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L’avvento di Spotify e Netflix ha determinato il calo della pirateria. Ma come sarebbe il nostro mondo se eMule e i Torrent non ci avessero aperto a un catalogo infinito (e gratuito)?

Da qualche tempo, il vascello dei pirati informatici veleggia con bandiera a mezz’asta. Basta fare un giro sui principali siti di musica o film pirata per rendersene conto: il motore di ricerca Torrentz.eu (che raggruppa tutti i siti che offrono torrent) individua sempre meno fonti e sempre più difficili da raggiungere, mentre i siti di streaming sono nella maggioranza dei casi delle trappole (e alcuni chiedono anche di inserire i dati della carta di credito). Per quanto riguarda la situazione dello streaming e il download di eventi sportivi, basta vedere come lo storico Rojadirecta sia frequentemente impossibile da raggiungere.

Tempi duri per i pirati, insomma. E se ancora è impossibile parlare di “morte della pirateria informatica”, il trend è comunque evidente: stando ai dati del Global Music Piracy Insight di Muso, nel 2015 c’è stato un ulteriore calo del 5% nelle visite ai siti pirati. Nel report si legge: “In molte nazioni sviluppate, come il Regno Unito o gli Stati Uniti, si vede un significativo calo nello streaming pirata, probabilmente causato dalla crescente popolarità di servizi legali come Netflix e Spotify. Nonostante questo, i livelli di pirateria sono rimasti importanti e in molte nazioni si assiste a una crescita”.

Ma per capire l’andamento complessivo, quello che conta è il comportamento delle nazioni tecnologicamente più evolute: le altre seguiranno (con l’eccezione forse della super-pirata Russia). I dati vengono confermati anche nei paesi scandinavi: in Svezia, Paese natale di PirateBay e Spotify, il numero di persone che scarica file musicali illegali era crollato del 25% già nel 2011, rispetto all’apice raggiunto nel 2009; in Norvegia il calo tra il 2008 e il 2012 è stato addirittura dell’80%, da 1,2 miliardi di file illegali scaricati a 210 milioni. Più recentemente, nel corso del 2015, lo stesso andamento è stato osservato anche in Australia e in Canada.

Che cosa accomuna tutte queste situazioni? Semplice: le alternative legali. Nel caso di Norvegia e Svezia, il 2011 è stato l’anno del boom di Spotify; nel caso di Australia e Canada, il 2014/2015 è stato l’anno dell’introduzione di Netflix. La controprova si ottiene analizzando i numeri di BitTorrent (che, inutile nasconderlo, è usato quasi esclusivamente per la pirateria): se si guarda al traffico di banda generato dai vari siti di intrattimento (Netflix, YouTube, iTunes, Amazon Video, ecc.), BitTorrent è l’unico la cui percentuale è crollata nel corso degli ultimi 5 anni, dall’8% del 2010 al 3% del 2015.

In questi anni le casse dell'industria musicale sono tornate a respirare: il 2015 è stato il primo anno in quasi due decadi in cui il fatturato globale è tornato a crescere, con un aumento del 3,2%.

D’altra parte, con la diffusione di Netflix e di Spotify, perché continuare a vagare tra siti internet pieni di virus e pubblicità inquietanti, il cui tasto “download” corretto va scovato in mezzo a una marea di esche? Questo vale a maggior ragione nel caso di Spotify: chi è disposto a sorbirsi un po’ di pubblicità, può ascoltare musica gratuitamente e legalmente (e chi sa usare bene gli adblocker può anche fare a meno della pubblicità). E infatti le casse dell’industria musicale tornano a respirare: il 2015 è stato il primo anno in quasi due decadi in cui il fatturato globale è tornato a crescere, con un aumento del 3,2% (dati: Ifpi Global Music Report). Certo, i 15 miliardi di dollari di oggi sono la metà dei 28 miliardi del 1999, ma il segnale è importante.

Tutto questo porta a una considerazione tanto scontata quanto necessaria: quindici anni di lotta alla pirateria non hanno portato a nulla se non a qualche arresto simbolico (l’idea era di colpirne uno per educarne 100, ma non ha funzionato), mentre per ogni sito che veniva chiuso ce n’erano 10 pronti ad aprire. La situazione ha iniziato veramente a cambiare solo nel momento in cui gli sforzi hanno smesso di concentrarsi sulla repressione e hanno iniziato a spostarsi sulla diffusione di software che, in qualche modo, copiavano il meccanismo dei programmi pirata ma in maniera perfettamente legale. Come ha chiosato Torrent Freak già nel 2013: “La pirateria digitale è in ginocchio da quando le alternative legali hanno imparato a fare il loro dovere”.

Tutto questo dovrebbe però portarci a una domanda: dove saremmo oggi se la guerra contro la pirateria avesse funzionato fin dall’inizio, se Sean Parker non avesse potuto tenere in piedi Napster per due anni, se PirateBay non avesse mostrato la strada da seguire a decine e decine di siti di file sharing basati su BitTorrent? Probabilmente l’elefantiaca industria musicale starebbe ancora vendendo solo CD e Netflix starebbe ancora spedendo dvd via posta.

La pirateria ha costretto i dinosauri a evolversi, a sfruttare le potenzialità di internet invece che a combatterle. Davide, questa volta, ha perso contro Golia; ma la vittoria culturale è tutta dalla sua parte.

Lo stimolo che ha costretto dei dinosauri a evolversi, a sfruttare le potenzialità di internet invece che a combatterle, è arrivato solo grazie alla resistenza della pirateria, che ha continuato a difendere l’ideale (criticabile quanto si vuole) di condivisione libera della cultura in rete combattendo battaglie improbabili, contro corporation immense fiancheggiate dalle forze di polizia informatica di tutto il mondo. Davide, questa volta, ha perso contro Golia; ma la vittoria morale e culturale è tutta dalla sua parte.

Inutile soffermarsi su come la fine (graduale) della pirateria proceda di pari passo con la morte dell’open internet: era inevitabile che la cultura hacker e libertaria che per almeno due decenni ha intuito e sfruttato le potenzialità della rete cedesse il passo ai venture capitalist e ai walled garden. Oggi, però, ci sono ottime ragioni per pensare che i meriti della pirateria vadano oltre l’aver aiutato CEO miliardari a capire che vendere supporti fisici nell’era digitale avesse poco senso. La pirateria ha infatti avuto un ruolo importante anche da un punto di vista sociale, perché nella diffusione gratuita della cultura ci sono senz’altro dei pericolosi rovesci finanziari, ma ci sono anche dei grandi meriti, appunto, culturali.

Provo a fare un breve excursus personale, se non altro perché sono sicuro che la mia esperienza è la stessa di tanti altri “millennial vecchi” (diciamo così). Da ragazzino, prima dell’avvento di internet, le mie tasche mi consentivano di acquistare un cd al mese, mentre altra musica si reperiva dai nastri copiati dai pochi amici con gli stessi gusti e facendo “cassettine” registrate dalla radio. Blog e siti internet specializzati nel mio genere prediletto (hip hop strettamente statunitense) erano ancora là da venire: la mia cultura musicale si fermava alle ultime uscite di maggior successo, quelle che ascoltavano tutti.

E poi, attorno al 1999, è arrivato internet. Concluso rapidamente il periodo dei modem 56k e dei trenta minuti necessari per scaricare un file mp3 a pessima qualità, è arrivata l’epoca delle linee ADSL e a fibra ottica. Di colpo, nacquero decine di blog e siti internet da consultare per andare veramente a fondo. Le mie tasche non si erano fatte più ricche, nel frattempo; non avrei comunque potuto comprare più di un cd al mese (cosa che ho continuato a fare, ma scegliendo meglio). La vera differenza è stata che all’improvviso, davanti a me, avevo tutto il mondo: potevo scavare nel passato del genere musicale a cui ero appassionato, trovare i primi dischi dei miei gruppi preferiti, conoscere le band più underground, andare a fondo su ogni singolo sottogenere che colpisse la mia attenzione.

Per farla breve, nel giro di pochi anni avevo maturato una vera e propria cultura musicale. Per molti altri, qualcosa di simile sarà avvenuto per la cultura cinematografica: con la pirateria, quando le alternative legali ancora mancavano, è stato possibile liberarsi dai costosissimi (per un ragazzino) biglietti del cinema e dallo strozzinaggio e pessima offerta di titoli di Blockbuster. E magari riscoprire così il cinema di Antonioni o Welles, perché la gratuità permette anche di rischiare.

Un report del governo svizzero ha dimostrato che i soldi risparmiati dai consumatori grazie al P2P vengono reinvestiti in prodotti d'intrattenimento e pratiche culturali, mentre gli sforzi per combattere la pirateria costano più di quanto fanno guadagnare.

Sottolineare questi aspetti non significa porsi acriticamente dalla parte dei pirati, visto che ci sono addirittura dei governi che sembrano averne capito l’importanza; come per esempio il governo svizzero, che consente il download di materiale protetto da copyright per uso privato. In The Piracy Crusade, il libro di Aram Sinnreich pubblicato dalla University of Massachusetts (integralmente consultabile a questo link) si legge: “Il report commissionato nel 2011 dal governo svizzero ha riscontrato che i soldi risparmiati dai consumatori grazie al P2P vengono reinvestiti in prodotti d’intrattenimento e pratiche culturali più innovative, mentre gli sforzi per combattere la pirateria costano semplicemente più di quanto fanno guadagnare, sia economicamente che socialmente”.

Questo non significa che nella pirateria ci siano solo aspetti positivi: molti gruppi musicali più di nicchia hanno visto i loro compensi ridursi drasticamente in quegli anni di passaggio (ma sulla questione ci sono argomenti contrastanti), mentre tanti critici hanno sottolineato come la possibilità di ascoltare una quantità immensa di musica possa condurre a un ascolto superficiale. Personalmente, già in quei primi anni 2000, tutti i dischi che mi piacevano davvero venivano consumati; soprattutto, mi ero liberato dallo strazio di insistere a inserire nel lettore un cd che mi aveva deluso nella speranza che, a furia di ascoltarlo, riuscissi a dare un senso alle 35mila lire che mi era costato.

I CD costavano troppo, il noleggio dei DVD costava troppo, i biglietti del cinema costano troppo ancora oggi; prima di Netflix e Spotify è stata la pirateria a offrire a dei ragazzi in piena età della formazione la possibilità di farsi una cultura in due ambiti così importanti come la musica e il cinema; consentendo loro di uscire dal consumo conformista e massificato. Non si può cancellare questo aspetto così importante da un punto di vista sociale sull’altare dei danni economici. I due aspetti sono e vanno tenuti distinti.

“Nell’industria musicale pre-internet”, si legge ancora su The Piracy Crusade, “c’erano solo tre canali che davano l’opportunità ai musicisti di condividere il loro lavoro con dei potenziali fan: la vendita, la radio e la tv. Tutti questi canali erano, e continuano a essere, molto concentrati nella loro struttura proprietaria, come accade nel settore discografico. Questa forte concentrazione, assieme alle limitazione tecnologiche dei media tradizionali (per esempio lo spazio limitato sul cd o il tempo limitato delle radio) diminuisce drasticamente il numero e la varietà di artisti che possono condividere il loro lavoro attraverso questi canali. La distribuzione via internet, specialmente attraverso la condivisione in P2P, elimina questi colli di bottiglia. (…) Milioni di artisti hanno la possibilità di raggiungere gli ascoltatori in tutto il globo grazie alla ‘coda lunga’ dei network peer to peer”.

Si potrebbe pensare che l’avvento di Spotify e Netflix abbia cambiato anche questo aspetto. Ma è davvero così? Non è che, forse, queste due nuove piattaforme ripropongono con nuove tecnologie (playlist o algoritmi) gli strumenti con cui le grandi etichette hanno sempre provato a imporre le loro volontà? Un’accusa del genere, ovviamente, non si può porre al mondo della pirateria, anzi: “Il P2P ha accresciuto l’accuratezza con cui i consumatori sono in grado di trovare la musica più adatta ai loro gusti e ha anche ampliato questi gusti. Per la cultura musicale in generale, ciò accresce la prevalenza di musica innovativa e diversa, e permette anche a canzoni, artisti e stili di conservare l’attenzione del pubblico anche molto oltre il loro ciclo di vita sul mercato tradizionale. (…) Chi carica su internet dischi rari o che non vengono più ristampati non solo contribuisce alla democratizzazione della cultura musicale, ma rende anche il mercato sensibile ai gusti più diversi”.

A pensarla così, d’altronde, sono anche musicisti a cui lo spessore non fa certo difetto. È il caso di Nick Mason dei Pink Floyd, che a un giornalista del Sunday Times ha spiegato: “Il file sharing ci ha permesso di trovare una nuova generazione di fan, che ha scoperto la nostra musica e ci ha ritenuti degni di considerazione”.

50 Cent nel 2007: “Un giovane fan può essere assolutamente devoto e dedicato, non importa se quel disco l'abbia comprato o rubato”.

Nuovi fan, che magari non comprano i dischi, ma seguono i concerti e acquistano il merchandising. Un aspetto da non sottovalutare, come spiegato da 50 Cent già nel 2007: “Un giovane fan può essere assolutamente devoto e dedicato, non importa se quel disco l’abbia comprato o rubato”. E ovviamente, nel caso di dischi fuori catalogo, scaricare materiale protetto da copyright è stato per lungo tempo l’unico modo per riscoprire “tesori nascosti” che il mercato tradizionale ben si guardava dal valorizzare.

Per tutte queste ragioni, una realtà come TNT Village Scambio Etico – attiva dal 2005 – meriterebbe una medaglia, per la costanza con la quale contribuisce quotidianamente alla catalogazione, conservazione e diffusione del cinema italiano e mondiale, compreso quello di altissima qualità e/o più lontano nel tempo. Da un punto di vista qualitativo, fare un confronto tra l’offerta che è possibile reperire su TNT Village e quella che si trova nel catalogo italiano di Netflix è imbarazzante. Per Netflix, ovviamente.

Non solo, TNT Village ci dà un esempio di cosa sarà la pirateria tra qualche tempo: un settore di nicchia, che si occupa soprattutto di preservare e diffondere senza scopo di lucro opere culturali che nel mercato di oggi verrebbero dimenticate. Un po’ il ruolo che le biblioteche possono avere rispetto alle grandi catene di librerie. Uscendo dai nostri confini, l’esempio del P2P SoulSeek (post-Napster, ma pre-Emule e ancora in vita) è perfetto, ne ha parlato proprio in questi giorni Motherboard: “Quindici anni dopo l’esplosione dei servizi peer-to-peer (…) il software è ancora vivo; e nel campo dello scaricare musica illegalmente è una vera e propria punta di diamante. (…) Fin dalla sua inaugurazione, Soulseek è conosciuto per consentire lo scambio di file musicali dal difficile accesso, piuttosto che la diffusione capillare di album più pop”. Il che ha consentito al suo fondatore di non venir messo nel mirino della giustizia e al software di restare in piedi.

Dalla longevità di SoulSeek e di TNT Village emerge il futuro del P2P: un sistema di nicchia, che rimane sottotraccia per non scatenare le ire delle varie major e che si rivolge a chi è in cerca di qualcosa di raro e di diverso, che sul mercato legale non riuscirebbe a trovare.  Nel frattempo, le playlist di Spotify e gli algoritmi di Netflix (la cui offerta, almeno in Italia e per il momento, è davvero scarsa) continueranno a lavorare per riportarci a un consumo di massa e omologato.

Andrea Daniele Signorelli
Milanese, classe 1982, scrive di politica, new media e innovazioni legate alle nuove tecnologie informatiche. Collabora con Gli Stati Generali, Prismo, Studio, Blogo e cheFare. Collabora come editor e traduttore per alcune case editrici. Nel 2015 ha pubblicato Tiratura Illimitata: inchiesta sul giornalismo che cambia per Mimesis.

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