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Trecento anni fa il Monte Bianco veniva chiamato "il monte maledetto": adesso ci girano un reality per Rai 2. Intanto, l'Everest si è riempito di rifiuti ed escrementi dei turisti-scalatori. Che fine ha fatto il "rispetto per la montagna"?

Fino al 1865, quando l’allora governatore inglese dell’India Andrew Scott Waugh le conferì il nome del suo predecessore, il cartografo George Everest, la montagna più alta del pianeta era conosciuta dalle popolazioni alle sue pendici come Chomolungma e Sagaramāthā. Che si sappia nessuno aveva mai tentato di scalarla, per nepalesi e tibetani era un luogo abitato da spiriti da tenere a debita distanza. E poi a che scopo? A quelle quote non cresce nulla, non è posto per l’uomo né per la vita in generale. Per cinquanta milioni di anni, dopo lo scontro tra la placca indiana e quella eurasiatica da cui proruppero le catene dell’Himalaya e del Karakoram (ovvero tutte le 109 montagne sopra i 7000 metri al mondo), l’Everest ha vissuto quindi in condizioni di splendido isolamento. Semplicemente era lì, al centro del massiccio del Mahalangur Himal.

Per uomini provenienti da tutt’altra cultura e imbevuti d’ideali tardo-vittoriani come il gallese George Mallory, che l’Everest “fosse lì” era esattamente la ragione per cui non poteva non essere aggiunto al tesoro spirituale (e coloniale) dell’Impero Britannico. Nel 1924, al terzo tentativo in tre estati, Mallory fu avvistato per l’ultima volta a soli settanta metri dalla cima. La raggiunse? Non lo sapremo forse mai1: né lui né il suo compagno di ascesa Andrew Irvine fecero ritorno.

Ci vollero altri ventinove anni prima che un essere umano potesse finalmente apprezzare il panorama dal tetto del mondo e tornare a quote ragionevoli per descriverlo: i primi a riuscirci furono il neozelandese Edmund Hillary e lo sherpa Tenzing Norgay il 29 maggio 1953. Per i successivi tre decenni l’Everest è stato habitat d’elezione di una ristretta élite formata dai migliori scalatori al mondo, il teatro di alcune delle loro più celebri gesta inclusa forse la più notevole di sempre: la prima salita in solitario e senza bombole di ossigeno portata a termine da Reinhold Messner nel 1980. Nelle intenzioni del sudtirolese doveva essere un’affermazione del più autentico spirito dell’alpinismo tradizionale, si rivelò invece uno dei capitoli conclusivi del Rinascimento alpinistico.

Hillary e Norgay sulla cima dell'Everest.

Una volta che l’impresa fu replicata da altri negli anni successivi, l’Everest smise di rappresentare LA sfida per creature ossessionate dal concetto di limite quali gli scalatori professionisti. Questo non significava però che la montagna non avesse altre opportunità da offrirgli. Per esempio: guadagnare belle cifre accompagnando in vetta clienti facoltosi. Nacquero in questo modo i primi consorzi di guide che promettevano di portare in cima al mondo quasi chiunque fosse in condizioni fisiche ragionevolmente buone e avesse una cifra tra i 50 e gli 80mila dollari da spendere.

Che le cose non stessero proprio così divenne chiaro nella notte tra il 10 e l’11 maggio 1996. Per una sfortunata combinazione di errori umani e difficili condizioni atmosferiche, nel giro di poche ore cinque persone (tre guide e due dei loro clienti) morirono sul versante sud della montagna, tra la vetta e il Campo 4. Raccontati in modo un po’ approssimativo nel recente film Everest e più approfonditamente in alcuni libri, tra cui Aria sottile di Jon Krakauer, i tragici eventi del 1996 non rallentarono comunque la colonizzazione turistica dell’Everest. E non sembrano poterla frenare le morti di 16 sherpa nel 2014 o quelle di 19 alpinisti travolti da una valanga causata dal terremoto nel Nepal dello scorso 25 aprile: le due peggiori tragedie mai avvenute sulla montagna.

Oggi sull’Everest si celebrano matrimoni, si riceve un buon segnale 4G e nel 2012 è stato inviato il primo tweet dalla vetta, alla quale peraltro spesso si accede solo dopo aver fatto una robusta coda, tanto che, per rendere più rapido il via-vai, è stato proposto di installare una scala nell’ultimo tratto di salita tecnicamente impegnativo, l’Hillary Step, e basta andare al minuto quindici di questo video (sconsigliatissimo se soffrite di vertigini) per rendersi conto che esistono incroci di grandi città meno congestionati della sommità della montagna più alta del pianeta in un qualunque giorno di maggio.

Vista da sud del massiccio dell'Everest.

In cima all’Everest sono saliti un tredicenne, un ottantenne, diversi disabili e un cieco, peraltro l’unico a cui è stata risparmiata la vista di alcuni dei duecento cadaveri rimasti sulla montagna e della grande quantità di rifiuti lasciati nel corso degli anni: soprattutto bombole di ossigeno esaurite. In ultimo, a quanto pare, l’Everest ha un serio problema di cacche.

Per la cultura dei popoli adiacenti, la trasformazione dell’Everest in – tra le altre cose – un cesso pubblico, oltre a rappresentare un problema sanitario è considerata un sacrilegio, e le disgrazie che si ripetono a scadenza quasi annuale il tributo richiesto dalla montagna per lavare l’affronto. A suo modo è un’opinione riecheggiata anche da alcuni celebri scalatori, soltanto sostituendo alla superstizione l’ovvia constatazione che se ogni anno si conducono in un’habitat estremo centinaia di alpinisti non del tutto all’altezza, non c’è da stupirsi che una certa percentuale di essi non torni a casa. Lo stesso Hillary, finché era in vita, si era più volte apertamente espresso contro la commercializzazione dell’Everest: a suo parere una grave mancanza di rispetto per la montagna.

In tutt’altro contesto e per tutt’altre ragioni, la questione del “rispetto per la montagna” è di recente diventata un piccolo caso anche in Italia, dopo che Rai 2 ha annunciato che il suo nuovo reality Monte Bianco (la prima puntata è andata in onda ieri sera) sarebbe stato per l’appunto ambientato… sul Monte Bianco, dove la consueta manciata di Person più o meno Very Important (Arisa, Filippo Facci e Gianluca Zambrotta gli unici che abbia effettivamente sentito nominare) si sfiderà in una serie di prove alpinistiche, viatico alla “conquista” dei 4810 metri della cima più alta dell’Europa centromeridionale.

Hashtag: #montebianco.

Per aggiungere credibilità al tutto, la Rai ha coinvolto come conduttore e guida dei concorrenti Simone Moro, uno che ha scritto pagine importanti dell’himalaismo. Moro ha scalato quattro delle dieci cime più alte del mondo, aperto una nuova via su una delle più impegnative (Nanga Parbat), nonché tentato (Annapurna) e portato a termine (Makalu, Gasherbrum II e Shisha Pangma) delle rischiosissime ascese invernali di alcuni ottomila. Come numerosi altri scalatori è stato protagonista tanto di episodi eroici – nel 2001 salvò da solo la vita di un alpinista inglese sul Lhotse – quanto di controversi – nel 2013 sull’Everest una sua, pare, intemperanza scatenò una rissa con degli sherpa che per poco non finiva in linciaggio – nonché testimone di tragedie che hanno coinvolto colleghi con cui stava scalando – nel 1997, sull’Annapurna vide una valanga inghiottire Anatoli Boukreev, un forte alpinista russo suo caro amico, che peraltro si trovava sull’Everest come guida all’epoca dei fatti del 1996 e ne trasse un libro molto polemico con quello di Krakauer.

Nonostante un curriculum solidissimo, il coinvolgimento di Moro non è bastato a tenere Monte Bianco al riparo dalle critiche dei puristi, a cui evidentemente non va giù l’accostamento tra vippume e ghiacciai. Il CAI (Club Alpino Italiano) ha per esempio fatto sapere che il programma è l’ennesima dimostrazione che “si sta perdendo il buon senso e il rispetto per la montagna”.

La domanda da porsi, a questo punto, sembra essere: di cosa parliamo esattamente quando parliamo di “rispetto per la montagna”?

carico il video...
Cold di Cory Richards, un breve documentario sull'ascesa invernale del Gasherbrum II, a cui ha preso parte anche Simone Moro.

Tornato a Seattle da testimone oculare dei tragici eventi della spedizione sull’Everest del 1996, in uno degli ultimi capitoli di Aria Sottile, Jon Krakauer, a sua volta un discreto alpinista anche prima di quei fatti, scrisse:“[prima dell’Everest] accettavo il fatto che il pericolo fosse una componente essenziale del gioco – senza di esso, scalare non sarebbe molto diverso da centinaia di altre frivole diversioni. Era a suo modo eccitante sfiorare l’enigma della mortalità, gettare una fugace occhiata oltre la sua frontiera proibita. Ero fermamente convinto che scalare fosse un’attività magnifica, non a dispetto degli impliciti pericoli ma esattamente a causa di essi”.

C’è in effetti una schizofrenia di fondo nello scalare e nel rapporto estremo che questa attività si propone di instaurare con la montagna. Se da una parte ovviamente si spera che tutti tornino a casa sani e salvi, dall’altra è evidente che se raggiungere il punto più alto del pianeta non fosse molto diverso da una passeggiata, giusto un po’ più lunga e faticosa, dubito che così tante persone (incluso il sottoscritto) ne sarebbero tanto affascinate. Chiamatela “pulsione di morte” o come vi pare, ma se scalare un’ottomila non fosse anche estremamente pericoloso, credo se ne parlerebbe più o meno in questi termini: “Quindi ti sei fatto tutta la scarpinata fino in cima? Com’era?”. “Guarda: uno spiazzo. La vista poi? Noiosa. Te lo sconsiglio”.

La stessa onomastica d’alta quota, del resto, sembra fatta apposta per solleticare una fascinazione morbosa. La zona al di sopra degli 8000 metri, quella in cui l’aria è così rarefatta che arriva al cervello appena un 30% dell’ossigeno contenuto in un respiro al livello del mare, è per esempio chiamata “zona della morte”. Non che l’appellativo sia immeritato. In assenza di bombole, alla maggioranza delle persone a quell’altezza bastano pochi minuti per avere le prime allucinazioni, seguite da un generale stato di confusione, ipotermia e, infine, quasi sempre, morte – per una quantità di possibili cause che servirebbe un articolo a parte solo per elencarle tutte. Anche con una scorta di ossigeno a disposizione, è sufficiente un piccolo capriccio metereologico per abbassare drasticamente le probabilità di sopravvivenza. Eppure, “a dispetto” e anzi “esattamente a causa” delle terribili condizioni ambientali, migliaia di persone, in prevalenza turisti, ogni anno si affollano al Campo Base dell’Everest per affidare le loro vite a questa roulette dell’imponderabile. Per assaporare, in virtù di una congiura di venti gelidi, temperature di trenta gradi sotto zero, crepacci senza fondo, seracchi grandi come colline ecc, il brivido della loro piccolezza di esseri mortali.

Che altrimenti non ci fai caso.

La “scoperta” di questo brivido si può retrodatare a un’epoca precisa, il XVIII secolo. È infatti all’incirca in quel periodo che alcuni filosofi e poeti europei, in particolare inglesi e tedeschi, iniziano a interessarsi a un sentimento a cui danno un nome mutuato dai tomi degli alchimisti e da un trattato di retorica ed estetica latino all’epoca attribuito a Longino e oggi a un ignoto: il sublime.

Tra la fine del medioevo e fino a ben dentro il ‘700, pressoché nessuno degli arbiter del gusto europeo aveva mai preso in considerazione l’ipotesi che si potesse trovare della bellezza al di fuori dell’armonia del neoclassicismo in voga, della pacificata serenità di un paysage bucolico. Al punto che, a partire dalla fine del ‘500, migliaia di giovani istruiti si mettevano ogni anno in marcia dall’Europa del nord per ammirare le composte bellezze naturali e artistiche offerte dai dolci panorami mediterranei e dalle città d’arte italiane. Era il cosidetto Grand Tour, una tappa ritenuta fondamentale per formare la sensibilità estetica dei giovani aristocratici europei. Succedeva però che, per raggiungere l’Italia, queste anime belle dovevano attraversare le Alpi. Sulle prime le reazioni di fronte a quei colossi fatti di ghiaccio e roccia, gole e pareti, furono di orrore. E in fondo come biasimarli, dopotutto si trattava di giovani che, per forza di cose, dovevano aver letto i versi che il poeta John Donne aveva dedicato alle montagne a inizio ‘600: 

Are these but warts, and pock-holes in the face
Of th’earth? Thinke so: But yet confesse, in this
The worlds proportion disfigured is

Col tempo, tuttavia, qualcuno di loro iniziò ad accorgersi che, pur non rispettando alcun canone, quel panorama smisurato, eccessivo e intimorente induceva nello spettatore uno stato fortemente contemplativo, una contemplazione inquieta e certo molto diversa da quella provocata dalla vista di Firenze da una collina. Una sensazione non del tutto piacevole, e indissolubilmente legata alla sottile percezione della propria fragilità di fronte alla natura sconfinata. Una sensazione catturata, già nel 1690, dal drammaturgo inglese John Dennis al ritorno da una traversata delle Alpi: “La vista di tutto ciò ha prodotto in me un piacevole orrore, una gioia terribile e nello stesso momento in cui ero infinitamente appagato, tremavo”.

Un secolo esatto più tardi, Kant avrebbe sistematizzato l’emozione provata da John Dennis, definendo quello prodotto dalle manifestazioni soverchianti della natura, un “piacere negativo”, poiché se per un verso ci atterrisce rammentandoci la nostra finitudine, per l’altro ci fa realizzare che siamo entità abbastanza ricche di intelletto e immaginazione da poter contemplare un simile spettacolo, da contenere tali sensazioni (la faccenda è ovviamente più complessa di così ma questo è un po’ il succo). Forse ancora più interessante, almeno per il discorso di questo articolo, è l’analisi del sublime che, qualche anno prima di Kant, nel 1756, aveva condotto il filosofo irlandese Edmund Burke. Sia perché la sua riflessione fa ancora più esplicito riferimento alle montagne, sia perché, a suo giudizio, a differenza dell’emozione prodotta dalla bellezza canonica, che muove l’animo da uno stato di neutralità a uno stato di piacere, quella prodotta dal sublime è una sensazione che, facendo leva sulla nostra percezione di essere mortali, ci muove da uno stato d’inquietudine verso uno di neutralità. In pratica, secondo Burke (anche qui la sto facendo molto breve e molto semplice), l’emozione del sublime nasce dal confortante sollievo di avere visto qualcosa di terribile e di essere sopravvissuti alla sua vista 2.  Dato tutto questo, Burke scriveva: “le passioni più affini alla conservazione dell’individuo sono le passioni più forti e perciò il sublime è l’emozione più forte che la mente umana è in grado di esprimere”.

Albert Bierstadt, Storm in the Mountains, 1870.

Non è probabilmente un caso che mentre filosofi, poeti e pittori definivano il concetto di sublime, “scoprendo” una nuova emozione che avrebbe esercitato un’enorme influenza sulla cultura occidentale a partire dal Romanticismo, proprio sul #montebianco cominciava la storia dell’alpinismo moderno, con il primo arrivo in vetta, l’8 agosto 1786, di Jacques Balmat e Michel Gabriel Paccard, un cercatore di cristalli e un botanico di Chamonix. Il sublime giocò infatti un ruolo decisivo nel processo di rivalutazione estetica, culturale e scientifica delle montagne, aprì la strada a un modo diverso di guardarle e alla curiosità nei loro confronti. In definitiva gettò le basi del sentimento eroico da cui nacque l’impulso a scalarle. Le montagne smisero di essere i “brufoli sul volto della terra” di cui scriveva John Donne e diventarono simboli della trascendenza dell’uomo rispetto ai suoi limiti. A chi gli chiedeva perché voleva scalare l’Everest, George Mallory rispondeva: “Se non riuscite a capire che c’è qualcosa nell’uomo che risponde alla sfida di questa montagna e le va incontro, che la sofferenza di scalarla è la sofferenza della vita stessa nel suo progredire costante, allora non capirete mai perché voglio scalarla”.

Trecento anni fa le popolazioni che vivevano ai piedi del Monte Bianco lo chiamavano Mont Maudit (tuttora il nome di una delle vette del massiccio). Nel loro immaginario era abitato da mostri e demoni e a nessuno sarebbe mai venuto in mente di scalarlo, allo stesso modo in cui il Sagaramāthā era dimora di spiriti per i nepalesi e a nessuno sherpa, prima dell’arrivo di occidentali pregni di romanticismo, era mai passato per la testa di salirci. Trecento anni dopo sul Monte Bianco girano un reality, sull’Everest si fa troppa cacca e la nostra idea di sublime è stata allargata a dismisura da quello che abbiamo nel frattempo imparato sull’Universo. Infine, forse proprio perché abbiamo scoperto una vastità infinitamente più vasta rispetto alla quale le montagne hanno smesso di incuterci la deferenza di un tempo, ci siamo messi un po’ ipocritamente a discutere di “rispetto per la montagna”.

Ed eppure ancora non ci è chiaro che quando parliamo di “rispetto per la montagna”, non è del rispetto per enormi ammassi di materia inorganica formati milioni di anni fa che stiamo parlando, ma soprattutto di quello per le vite, le storie e le idee che altri uomini come noi, soltanto venuti prima di noi, hanno vissuto, scritto e pensato sui loro pendii. E che se quel rispetto lo perdiamo, lo stiamo prima di tutto perdendo per una parte della nostra cultura. E, ma questa è un’opinione molto personale, lo perdiamo ogni volta che siamo così tracotanti da pensare seriamente che, nel raggio di miliardi di chilometri, il nostro rispetto faccia la minima differenza per qualunque cosa all’infuori della nostra specie. In fondo se fossi un agglomerato di roccia e ghiaccio di quasi novemila metri che esiste da 50 milioni di anni, la sola cosa che mi preoccuperebbe davvero è che un giorno molto lontano il sole sarà così caldo da livellarmi al suolo, se non ci avrà già pensato prima un cataclisma geologico. Parafrasando una celebre punchline di George Carlin: “The Everest is fine, the people are fucked“.

Sublime, circa 2015.

(1) Il corpo di Mallory è stato infatti ritrovato, in buone condizioni, nel 1999 insieme a tutta la sua attrezzatura. Il fatto che tra i suoi effetti personali non ci fosse la fotografia della sua compagna, che aveva promesso di lasciare sulla cima, ha sollevato l’ipotesi che effettivamente Mallory ed Irvine fossero riusciti ad arrivarci. L’unico modo per chiarirlo sarebbe ritrovare anche il corpo di Irvine che aveva con sé una Kodak allo scopo di immortalare l’arrivo in vetta, e la cui pellicola secondo gli esperti sarebbe potenzialmente ancora sviluppabile dato il freddo.

(2) Che è una definizione interessante perché personalmente mi ricorda le parole, in merito a quell’esperienza, che mi ha detto l’unica persone che abbia scalato un ottomila che abbia conosciuto, peraltro a loro volta molto simili a quelle che uno dei partecipanti alla spedizione del 1996 ha scritto in una lettera a Jon Krakauer, il quale le riporta alla fine di Aria Sottile: “L’Everest è stata la peggiore esperienza della mia vita. Ma ormai è alle spalle. Ora è ora. Mi concentro sulle cose positive. Ho imparato delle cose importanti sulla vita, gli altri e me stesso. Sento di avere una prospettiva più chiara sull’esistenza. Vedo delle cose oggi che non avevo mai notato prima”.

Cesare Alemanni
Cesare Alemanni è caporedattore di Prismo e direttore creativo di Berlin Quarterly, una rivista di narrativa in lingua inglese che ha co-fondato a Berlino, dove risiede attualmente.

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