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Nichilismo hi-tech o sarcasmo HD? Una conversazione col critico Adam Harper sui destini (e le ambiguità) della recente elettronica “accelerazionista”.

Su queste pagine di Adam Harper vi ho già parlato, almeno in un’occasione definendolo come “il più acuto critico musicale attualmente in circolazione”. A lui si devono alcune tra le migliori analisi dell’attuale panorama elettronico e non, dall’influentissimo articolo sulla vaporwave uscito su Dummy nel 2012 alla costante mappatura di quelle che sempre Harper ha definito “musiche hi-tech”, e che dai primi esperimenti dei vari James Ferraro e Oneohtrix Point Never hanno portato all’attuale esplosione di personaggi come Arca e Holly Herndon, etichette come PAN e Tri Angle, e collettivi tra loro lontanissimi e anzi antitetici come PC Music e Janus (quest’ultimo ospite d’onore al prossimo Club To Club di Torino).

Io e Adam ci siamo infine incontrati lo scorso anno al RoBOT festival di Bologna, dove assieme abbiamo intavolato un confronto su indovinate cosa? Ma su musica e accelerazionismo, che domande. In quell’occasione, assieme a Valerio Mannucci della rivista NERO, si è discusso del rapporto che lega le attuali sonorità hi-tech al lavoro di collettivi operanti nel mondo dell’arte come DIS e Metahaven, di estetiche post-internet, di linguaggi che (almeno nelle intenzioni) ribaltano i feticci del tecnocapitalismo globale, e naturalmente di musica e politica, anche a partire da alcune ambiguità che inevitabilmente affioravano dal lavoro dei musicisti di cui sopra. Ad esempio: quella di PC Music era astuta parodia in chiave prankster o resa senza condizioni al dogma neolib? Le cupe apocalissi cibernetiche di tizi come M.E.S.H. e Lotic erano specchio fedele di una modernità ultratecnologizzata, o impliciti vettori di un nichilismo strisciante? E via di questo passo.

Quest’anno Adam è stato chiamato a parlare a un altro festival ancora, il 3HD di Berlino, la cui edizione 2016 ruota attorno al dilemma “There Is Nothing Left But the Future”. Per l’occasione, il critico inglese sembra essere arrivato a una prima conclusione figlia dei dubbi già sollevati a Bologna: in un saggio preparatorio intitolato Joy 2016, Harper avverte infatti che l’ostentata jouissance tecnologica tipica delle recenti musiche hi-tech, rischia di tradursi in un sarcasmo distopico dagli esiti tutt’altro che rassicuranti – e non in senso buono. Episodi come la strage di Orlando in Florida e le peripezie che hanno portato alla Brexit, hanno insomma convinto Harper che è arrivato il momento di farla finita sia con le mise health goth che con gli ammiccamenti vapor, a meno di non scivolare in una pericolosa area grigia dalle latenti tendenze oppressive o peggio ancora fascistoidi.

Indipendentemente da come io la pensi a riguardo (e dal fatto che molti di questi artisti mi piacciono), ho quindi fatto una chiacchierata con Adam per capire se e come possa esistere una via d’uscita dalla “impasse accelerazionista” che in effetti ha contagiato buona parte dell’underground digitale contemporaneo. Di sotto trovate il risultato, intanto per accompagnare la lettura beccatevi per cominciare l’EP “xenofemminista” che quest’estate ha fatto uscire Kablam:

Valerio Mattioli: Immagino che prima di tutto dovremmo chiarire di cosa – o meglio di chi – stiamo parlando. Nel tuo saggio per il 3HD Festival non fai nomi, ma forse a questo punto tanto vale chiarire chi sono i protagonisti di quell’underground elettronico che secondo te rischia di ridursi a mera appendice nichilista-sarcastica di una realtà politicamente e culturalmente preoccupante.
Adam Harper: Be’, da una parte indicherei senz’altro quella specie di pop elettronico tongue-in-cheek il cui esempio più vistoso è il collettivo PC Music – anche se, è bene dirlo, il loro è un caso comunque complesso. Perché sì, è vero che lì dentro hai personaggi ironici e irriverenti come QT, ma hai anche figure come Hannah Diamond che invece ha questo suo lato più camp, iperrealista… Comunque. Dal lato opposto ma speculare di PC Music indicherei invece quell’elettronica tendenzialmente distopica, spesso violenta e in ogni caso oscura, dura, radicale… Insomma cose come quelle che pubblica un’etichetta come PAN, musicisti tipo M.E.S.H., il collettivo Janus…

Quindi in sostanza l’intero spettro di quell’estetica che per comodità chiameremo “accelerazionista”, ok? Che poi è un termine che utilizzi anche tu nell’articolo per 3HD, ma ci torniamo poi. La cosa interessante è che queste due anime a cui accenni sono sì speculari, ma anche in conflitto tra loro. Ti ricordi di quando Lotic – uno dei fondatori di Janus – definì PC Music “un insulso progetto artistoide portato avanti da una manciata di ragazzini ricchi”? Tutto a partire da un commento “ironico” che alla fine non era altro che miseramente razzista
Certo che sì! Ed è vero, in apparenza stiamo parlando di musiche e sonorità completamente diverse. Quello che però hanno in comune è che entrambe ragionano su un’intensificazione di alcuni aspetti della vita moderna: il capitalismo, l’impatto della tecnologia sulle nostre esperienze quotidiane… Ma per quanto si sforzino di farlo da un punto di vista critico, finiscono per lambire una sfera ambigua, i cui possibili esiti hanno cominciato a preoccuparmi…

In che modo queste musiche tradiscono un atteggiamento secondo te “sarcastico”? Nel senso, d’accordo: è piuttosto chiaro che PC Music lavori in maniera plateale su questo aspetto, con tutte le contraddizioni del caso. Dall’altra parte, un’etichetta come PAN è la quintessenza di una “serietà” che di ironico ha poco o nulla, e se pensi a Janus pensi anche a tutto un retroterra queer, ma è vero che in entrambi i casi ci troviamo dinanzi a quella “modernità intensificata” a cui accennavi prima… Mi ricordo che a Bologna discutemmo di certe latenti tendenze fascistoidi di alcune di queste musiche, che è un nodo che torna spesso quando si parla di determinate scene underground o generalmente sperimentali…
Diciamo innanzitutto che la musica underground lavora per definizione all’incrocio tra soggettività ed esteriorità, e che ha sempre avuto questa aspirazione, no?, quella di mostrare come ciò che di tragico c’è nel mondo, alla fine si mescoli con la bellezza caotica del mondo stesso, al punto che a volte diventa difficile dire cosa è cosa. Prendi generi musicali come il primo industrial, il noise, la scena power electronics…

Be’ se si parla di ambiguità e ammiccamenti fascisteggianti, lì effettivamente ce n’è una valanga. Prendi solo, che ne so, Boyd Rice, o i Death In June
Esatto: quella musica che era nata come critica del lato oscuro della vita moderna, è poi diventata un lato oscuro essa stessa. Ma gli esempi sarebbero veramente tantissimi. Pensa ai Joy Division: erano tutto tranne che un gruppo destrorso, eppure prendevano il nome dai campi di concentramento, attingevano all’iconografia nazista, e col tempo questo tipo di messaggio ha finito per attrarre un sacco di ascoltatori di estrema destra – il che ovviamente non significa che la musica dei Joy Division fosse “di destra”, ma che alle volte queste ambiguità possono portare a risultati spiacevoli.

Sì, capisco dove vuoi arrivare – anche se non me la sentirei di tracciare paralleli tra Joy Division e PC Music, ecco. Piuttosto, PC Music mi ricorda molto un altro momento del post-punk inglese: il fantomatico New Pop per come teorizzato da personaggi come Paul Morley o gruppi come gli Heaven 17. Anche nel loro caso c’era questa tattica di flirtare con un immaginario spudoratamente capitalista – nel loro caso, l’obiettivo era il nuovo capitalismo finanziario imperversante nell’era Thatcher – in maniera sulla carta parodistica, no? Solo che poi diventò difficile capire fino a che punto di parodia si trattasse. Guardi la copertina di Penthouse and Pavement e ti chiedi: è una critica o una reale adesione ai valori dominanti? Il risultato è che, se c’è una colonna sonora perfetta per l’evo thatcheriano, questa è proprio il New Pop.
È un esempio perfetto, non potrei essere più d’accordo. Ma prendi la stessa Factory, l’etichetta di Manchester: il suo stesso nome – “fabbrica” – era sia un riferimento al passato industriale della città, sia al modo in cui veniva commercializzata la musica pop. E poi ovviamente c’era l’accenno ad Andy Warhol e alla pop art, e cioè a uno dei primi momenti in cui il mondo dell’arte provò a mescolare assieme il “buono” e il “cattivo”, introducendo quella contraddizione tra emancipazione e oppressione (o persino violenza) che è alla base dell’ambiguità di cui stiamo parlando. 

È anche una tipica strategia figlia del postmoderno, e in effetti io PC Music tendo a interpretarla così: come una specie di, boh, “tardo-postmoderno hi-tech”, che poi è lo stesso del fenomeno vaporwave, per dire.
Sì, anche questo è vero.

Mentre se ci spostiamo all’altro lato dello spettro, insomma dalle parti dei vari Janus, PAN e simili… Ecco, secondo me le cose si complicano. Non so se hai visto quella foto pubblicata da Resident Advisor in cui vengono mostrate le ultime letture di M.E.S.H., o quantomeno i libri che tiene sul comodino.
Non mi pare, che libri erano?

Puoi immaginare: c’erano Nick Land, Reza Negarestani, roba Punctum Books, un classico Paul Virilio… Praticamente era la perfetta piccola bibliografia accelerazionista. E questo secondo me è un piccolo segnale, un indizio che pone musicisti come lui – o i suoi compagni del giro Janus/PAN, ma anche figure come Holly Herndon – in una prospettiva diversa, che è già oltre il sarcasmo postmodern di PC Music. Credo cioè che questi musicisti stiano contribuendo coi loro mezzi – che sono quelli della musica, appunto – a un dibattito più ampio e complesso, e che è essenzialmente un dibattito politico-filosofico oltre che artistico in senso stretto.
Non so dire quanto questi musicisti si identifichino davvero nel dibattito di cui parli; probabilmente sono più interessati a temi e atmosfere di cui si discute molto in certi ambienti, ma è difficile dire quanto la loro musica sia “il suono” di quelle filosofie. Nel passato i musicisti – o almeno alcuni tra questi – hanno spesso cercato una sponda nel mondo dell’arte, della filosofia, della politica: pensa soltanto ai Kraftwerk, ai loro riferimenti al costruttivismo, al futurismo, al modernismo di inizi ‘900… Certo quando parliamo dell’attuale dibattito sull’accelerazionismo, le cose si complicano.

Tu nell’articolo per il 3HD attribuisci al termine una connotazione precisa, un po’ del genere “peggio è, meglio è”, e sei chiaramente molto polemico a riguardo. Il che naturalmente ha fatto storcere il naso a molti cosiddetti “accelerazionisti di sinistra”.
Ma sai, non credo sia un caso che anche Nick Srnicek e Alex Williams – gli autori dell’originario Manifesto per una politica accelerazionista del 2013 – abbiano lasciato cadere il termine. Se prendi il loro Inventing the Future (uscito l’anno scorso su Verso), la parola “accelerazionismo” non compare mai. Eppure i temi sono gli stessi: la critica alle folk politics, la rivendicazione di una politica di sinistra che sia antinostalgica e pro-tecnologia, l’insistenza su un futuro post-capitalista… Di fatto è il naturale proseguimento del manifesto del 2013, ma ecco che solo due anni dopo i suoi autori decidono di abbandonare qualsiasi riferimento all’accelerazionismo – un termine che proprio Srnicek e Williams hanno contribuito a popolarizzare…

Ho intervistato Srnicek e Williams subito dopo l’uscita di Inventing the Future, e tra le domande che gli posi c’era proprio perché avessero deciso di abbandonare il termine. Perché voglio dire, era un’assenza che si notava…
Be’, direi proprio di sì! Cosa ti hanno risposto?

Che effettivamente quando uscì il Manifesto del 2013 il termine fu male interpretato da troppe persone, e che per evitare controversie hanno preferito concentrarsi sui temi alla base di quel manifesto, anziché sul nome da dare a quelle pratiche.
E hanno ragione, perché – al di là delle loro intenzioni – il termine accelerazionismo ha finito per indicare questa specie di nichilismo tecnologico che nelle versioni peggiori può arrivare ad aberrazioni tipo “ehi, votiamo Donald Trump così da portare a compimento il collasso del sistema”. Questa è una tendenza che già trovi in Nick Land, che è poi il principale riferimento di tutto l’accelerazionismo contemporaneo. Land non dice: acceleriamo il processo così domani avremo il socialismo. Dice: acceleriamo il processo così che saremo dei bit che fluttuano nel cyberspazio. Più nichilista di così! Io credo che il testo più illuminante sull’argomento resti Malign Velocities di Benjamin Noys, che è poi quello che ha inventato il termine “accelerazionismo”: e per lui l’accelerazionismo sta a indicare proprio questa pulsione di morte che trovi non solo in Nick Land, ma anche in tante precedenti fasi del pensiero occidentale (a cui Land stesso si ispirava), oltre che in determinati circoli sovietici poi rimasti ai margini della rivoluzione russa. Altro che radiose utopie sul futuro!

Uhm, non so, credo che la faccenda sia più complicata, sia per quanto riguarda l’eredità di Land, sia per quello che concerne l’attuale dibattito “accelerazionisti di sinistra vs. accelerazionisti di destra”: giusto l’altro giorno notavo che Peter Wolfendale tornava sull’argomento, quindi ho come l’impressione che la diatriba sia tutto tranne che conclusa. Comunque, visto che citi il libro di Benjamin Noys, c’è un punto in particolare che vorrei toccare…
Dimmi.

Lui dedica un capitolo proprio alla musica, concentrandosi in particolar modo sulle origini della techno a Detroit. Bene, per Noys la techno – coi suoi panorami distopici, la sua adesione ai ritmi automatici dell’industria post-fordista, il suo futurismo disumanizzante – è la quintessenza di quella pulsione di morte che innerva qualsiasi tendenza accelerazionista. Ora: se parliamo della techno di Detroit stiamo implicitamente parlando delle radici di buona parte dell’elettronica contemporanea, compresa quella di cui stiamo discutendo ora. E se l’interpretazione di Noys è corretta, significa che  la pulsione di morte è intrinseca in questo tipo di musica; o più semplicemente che, per sua natura, la fascinazione per la tecnologia si porta appresso un forte sentimento antiumano. Evitarlo diventa quindi impossibile, perché… be’, perché questo sentimento è parte integrante del linguaggio techno in quanto tale.

Questo è il punto centrale, hai assolutamente ragione. Ma personalmente credo che il nodo sia: quand’è che diventa troppo? Come capiamo quando questa fascinazione sfocia nel nichilismo più torvo? Quand’è che diventiamo non interpreti, ma schiavi o peggio ancora portabandiera di questo “dark power”? È un argomento che tra l’altro risale a ben prima dell’avvento della musica elettronica: se ne parlava già tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo, quando l’introduzione nella musica classica di dissonanze e non meglio precisate atmosfere “decadenti” sollevava dubbi su quale fosse il messaggio di certi compositori. Quello che posso dire è che, personalmente, penso sia arrivato il momento di lasciarci alle spalle tutta questa “death disco” e di prenderci una pausa dall’accelerazionismo e tutto il resto, perché a forza di distopie e sarcasmo hi-tech stiamo affondando in un nichilismo che più passa il tempo più diventa inaccettabile.

Io capisco quello che vuoi dire, però mi chiedo: che alternative vedi? Perché il rischio è quello di rispondere a tanto tecno-nichilismo con una roba tipo, che ne so, New Sincerity, buoni sentimenti e ballate folk. Ho ascoltato l’intervista che hai fatto a Mat Dryhurst, il compagno e principale collaboratore di Holly Herndon (nonché artista e musicista egli stesso), ed è un pericolo che intravede anche lui: non è che finiamo a “la rivincita del banjo”?
Sì, lui parlava di Neostuckism, riferendosi al movimento artistico fondato a fine anni ’90 da Billy Childish come risposta “autentica” all’arte contemporanea. Tipo sai, ritorno alla pittura figurativa contro installazioni concettuali e robe del genere…

E a me Billy Childish sta pure simpatico: è un weirdo, un freak, ho anche un sacco di suoi dischi. Ma capisco le preoccupazioni di Mat: questo Neostuckism sarebbe comunque una soluzione reazionaria, o nel migliore dei casi conservatrice, a un problema reale.
Credo infatti che il principale motivo per cui molti musicisti elettronici negli ultimi due anni abbiano portato all’estremo questa vena accelerazionista, sia proprio perché l’alternativa era… be’, sì, una qualche forma di Neostuckism. E quindi una cultura nostalgica per i bei tempi andati, il luogo comune del ritorno alle radici, il concetto di “autenticità” eccetera, che è poi quel tipo di folk politics che Srnicek e Williams giustamente criticano. Ma la risposta, non so, credo si sia spinta troppo in là, troppo oltre. Soprattutto, credo che arrivati a questo punto ci sia spazio per una terza opzione: ovvero per una musica (e una politica) progressista, non nostalgica, orientata al futuro, ma finalmente libera da qualsivoglia esaltazione distopica per l’oscurità.

Tipo?
Ad esempio gente come Elysia Crampton sta riuscendo molto bene a immaginare una terza via, chiamiamola così. Se ci pensi, la sua musica è un cocktail di “buono e cattivo” che lottano l’uno contro l’altro, ma allo stesso tempo trasmette speranza e consapevolezza, piuttosto che disperazione. Insomma non è la solita death disco, no?

Immaginavo avresti fatto il suo nome. E sono d’accordo con te, specie considerando la quantità letteralmente abnorme di “grandi temi” che il suo lavoro solleva: il postcolonialismo (lei è di origini boliviane ma cresciuta negli USA), le politiche di genere e queer (è transessuale), la prospettiva post-capitalista eccetera. Ma prendi un’esperienza affine come NON, il collettivo che raccoglie musicisti provenienti dalla diaspora africana che (cito dai loro comunicati) “usano il suono per indagare le strutture visibili e invisibili che distribuiscono il potere nella società”. Be’, la musica che producono gli artisti di NON – i vari Chino Amobi, Angel-Ho, Nkisi eccetera – è in assoluto tra le più violente e oscure del giro: per la miseria, l’ultimo disco che hanno pubblicato è di un tipo che si chiama giustappunto VIOLENCE! Eppure il messaggio che trasmettono è molto potente, incazzato sì ma liberatorio…
È vero, NON è un caso interessante. Si presentano come un collettivo rivoluzionario panafricanista e la loro musica è quasi sempre molto dura ed estrema: diciamo che ad ascoltarla non ti viene da associarla a concetti come “speranza” o simili. Nei dischi di Chino Amobi per esempio trovi sirene della polizia, suono violenti, rumori meccanici, magari a un certo punto un po’ di R&B in mezzo… Ma credo che nel suo caso non si tratti tanto di incitare a una violenza attiva, quanto di riflettere l’esperienza quotidiana del mondo moderno, e in particolare cosa significa essere un afroamericano negli Stati Uniti di oggi.

Ma la stessa cosa la potremmo applicare a musicisti come Lotic (che è afroamericano egli stesso), Rabit, il collettivo Staycore o persino Arca: basta sostituire alle diaspore postcoloniali le tematiche di genere, la critica al patriarcato, o molto banalmente cosa significa essere omosessuali in un mondo che ruota attorno al concetto di identità.
Anche questo è vero.

Oppure prendi un caso ancora più recente, i Wwwings: sono un trio di giovanissimi (vanno dai 18 ai 24 anni) che vengono da tre posti diversi dell’ex impero sovietico, e che comunicano tra loro solo attraverso Telegram perché uno vive in Ucraina, uno in Siberia e l’altro in Kamchatka. Fanno una musica apocalittica che è praticamente un concentrato di tutti i cliché hi-tech di cui stiamo parlando – suoni tridimensionali, campioni iperrealisti, grime destrutturato eccetera – ma se pensi a chi sono, quanti anni hanno, da che realtà geografica provengono e come si tengono in contatto, ti viene da chiederti: che altra musica potrebbero mai fare? Lo dicono pure loro stessi in una recente intervista a Noisey: “Le nostre vite hanno cattive vibrazioni”. Quindi da una parte mi viene da pensare che “tempi cupi richiedono musiche cupe”. Dall’altra, se penso a esperienze come NON, c’è il fatto che… insomma, che ogni rivoluzione è per sua natura violenta.
In parte è vero, ma è la solita vecchia questione: quanta violenza siamo disposti a tollerare? O meglio: qual è la dose di violenza che possiamo giustificare ai fini del cambiamento? Sia che tu parli di musica o di politica, è vero che la violenza farà sempre parte dell’equazione; ma trattandosi comunque di forme di desiderio, capisci che la questione è controversa, a partire dalla più ovvia delle domande: e cioè cos’è violenza e cosa non lo è.

Mi viene da pensare: sei stato alla Berlin Biennale di quest’anno?
No, ma ho seguito con interesse le polemiche e soprattutto il backlash che si è scatenato contro DIS, che l’ha curata.

Ecco, qualche giorno fa è uscito su e-flux un commento di Ahmet Öğüt che sembra un naturale corollario al tuo saggio per il 3HD, specie nella critica all’estetica “post-contemporanea” che è tipica di DIS nonché di molti dei musicisti di cui finora abbiamo parlato. Scrive Öğüt che l’intera Berlin Biennale suggeriva un “nichilismo sarcastico che domina ogni forma di sincerità, humor, ironia, emozione, discorso intellettuale, critica, o battaglia politica e sociale su come i modi della produzione artistica possano funzionare come detonatori per una controcultura e una controfinanza”. E arriva alla conclusione che, tramite questo atteggiamento, DIS “è rimasto confinato nella sua echo chamber e ha messo in scena la sua complicità col neoliberismo, che meccanicamente annienta l’efficacia di qualsiasi pensiero critico”. Al tempo stesso, qui su Prismo si diceva la settimana scorsa che “gli organizzatori della Biennale hanno tentato di materializzare quei paradossi rintracciabili nell’oggi: il virtuale diventato reale, le nazioni come brand, persone come flusso di informazioni, cultura come capitale”. Quindi sai, si torna all’eterno dibattito tra critica alla realtà e semplice rappresentazione della stessa, che è un po’ quello di cui stiamo discutendo anche noi…
Assolutamente sì, ma di nuovo: il rischio è sempre il solito; e cioè che questo atteggiamento, che questa risolutezza nello stare così vicini all’esperienza da non esprimere alcuna critica a riguardo, può finire per perpetrare quella stessa esperienza di cui pure si cerca di mettere in evidenza le contraddizioni semplicemente “rappresentandola”. Allo stesso modo ti chiedi: nel momento in cui il collettivo PC Music firma per la Columbia, in che modo pretende di resistere al sistema di cui pure era nato come parodia? Quello che rendeva PC Music un esperimento ironico ma comunque unico, alla fine è scomparso: sono diventati esattamente quello che criticavano. Dall’altra parte un altro segnale su cui mi interrogo è la preoccupante affinità tra il nichilismo hi-tech, e certo immaginario legato alla cosiddetta alt-right, la nuova destra “alternativa”. Ora, i seguaci della alt-right non sono vecchi neonazisti dall’aria minacciosa, ma perlopiù giovani e giovanissimi. E certe volte le somiglianze tra il loro immaginario e l’estetica “accelerazionista”, sono inquietanti.

Be’ se pensi che uno dei pensatori di riferimento della alt-right è proprio il tardo Nick Land, quello di cose tipo Dark Enlightenment, uno potrebbe dire che tutto torna.
Esatto. Ma ci sono particolari persino più espliciti. Qualche tempo fa gli Amnesia Scanner pubblicarono questa foto che ritraeva un giovane leader neofascista dell’Est Europa, e se tu lo guardavi… Insomma, era vestito in perfetto stile health goth!

Ahahah, sul serio?!?
Sì, e anche qui se ci pensi non è niente di strano: l’ossessione health goth per questi capi d’abbigliamento sportivi e tutti neri, per i tessuti ultratecnici e così via, non è lontanissima da certo immaginario classicamente fascista. Ma non solo: qualche settimana fa girava su twitter l’hashtag #altrightmeans, attraverso il quale la gente discuteva cos’era per loro l’alt-right e quali fossero i loro principali obiettivi, ed era come puoi immaginare la solita roba: ritorno ai ruoli di genere tradizionali, segregazione razziale, un sacco di roba pro Donald Trump… Ora, ogni tanto a sostegno di questi messaggi c’erano dei video, e se tu li guardavi notavi che la colonna sonora che non era così distante dalla roba di cui stiamo parlando. E quindi suoni ultra HD, ultraviolenti, ultradark, eccetera eccetera. Io non so te, ma quando mi imbatto in cose del genere la prima cosa che mi viene da pensare è: attenzione! Perché ascoltare qualcosa non è necessariamente un problema; ma alcune conseguenze lo sono eccome.

Ne hai parlato con qualcuno dei musicisti in questione? Tipo non so, con Bill Kouligas di PAN, o con qualcuno di Janus…
Non nello specifico. Ma anche qui, sai, è difficile. Perché la gente fa musica come gli viene e in maniera del tutto spontanea, libera, seguendo le proprie inclinazioni… E poi arrivano tizi come me e te che si mettono a fare analisi e tirano fuori teorie del tipo “ehi, ma allora è così!”. Come glielo spieghi?

Valerio Mattioli
Valerio Mattioli, caporedattore di PRISMO, ha scritto tanto in giro. Il suo libro "Superonda - Storia segreta della musica italiana" è uscito per Baldini & Castoldi nel 2016.

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