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Dal big bang al concetto stesso del tempo, passando per la storia della filosofia: cos'è il principio?

L’inizio di una nuova rivista mi tormenta da qualche mese. È un tormento sottile ma costante, quasi piacevole perché mi spinge a rimanere sveglio e a pensare. Ricordo ancora quando l’autunno scorso parlavo con Tim Small sulla possibilità di cominciare una pubblicazione dal nome ancora indefinito, dalla forma non chiara, con modalità del tutto speculative. Per quanto nutrito di totale vaghezza, quel seme era già ben piantato nel terreno del reale. Non c’era, ma c’era. Nella sua non-esistenza già mi affascinava, e con sguardo affascinato me ne dimenticai.

A inizio primavera ricevo una chiamata. La rivista, che ora si chiama Prismo, ha una forma e una modalità definiti, è già avviata ma manca una rubrica scientifica. Voglio scriverla? Intorno a me sono cambiate molte cose, ma quella piccola idea è cresciuta e ormai odora di concretezza.

Spesso nella scienza usiamo parole mutuate dalla vita quotidiana e viceversa, parole di confine che cambiano significato insieme al contesto. Momento, Conservazione, Collasso, Radici, Fuga, Immaginario, Equilibrio, Vuoto. La rubrica sarà fatta di queste parole di confine, parole che a saperle osservare dischiudono il loro carico di poesia, a volte di terrore, ma sempre squarciano il muro che sembra alzarsi tra gli affari nostri e quelli della chimica, della fisica, della matematica.

Voglio parlare di Inizi. Non più dell’inizio di Prismo, ma dell’inizio dell’universo conosciuto, del pensiero che si struttura intorno a questo universo, dell’uomo e della forza più grande che lo tiene insieme—senza scomodare epistemologi e critici cinematografici, questa forza è per elezione democratica l’amore. Complesso? Basta inanellare all’indietro cause ed effetti, fino a riempire tutto lo spazio che ci separa dalla parola fine, altro termine scientificamente interessante.

Tanto per cominciare. Che cos’è un inizio? Qual è il punto esatto in cui si può puntare il dito e dire che un inizio è avvenuto? Nella vita quotidiana, mi sembra di saperlo, è quando un evento nuovo e radicale si manifesta. L’innamoramento segna un nuovo inizio nell’universo emotivo. Quando si ama, tutto cambia, d’improvviso siamo morbidi come cotone.

Nella scienza, mi sembra di saperlo, è t=0. Ma l’ambiguità è maggiore. In Ti con Zero, Italo Calvino fa ragionare un arciere immobile che scocca una freccia immobile contro un leone immobile. Presto scopriamo, la scienza conferma, che basta spostare t=0 lungo la linea del tempo per avere un altro inizio del tutto valido. Un po’ indietro e l’arciere non sa nulla del leone, un po’ avanti e la sua gola sarà stata recisa, o il leone trafitto.

Quanto possiamo spingerci nell’esplorazione di questo t=0? Più ti avvicini, più perdi le fila della storia universale in generale e della storia generale in particolare. Soprattutto nelle faccende quotidiane, più sbrigative della fredda scienza. Quando inizia davvero un amore? Subito, dopo, subito dopo? Sulle riviste patinate, gli scienziati del settore tagliano corto e catalogano il fenomeno alla voce colpo di fulmine.

In cosmologia si parla delle origini dell’universo proprio come di un colpo di fulmine. Il termine Big Bang, la grande esplosione che ha segnato linizio di tutto, fu usato per la prima volta nel 1949. Per un insolito paradosso, a usarla fu uno che non ci credeva per niente, Fred Hoyle, il cui torto venne dimostrato negli anni successivi in numerose occasioni. All’inizio dell’anno, però, la ricerca più importante in merito, il progetto BICEP2 che nel 2014 aveva trovato una smagliatura nelle tracce luminose agli estremi delle galassie, conferma di quel colpo di fulmine, è stato smentito a sua volta.

Ma si sa, gli inizi sono sempre confusi, sia nell’universo che nell’universo dei sentimenti. Sono innamorato! Colpo di fulmine? Congratulazioni, ma quando è scattata la scintilla? Sei proprio sicuro o hai deciso che è così? Quanti fulmini insignificanti ci colpiscono quando siamo bisognosi e disperati, o semplicemente al terzo cocktail, e ci racconteremmo qualunque cosa pur di credere in un abbraccio? È vero amore proprio quello vero?

In questo la religione, per una volta, è meno complicata. In principio Dio crea il cielo e la terra, li separa, poi crea Adamo che dà un nome in bell’ordine a tutte le creature del creato. Intanto Eva si annoia, fa comunella col serpente e concupisce i frutti della conoscenza. Poi li addenta e addio paradiso.

Volendo polemizzare con l’arciere di Calvino, quel famoso ti con zero lo si può spostare mica sempre quanto si vuole. Big Bang è in effetti il limite ultimo di traslazione nel passato, l’inizio degli inizi, l’hic sunt leones dello spazio-tempo, l’a ritroso definitivo. E il brutto è che, in prossimità di questo punto mirabile, il caos incontrollato degli inizi fa tremare la teoria. Le leggi della fisica non valgono più.

Non significa che sull’inizio si possa dire tutto, il vuoto teorico non legittima ogni stupidità new age. Ma diventa forte la tentazione delle regressioni infinite. Una storia racconta di un’anziana signora che, dopo aver ascoltato un professore descrivere la rotazione della Terra intorno al Sole e del Sole intorno alla Via Lattea, lo avrebbe contestato così: “Sono bugie. Tutti sanno che il mondo è un disco piatto poggiato sul dorso di una tartaruga.” Al che il professore divertito avrebbe risposto: “E su cosa poggia la tartaruga?” “Semplice,” dice la signora, “su un’altra tartaruga.”

In tutte le tradizioni antiche, l’origine del cosmo non è separabile dalla sua struttura. La tartaruga è una figura mitologica ricorrente, sostenitrice del mondo e, grazie alla sua lentezza e longevità, custode del tempo. E che dire di Bahamut, il pesce colossale che secondo una leggenda musulmana porta sulla schiena un gigantesco toro, che a sua volta sostiene un’enorme pietra di rubino, su cui posa un angelo che regge sulle spalle il mondo?

Sono fantasie da innamorati, innamorati del cosmo. Ugualmente, l’essere umano medio quando ama delira e crea mitologie sulla nascita di eros. Idealizza secondo il proprio cosmo interiore. Quando il calcolo o le condizioni reali sono insufficienti, idealizzare è l’arma definitiva. Si può anche sublimare, ma significa passare da stato solido a gassoso, e nessuno vuol vedere scomparire l’oggetto del desiderio. Idealizzare è come farne una copia, migliore.

In quel singolare punto all’inizio del passato, lo stesso spazio-tempo doveva ancora formarsi. Misurare è quindi impossibile. La scienza esita. I buddhisti sconsigliano di interrogarsi sugli inizi, perché distolgono dall’illuminazione. Personalmente condivido la posizione degli aborigeni, per i quali prima dell’inizio c’era il Tempo del Sogno. Nulla meglio di un sogno descrive la creazione dal nulla, la sensazione perfettamente reale di un mondo irreale. Questo è sublimare.

Stephen Hawking propone una via inedita al problema della singolarità. Hawking teorizza l’esistenza di un tempo immaginario, una quinta dimensione perpendicolare al tempo normale, una grandezza insensata che inserita nei calcoli fa però tornare i conti, raccordando senza falle il ti con zero del Big Bang con il modello cosmologico relativistico in espansione di Einstein e de Sitter, giro di parole accademico per definire il nostro amato universo.

Se vi siete mai trovati davanti a una scelta difficile, un bivio insolubile, saprete che spesso non è il mero calcolo a risolvere lo stallo. Cambio lavoro o resto dove sono, sposo Anna o Zelda? Per vincere l’orrido limbo dobbiamo rinunciare al pensiero razionale e ampliare la visione, guardare il labirinto dall’alto, includere appunto una nuova dimensione. Qualcuno dice che non siamo ciò che siamo per le esperienze che abbiamo fatto, ma che abbiamo fatto quelle esperienze perché siamo ciò che siamo. Lo si vede solo scalando dimensioni.

Una conseguenza banale del tempo immaginario, per il momento attendibile come il Bahamut, sarebbe la “non strettamente necessaria” esistenza di Dio, visto che il Big Bang non avrebbe più bisogno di un miracolo che lo accenda. Ma, obietterebbe l’anziana signora, prima del Big Bang ci sarebbe un altro Big Bang, e prima ancora una volontà divina.

Qualcuno dice che non siamo ciò che siamo per le esperienze che abbiamo fatto, ma che abbiamo fatto quelle esperienze perché siamo ciò che siamo. Lo si vede solo scalando dimensioni.

Non è la prima volta che gli scienziati tentano un deicidio. Agli inizi della rivoluzione scientifica moderna, quando Galileo e Newton impostarono i principi e le equazioni del moto, si disse lo stesso. Poche semplici formule permettevano finalmente di spiegare il movimento dei pianeti, le ingenue ellissi abbozzate da Keplero che ancora attendevano un modello affidabile. La previsione del ritorno di 1P/Halley, meglio nota come Cometa di Halley, dimostrò nel 1759 l’esattezza e la potenza di questa nuova scienza.

Come nel vangelo, la scoperta portentosa fu annunciata da un astro celeste, ma questa volta il messaggio sembrava contraddire l’antesignana di Betlemme: un universo meccanicistico preciso come un orologio a cucù non ha bisogno di un Dio, tanto meno di suo figlio. Per chi volesse infierire, la cometa descritta in Matteo (2, 1-12.16) fu più probabilmente una rara congiunzione Giove-Saturno, quando non addirittura l’esplosione di una Supernova. La stessa Halley, a onor del vero, aveva fatto il suo eterno ritorno circa cinque anni prima, nel 9 a.C.

Come una rivoluzione, gli inizi sono non solo caotici, ma alle volte anche violenti, ingiusti e perfino mortali. La storia di Giordano Bruno bruciato in piazza per la sua idea di infiniti mondi, o l’abiura di Galileo, sono solo i più famosi dei soprusi. Forse la vittima più eroica, allo stesso tempo la più innocente e tenera, colpevole solo di aver tenuto fede alla propria visione degli inizi di fronte agli inquisitori, fu un mugnaio friulano del Cinquecento, Domenico Scandella detto Menocchio.

Menocchio aveva un’originale concezione del mondo: all’inizio “tutto era un caos, cioè terra, aria, acqua e fuoco insieme; e quella massa nel tempo si addensò, proprio come fa il formaggio nel latte, e di lì nacquero i vermi, che diventarono angeli, e tra quegli angeli c’era anche Dio, creato anch’esso da quella massa e nello stesso tempo.” C’era materiale sufficiente per l’accusa di eresia, e dopo anni di torture e processi l’Inquisizione decise di terminare la sua vita.

L’inizio non può che essere rivoluzionario. Se un inizio non è decisivo, è solo una continuazione. Spesso dopo un vero inizio non è più possibile tornare sui propri passi. La scienza descrive l’irreversibilità dei processi in termini di aumento d’entropia, una grandezza che volgarmente quantifica il disordine: reazioni chimiche, decadimenti nucleari, morte. L’entropia non può che crescere e, quando sarà massima, dell’universo non resterà che un piatto deserto isotermo.

Abbiamo la certezza del massimo, ma molti dubbi sul minimo. Nella chimica come nelle vicende sentimentali, nella vita come nella storiografia, la nostra caccia alle cause prime si deve arrendere davanti a una macchia temporale sfuggente, una traccia, un’orma di qualcosa che è già passato e non si lascia inseguire.

Prendiamo un evento eccellente. 11 settembre 2001. L’atto decisivo è stato la caduta delle torri gemelle? Forse l’impatto del primo aereo? Oppure quando la tragedia è stata trasmessa in tv? L’inizio per gli attentatori è avvenuto molto prima, e forse non solo per loro. Le motivazioni del gesto, non c’è dubbio, hanno radici nel secolo appena finito. Forse quella catastrofe di inizio millennio è stata davvero una fine, mentre il vero inizio fu la consapevolezza che nulla sarebbe più stato lo stesso.

Chi ha iniziato una guerra? Chi è stato il primo ad alzare la voce, a mancare di rispetto, a cercare il litigio? Abbiamo frainteso? A volte neanche te ne accorgi. È colpa tua o colpa mia? Dipende quasi sempre dal punto di vista. Le rivoluzioni scientifiche, ci insegna Thomas Kuhn, sono così. Lunghe catene di ricerche e scoperte che restano dimenticate per secoli, solo per riemergere come fantasmi dopo aver attraversato i continenti. La teoria eliocentrica è di Tycho Brahe, Keplero, Galileo, Newton, oppure di Aristarco che nel III secolo a.C. già ne parlava apertamente? Quando si compete per la paternità, la storia umana è una continua scoperta dell’acqua calda.

All’inizio, dicevamo, si idealizza, ci si cerca e confronta continuamente per riconoscersi uno nel riflesso dell’altro. Nulla sembra turbare la felicità che ci avvolge. Ma all’inizio è anche difficile, ci sono mille impedimenti e nonostante questo si tiene duro. All’inizio ci si aspetta una persona e sempre, invece, se ne trova un’altra. Quando va bene si superano le aspettative. Quando va male, l’incompatibilità diventa insopportabile ed è inutile fingere e sprecare sorrisi.

Scienza e filosofia, partorite dal ventre oscuro della superstizione e del mito, condividono questa storia tragica. Il titano Prometeo ruba il fuoco agli dèi per donarlo alla razza insulsa degli uomini, gli uomini si affrancano dalla tirannia divina con l’ardore del pensiero e della tecnologia, il loro liberatore finisce incatenato a una roccia e condannato a farsi divorare il fegato da un’aquila. Inizio drammatico. Poi arriva Talete di Mileto, primo scienziato e filosofo, quando ancora le due discipline sono inseparabili come il cielo e la terra della Genesi, poi il materialista Democrito “che ‘l mondo a caso pone” a detta di Dante, materialista e vero deicida. Infine Aristotele, che separa definitivamente dalla culla Fisica e Metafisica. Strascichi di questa separazione ci attanagliano ancora oggi.

Cerio, torio e promezio, dal nome dell’eroe, sono elementi della moderna tavola periodica ma pagano ancora un tributo ai tempi del mito, e così i nomi delle principali stelle del firmamento, che all’ombra dei grandi telescopi contemporanei sono ancora chiamate Alfa Centauri, Arturo, Castore, Polluce. Il legame è così stretto che l’astronomia viene ancora scambiata per la sua imbarazzante parente, l’astrologia, mentre la cosmologia è confusa con le cosmogonie dei primi cantori dell’universo.

Per meglio comprendere l’inizio, bisogna parlare delle sue due sorelle: l’origine, che sembra implicare un persorso a ritroso fino alla notte dei tempi, e la genesi, la descrizione superficiale, in senso nobile, del susseguirsi di cause ed effetti. Dall’origine abbiamo un’idea di luce, l’oriente, mentre dalla genesi un’idea di nascita, la generazione.

Anche l’origine permea di significato il mondo scientifico, in particolare quello matematico. Origine della semiretta, origine degli assi, a causa della somiglianza, forse non del tutto casuale, tra la lettera O e la cifra originale per eccellenza, lo zero – sorprende che il suo equivalente greco Ω, omega, segni invece la fine di tutto. Inizio ricorda invece, con la lettera I, il primo numero uscito dal nulla, l’1. Come a dire che quando si inizia si è già lontani dall’origine, che per comprendere la propria origine bisogna abbandonarla.

La genesi racconta un processo. Molti filosofi, tra cui Michel Foucault, disdegnano l’origine per dare dignità alla genealogia, proprio come una ricerca che si oppone alla fascinazione del passato. Il genealogista non cerca l’inizio, cerca ciò che gli è prossimo. Ciò che va scoprendo non è il fondamento degli eventi, ma una provenienza, un’insorgenza, una coagulazione dei fenomeni vicini per capire il presente. La genealogia è in effetti un’arte delle superfici, un’anti-scienza. Foucault parla di innumerevoli inizi, nessuno più importante dell’altro e tutti fondamentali: il percorso a ritroso è una volontà di sapere, di non farsi ingannare e di non ingannare se stessi. Ma il concetto metafisico di verità va abbandonato in favore di una più modesta “storia della verità”.

Quando il mondo ci sconvolge, ci interroghiamo sull’origine del male. E come rimedio, per assurdo, sentiamo auspicare un ritorno alle origini. Ma lo stato di natura, l’elogio del primitivismo e del buon selvaggio, del prima era meglio di ora, nascondono un rifiuto, una fuga dal presente, epoca forse non perfetta ma in cui grazie alla scienza l’età media non è trent’anni e le pestilenze non devastano i continenti. E se ora siete scontenti, perché ripartire dalle cause della vostra infelicità?

Un’opinione antica vuole che l’uomo si distingua dall’animale per il pensiero. Il pensiero ha quindi iniziato l’uomo, ma cosa ha iniziato la vita? Abbiamo sentito parlare di un brodo primordiale, ambigua immagine tra geyser iperborei e pubblicità di liofilizzati. Ci dicono che siamo fatti di materia stellare, perché gli elementi che compongono il pianeta e il nostro corpo non possono venire dal sole, che contiene solo elio e idrogeno, e sono forse un residuo di polveri di supernova intrappolate dalla gravitazione.

Non sappiamo però cosa abbia dato inizio al meccanismo della vita. Ci sono diverse sostanze fondamentali e dipendenti una dall’altra, ma nessuno sa dire con certezza quale sia venuta prima. RNA, aminoacidi o lipidi? Uovo o gallina? Recenti studi favoriscono il mondo a RNA, innescato a partire da raggi ultravioletti, acido solfidrico e acido cianidrico, quest’ultimo portato sulla terra, guarda guarda, da un meteorite. Sia come sia, all’inizio della vita non c’è necessità, non c’è verità. C’è forse un destino. Dalla sua poltrona viennese, il venerabile Freud suggerisce che il destino consista nel ritardare il più possibile la regressione all’inorganico, il ritorno all’origine. Come la cellula che separa la vita all’interno dal nulla esterno. È una pulsione di morte.

“All’inizio” gli fa eco dal passato il tetro Nietzsche, “non c’è che rozzezza, mancanza di forma, vuoto e bruttura.” Uno spazio ostile che la coscienza, potremmo aggiungere, riempie di proiezioni per orrore del vuoto, e spesso finisce per scaldare la mancanza di senso alla fiamma di una convinzione amorosa. Ma si sa, dell’amore sono più interessanti le conseguenze. “Tanto più studi l’origine, tanto più ne comprendi l’irrilevanza: il bello” insiste il filosofo della Gaia Scienza, “viene sempre dopo.”

Se non è possibile pronunciare “origine” senza pensare al peccato originale, non tutti riconoscono a “inizio” un legame con la mistica. È però sufficiente parlare di iniziazione, rito di passaggio tra presente e futuro, sigillo del punto di non ritorno, per aprire le porte del mistero. Mistero che in forma diversa avvolge il Big Bang: la singolarità iniziale dell’universo è davvero un peccato originale della natura e, per chi volesse studiarlo, è senza dubbio un vero peccato.

Ecco tornare la confusione. Interrogarsi sull’inizio porta solo vertigini, tanto vale finire. Ma prima di concludere, ricominciamo dall’inizio.

In principio c’è un’idea. Un’idea vaga o meno, infinita, fantasticazioni senza confini né forma che un bel giorno vengono proiettate nel mondo reale. Il significato si riveste di un significante, il quale per sua stessa realtà e limite non può che tradire l’ampiezza dell’idea.

La tradisce nel senso che la ri-vela, la svela e la copre allo stesso tempo, e la tradisce proprio come si fa in amore: fa un torto alla perfezione. Possiamo definire il tradimento come un inevitabile atto d’amore? Dio, dicono i teologi, non poteva non creare, ma se era già perfetto perché tradirsi? Bonum est diffusivum sui, il bene per sua stessa natura non può che propagarsi. Platonismo per negati, utile a mo’ di giustificazione spiccia per sordide avventure.

E già che siamo agli svelamenti, nessuno si offenda se non ho detto prima che il fatidico t=0, ovunque lo scegliate, non sarà mai un punto esatto: per il principio d’indeterminazione di Heisenberg, al massimo della precisione intorno a quello 0 c’è un’incertezza pari al Tempo di Planck, il più breve intervallo misurabile secondo la teoria. Intervallo minimo, ma significativo, non un punto ma un intorno. L’inizio, a essere pignoli, sarà sempre incerto. Che fare?

Possiamo restare con i filosofi e arrenderci sotto il fuoco amico dei paradossi: l’inizio non esiste perché è il tempo stesso a non esistere. Achille non raggiungerà mai la tartaruga, forse la stessa che regge il mondo, o quella sopra quella che regge il mondo. Possiamo calcolare all’infinito per ritardare la morte, come l’arciere di Ti con Zero. Possiamo indugiare tra le fantasie esponenziali di Borges, o collezionare gli universi di Urania, poco cambia.

Un libro comincia dalla prima pagina, dalla prima parola, dalla prima lettera. Ma i dizionari, fondamento di libri e parole, sono circolari, la loro spiegazione è al loro interno e da nessuna parte. Così la scienza cerca le ragioni ultime attraverso fenomeni parziali, locali, oppure inventa tempi immaginari, l’ennesima dimensione in più. L’importante è non ridurre tutto a una questione di principio.

All’inizio è difficile, tanto che il discorso esce caotico e incoerente. Il risultato dipende da come si armonizzano le parti. Una carezza, un po’ di fiducia, quando non ci si conosce abbastanza. Ma quando si comincia a conoscersi davvero? All’inizio non si può sapere.

Dimentichiamo quel che è stato e creiamo un futuro con le nostre mani, un inizio forse più modesto ma non meno importante, perché potremo viverlo in carne e ossa, vederlo con i nostri occhi. In fondo si rimugina il passato per mancanza di prospettive. A chi interessa il Big Bang quando ha davanti la scoperta della vita su altri pianeti, la prossima colonizzazione di Marte, un appuntamento con l’amata, il proprio DNA mescolato a quello di lei in formato ninnananna e pannolini? Non trovare l’inizio non sarà la fine del mondo.

 

Bibliografia:

Italo Calvino, Ti con Zero, (1967)
Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi, (1976)
Stephen Hawking, Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, (1988)
Thoma Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, (1962)
Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, (1996)
Michel Foucault, Nietzsche, la genealogia, la storia, (1971)
Sigmund Freud, Al di là del principio di piacere, (1920)
Friederich Nietzsche, La filosofia nell’epoca tragica dei Greci, (1873)

Andrea Cristallini
Editor di Motherboard, la redazione scientifica di VICE Italia. Un fisico teorico al servizio dell’universo pragmatico.

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