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Lo slut shaming nell’epoca della sua riproducibilità tecnica: riflessioni a margine della morte di Tiziana Cantone.

Quanto ha senso parlare ancora della morte di Tiziana Cantone dopo che si è esaurita la corsa a specificare – prima di dispiacersi, beninteso, ché ai morti si porta rispetto – che si sarà anche ammazzata, ma restava comunque un puttanone? Se preso esattamente da questa angolatura, con la precisazione che il teatro di dibattito è stato il social network più usato al mondo, credo che il problema chiami in causa alcuni punti di contraddizione dello stesso dibattito italiano degli ultimi mesi (se non anni): questioni di genere, diritto di satira, liceità del riso, struttura dei social network, ruolo del web, diritto all’oblio, etica del discorso, libertà di espressione, buonismo e cattivismo. Dopo averli noiosamente elencati, proviamo a sciogliere il nodo che li tiene insieme. Vi va?

Il medium è il messaggio?

Giovanni Scrofani ha scritto un breve e brillante intervento sul suo blog in cui prova a riportare sui binari la discussione sul mezzo tecnologico, che negli ultimi tempi ha assunto un tono apocalittico che sarebbe bene demistificare. Il web ha incarnato speranze di liberazione ed emancipazione nella prima fase della sua diffusione su scala globale; tra i dieci e i quindici anni dopo ha rivelato il suo orribile rovescio. La faccenda era un po’ più complessa di come ce la immaginavamo prima dell’avvento dei social network, dei quali scrive giustamente:

“Twitter ormai saldamente è configurato per favorire una continua rincorsa alla visibilità da parte di utenti intruppati in piramidi di popolarità, che per essere scalate necessitano di raid più o meno organizzati di spam compulsivo. Poi c’è chi si lamenta che è fallimentare come strumento per fare informazione e che è il regno di battutisti scemi e di fandom di tardoni mal cresciuti. Facebook e suoi emuli sono programmaticamente articolati per favorire una presentazione del nostro io monolitica ed estremamente vincente. Poi ci si stupisce che sia il campo di battaglia dove esprimere al meglio invidie, gelosie e bullismo in una sorta di versione allucinata di una mega scuola media virtuale”.

E conclude: “Non capisco perché la colpa è sempre degli utenti e mai di chi predispone le specifiche del giocattolo”. Nel resto dell’articolo prova a invertire la direzione in cui vengono individuati i responsabili della “decadenza di internet”: dalla centralizzazione del mezzo per mano delle big corp – contro la struttura decentrata immaginata dalla vecchia controcultura internettiana – al riassorbimento dell’uso “dal basso” della rete in dinamiche di opinion leaderism, passando per i populismi di destra europei e statunitensi che intercettano pulsioni di massa e le incanalano in fronti reazionari.

Ci torneremo dopo; per il momento è più interessante riprendere il punto della struttura dell’internet che conosciamo e usiamo attualmente. Come lo stesso Scrofani giocoforza nota, il punto sembra non essere soltanto che “il medium è il messaggio”, e dunque che per la sua stessa struttura determina forme e contenuti dell’interazione sociale. Se si deve parlare di struttura, si deve allargare necessariamente il campo alle condizioni di produzione del mezzo utilizzato – condizioni di produzione materiali e culturali. Il medium determinerà anche il messaggio, ma è a sua volta determinato dalla struttura sociale, economica e politica che l’ha generato; e continua a esserne determinato attraverso l’uso che ne fanno gli utenti, per il banale motivo che il medium resta, per l’appunto, un mezzo, per quanto non neutrale. Deve perciò adattarsi all’uso che ne viene fatto, pena – se non lo fa – l’obsolescenza. Come dire che se il mezzo non è neutro, non lo è nemmeno chi ne fa uso.

Il medium è il massaggio

Il rischio di un’attenzione troppo focalizzata sulla struttura del mezzo è quello di ottenere interventi come quello del Triste Mietitore. Il suo è un invito corretto: fate attenzione a cosa postate, a chi lo mandate, a che servizi usate. Pratiche di autodifesa ai tempi della comunicazione orizzontale istantanea e globale. Quello che però non torna nell’invito del Triste Mietitore, è l’arrendevolezza al fenomeno: qui non solo il mezzo determina la comunicazione, ma è l’umanità stessa a determinarla. La società è vista come un monolite inscalfibile e indifferenziato, incapace di comunicare.

Torniamo un momento a Scrofani: “Sinceramente non capisco perché l’utente medio dovrebbe far un uso più elevato dei social di quello che per lui hanno previsto gli sviluppatori”. Da un lato, si potrebbe rispondere così al Triste Mietitore; dall’altro, si notano tutte le somiglianze di un pessimismo comune a entrambi i blogger, per il quale non ci sarebbe niente da fare se non emendare gli errori dello sviluppo di internet negli ultimi dieci anni (per Scrofani, meno pessimista) o attuare cautele individuali di autodifesa rispetto al mezzo che si usa (per il Triste Mietitore, più pessimista). Precisiamo: i due autori non stanno dicendo la stessa cosa, e le soluzioni che propongono sono diverse. Poggiano però entrambi sullo stesso basamento discorsivo: la determinazione segue soltanto il verso che va dalla struttura all’utente, e mai viceversa.

Per quanto Scrofani dica di preferire “un internet magmatico e indisciplinato al ‘parco giochi con microspie’ che ci propongono”, la sua preoccupazione è tutta concentrata sui processi top-down. Lui stesso però, poco sopra, scrive: “la politica non crea l’elettorato, semmai ne incarna le aspirazioni”. Allora è meglio provare a spostare l’attenzione dal mezzo e dalla struttura all’interazione: mi sembra che nel tentativo di focalizzare o di evadere ciò di cui l’utenza non ha controllo, riemerga il lapsus che condusse al titolo del famoso volume di McLuhan e Quentin Fiore, The Medium is the Massage. Il massaggio (con la a) consisterebbe nel fatto che la supposta onnipotenza del mezzo e della struttura conducano i loro critici a collocarsi nel più “rassicurante” (si fa per dire) campo della critica verticale e di rilassarsi rispetto all’ipotesi di una prassi collettiva.

Il mare colore del vino

C’è una bella similitudine, nell’articolo del Triste Mietitore, che mi piacerebbe riprendere. Recuperare il video di Tiziana Cantone, dice, è impraticabile: come se versassimo un bicchiere di vino nel mare e poi lo volessimo indietro. Un’immagine straordinariamente poetica, che non ammette replica se non la contemplazione. Proviamo a vedere cosa succede se ci si posiziona al suo interno, seguendone fino in fondo la logica. Il vino si versa nel mare, si diluisce nell’acqua, di fatto sparisce. Non dobbiamo più preoccuparcene: non possiamo recuperarlo e non possiamo berlo. Soprattutto, però, il vino versato nel mare non è più individuabile: sarebbe come pretendere che le pillole omeopatiche contengano il principio attivo della sostanza nonostante la concentrazione notevolmente più bassa.

Se questo succedesse, avremmo un mare colore del vino, e preoccuparsi del bicchiere versato avrebbe ancora meno senso. Tocchiamo qui il nocciolo del problema: contrariamente a quanto si continua ad affermare, la metafora della “società liquida” – soprattutto se la si applica alla rete – non descrive per niente bene i processi nei quali siamo “immersi”. Specialmente se consideriamo che ciò che è successo al video di Tiziana Cantone – come succede a tutti i meme e a tutti i contenuti diffusi online – è esattamente che il mare è diventato colore del vino.

Nessuno ha ucciso Tiziana?

Più corretta mi pare l’immagine della rete che restituisce Manolo Farci nella sua riflessione che è, al tempo stesso, un appello e una provocazione. Nessuno ha ucciso Tiziana: non ci sono nemici, non ci sono Barbari di Kavafis da attendere invano, al limite dei colpevoli che spetta alla magistratura individuare. Ma il problema è più ampio: ed è il corrispettivo filosofico di ciò che allarmava Scrofani nell’articolo citato. Mi pare che Farci metta a fuoco molto bene l’idea che un’immagine non si scioglie nel medium, ma si moltiplica: ed è l’effetto di questa moltiplicazione e trasformazione che gli interessa inseguire. L’idea più precisa che ha della rete e delle sue dinamiche gli consente di liquidare – indirettamente – l’ipotesi di autodifesa individuale del Tristo Mietitore:

In questo stato di connessione perenne in cui siamo immersi, come direbbe la studiosa Helen Nissenbaum, non esistono più una sfera privata e una pubblica, ma una pluralità di spazi, all’interno dei quali le informazioni acquistano significato a seconda del contesto in cui vengono veicolate, degli attori che le ricevono, dalle aspettative sociali che vengono investite in esse. Per questo, il vero problema non è legato all’informazione in sé, ma al contesto in cui viene resa pubblica. Più che invocare una generica tutela della privacy, sarebbe opportuno riflettere proprio su tale mancanza di ‘integrità contestuale’ a cui sono sottoposti quotidianamente i nostri dati personali. […] Se davvero vogliamo capire quello che è successo a Tiziana, dovremmo iniziare a ricostruire anzitutto il vocabolario con cui parliamo della Rete per capire davvero quali sono le condizioni abilitanti di questa tecnologia che tutti noi utilizziamo. La tecnologia non è semplicemente quello che noi facciamo con essa. La tecnologia è un sistema di creazioni che si autorafforza, il cui unico obiettivo è perpetrare sé stesso, arrivando a un livello tale di complessità da raggiungere una sorta di indipendenza”.

Farci ha il pregio indubbio dare seguito al ragionamento su alcuni dei problemi che solleva Scrofani, e il difetto di considerarli tutti come determinati interamente dalla tecnologia che utilizziamo. Ancora una volta, troviamo il rovesciamento dell’ipotesi contro cui si scagliava McLuhan: anziché pensare che conti soltanto il messaggio, anche Farci è convinto che conti soltanto il mezzo. Introduce così due elementi che svelano il gioco che sta facendo.

Il primo, è quello di mettere sullo stesso piano una serie di nemici immaginari, così da non doversene occupare nel resto dell’articolo: “la Rete, il cyberbullismo, il giornalismo di costume, i milioni di utenti che hanno riso, condiviso e contribuito a trasformare il suo video in un tormentone, la società patriarcale (quello non manca mai)”. Fin qui tutto bene, a parte l’accento posto a marcare “la società patriarcale”. Il secondo elemento ci permette di illuminare questo accento. Leggiamo il brano:

Tiziana voleva essere pubblicamente visibile, ma non aveva avuto modo di prevedere i gap contestuali che avrebbero portato i suoi contenuti in spazi e contesti talmente lontani da rendere quei contenuti stessi completamente svincolati dalla storia dei suoi autori, dalle loro intenzionalità. Per questo, condannare le persone che hanno visto, condiviso, parodiato il video di Tiziana è quantomeno ridicolo”.

Insomma, contrariamente a quanto afferma in precedenza, cioè che “trovare vittime e colpevoli è un lavoro che spetta alla magistratura”, Farci ammette tacitamente due cose: la prima è che Tiziana Cantone ha avuto una responsabilità indubbia nella diffusione del filmato (e che Farci lo pensi è evidenziato dal lapsus – emotivo anche quello? – col quale afferma senza tema di smentita che “Tiziana voleva essere pubblicamente visibile”); la seconda è che un’ottica femminista non è in alcun modo in grado di offrire analisi pertinenti e soluzioni efficaci. Il tutto mentre, altrettanto tacitamente, per tutto l’articolo individua di fatto nella Rete (o meglio, in “quello stato di connessione che costituisce esperienza di vita quotidiana per ognuno di noi”) il Nemico da combattere, nell’ambiguità di una trattazione che lo vorrebbe responsabile di ciò di cui le dinamiche de-soggettivate non possono farsi carico e, allo stesso tempo, campo di conflitto nel quale dare battaglia.

Il Regno e la Gloria

A partire dalle considerazioni dello stesso Farci, vale la pena notare come le cose non stiano esattamente come ha dato per scontato: perché considerare la frammentazione, la gerarchizzazione e la molteplicità dello spazio discorsivo specialmente nell’era dell’interconnessione perenne, implica anche farsi un’idea della mappatura del discorso pubblico.

Se siamo disposti, con Farci, ad ammettere che “il significato di qualsiasi segno scritto non dipende mai dall’intenzionalità del suo autore” ed è “proiettato in un orizzonte aperto di continua risignificazione”, varrà la pena considerare che non esiste una verità sulla diffusione dei video di Tiziana Cantone, e che forse – stando almeno alla testimonianza della madre – la ragazza non era così tanto in cerca di visibilità quanto Farci sembra suggerire. Ma non si tratta nemmeno di ripartire ragioni e torti in vista di una ricostruzione di quella verità che probabilmente ci è inaccessibile. Continuiamo a giocare invece nel campo di interazione tra strutture e soggetti.

Il problema delle visioni della Rete (con la R maiuscola per il potere che le si attribuisce) fin qui esposte, se pure il giudizio su Scrofani va certamente ammorbidito rispetto agli altri due casi, è che le si attribuiscono delle caratteristiche di pervasività, liquidità e adattabilità inaffrontabili, mentre allo stesso tempo la si descrive come la verticalità di un Potere panottico a cui nulla sfugge e che tutto determina. Naturalmente, il Panopticon descritto da Foucault è un’altra cosa: è un dispositivo efficace tanto quanto disfunzionale, e produce delle resistenze. Per leggerle, però, bisogna non guardare più la macchina, ma le sue articolazioni interne o periferiche. Un po’ quello che suggerisce Carla Benedetti nel secondo capitolo del suo Disumane lettere mentre invita a oltrepassare la claustrofilia del pensiero novecentesco; o il rimprovero che Didi-Huberman rivolge a Pasolini e Agamben (rendendo giustizia a Foucault, contrariamente a Benedetti) quando li accusa, in Come le lucciole di essersi gettati fra le braccia di un pensiero apocalittico che non lascia intravedere alcuna forma di resistenza. “Un’inaccettabile equivalenza politica degli estremi”, la chiama Didi-Huberman, “immersi nello stesso orizzonte, nella stessa luce accecante del potere”. Varrà la pena notare che, ironia della sorte, lo stesso Derrida invocato da Farci ci avvertiva esattamente di questo problema nel 1983.

Micro-ontologie

Cosa sia l’arte e cosa sia la satira sembrano domande apparentemente distanti: ma la struttura di discorso che le tiene in piedi è la stessa, almeno nel dibattito pubblico italiano (e non solo) attuale. In un’idea universalistica in cui tutto si equivale e può stare accanto al resto senza generare conflitto, si è creduto di poter rendere irrinunciabili tutte le manifestazioni del pensiero umano.

Naturalmente abbiamo sopravvalutato moltissimo la capacità del patrimonio culturale di parlare universalmente e di resistere al tempo e alla volontà di distruggerlo che talvolta riemerge nella storia; abbiamo pensato che il linguaggio sia neutro e che basti apprenderlo per eliminare i rapporti di forza che vi agiscono all’interno e all’esterno, rendendolo liscio e desiderabile. Il tutto mentre continuiamo a parlare delle Ur-Macchine nelle quali siamo incastrati, delle Strutture che ci dominano, del Sistema nel quale ci muoviamo, come di determinanti rispetto a qualsiasi aspetto della nostra vita, in cui il rapporto di forza è talmente smisurato da non essere affrontabile se non emendandolo alla fonte e dall’alto, o difendendosi individualmente e in forme di micro-resistenze che hanno la forma della sottrazione e della destituenza.

In apparenza i due discorsi si muovono in direzione opposta; il fatto interessante è che in realtà giungono alla stessa conclusione: è pressoché inutile mettere in discussione Il Sistema, o L’Opera D’Arte, o la Vignetta Satirica. Stanno lì per essere contemplati, nella luce abbacinante della Gloria. Quando è uscita la vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto di Amatrice sono rimasto molto stupito della resistenza che si faceva ad ammettere che, in perfetta armonia con la linea editoriale della rivista, la vignetta era di fatto espressione di un Nord Europa funzionante ed efficiente che parla dall’alto e dall’esterno contro un Sud Europa bifolco, arretrato, inefficiente e macchiettistico. Eppure la retorica della pasta al sugo e le fisionomie lombrosiane dei terremotati parlavano chiaro: a prescindere dalle intenzioni dell’autore, che non ha alcun senso giudicare, va valutato l’effetto del linguaggio di quella vignetta: un linguaggio coloniale, ben noto a chi dal Sud Italia è abituato a porre la questione meridionale.

Emendare internet non basta: bisogna collocarcisi dentro e contro, e individuare delle forme e delle pratiche di critica e di resistenza collettive e di parte.

Siccome sono convinto che il problema – radicale – stia nel linguaggio e nei codici (verbali e visivi) che portano inscritti i rapporti di forza che li producono e li riproducono, sono portato a chiedermi per quale motivo la vignetta di Charlie Hebdo sia considerata ingiudicabile (“è satira”), mentre il video di Tiziana Cantone rechi la testimonianza del suo essere un puttanone, di essere in cerca di visibilità o – nei casi migliori, come quelli di cui sopra – si cerchi in ogni maniera di capire cosa è andato storto, cosa ha generato la reazione collettiva, quali responsabilità ha la protagonista del filmato.

Poco male, direi: satura lanx – che è il probabile etimo di satira – era il piatto di primizie offerto agli dei, in cui l’offerta era variegata e differenziata. Questo non ci impedisce di collocarci all’interno del piatto per scegliere ciò che preferiamo, e se necessario criticare aspramente ciò che non ci piace, e buttarlo via. Bisognerà aggiungere però che non è soltanto una questione di offerta: ogni frutto della satira ha effetti performativi. Criticare Charlie Hebdo non significherà fargli un attentato e nemmeno censurarlo; confliggere, però, si può e si deve.

Esattamente come la cultura etero/patriarcale – che Farci vorrebbe mettere tra parentesi – riemerge confliggendo con qualsiasi manifestazione troppo esuberante di femminilità sessuata, di omosessualità pubblica, di transessualità ostentata. Esattamente come la cultura bianca e occidentale riemerge ogni volta che deve confliggere, sempre per riaffermare la propria posizione nel rapporto di forza, con persone di origini o provenienza extra-occidentali. Sono infatti convinto, con Scrofani, che il problema non si risolva inasprendo le pene, invocando la censura, chiedendo l’instaurazione di una struttura scintillante e ordinata – trappola di cristallo della trasparenza autoimprenditoriale all’epoca del capitalismo avanzato. Proprio perciò, però, bisognerà ribadire che emendare internet non basta: bisogna collocarcisi dentro e contro, e individuare delle forme e delle pratiche di critica e di resistenza collettive e di parte. Decostruire l’edificio del Regno e mettersi gli occhiali da sole di fronte alla luce della Gloria, scoprirvi le fratture e i confini che vi si producono all’interno; individuare gli interstizi micro-ontologici nei quali ci collochiamo e capire come rimetterli in connessione per ricostruire forme di vita comune e reti di solidarietà.

Non siamo fatti così

– Ma se questo accade, o accadrà, non crede che la colpa sia anche dei siciliani?
– Certamente: siamo fatti così, aspettiamo che il frutto ci cada in bocca, dall’albero, quand’è maturo.
– Ma, mi scusi, se siete fatti così, io non vedo cosa abbiate da guadagnare a far da soli.
– Non siamo fatti così – disse la ragazza. – È che ci piace far credere di noi le cose peggiori: come quelli che immaginano di avere tutte le malattie, e provano sollievo a parlarne.

Leonardo Sciascia, “Il mare colore del vino”, in Il mare colore del vino (Torino: Einaudi, 1973), p. 51

Nel dialogo che ho citato in esergo a questo paragrafo, tratto da un racconto di Leonardo Sciascia, ci sono tre persone che dialogano: un ingegnere vicentino, un maestro di scuola elementare di Nisima, paesino immaginario dell’entroterra siciliano, e una ragazza della stessa provenienza. L’oggetto del contendere è l’estrazione di petrolio a Gela, presso cui l’ingegnere Bianco è impiegato, e lo sfruttamento delle risorse del meridione da parte dell’Italia settentrionale. Mi pare che le tre posizioni riflettano bene i due poli del discorso pubblico sull’uso della rete e l’ipotesi di una soluzione che si sottrae dalla dicotomia: sono i settentrionali a sfruttare i siciliani impotenti o i siciliani sono per natura portati alla sottomissione e perciò collaborano al dominio?

La ragazza, Dina, entra a gamba tesa nel dibattito tra i due maschi eterosessuali: i siciliani non sono fatti così, sono posti in una condizione di subalternità che hanno introiettato. L’affermazione è particolarmente forte nel contesto del racconto, se si considera che Dina è una ragazza che porta un vestito castigato per via del voto che la madre ha fatto a San Calogero, nonostante affermi, parlando con l’ingegnere: “Lei sta pensando che sono gretta anch’io, all’antica; e poi vestita così… […] A me la vita piace: mi piacciono le belle cose, i bei vestiti… E mi piacerebbe darmi il rosso alle labbra, e provare a fumare”.

Per gli standard del momento storico in cui vive Sciascia, già questo desiderio di Dina è identificabile come “il desiderio di una puttana” – anche se bisogna notare che, con qualche modifica, certi interdetti valgono ancora per la donna occidentale odierna (il rossetto continua a essere, quando particolarmente acceso, un “rossetto da puttana”). Ciò che è particolarmente interessante nel racconto di Sciascia è che l’intervento tranchant di Dina produce un’identificazione col personaggio su due livelli (subalternità da donna, subalternità da meridionale) che, allo stesso tempo, veicolano la soluzione al dilemma che non può essere vista dalla parte del potere. È l’apparizione di un soggetto imprevisto nella dialettica della competizione maschile a portare alla luce il fatto che cambiare si può (e si deve) dal basso e tenendo conto sia dei problemi generati all’interno della propria comunità di riferimento, sia di quelli prodotti dallo stato di subalternità in cui si è sottoposte/i da un rapporto di forza.

Si tratta di spiazzare le posizioni consolidate e far emergere come il problema da risolvere non è cristallizzato nei soggetti che interagiscono, ma nel rapporto di forza che tra essi si produce e che li trasforma. Essere soggetto imprevisto significa rifiutare la ri-costruzione della maschilità, rifiutarsi di partecipare al banchetto del dominio maschile e collocarsi in uno spazio che non può essere quello, nuovamente gerarchizzato, della Donna Alpha, che consente sempre di creare una distinzione tra donne per bene e donne per male, o magari tra donne dominanti e “puttane dominate”. Bisogna collocarsi altrove e riscattare ciò che non trova posto nel discorso dominante.

carico il video...
C'è una lunga e onorata tradizione nella comunità gay che ci è stata molto utile per tantissimo tempo. Quando qualcuno ti rivolge un insulto... Te lo tieni e lo fai tuo”. Mark Ashton e Jonathan Blake in Pride, regia di Matthew Warchus, 2014.

Fiere di essere puttane

Nessun maschio eterosessuale verrà mai chiamato puttanone per aver girato un video mentre si fa fare un pompino, e la prova è nel fatto che è ancora in vita quello a cui Tiziana lo faceva nel famoso video. Sapete cosa bisogna fare per far ammazzare i ragazzi? Dargli dei froci, anche e soprattutto quando non lo sono, o magari dire che “vanno coi trans” (a proposito, siete proprio sicure/i che quell* che definite al maschile si considerino uomini, e non donne? O che il loro genere sia nettamente definito e rientri nella binarietà uomo/donna cui siamo abituati/e?).

La questione, naturalmente, non è quanto sia lecito ironizzare: il problema sta nel contenuto dell’ironia e nel rapporto che la battuta stabilisce con l’oggetto dell’ironia. Ma c’è un’intera cultura (che persiste e struttura anche il mezzo d’informazione) a reggere il rapporto di forza. È una cultura che mette al primo posto la dimensione di coppia dichiarando il fallimento e la colpa di tutte/i coloro che non vi stanno dentro, e come unica alternativa propone “l’essere single”, sorta di stato nomadico perenne nel quale tutto è concesso sebbene non si sia raggiunta la piena realizzazione di sé nella coppia amorosa – a meno che, badiamo bene, non si sia donne: in quel caso “essere single” ed “essere puttana” sono due condizioni pericolosamente vicine. Una cultura in cui l’amore funziona esattamente come un dispositivo di governo che favorisce sempre la fedeltà a qualunque costo, in cui è evidente il forte scollegamento fra le narrazioni di relazioni onnicomprensive, totalizzanti ed armoniche ed un imperativo sociale alla massimalizzazione del capitale emotivo.

via.

Quello che si può fare, senza la pretesa di cambiare interamente una cultura intera con un colpo di spugna, è lavorare per creare le condizioni in cui non si debba affrontare individualmente la vergogna e l’umiliazione, in cui il sesso non venga visto come monopolio maschile (etero e omo) o come fatto di cui vergognarsi non appena sorga il minimo sospetto di devianza.

Si può e si deve sottolineare e difendere il ruolo dei centri anti-violenza come luoghi di incontro e di solidarietà. Si può e si deve sperimentare in prima persona o almeno cercare di comprendere che forme di relazione si possono instaurare al di là e al di fuori della coppia monogamica. Si può e si deve dirsi fiere di essere puttane, tenendo conto che l’insulto è più largo di ciò che letteralmente designerebbe, che una lunga e onorata tradizione delle lotte di liberazione omosessuale ci insegna a prenderci gli insulti e a farli nostri – collettivamente. Proprio perché la Macchina è enorme e ci contiene tutte/i, non basta additarla e non basta salvarsi in solitudine. E se il mare è color del vino, è inutile provare a recuperare il bicchiere: tanto vale nuotarci.

Enrico Gullo
Nasce a Palermo nel 1990, studia storia dell'arte a Pisa e come tutti i comunisti dei centri sociali è fuori corso. Da grande non vuole fare niente, che già vivere gli fa fatica.

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