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Come fare innamorare il pubblico dell'idea dell'amore nell'epoca di Tinder e Whatsapp.

Devo cominciare con una confessione: sono una che piange davanti a certe puntate di Sex and the city, piange anche con molti episodi di Girls e, naturalmente, piange sempre per una commedia romantica ben fatta.

Ecco, a tal proposito, era da un po’ di tempo che mi chiedevo “ma dove sono finite le belle rom-com di una volta?”, quando ho letto per caso il post di un’amica che chiedeva suggerimenti per film romantici da vedere quella sera.

Tra i vari consigli c’erano anche lungometraggi di cui non avevo mai sentito parlare, e a suggerire titoli erano persone della cui opinione in materia ho molto rispetto. Mi sono incuriosita e sono andata a frugare un po’ in Rete. Ho visto molti film. Mi è venuta l’influenza. Ho visto altri film. E alla fine ho stilato una lista di quelle che io considero belle commedie romantiche: film perlopiù indipendenti, poco distribuiti in Italia, accessibili in lingua originale su Popcorn-tv o, a pagamento, su Netflix o su altri siti di streaming. Alcune sono vere rom-com, altri sono film sentimentali che non fanno necessariamente ridere.

Tutti i film però hanno il potere di far sorridere, luccicare gli occhi, sognare, tornare indietro nel tempo, ripensare-a-quella-volta-in-cui: senza vergogna dico che a me questi film piacciono perché mi identifico. Penso a cose tipo: che donna vorrei essere, cosa sono diventata, che rapporto avevo con i miei genitori, cosa mi ha fatto sbagliare quella volta, qual è l’errore sistematico che faccio con gli uomini e così via. Guilty pleasure? Liberatori? Direi più una seduta dallo psicologo, ma gratis.

Alla maggioranza di noi donne, si sa, piacciono moltissimo i film romantici. Piacciono quando sono un po’ indie, con una bella fotografia e una colonna sonora à la page. Pellicole come Begin Again, con Keira Knightley e Mark Ruffalo, un film che vi costringerà a cantare per giorni sotto la doccia, o Beginners con un divino Ewan McGregor e Melanie Laurent, la storia vera del regista Mike Mills, che non è altri che il marito di Miranda July. Ma piacciono anche quando sono polpettoni nudi e crudi, tratti da libri che molte di noi non leggerebbero mai, come The Notebook con Ryan Gosling e Rachel McAdams, adattamento di un romanzo iper-melenso di Nicholas Sparks, eppure film delizioso, un Via col Vento dei nostri tempi.

A volte però accade anche l’opposto: romanzi che abbiamo divorato trasformati in lungometraggi stucchevoli e praticamente inguardabili. Per fare un esempio: un capolavoro della letteratura romantica come One Day di David Nicholls è diventato un film lento e noioso, nonostante Anne Hathaway e il broncio perenne di Jim Sturgess. Chissà cosa ne avrebbe pensato l’insuperato Billy Wilder, regista di un film perfetto come L’appartamento, proprio lui che ammoniva: «I primi cinque minuti di un film sono importantissimi: mai annoiare». Oppure Frank Capra che, con Accadde una notte, nel 1934 ha pressoché inventato l’intero genere rom-com. O anche, senza andare tanto indietro nel tempo, cosa direbbe la compianta Nora Ephron, autrice di due capisaldi come When Harry met Sally e Affari di cuore, che rilanciarono pressoché da soli la commedia romantica negli anni Ottanta.

Recentemente ho letto su alcuni magazine americani pezzi del tipo “Chi ha ucciso la commedia romantica?”, “Perché le commedie romantiche sono così brutte?”. Tutti individuavano uno stesso colpevole: i recenti insuccessi (con l’eccezione di Bridesmaid) delle rom-com al botteghino.

In parte questo è dovuto al fatto che non ci sono più le attrici di una volta, o almeno così si dice spesso. Oggi abbiamo Cameron Diaz e Jennifer Aniston dove un tempo c’erano Diane Keaton e Katherine Hepburn. «Per la Hepburn non si trattò mai di cambiare per adeguarsi a Hollywood; fu Hollywood che dovette cambiare per adeguarsi a lei», scriveva Zadie Smith in “Cambiare idea” (minimum fax), in un saggio memorabile sull’attrice che vinse tre Oscar e non andò a ritirarne nemmeno uno. Difficile anche solo pensare di scrivere qualcosa del genere a proposito della Aniston.

«Per la Hepburn non si trattò mai di cambiare per adeguarsi a Hollywood; fu Hollywood che dovette cambiare per adeguarsi a lei», scriveva Zadie Smith.

Ed eppure di giovani attrici brave in realtà, a cercarle bene, se ne trovano. Una mia amica le definirebbe “diversamente belle”. Nate negli anni Ottanta e già star del cinema indie, sono quelle attrici che vedi negli ultimi film di Woody Allen e pensi “e questa dove l’ha pescata?”. A partire da Ellen Page, la baby star di Juno, già candidata all’Oscar, passando per Zoe Kazan, nipote di Elia, sguardo intelligente e dolce, naso importante, è la protagonista di un film canadese molto carino The F word, oppure Zooey Deschanel, anche lei figlia d’arte, padre direttore della fotografia e madre attrice, che in 500 days of Summer è prodigiosa. La mia preferita però è la dinoccolata Greta Gerwig, diva del mumblecore, una specie di nuova Gena Rowlands, che è bravissima in Frances Ha, un film virato in bianco e nero su una danzatrice che non è noioso né di maniera. Dalla Gran Bretagna arriva infine Felicity Jones, la protagonista di Like Crazy, altro film indipendente che racconta l’amore folle di due ventenni.

Attrici a parte, la verità è che scrivere una bella rom-com oggi è molto difficile. Alcuni dicono che sia colpa del digitale e di Whatsapp, altri del sesso facile; io penso che sia colpa di cattivi sceneggiatori.

Ma quali caratteristiche deve avere una commedia romantica per essere una bella commedia romantica? Deve avere prima di tutto un protagonista maschile che faccia, prima o dopo, innamorare le spettatrici, dunque molto figo o molto simpatico o entrambe le cose. Nelle serie tv dove un personaggio ha più tempo a disposizione per evolversi il gioco viene più facile: si può anche essere repellenti all’inizio, come lo era Adam (Adam Driver) nelle prime puntate di Girls per poi diventare l’uomo che tutte vorrebbero sposare.

La buona commedia romantica deve poi riuscire a fare ridere di cose serie, a volte persino molto tristi. Ma come si fa a scriverne una? E perché in Italia ne produciamo così poche e così scadenti?

La buona commedia romantica deve poi riuscire a fare ridere di cose serie, a volte persino molto tristi. Ma come si fa a scriverne una? E perché in Italia ne produciamo così poche e così scadenti? A tal proposito ho chiesto lumi a Francesca Marciano, autrice di libri (da poco è uscito per Bompiani il suo Isola grande, isola piccola), e sceneggiatrice di moltissimi film italiani tra cui, per esempio Maledetto il giorno che ti ho incontrato, una delle più belle rom-com italiane di sempre, e questo nonostante Margherita Buy: «In Italia la commedia romantica funziona meno perché i personaggi femminili non sono così interessanti, rischiano di essere spesso – soprattutto nelle commedie scritte dagli uomini – delle belle ragazze, oggetto di desiderio, ma che non hanno  personalità. Se penso alle commedie italiane non mi vengono in mente personaggi memorabili. Ma le rom-com di successo, americane o francesi, si basano proprio su questo: caratteri indimenticabili, fuori dal comune. Non bastano le situazioni, ci vogliono anche i personaggi. E i personaggi femminili delle commedie italiane sono tutti uguali: delle rompicoglioni o delle maliarde, delle traditrici o delle donne da tradire.  Se pensiamo alla regina della rom-com americana degli anni ‘80, ovvero Meg Ryan, pensiamo a una serie di personaggi che avevano una personalità tutta loro e non rientravano in nessuna di queste categorie. Infine il terrore del romanticismo – da non scambiare con il sentimentalismo… di quello ne abbiamo una scorta inesauribile – è per me la malattia strisciante del cinema italiano. Se metti la Litizzetto, che per carità mi fa molto ridere, una rom-com però non la riesci a fare».

E poi: per scrivere una bella storia d’amore bisogna aver sofferto, averla vissuta? Se per scrivere un buon thriller è chiaro che non bisogna aver accoltellato nessuno, a prima vista si potrebbe pensare che il romanticismo non funzioni tanto se non va anche un po’ sottopelle all’autore. Eppure Jane Austen non si era mai sposata. Eppure la bravissima Adelle Waldman giura di non aver mai conosciuto nessuno di neanche lontanamente simile all’odioso protagonista del suo Amori e disamori di Nathaniel P (Einaudi). Mentre, tutto al contrario, Tess Morris, lo sceneggiatore di Man up (2015), ha composto un decalogo su come scrivere una buona commedia romantica e uno dei punti dice è: «You do need to have experienced some heartbreak to write a rom-com».

«My mother wanted us to understand», diceva ancora Nora Ephron «that the tragedies of your life one day have to potential to be the comic stories the next». Incinta del suo secondo figlio, la Ephron scopre che il marito la tradisce con un’amica comune e lo lascia. La sua “tragedia personale” divenne presto un romanzo autobiografico e poco dopo un film di successo: niente meno che il già citato  Affari di cuore, con Meryl Streep, Jack Nicholson e la regia del leggendario  Mike Nichols.

Sono quasi tutti fallimentari i tentativi del cinema di raccontare gli amori nati sui siti di incontri e simili, così come lo sono i film che raccontano nuovi mezzi di comunicazione digitali.

Un altro punto su cui Tess Morris è drastico è: «Dimenticatevi di Tinder». Sono infatti quasi tutti fallimentari i tentativi del cinema di raccontare gli amori nati sui siti di incontri e simili, così come lo sono i film che raccontano nuovi mezzi di comunicazione digitali: dal preistorico Denise Calls Up, commedia in cui nessuno si incontra, ma tutti si telefonano o si lasciano via fax, passando per You’ve got mail, una delle rare delusioni della Ephron, fino a Partnerperfetto.com, film noiosissimo. Fa eccezione, che io sappia, soltanto Closer (diretto ancora una volta dal maestro Mike Nichols) che tuttavia non definirei una commedia. 

Guia Soncini, grande esperta italiana di rom-com e fresca autrice di Qualunque cosa significhi amore (Giunti),  ha spiegato bene qui cosa succede quando si cerca di aggiornare la commedia alle dinamiche della comunicazione digitale – in attesa che arrivi al cinema il film No Baggage tratto da The Craziest OkCupid Date Ever, su cui tuttavia non abbiamo nessun buon presentimento.

Oggi a essere cambiati sono soprattutto i legami e il modo di rappresentarli. Il tradimento come “scottatura del cuore” raccontato dalla Ephron non è più attuale. Guido Mazzoni nel suo ultimo saggio I destini generali (Laterza) spiega come la crisi dei legami stia cambiando la società occidentale e lo faccia a partire proprio da quella “forma comune di scissione” che è il tradimento. E come alla base di tutti i cambiamenti ci sia la fine del “modello egemone” di famiglia. Al netto di queste affermazioni, le commedie dovrebbero tentare di stare al passo con questi tempi schizofrenici, frammentari, con famiglie ricomposte o monogenitoriali. Ma questo  non sempre funziona. Funzionava per esempio in The Kids Are All Right (2010), e chissà se funzionerà per Io e Lei, la nuova rom-com di Maria Sole Tognazzi scritta proprio da Francesca Marciano e Ivan Cotroneo – questo fa ben sperare –  che vedremo in autunno: la storia di una coppia gay in crisi, con Margherita Buy e Sabrina Ferilli.

Noi per ora ci accontentiamo del viso sognante di Ewan McGregor che in Beginners, appena sveglio, dice: «A trentotto anni mi sto di nuovo innamorando: è come se avessi perso le istruzioni. O non le avessi mai avute».

Valentina Pigmei
Valentina Pigmei, nata a Parma nel 1973, ha vissuto a lungo a Roma. Giornalista e consulente editoriale, ha lavorato per varie case editrici. Ha scritto per La Stampa, Panorama, Elle, Grazia, Rolling Stone, GQ, D-Repubblica delle Donne, Messaggero. Oggi vive in Umbria e collabora con Flair, Myself e Vogue.

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