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È tornata FKA twigs, con un EP estivo come al solito ottimo. Ritratto della dea Nut del panorama musicale contemporaneo.

Il 2015, come quello precedente del resto, è l’anno delle ragazze Barnett. Tahliah nell’emisfero boreale, Courtney in quello australe: non sono parenti, hanno quasi la stessa età, sono tutte e due timidissime e cercano di fare la loro cosa dando spallate a un mondo musicale pensato per lo più per soddisfare un’esperienza di godimento mediatico-culturale declinato al maschile. Fin qui i punti di contatto.

Ma dove la seconda imbraccia chitarre e canta della bolla immobiliare nella zona di Melbourne o si interroga sulla solitudine dell’artista sempre in tour, la seconda è un po’ più difficile da inquadrare.

FKA twigs, cioé Tahliah Barnett, è un personaggio curioso, nella doppia accezione del termine: oltre che “difficile da inquadrare”, è pure insolita. Stravagante, più dei colleghi ai quali attribuiamo questa etichetta da tempi non sospetti. Qualunque cosa faccia, dalle dichiarazioni pubbliche (poche) ai video che si dirige da sola, dalle canzoni alle lezioni di danza, incontra il favore del pubblico e della critica in maniera quasi istantanea e plebiscitaria. Riviste serissime come i-D, Wire o Interview la portano in palmo di mano, qualche volta la mettono in copertina. Allo stesso momento, le arrivano riconoscimenti pop(ular) come quello degli YouTube Music Awards. Il suo è un bel tilt che ispira gente che non ha proprio bisogno di modelli di riferimento (Riccardo Tisci per Givenchy) o è già di suo sufficientemente iconica (Rihanna).

Twigs la si ama e la si odia contemporaneamente, senza che sia possibile operare una distinzione precisa. Di diversi artisti è verissimo lo stesso: vengono in mente Tricky, i Death Grips, GG Allin, Kanye West...

Se la sua persona artistica avesse un profilo LinkedIn, tra i suoi skill & endorsement comparirebbero termini come “monumentale”, “enigmatica”, “misteriosa”, “Björkeggiante”, “avventurosa”, “disorientante” e altri aggettivi che se attribuiti ad altri musicisti e cantanti farebbero disegnare in terra una linea netta fra passione e disgusto, tra attrazione e repulsione. Di diversi artisti è verissimo quello che si dice: si amano o si odiano. Vengono in mente Tricky, i Death Grips, GG Allin, Kanye West… Personaggi incapaci di provocare una sana indifferenza.

Il caso di Twigs è diverso perché la si ama e la si odia contemporaneamente, senza che sia possibile operare una distinzione precisa. Questo perché manda nel cosmo, e a noi come ascoltatori, messaggi contraddittori ma in qualche modo complementari.

L’apparenza è quella di quasi qualsiasi collega della scena R’n’B, con abiti discinti, ammiccamenti, riferimenti a una sessualità esibita e spesso estrema. Eppure i temi dei suoi brani sono lontani dalla giocosità erotica di una Nicki Minaj o di una Beyoncé: Twigs provoca ma senza risparmiarsi dubbi, dà l’assillo al destinatario delle proprie accorate composizioni ma al tempo stesso si tormenta da sola.

La musica che presenta segue un analogo andamento oscillante, perché come prima di lei Debbie Harry, Siouxsie Sioux, Kate Bush, Grace Jones, la stessa Björk, Twigs assume la posizione in musica della dea egiziana Nut, quella che sostiene il peso delle stelle e ospita gli occhi di Horus, quella che fa un arco in cielo e si allunga sopra la terra di noi comuni mortali, i piedi che ballano nel mondo del pop, le mani che rimestano nel fango della sperimentazione.

Un ponte tracciato con una tale grazia e con una tale seducente scaltrezza che è difficile dire quanto di tutto questo sia progettato a tavolino e quanto sia semplicemente lo specchio dell’assimilazione culturale di una ventenne che dalla provincia inglese si ritrova a Londra Est in uno dei periodi più creativi nel mondo delle arti.

L’uscita ferragostana, a sorpresa, di un EP con cinque tracce che Twigs ha intitolato M3ll155x (“Melissa”, come il nome attribuito alla propria “energia femminile”, nelle parole della cantante), è un colpo di genio nella carriera che fin qui è già stata espressa ad altissimi livelli, a iniziare dalle collaborazioni: da Blood Orange a Clams Casino, da Arca (poi al servizio proprio di Björk) a Paul Epworth (il produttore ormai sinonimo di Adele).

carico il video...
Il video di accompagnamento dell'ultimo EP di FKA twigs.

Accompagnato da quindici minuti di video che coprono tutte le canzoni ivi contenute, il minialbum è – sia visivamente che musicalmente – il trionfo dell’estetica FKA-esca, esasperata rispetto a quella già manifestata in maniera comunque già chiarissima nell’album di esordio LP1.

Nel corto, la signorina fintamente incinta strappa stoffe colorate dal proprio grembo, fa da madrina a un mai totalmente scomparso culto del vogueing con tanto di sfilata/dance off notturna in una foresta, si trasforma in bambola porno (laddove nel video del vecchio singolo Pendulum si appendeva al soffitto avvinta in nodi bondage giapponesi).

Se cambia il vento, e nel caso di Twigs cambia spesso, l’uno o l’altro genere verrà sommerso a favore di uno degli altri, e la proposta dell’artista e produttrice sembra percorrere volutamente strade che confondono e seducono gli ascoltatori.

Alle immagini già di per sé esplicite corrispondono le parole dei brani, con l’escavazione dei temi sulle relazioni che erano stati già molto sollecitati nella sua discografia fino a questo momento. Dalle radici di M3ll155x fiorisce allora una personalità che è al tempo stesso più sfacciata e più insicura, una che potrebbe incrinarsi davanti a opinioni, decisioni, giudizi (“The slightest rip is a river that’s overflowing me”, canta in Figure 8), che esprime le proprie paure e confessa la propria inadeguatezza (“Am I dancing sexy yet?”, domanda in Glass & Patron) ma che continua a provocare (“I’m your doll, rough me up”, è una delle dichiarazioni più disturbanti e più interessanti dell’intero lavoro) anche con il meccanismo di usare l’intera gamma vocale a propria disposizione, senza più limitarsi ai coretti softcore che erano fin qui sinonimo della sua offerta canora.

Anche dal punto di vista musicale M3ll155x compie un grande passo in avanti rispetto a quanto ascoltato fino a oggi. Meno ingenuità e barra del timone produttivo un po’ più salda (meno gente dietro al banco del mixer o è Twigs che nel frattempo è diventata più dittatoriale?) per un suono che sta al crocevia umido dal quale emergono più o meno distinti il soul, il pop elettronico, il trip hop, l’R’n’B: se cambia il vento, e nel caso di Twigs cambia spesso, l’uno o l’altro genere verrà sommerso a favore di uno degli altri, e la proposta dell’artista e produttrice sembra percorrere volutamente queste strade che confondono e seducono gli ascoltatori.

Twigs immune alla sfiga dei Google Glass.

Quanto può continuare in questo modo miss Barnett numero due? La domanda presume un andamento di carriera prevedibile: conosciamo i rischi connessi a una professione che si svolge sotto lo scrutinio continuo di critici e pubblico, e ormai ci aspettiamo e prevediamo le cadute di altri artisti con un margine di accuratezza abbastanza spaventoso.

Nel caso di Twigs invece diventa difficile fare qualunque tipo di ipotesi, perché è lei stessa a sovvertire le regole del gioco mediatico. Anche nel momento in cui si accompagna a personaggi preda della catena di montaggio del gossip  come l’attore, fidanzato ed ex vampiro di Twilight Robert Pattinson – non si presta al gioco della paparazzata ad oltranza, rimbalza le interviste troppo personali, minaccia di uscire ex abrupto dal circuito della promozione.

La sua pubblica timidezza cozza con il tono e l’apparenza inequivocabili del suo altrettanto pubblico alter ego; ed è anche questo elemento, oltre all’imprevedibilità della sua offerta musicale, a rendere impossibile qualunque pronostico. Ci aspettiamo tutti uno scivolone di FKA twigs, perché sappiamo cosa succederebbe ad altri che si facessero photoshoppare male una mano che esce dalla faccia, come succede sulla copertina di M3ll155x: sarebbero criticati senza possibilità di appello. Ci sono intere carriere che si sono infrante sugli scogli della manipolazione dei sensi del pubblico, dopotutto.

Eppure se la cosa la fa Twigs, ispira stuoli di imitatori. Il suo recupero dell’estetica di Paris is Burning verrebbe accusato di poraccismo fuori tempo massimo. Non succede a lei, che anzi in questo caso diventa trendsetter e, più in generale, sembra a suo agio ogni volta che si imbarca in potenziali suicidi artistici. Come se non prendesse assolutamente in considerazione l’idea di non incontrare il favore del pubblico o dei recensori, pare anzi slanciarsi contro il rischio naufragio con la spontaneità dell’artista pura che non si trova a suo agio con le strategie e le idee già esplorate dagli altri.

Ci aspettiamo tutti uno scivolone di FKA twigs. Ci sono intere carriere che si sono infrante sugli scogli della manipolazione dei sensi del pubblico, dopotutto.

Pur essendo utilizzatori di cultura e media più che consumati, accettiamo che Twigs spinga sempre un po’ più avanti l’asticella dell’accettabile, che cancelli e sposti verso di sé la linea di gessetto che divide il buon gusto dal kitsch, ciò che si può cantare sotto la doccia e quello che è meglio ascoltare solo in cuffia. È probabile che succeda perché le riconosciamo – a torto o ragione – una sincerità che in altre colleghe percepiamo invece solo come posa.

La vediamo più simile a una Marina Abramovic quando accetta di farsi ferire durante una performance. Non la poniamo, per dire, affatto nello stesso campo professionale di una Beyoncé – con la quale Twigs è a ogni modo costretta a confrontarsi a livello sia di produzione (Boots, fra i principali artefici del suono di M3ll155x, arriva dalle collaborazioni con Queen Bee) che di tattiche discografiche, visto che il lancio del nuovo EP è figlio delle strategie “a buffo” inaugurate dal più recente album dell’ex Destiny’s Child.

Da qualsiasi lato la si guardi, Tahliah Barnett è un unicum, e anche solo per questo speriamo che si conservi così com’è – mutevole e inquieta – il più a lungo possibile.

Chiara Papaccio
Giornalista, traduttrice e ogni tanto fotografa, questa Chiara Papaccio in particolare non ha ancora deciso cosa farà da grande. Da qualche giorno la si può trovare fra le autrici dell’antologia “Quello che hai amato” a cura di Violetta Bellocchio (Utet, 2015).

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