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Alcuni dipendenti di Facebook hanno proposto di usare il social network per fermare Donald Trump. Potrebbe davvero succedere?

Ogni settimana i dipendenti di Facebook rispondono a un sondaggio interno con cui decidono che domande porre alla dirigenza. Il 4 marzo scorso, secondo delle fonti pubblicate da Gizmodo, in un gruppo Facebook privato e popolato da dipendenti dell’azienda, è apparso un quesito: “What responsibility does Facebook have to help prevent President Trump in 2017?”. A stupire – e preoccupare – non è l’interesse nei confronti della politica dei partecipanti quanto il riferimento alla possibilità concreta che Facebook possa condizionare le elezioni USA.

Se state pensando “Odiamo tutti Donald Trump, speriamo Facebook faccia qualcosa per fermarlo!!!”, chiedo a voi di fermarvi un istante per considerare il grado distopico dello scenario in questione: Facebook, un’azienda privata in possesso dei dati personali di 1,3 miliardi di utenti, scende in campo rimanendo ferma, limitandosi ad azionare manovelle e filtri algoritmici per influenzare l’esito di un’elezione. Puf, il Candidato X perde, il Candidato Y vince. Siamo oltre l’orwelliano, in uno scenario preoccupante e possibile. Ed è questo il punto: potrebbe davvero succedere?

Pochi giorni prima dello scoop di Gizmodo, il 12 e 13 aprile, Facebook ha tenuto la sua conferenza annuale, “F8”, al Fort Mason Center di San Francisco. È una prassi dei titani della Silicon Valley – Google ha Google I/O, Apple ha le sue note liturgie pubbliche – quella di radunarsi e ripetersi che stanno rendendo il mondo “un posto migliore”.

Da “Silicon Valley” / HBO.

Il momento forte è stato il keynote di Mark Zuckerberg, fondatore e CEO dell’azienda, che ha scelto un taglio più sociopolitico del solito, tessendo le lodi della connettività (“Noi vogliamo connettere tutti, per il libero scambio di idee e persone”), criticando i muri e chi li vuole alzare (“comincio a vedere persone e nazioni chiudersi, sento voci spaventate parlare di muri…”). In effetti, i muri sono tornati di moda: li vediamo rialzarsi in Europa mentre gli USA sono alle prese con “The Wall” al confine con il Messico proposto da Donald Trump. Quel riferimento indiretto ai muri è diventato “un attacco a Trump” in molti siti di news: passano pochi giorni ed ecco lo scoop di Gizmodo sui moti interni anti-Trump. Non rimane che rispondere alla domanda: quali sono le armi oggi a disposizione del social network per manipolare un’elezione, se solo volesse farlo?

1. Il pubblico, lelettorato:
1,3 miliardi di utenti attivi su Facebook, a cui vanno aggiunti quelli relativi a servizi di sua proprietà come Messenger e Whatsapp. Più di un sesto della popolazione mondiale è su Facebook e i politici lo sanno, fanno campagna elettorale sul sito dal 2008, anno della “Facebook election” di Barack Obama. Qui in Italia, Matteo Renzi ha da poco inaugurato #matteorisponde, un botta e risposta live con il pubblico, mentre Matteo Salvini pubblica status in cui si lamenta di questi brutti tempi, signora mia, che bello sarebbe se fossimo tutti bianchi e ricchi. Facebook è già oggi uno strumento di comunicazione politica, proprio come Twitter.

Più di un miliardo di persone ci passano molto tempo, tornano più volte al giorno; per molte persone, specie nei paesi in via di sviluppo, Facebook coincide con internet.

Queste persone sono anche elettori su cui Facebook ha un ascendente considerevole, come ha dimostrato nel 2012, quando ha “spinto” la popolazione americana a votare creando il badge “Io ho votato”. Condivisibile e visibile da tutti: peer pressure gratuita.

Quel giorno Facebook voleva davvero che tutti andassero a votare, così mise mano al suo news feed, influenzando un minimo (ma comunque considerevolmente) la popolazione e portando alle urne un certo numero di persone (stimato attorno alle 340 mila) in più. E abbiamo appena cominciato.

2. Linfluenza sullinformazione:
Un altro ingrediente essenziale per mandare all’aria un’elezione è il controllo dell’informazione: la propaganda (settore in cui il social network non può offrire molto) e l’agenda setting, ovvero la scelta degli argomenti e della loro gerarchia, ovvero, in casi estremi, la censura degli stessi. Non fate quella faccia: il nostro è uno scenario.
Negli ultimi anni Facebook è diventato la prima fonte di visitatori per quasi qualsiasi sito di informazione online (lo è anche per Prismo). Dopo qualche anno di pacchia gratuita, il sito ha chiuso i rubinetti, limitando gradualmente la visibilità dei post. Un bel problema, direte. Per fortuna c’è una soluzione semplice: pagare. Lo chiamano “boost” ed è un concetto lineare e perverso allo stesso tempo: paga e sarai visto, avrai iscritti alla pagina e visitatori. Facebook sta all’informazione come un grizzly affamato sta a un cucciolo di labrador: è preferibile che il secondo faccia qualcosa di buono per il primo se vuole sopravvivere, e non è chiaro quanto a lungo l’appetito del grizzly sarà compatibile con la sopravvivenza del cucciolo. Al piccolo, comunque, conviene fare il bravo.

La morsa di Facebook è stretta ma allentabile: una testata può pagare per il suddetto boost alla propria pagina; oppure convertirsi ai video, mercato caro al social network, confidando di essere premiata dall’algoritmo ed essere vista da più utenti possibili; per lo stesso motivo può provare anche gli Instant Articles, articoli che non rimandano a un sito esterno, rimanendo nell’ambiente di Facebook (li avrete visti, sono quelli contrassegnati nel news feed da un fulmine stilizzato in alto a destra). Questo complicato insieme di doveri nei confronti del social network traccia i contorni di un matrimonio disfunzionale: l’informazione è già oggi pesantemente influenzata da Facebook; non lo è sulla scelta dei temi (anche se… ne parliamo al punto 4) quanto sui metodi. Facebook è una piattaforma e, come spiegato da John Hermann nella sua rubrica “The Content Wars” su The Awl, assorbe tutto, impone regole e nuove consuetudini, plasma il piano editoriale delle testate – dal New York Times in giù – influenzando l’agenda setting. Questo non è uno “scenario”: è lo stato odierno delle cose.

3. Le emozioni:
Il popolo non si controlla solo con i quotidiani: serve andare nel profondo, capirne le paure e le speranze, per dirottarle verso l’obiettivo. L’aspetto emotivo della politica è quindi importante (Obama ci piace anche e soprattutto perché è un tipo figo con cui ci berremmo una birra in allegria. Poi viene la riforma sanitaria).

Anche se “Mark Zuckerberg” è l’ultima delle sequenze di lettere che assoceremmo al concetto di “emozioni”, il suo social network ha funzionato da spugna emotiva per molti anni, ascoltando e osservando miliardi di status e thread, basandosi su analisi dei big data sempre più accorte e certosine. Il motivo di questo ascolto è lontano dal mero voyeurismo e rappresenta un modello di business che fa della conoscenza profonda degli utenti il proprio punto di forza economico. Quelle faccine emotive che sono comparse recentemente vicino al tasto “mi piace” permettono agli utenti di declinare precisamente le proprie reazioni – e a Facebook di prendere nota di tutto, arrivando preparato davanti agli inserzionisti.

Il controllo delle emozioni umane è un sogno distopico caro alla politica: il controllo delle masse, la fascistizzazione del tempo libero, l’antico “panem et circenses”… Tutti tentativi di politicizzare le reazioni emotive, strumentalizzandole. Facebook non ha mai provato nulla di tutto questo – sia chiaro, il nostro è un discorso che tende al distopico per piacere morboso – ma nel 2014 ha reso pubblico un “esperimento” su 689.000 ignari utenti per dimostrare come i diversi tipi di aggiornamenti a loro disposizione influenzassero il loro comportamento sul social network. I risultati dell’esperimento, condotto nel 2012, sono finiti in un paper (dal caldo titolo “Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks”) e hanno dimostrato, per esempio, come una persona a cui vengano nascosti status allegri e felici, sia portata a pubblicare contenuti più tristi.

La rivelazione ha suscitato scandalo e costretto Facebook a chiedere scusa al mondo, promettendo di seguire nuove linee guida più etiche. Ma non è questo il nostro punto, perché l’esperimento è riuscito e Facebook ha imparato alcune cose sulla manipolazione (POSSIBILE!) dei sentimenti di 1,3 miliardi di persone.

Fatemi controllare il titolo Facebook in borsa… toh, è positivo.

4. The finger on the button: √
Il punto 4 è in realtà un corollario del precedente ma merita una stanza tutta per sé. Da tempo Facebook mostra ai suoi utenti una lista di “trending topics” (TT) – gli argomenti caldi –, funzionalità mutuata da Twitter. Ammettendo la differenza di pubblico dei due social network (uno cazzone e generalista, l’altro più di nicchia, specializzato e noioso), le differenze tra le liste di TT dei due siti è comunque sorprendente: mentre Twitter si concentra su breaking news e sul costante commento di quel che succede in un dato momento, Facebook sposa una visione del tempo più elastica e liquida, pensata per un pubblico non avvezzo alle hard news e, ancora, alle esigenze dei pubblicitari. Come riassunto dal sito Re/Code:

“Gli inserzionisti pubblicitari vogliono raggiungere più persone possibile ma esigono anche efficienza, quindi raggiungere quelle persone nel minor tempo possibile. […] Una volta trovato un nuovo trending topic, questo viene approvato da un essere umano, che scrive una breve descrizione della storia.”

Non solo: i TT di Facebook sembrano puntare su notizie “leggere”, divertenti o bizzarre; cercano una qualche forma di distrazione per lasciare spazio alle cronache più serie solo in casi davvero gravi.

I TT sono “la prima pagina di Facebook” e ne rappresentano al meglio la linea editoriale, che potremmo riassumere così: “parliamo di qualsiasi cosa ma piano con le notizie vere e pesanti perché influenzano l’umore degli utenti” (v. punto precedente). Ciò rappresenta un altro circolo vizioso per i siti di news, spinti ad adattarsi agli argomenti di tendenza, puntando su questo pezzo invece di quell’altro.

The finger on the button, quindi: l’agenda setting, già manipolata nei modi descritti poco sopra, viene qui riassunta in una breve lista di cose che funzionano e cose che non. D’altro canto, Google ha superpoteri simili: come raccontato da Politico, sarebbe in grado di “spostare le preferenze di voto dal 20% in su, fino all’80% in alcuni settori demografici”, secondo lo psicologo Robert Epstein.

Facebook potrebbe quindi usare la manipolazione informativa ed emotiva per deviare il traffico – e la conversazione – verso un candidato preciso. Volendo premere sull’acceleratore distopico, il sito potrebbe bannare un politico a sua scelta inventandosi una qualche scusa. Forse non la passerebbe liscia ma, ehi, è la politica. E voi che vi sentivate machiavellici a guardare House of Cards.

Con i primi quattro punti abbiamo cercato di capire quanto lo scenario sia possibile, trovando risposta piuttosto sconfortanti. Rimane una domanda laterale, ma piuttosto importante: perché Facebook dovrebbe farlo?

5. Unidea di futuro lontana da quella promossa dalla politica:
Commentando l’intervento di Zuckerberg all’evento F8, in molti hanno notato il sottotesto politico del suo keynote. Il quale, peraltro, conteneva la roadmap dell’azienda per i prossimi dieci anni: il famoso piano decennale. Come ha scritto lo studioso di nuovi media Evgeny Morozov, i titani della Valley hanno accumulato tanto potere e tanta influenza da essere non meno importanti di un leader politico. La democrazia, spiega Morozov citando Habermas, sta vivendo una “crisi di legittimazione”, termine che descrive “la dissonanza tra i dichiarati obiettivi delle nostre istituzioni politiche […] e la cruda realtà politica d’oggi”.

I rapporti tra questi giganti e le istituzioni democratiche sono sempre più tesi: se da una parte Barack Obama è ben lieto di accogliere Google, Facebook e Apple per parlare di innovazione, la Valley è solita usare meno cortesie con il Presidente: solo recentemente Apple ha duramente attaccato l’amministrazione USA, che voleva una “chiave” per sbloccare gli iPhone, ricevendo il subitaneo appoggio di Facebook e Google. Tre competitor abituati a farsi a pezzi nel mercato, uniti da un “nemico comune”: il Presidente e il Congresso. Ne è nata una discussione mondiale dalla quale Apple è uscita (anche a ragione) come paladina della privacy e il governo USA come un Grande Fratello odioso e anche piuttosto incapace, visto che non riesce nemmeno a sbloccare un iPhone.

La Silicon Valley vuole un mondo diverso. Migliore, a suo dire. Uno dei suoi esponenti vuole spaccare la California in sei stati, Google si lamenta delle lungaggini burocratiche statunitensi e va a sperimentare con i suoi palloni geo-stazionali in Australia, Brasile e Nuova Zelanda, mentre Facebook punta ai paesi in via di sviluppo per i suoi aeroplani a energia solare. Questi colossi privati sono potenti e hanno necessità precise: sono pro-immigrazione e adorano il libero mercato, adorano il copyright libero (MA NON TOCCATE I LORO BREVETTI PER AMOR-DI-DDIO) e hanno un programma chiaro per il loro futuro; miliardi di persone e posti di lavoro dipendono – almeno in parte – dai servizi da loro concessi. Chiamiamolo soft power.

Oltre a mezzi tecnici dall’enorme potenziale elettorale, Facebook e Google hanno un’immagine cool e positiva: sono tutti posti con sedi bellissime piene di persone che lavorano al futuro guadagnando un sacco di soldi. Sono organizzazioni rispettate, invidiate, sorridenti. Una categoria che invece non gode della stessa stima generale? I politici.

Nella nostra ucronia, Facebook avrebbe quindi buone ragioni per manovrare un’elezione: qualora il lobbying (materia in cui le aziende citate fanno già molto) non funzionasse, il sito potrebbe muovere un pulsante e piegare lo spazio-tempo della politica a suo favore. Facebook non lo farà mai ma sappiamo che potrebbe farlo – e questo è già abbastanza.

Cosa resta da fare quindi, a parte aspettare che quel brivido di terrore finisca di scorrervi lungo la schiena? Io dico di ascoltare il Grande Leader Mark Zuckerberg, che proprio durante l’F8 ha detto: “Serve coraggio per scegliere la speranza al posto della paura”.

Ok, Mark, se lo dici tu. ¯\_(ツ)_/¯

Pietro Minto
Caporedattore di Prismo, collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera e Rolling Stone. Ha una newsletter che si chiama Link Molto Belli.

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