle ha applicato il suo feticismo al motore di ricerca, seminando alle sue spalle abbastanza tracce da trasformare le ricerche in prove valide. Eppure, come dice Daniel Engber, giornalista di Slate, intervistato dagli autori del documentario, “una ricerca su Google non può essere reato” perché rappresenta “un’estensione dei nostri pensieri” e un pensiero malato non può essere trascinato in tribunale.

“Parliamo della differenza tra il mondo reale e quel che facciamo finta di essere su internet”, sostiene Julia Gatto, avvocato difensore dell’agente, suggerendo che Valle fosse una sorta di morboso mitomane che su DFN riusciva a “sfogare” pulsioni altrimenti destinate alla realtà. Non la pensa così il giudice Randall Jackson secondo cui “quel che [Gilberto Valle] ha pensato e quel che ha scritto online si ripercuote in quello che aveva intenzione di fare”.

Ecco il grande vuoto legale: l’incapacità di dimostrare la solidità delle due posizioni, di sondare l’abisso tra volontà e fantasia, azione e desiderio. Un abisso insolcabile e da rispettare, anche evitando le mille scorciatoie offerte dalle nuove tecnologie. È questo che rende il caso Valle così importante: lo spiega bene Robert Kolker di New York magazine quando definisce Valle “il paziente zero dell’epidemia di crimini mentali”.

Gilberto Valle e la moglie in un courtroom sketch del processo al poliziotto cannibale.

Come reagireste se vi chiedessero di dare un’occhiata alla vostra cronologia web? Quelli di “Intercettateci Tutti”, quelli che dicono “Possono pure intercettarmi, non ho niente da nascondere”, accetterebbero un’indagine tanto in profondità nel rapporto continuo, inconscio e ormai intimo che ormai abbiamo con la barra di ricerca dei nostri browser? Non occorre essere un criminale o un hacker per rispondere di no e rinunciare alla pubblicazione di dati in grado di svelare tratti personali imbarazzanti (o scomodi, come sta succedendo alla candidata alla Casa Bianca Hillary Clinton e le sue vecchie email finite online).

A questo riguardo, la legge è piuttosto chiara: dati digitali di questo tipo sono utilizzabili in tribunale se provano una condotta illegale (detenzione di materiale pedopornografico, per esempio). Non trovando nulla di tutto questo nel computer di Valle, l’indagine si è quindi messa alla ricerca di un overt act.

Le intenzioni
L’overt act è la base legale del processo alle intenzioni. Se per esempio dicessi a un amico “Voglio rapinare quella banca” e la polizia mi sentisse, potrei finire nei guai ma alla fine sarei al sicuro perché potrebbe essere stato uno scherzo o potrei essere un semplice mitomane; se la polizia scoprisse invece che mi sono informato su come aprire una cassaforte o penetrare una banca nottetempo, o trovasse a casa mia un fucile e una maschera, sarei davvero nei guai. Quelle azioni, per quanto intrinsecamente legali, costituirebbero un overt act, l’elemento che prova la mia colpevolezza potenziale. Nel caso di Valle la prova principe, l’utilizzo non autorizzato del database NYPD per ricercare informazioni sulle sue vittime, potrebbe essere un overt act ma è di per sé un reato federale – l’unico per il quale Valle sarà condannato.

Thought Crimes tratta il limbo legale creato dall’incrocio tra tecnologia e la vita reale, l’online e l’offline – su internet si parla del mondo reale come “the meat space”, termine che qui assume un significato fuori luogo – seguendo da vicino la vita di Gilberto Valle tra una seduta e l’altra e casa sua, durante gli arresti domiciliari. Ci sono interviste, riproduzioni delle discussioni via chat che lo hanno incastrato, c’è persino un montaggio tra Valle che scrive quale forno userebbe per cucinare le sue vittime e Valle che inforna una torta a casa sua.

È una storia anomala, l’anti-favola per eccellenza, in cui il Cattivo è il protagonista, parla in camera e ha tutta l’aria di essere uno sfigato represso, malato, innocuo e pericoloso allo stesso tempo, una versione da incubo del gatto di Schrödinger. Una vita normale, distrutta; l’aura di un pentimento che sembra sincero si affianca alle conversazioni che il poliziotto teneva su DFN, materiale che è impossibile leggere senza provare terrore misto a voltastomaco. Gilberto Valle è il Mostro perfetto, gentile fuori e vomitevole dentro: la sua faccia sembra intronarsi naturalmente con la testata rossa del New York Post.

“Non avrei mai immaginato che sarebbe successo, nemmeno nei miei peggiori incubi”, dice a un certo punto Gilberto Valle parlando di come i suoi segreti inconfessabili siano stati resi pubblici. Alla fine lo si vede libero camminare sul marciapiede mentre spiega di voler aprire un profilo su OkCupid (lo ha fatto davvero e il sito l’ha rimosso in poche ore). “Nemmeno nei miei peggiori incubi”, dice Valle, uno che ha l’aria di avere un’inconscio in grado di ispirare incubi davvero putridi.

Pietro Minto
Caporedattore di Prismo, collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera e Rolling Stone. Ha una newsletter che si chiama Link Molto Belli.

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