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Dopo Sixto “Sugarman” Rodriguez, adesso tocca ai Death, gli “inventori neri del punk”: perché il pubblico si appassiona ai casi di musicisti ai tempi ignoti, riscoprendoli fino a farne dei maestri?

Una cosa bizzarra: tra i più entusiasti sostenitori della rivoluzione portata dal digitale al mercato discografico c’è un ingegnere del suono famoso per lavorare solo in analogico. Si chiama Steve Albini, è di Chicago, ha fondato gruppi rock di grande successo (Big Black, Shellac…) e prodotto migliaia di dischi, anche famosissimi. Nel novembre 2014 Albini ha tenuto un discorso al Face the Music di Melbourne. Sul Guardian trovate la trascrizione del discorso, che – come ogni discorso di Albini – vale molto più del tempo che serve a leggerlo. Il capoverso che ci interessa:

«Questa distribuzione della musica dal basso ha altri benefici. Ad alcune musiche che erano state dimenticate da lungo tempo è stata concessa una seconda vita. E gruppi che erano avanti rispetto alla propria epoca hanno potuto raggiungere un’audience di nicchia che la vecchia distribuzione di massa non era riuscita a trovare per loro. (…) C’è un eccezionale documentario su un caso del genere, i Death di Detroit, il cui unico disco fu stampato in una pessima edizione intorno al 1975, e sparì finché una copia non fu passata in digitale e pubblicata su internet. A poco a poco il gruppo ha trovato un pubblico, la loro musica è stata ripubblicata in ottime edizioni, e il gruppo è ritornato ad esistere, con tanto di tour in locali strapieni. Questo gruppo ha avuto oggi la possibilità di una carriera che il vecchio star system gli aveva negato. Ci sono centinaia di storie del genere, e ci sono diverse etichette che non fanno altro oltre a ripubblicare classici perduti come questo una volta che escono allo scoperto».

Bobby, David e Danny Hackney, tre fratelli afroamericani a malapena adolescenti, mettono insieme un gruppo di nome Rock Fire Funk Express, a Detroit, intorno alla fine degli anni sessanta. È un gruppo rock’n’roll abbastanza di ordinanza finché David, il chitarrista, viene folgorato dagli Who e decide di spostare la musica verso una forma più basilare ed aggressiva.

Dopo la morte del padre, sempre su decisione del chitarrista, cambiano nome in Death. Registrano un demo in casa e lo mandano in giro: un’etichetta si interessa, gli fa registrare il disco e li spinge fino alla Columbia Records, che propone loro un contratto invitante, ma insiste perché il gruppo cambi il nome. Il rifiuto categorico a farlo, partito ancora una volta da David, scaraventa la band in un limbo. Stampano da soli 500 copie di un singolo per farle girare sulle radio, ma la cosa non porta da nessuna parte.

Di lì a poco se ne perdono le tracce: lasciano Detroit e il rock’n’roll, cambiano nome in The 4th Movement e stampano qualche disco di scarso successo. Intorno al 1980 David Hackney si ritrasferisce. I due fratelli mettono insieme un gruppo reggae di nome Lambsbread e continuano a suonare. Nel 2000, David consegna i nastri dei Death a Danny e Bobby, raccomandando di averne cura per eventi futuri. Di lì a poco morirà di tumore.

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Freakin Out.

Nel marzo del 2009 esce un articolo sul New York Times intitolato This Band Was Punk Before Punk Was Punk: ripercorre a ritroso la non-carriera dei Death, a partire dagli ultimi sviluppi. Inizia da un concerto di un gruppo di nome Rough Francis, a Detroit. Il gruppo prende il nome da uno pseudonimo di David Hackney ed è formato da tre figli del fratello Bobby. Il padre e la madre sono tra il pubblico e si abbracciano mentre il gruppo suona fortissimo le canzoni dei Death.

Il percorso che ha riportato i Death all’attenzione del pubblico è bizzarro. Parte da una raccolta-bootleg di singoli punk, uscita intorno al 2001, che contiene una canzone dei Death e viene ascoltata da un collezionista di nome Robert Manis. Manis si innamora della traccia e inizia a cercare il disco da cui è stata presa, un 7” che sembra scomparso dalla terra. Una copia salta fuori intorno al 2008, venduta su eBay da tale Matt Smith, che l’ha ricevuta da Don “Das” Schwenk (che aveva realizzato la grafica del 7” autoprodotto dei Death più di trent’anni prima e venne pagato in copie del disco); il disco viene battuto a 800 euro.

Parallelamente il singolo inizia a girare per altre fonti, e le tracce finiscono su un blog musicale. La voce intorno a questo “incredibile” gruppo punk di neri a metà degli anni settanta inizia a circolare seriamente, tanto che Manis convince l’influente etichetta Drag City a ristampare il materiale. Uno dei figli di Bobby Hackney riconosce la voce del padre in un pezzo suonato a qualche party underground, rimane a bocca aperta per la musica e informa il padre dell’interesse che sta girando attorno ai Death. Una volta rintracciati gli autori, anche Drag City si mette in contatto: poco dopo la ristampa di un singolo diventa la prima stampa in assoluto di un disco registrato trentacinque anni prima.

All’inizio del 2009 esce sul mercato For the Whole World To See. La reazione è immediata ed unanime, e porta a un destino che a posteriori sembra scritto in cielo. I fratelli Hackney vengono invitati a rimettere insieme il gruppo per qualche concerto; dopo qualche iniziale ritrosia sostituiscono David con un altro membro dei Lambsbread e si imbarcano nel loro primo tour. Un successo assoluto. Al Los Angeles Film Festival del 2012, a mo’ di riassunto, viene presentato il documentario A Band Called Death. Il 21 aprile 2015 è uscito, ancora su Drag City, il nuovo disco dei Death, registrato a quarant’anni di distanza dal primo.

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Il trailer di A Band Called Death.

La “musica riscoperta”, se vogliamo chiamarla così, è un genere ben definito e segue una propria narrativa, che negli ultimi anni è esplosa. Dischi, concerti e documentario dei Death hanno riscosso un successo immediato ed importante, che non è un successo artistico se non in minima parte.

A Band Called Death insiste parecchio, soprattutto negli interventi dei notabili (artisti intervistati sul gruppo: Henry Rollins, Questlove, Mick Collins), sul ruolo di anticipatori dei Death rispetto all’ondata punk rock che investì il mondo anglosassone di lì a qualche anno. Certi passaggi del primo disco dei Death, effettivamente, hanno molti passaggi simili a quello che sarebbe stato un certo punk inglese (Jam, Stiff Little Fingers), ma quello di anticipare il punk non è tutto questo merito.

La “musica riscoperta”, se vogliamo chiamarla così, è un genere ben definito e segue una propria narrativa, che negli ultimi anni è esplosa. Un successo immediato ed importante, che però non è un successo artistico se non in minima parte

La stampa musicale ha scovato centinaia di artisti punk before punk was punk, anticipatori, teste di ponte, facilitatori. Troggs, Fugs, MC5, Stooges, Trashmen gli stessi Who, i musicisti blues più slabbrati: tutte cose che nella letteratura hanno predatato punk o comunque si nutrivano dello stesso spirito. Capire cosa siano il punk e lo spirito del punk richiede una specie di enciclopedia a sé, soprattutto oggi (si dice punk di qualsiasi cosa al mondo possa vantare una singola dimensione di non-allineamento, che so, vendere una bottiglia di birra Moretti a sedici euro con un’etichetta diversa è “punk”).

L’assoluta irrilevanza storica della musica dei Death è una teoria sostenibile quanto quella dell’assoluta rilevanza. Anche se leggermente diversa, è più o meno uguale a quella di un sacco di altri gruppi a loro simili: precedevano i Ramones ma non erano buoni quanto i Ramones, urlavano contro il sistema ma non erano i soli a farlo. È proprio il punto del discorso, di per sé, ad essere sbagliato. Lo status pionieristico dei Death è diretta conseguenza di un equivoco storico, o meglio storiografico, che interpreta il punk rock come qualcosa nato dal niente nell’anno 1976, un’esplosione inaspettata che ha segnato la più grande rivoluzione di linguaggio nella storia del rock.

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Keep on knocking.

È la stessa interpretazione secondo cui artisti come Elvis, Beatles, Nirvana, Stone Roses o Rage Against The Machine vengono raccontati come geni assoluti, inventori di musiche che prima non erano nemmeno concepibili. A costruire l’equivoco contribuiscono in parti uguali l’entusiasmo dei contemporanei e l’inclinazione (da sempre) agiografica della narrativa rock. Stando a questo, se qualcuno ritiene inconfutabile una teoria per cui negli anni settanta era tutto prog divismo e Led Zeppelin e poi, dal nulla assoluto, arrivò un manipolo di gruppi con tre accordi e le pezze al culo a ridare spirito alla musica, è naturale che costui consideri i Death innovatori assoluti, gente con tre accordi e le pezze al culo due anni prima dei Ramones.

Da un’altra angolazione, storie come quelle dei Death sono l’ennesimo modo di raccontare il più decisivo movimento sociale/culturale degli anni Duemila: l’ascesa al potere dei cosiddetti nerd. Il successo tardivo del gruppo si deve soprattutto ad un inconsapevole nucleo d’azione, costituito da maniaci terminali del vinile, musicisti garage con scritto anacronistico in fronte, proprietari d’etichette sovrappeso, collezionisti di dischi formati alla vecchia scuola. Il loro certosino lavoro di ricerca/recupero/diffusione si impone sull’illusione del tutto/subito/gratis tipica del consumo musicale su internet. In un universo tecnologico nel quale percepiamo di avere a disposizione tutta la musica in tempo zero, un disco introvabile ha una sua bizzarra ma precisa ragion d’essere: come una dimensione aliena, più meritoria nel suo contrapporsi al vivere comune di quanto lo sia per la musica in sé.

Storie come quelle dei Death sono l'ennesimo modo di raccontare il più decisivo movimento sociale/culturale degli anni Duemila: l'ascesa al potere dei cosiddetti nerd.

Dall’altra parte, la dimensione orizzontale della diffusione su internet è comunque un mezzo di diffusione decisivo nella storia dei Death. Più che il tardivo successo di una visione che i più dicono superata, il successo dei Death sembra essere il frutto di un compromesso tra puristi del vinile e maniaci della banda larga. Poter partecipare dal basso alla diffusione di un disco del genere ci mette tra i protagonisti attivi di una storia romantica, come fossimo camerieri al ristorante in cui lui chiede a lei di sposarlo.

A Band Called Death non è la prima opera fondata su questo principio. In effetti non è nemmeno la più famosa: un altro documentario uscito nel 2012 la batte di gran lunga in termini di impatto sul pubblico e riconoscimenti. Searching For Sugar Man racconta la storia di un oscuro musicista folk di nome Rodriguez, e lo fa basandosi sullo stesso principio narrativo: un artista statunitense sconosciuto ai più, probabilmente morto, viene ascoltato in Sudafrica per caso e diventa una rockstar senza saperlo.

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Il trailer di Searching For Sugar Man.

Nella fase iniziale del documentario il protagonista esiste poco più che in un sussurro; una strana compagine di critici musicali, archivisti ed appassionati si muove per rintracciarlo, costruendone inconsapevolmente il ritorno in pompa magna. Le figure di Rodriguez e dei membri dei Death sono assolutamente simili: radici povere, lavori da operai, legami familiari indissolubili.

In entrambi i casi i figli giocano un ruolo fondamentale nel loro ritorno in scena. In entrambi i casi il regista decide scientemente di ritrarli come artisti di eccezionale talento che per una sorte avversa non hanno avuto la possibilità di incontrare il loro pubblico, vuoi perché in anticipo sui tempi (Death), vuoi perché il loro pubblico era dall’altra parte dell’oceano (Rodriguez). In entrambi i casi il documentario ha la stessa conseguenza: Sixto Rodriguez e i Death tornano in attività e si imbarcano in tour di successo.

Non sono le uniche storie di questo tipo. Da anni qualcuno sta lavorando a un documentario che racconti la storia di Henry Grimes, un contrabbassista jazz attivo negli anni sessanta dato per morto, ritrovato in stato pietoso nei primi anni duemila da un appassionato, ritornato in attività a pieno regime. Ma in fondo non è nemmeno così diverso il documentario Anvil!, che narra le gesta tardive di un gruppo heavy metal semi-defunto che s’imbarca in un improbabile tour assieme a scalcinati impresari fanatici degli anni ottanta.

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Il trailer di Anvil! The Story of Anvil.

Seppure basato su una storia di sconfitta assoluta, la dimensione narrativa del documentario è bastata a rilanciare il nome del gruppo quel tanto che serviva a farli suonare negli slot importanti dei più grossi festival metal europei. In A Band Called Death, Henry Rollins parla esplicitamente del fatto che in parte continuiamo ad andare al negozio di dischi per imbatterci in storie come quella dei fratelli Hackney. Non dovremmo andarci a pescare musica nuova?

Il punk continua ad avere un pubblico folto e molto trasversale. Fossero stati innovativi in un genere musicale diverso, i Death non sarebbero risorti. Le commistioni del genere e la sua continua ibridazione con pop rock e heavy metal hanno dato al punk rock puro (possibilmente suonato da dei vecchi irriducibili) una bizzarra aura di attualità. Questo vale tanto per le infinite reunion che hanno martoriato il genere da un ventennio a questa parte, quanto per gruppi nuovi con estetica da vecchi.

Il caso più eclatante sono gli OFF! di Keith Morris, una riproduzione fedele di estetica, suono ed iconografia primi ’80 ributtata sul mercato in pompa magna, con video sanguinolenti ed auto-rip-off di Raymond Pettibon in copertina, il tutto con un atteggiamento tipo “boh vediamo cosa succede”. Il ripescaggio dei Death è possibile, paradossalmente, perché applicabile ad un genere musicale ancora estremamente cool. Dico paradossalmente perché un ripescaggio che coinvolge così da vicino appassionati e ricercatori di super-nicchia dovrebbe prevedere una certa apertura mentale. Così non è.

Il recupero di musiche sconosciute che sono sì superbe ma non così sfacciatamente occidentali segue dinamiche molto diverse, puramente musicali: vengono recuperate perché degne d’essere ascoltate, come succede nei cataloghi di etichette tipo Soul Jazz, Terp o Sublime Frequencies (per citarne solo tre, ma il mercato della ristampa di gemme sconosciute per appassionati è tra i più fiorenti oggigiorno e sono centinaia le buone etichette che ci mettono mano); o in alternativa in quanto opere strane e bizzarre e quindi meritevoli almeno di un ascolto distratto a prescindere dal loro reale valore, un po’ in quota weird music, il meccanismo psicologico su cui si fonda il successo di cose come Awesome Tapes From Africa.

In nessuno dei due casi, nonostante certe saltuarie note di copertina didascaliche, la musica viene consumata a partire da una dimensione narrativa forte. Anche gli artisti messi in download su Awesome Tapes godono, di fatto, di una seconda occasione: far ascoltare la loro musica ad un pubblico che quando l’hanno registrata era semplicemente impensabile raggiungere. Probabilmente cambiare la vita a qualcuno, o comunque aver avuto l’occasione di farlo. In fondo è di questo che parla Steve Albini quando parla di questi anni come di un periodo d’oro per la musica. La dimensione letteraria e cinematografica di gruppi come i Death, e il bisogno di allungare all’infinito le storie tipico dell’industria culturale statunitense, rendono per certi versi inevitabile un capitolo futuro.

Andare indietro di trent'anni a cercare il punk prima del punk è un modo come un altro di tenere occupata la curiosità attiva dei cercatori di musica e mantenerla ben lontana da esplorazioni geografiche che potrebbero mettere in crisi un sistema di valori ben codificato.

È una caratteristica fondamentale di questa musica, di sicuro la più odiosa. Si fonda su un anglocentrismo morboso e su una supremazia culturale di fatto che nega tutto il discorso. Il meccanismo dal basso di adesione attiva ad un certo imperialismo culturale (download, condivisioni, agiografie spontanee), nella storia dei Death, è assolutamente centrale. Andare indietro di trent’anni a cercare il punk prima del punk è un modo come un altro di tenere occupata la curiosità attiva dei cercatori di musica e mantenerla ben lontana da esplorazioni geografiche che potrebbero (più ragionevolmente) mettere in crisi un sistema di valori ben codificato; in altre parole, scopriamo musica lontana nel tempo per non dover scoprire musica lontana nello spazio.

Artisti come Death e Rodriguez assorbono in parte il bisogno di freakerie nella nostra collezione di dischi, e lavorano per perpetuare l’impostazione severamente occidentale del nostro paniere di consumi. E le loro storie sono tali e quali a quelle dei film di Hollywood (non a caso Sugarman ha vinto un Oscar): casa e famiglia, la terra delle opportunità, il luogo dove i sogni si realizzano, il paese dove tutti hanno una seconda occasione.

È soprattutto in questa prospettiva che ha senso ascoltare il nuovo disco dei Death, primo album di pezzi nuovi del gruppo, intitolato N.E.W. e pubblicato ancora da Drag City. Una noia totale, come ci si può aspettare dal disco di tre musicisti a cui viene chiesto di contribuire attivamente a definire un genere con cui non hanno mai avuto nulla a che fare: rock’n’roll da barzelletta, accenni folk, qualche passaggio che potremmo umoristicamente definire più violento, devozione cristiana come se piovesse, volemosebbene e tutto il pacchetto.

Ha quel fascino strano che ammanta le opere sbagliate e senza basi culturali, qualcosa a metà tra uno snuff movie e la circonvenzione d’incapace, che in qualche misura fa sentire sporchi ascoltare ma per certi versi rende anche difficile smettere di farlo. Una sensazione simile a quella che si prova ascoltando certi dischi di William Shatner. Ha una sua lodevole onestà, va detto, ma è comunque un disco indubitabilmente brutto, noioso e triste, senza nemmeno quella dimensione nostalgica verso dei good old times di creste e lamette che il gruppo non ha mai vissuto. È pensabile che la cosa andrà avanti finché la reunion del gruppo non sarà percepita dalla maggior parte degli ascoltatori come una terribile macchietta. Il solito vizio di rovinare una bella cosa a cui non sappiamo dire addio.

E comunque, l’omonimo gruppo metal era molto meglio.

Francesco Farabegoli
Consulente editoriale di PRISMO. Ha fondato Bastonate, scrive per Rumore, Noisey e altre cose in giro. Di tanto in tanto disegna.

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