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Tra passato, presente e futuro, simpatizzanti del nazismo e accademia, biotecnologie, superintelligenza e razzismo: la vicenda rimossa del movimento eugenetico americano.

Nel 1965 Frank Herbert ha immaginato un universo in cui il potere viene mantenuto grazie alla selezione genetica. Nel mondo di Dune da millenni la casta di Bene Gesserit, la “sorellanza delle reverende madri”, pratica solo accoppiamenti selettivi con l’obiettivo di far nascere un essere perfetto, il Kwisatz Haderach, una figura messianica in grado di viaggiare nel tempo. Da oltre 10.000 anni invece i computer sono stati distrutti e nell’universo restano solo i Mentat, superintelligenze biologiche addestrate per usare la mente come una macchina programmata. L’universo creato da Herbert è l’estremizzazione distopica di una realtà possibile e più vicina a noi di quanto potessimo pensare solo trenta anni fa.

Nel 2014, con il saggio Superintelligence: Paths, Dangers, Strategies, il filosofo Nick Bostrom è riuscito per primo a spostare il dibattito dal piano della fantascienza a quello della realtà. In futuro – immagina Bostrom – alcuni Stati o istituti privati potrebbero cercare di selezionare gli esseri umani, creando superintelligenze biologiche, molto simili a quelle pensate in Dune. “Attraverso l’ingegneria genetica e la selezione genealogica infatti è possibile migliorare l’intelligenza umana in modo molto rapido. Tra i 4 e i 23 punti di quoziente d’intelligenza ogni generazione. Se la pratica fosse ripetuta, dopo alcune generazioni potremmo arrivare a un risultato esponenziale in termini di crescita”, sostiene Bostrom, un filosofo già noto per avere teorizzato scenari estremi, come, per esempio, la possibilità che la nostra realtà sia una simulazione informatica.

Ma la questione dell’evoluzione dell’eugenetica e della superintelligenza è strettamente legata anche al mondo delle macchine. Se la nostra civiltà riuscirà a sviluppare un computer capace di migliorare i suoi algoritmi in modo autonomo, allora le macchine saranno in grado di gestirsi senza alcun intervento esterno, superando le capacità cognitive degli esseri umani. Esiste una possibilità concreta? Forse alla fine di questo secolo, quando un pc potrà sviluppare in 31 secondi un pensiero che a un uomo richiederebbe un intero anno, sostiene Eliezer Yudkowsky del Machine Intelligence Research Institute di Berkeley, California. Per Ray Kurzweil, futurologo e saggista che da qualche tempo lavora per Google, questo processo potrebbe invece iniziare già nel 2045. Sarà quello l’anno della singolarità: una nuova era in cui gli esseri più intelligenti sulla terra saranno i computer. C’è tuttavia il rischio concreto che si possa perdere il controllo dell’esperimento. Il “problema della gestione” rappresenta un passaggio che gli scienziati stanno già prendendo in considerazione, pensando a programmi capaci di evitare che gli obiettivi delle macchine entrino in conflitto con quelli dell’umanità.

Proprio in America si è cercato per la prima volta di ripulire la società dagli esseri 'inadeguati', tanto che nel 1907 l’Indiana ha legalizzato la sterilizzazione per il controllo della razza.

Parlando di possibili derive eugenetiche nel futuro è interessante confrontarsi con un saggio che parla invece del passato, uscito da poco negli Stati Uniti per la penna di Adam Cohen. In Imbeciles: The Supreme Court, American Eugenics, and the Sterilization of Carrie Buck, Cohen racconta l’evoluzione del movimento eugenetico negli USA, una pagina di storia poco nota rispetto ai programmi della Germania nazista. Secondo l’autore di Imbeciles proprio in America si è cercato per la prima volta di ripulire la società dagli esseri “inadeguati”, tanto che nel 1907 l’Indiana ha legalizzato la sterilizzazione per il controllo della razza, seguito a ruota dalla California e da Washington State nel 1909. In tutto 32 stati americani hanno approvato una legge per l’eugenetica, che è stata definita legale su tutto il territorio dell’Unione dalla Corte Suprema nel 1927, in seguito al caso Buck v. Bell. Leggi a favore di questa pratica sono continuate ad esistere in alcuni stati fino agli inizi degli anni ’80, quando l’Oregon (oggi uno degli Stati più progressisti dell’Unione) ha sterilizzato l’ultima donna. Nel 1983 ci si è infine decisi a chiudere l’ex Board of Eugenics che nel frattempo, visto il termine poco edificante, era stato rinominato Board of Social Protection. Si è trattata della fine formale di un’epoca, anche se il progetto aveva iniziato a perdere consensi già negli anni ’40, con la condanna internazionale del nazismo e la scoperta dei campi di concentramento.

Prima di allora però parlare di eugenetica in America era tutt’altro che tabù. Nel 1920 a Topeka, in Kansas, si tiene per la prima volta il Fitter Family, un concorso annuale che continua fino al 1940, in cui si premiavano le famiglie con i migliori caratteri genetici d’America. Negli stessi anni in Indiana si svolge il Better Baby Contest, nel quale vengono scelti i bambini che rispettano i canoni della razza stabiliti dagli istituti di eugenetica americani. Ma questi incontri erano anche il momento per fare informazione e diffondere le idee di pulizia della razza. Vengono distribuiti centinaia di volantini, libri, saggi e studi sull’eugenetica, materiale poco conosciuto che oggi è conservato all’interno degli archivi dell’American Philosophical Society di Philadelphia. Nell’edificio di mattoncini rossi in stile neoclassico in cui ha sede l’associazione mi accoglie una donna sui 65 anni che mi accompagna all’interno dell’archivio. Mi fa compilare una serie di carte e ricevo il materiale (non tutto in originale) che posso consultare solo indossando guanti e sotto il suo controllo. All’interno della sala le biro sono vietate ed è possibile portare solo una matita e un foglio bianco sul quale prendere appunti. “Genitori selezionati possono avere figli migliori, questo è il grande scopo dell’eugenetica”, leggo su un volantino intitolato Il triangolo della vita. “Per quanto tempo noi americani saremo ancora così attenti alla razza dei nostri maiali, dei nostri polli e del nostro bestiame, mentre trascuriamo la stirpe dei nostri bambini?”, leggo in un altro annuncio scritto a mano. Ci sono anche diversi testi che parlano della California e della Human Betterment Foundation, l’associazione che nello stato si occupò di diffondere queste idee.

Un discorso a parte riguarda proprio la California, che tra il 1910 e il 1930 diventa il principale punto di diffusione, in America e poi in Europa, della sterilizzazione selettiva, tanto che in quegli anni diversi scienziati californiani intrattengono contatti e carteggi con esponenti della Germania nazista. In The Nazi Connection il ricercatore Stefan Kühl racconta in modo minuzioso questi incontri, sottolineando come le istituzioni che si occupavano di eugenetica negli Stati Uniti fossero soddisfatte per il modo in cui il regime tedesco stesse mettendo in pratica alcune delle loro teorie. Se infatti in America – a parte rarissimi casi – non si diede mai il via a un estensivo piano di selezione attiva della razza, questo però non significa che l’eugenetica non avesse suscitato un forte interesse all’interno della comunità scientifica. Istituzioni come la Carnegie o la Rockefeller Foundation donano soldi e strutture. Tra il 1910 e il 1939, per esempio, l’Eugenics Record Office della Carnagie pubblicò una serie di ricerche sull’argomento: spingendosi a scrivere che il miglior metodo per sopprimere le persone indesiderate era la camera a gas.

La California, tra il 1910 e il 1930 diventa il principale punto di diffusione della sterilizzazione selettiva, tanto che in quegli anni diversi scienziati californiani intrattengono contatti e carteggi con esponenti della Germania nazista.

Oggi il movimento eugenetico americano fa parte del rimosso della storia recente degli USA e l’eugenetica rimane un pensiero minoritario, lontano dal mondo accademico e portato avanti solo dalla Society for Biodemography and Social Biology, l’ex American Eugenics Society. Dopo la scoperta dei campi di concentramento nazisti infatti c’è stato un cambiamento repentino di orientamento e in pochi anni la maggior parte delle istituzioni e delle università (molti professori di Stanford, Yale, Harvard e Princeton) che sostenevano apertamente il miglioramento della razza, smisero di patrocinare una causa divenuta ormai un tabù. E così, in pochi, per esempio, ricordano che David Starr Jordan – presidente e fondatore della Stanford University di Palo Alto, in California – è stato uno dei principali teorici del rapporto tra razza e sangue, con il saggio del 1902, Blood of the Nation. E ancora meno sono al corrente di come il movimento fosse trasversale all’interno della società americana degli anni ’20 e ’30, tanto da coinvolgere pensatori progressisti, accademici e infine anche la Corte suprema, definita da Imbecilles come la vera responsabile della sterilizzazione di oltre 70.000 persone “indesiderate”.

Insieme al libro di Cohen, uno studio pubblicato nel 2000 dall’università di Yale cerca di ridare agli eventi il peso storico che meritano. “I programmi applicati in Usa sono stati crudeli quanto quelli della Francia, della Svezia e dell’Australia. La storia comparata delle campagne di sterilizzazione eugenetica negli Stati Uniti e nella Germania nazista rivela importanti similitudini nelle motivazioni, negli intenti e nelle strategie”, si legge. L’articolo accademico spiega bene anche come il movimento si sia indebolito in due momenti: nel 1945, alla fine della Seconda guerra mondiale, e poi negli anni ’60 grazie a una serie di cause legali e alla nascita del movimento per i diritti civili. “Negli Stati Uniti una combinazione di disagio pubblico, opposizione della chiesa cattolica, democrazia federale, revisioni di tribunali e forti critiche da parte dei medici tolse forza ai fautori dell’eugenetica”. La realtà però è che, sottotraccia, le pulsioni eugenetiche continuarono molto a lungo. Come racconta il documentario No Más Bebés, ancora tra 1960 e 1970, a Los Angeles si procedette alla sterilizzazione di numerose donne messicane. E sempre la California, o meglio alcuni suoi ambienti accademici, sono oggi animati da un dibattito che sfiora sempre più spesso i confini di una nuova eugenetica, resa nuovamente attuale dagli sviluppi di biotecnologie per eliminare o prevenire le malattie. A distanza di 70 anni rimangono molte questioni etiche aperte. Che certo non raggiungono ancora le visioni fantascientifiche di Gattaca e di Aldous Huxley (il mondo è controllato da una razza superiore, nata grazie alla selezione dei caratteri forti e positivi di un uomo) ma che nei prossimi anni potrebbero aumentare le ineguaglianze e la nascita di nuove forme di ingiustizia.

Angelo Paura
Angelo Paura vive a New York dove lavora per la redazione de Il Sole 24 Ore. Si occupa soprattutto di culture digitali e di nuovi media. Sul comodino ha una foto di Ryszard Kapuściński e una di Ettore Mo, ma a differenza loro sa che non si scollerà mai dalla scrivania.

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