Carico...

Una lunghissima intervista a Niccolò Contessa: da “I pariolini di 18 anni” ai brani sulla matematica, dalla passione per Pop X alla collaborazione con Calcutta, dal ruolo dei media al rapporto con gli haters. Storia di una recalcitrante icona dell'indie italiano.

Ho conosciuto Niccolò Contessa, in arte I Cani, nel giorno in cui forse più gli è cambiata la vita. Era il 12 giugno del 2011 e si apprestava a salire sul palco del MI AMI per il suo primo concerto in assoluto. Da qualche mese era cominciato il passaparola sulle sue canzoni tra le persone che seguono certa musica, e a vedere quel live (dove avrebbe mostrato per la prima volta la faccia, fino ad allora sempre nascosta) c’era probabilmente più gente che per tutti gli altri del festival, nonostante non fosse sul palco principale. Quando lo incontrai lo trovai emozionato ma anche assai loquace e alla mano, un po’ scombussolato da quello che stava succedendo ma molto interessato a discuterne, quantomeno con una persona che aveva forse percepito più come “un suo simile” (un appassionato di musica) che non come un fan adorante. Di lì a poco sarebbe diventato uno dei nomi di punta di quello che va sotto il nome di “cantautorato indie” italiano.

Piacciano o meno i suoi dischi, una cosa che ho capito quel giorno – e che gli anni non hanno fatto che confermare – è che Niccolò è una persona di estrema intelligenza e dalla mostruosa capacità di autoanalisi. Il suo è, comunque la si voglia vedere, un caso di successo particolare e interessante, e forse emblematico per il futuro: a qualche tempo di distanza da un disco sul quale ho alcune perplessità (Aurora, uscito a gennaio per 42Records), ho quindi pensato che potesse essere interessante confrontarmi con lui e parlare del suo percorso e delle sue scelte, per la prima volta in maniera estesa e “ufficiale”, dopo avere tante volte accennato a questi temi in maniera informale.

Prismo: Ciao Niccolò, come sta andando? Il disco è uscito da un po’, ha avuto la sua copertura stampa e avete fatto la prima serie di live. Come ti sembra sia stato accolto? La critica mi è parsa molto positiva, e il pubblico sembrerebbe seguirti anche di fronte ai cambiamenti, che magari non era una cosa scontata.
Niccolò:
Sì, mi pare che stia andando tutto decisamente bene. La cosa paradossale è che sono molto contento di questo disco, e quindi sono stato molto meno in ansia rispetto alla sua ricezione: in genere uno sta sulle spine quando non è molto sicuro o soddisfatto di quello che ha fatto, o almeno per me è così. O forse è semplicemente normale che invecchiando si riesca a essere più distaccati da queste cose. Oppure tutto questo discorso è una cazzata, e se non fosse stato accolto così bene ci sarei rimasto di merda. Comunque per fortuna è andato tutto bene.

La prima domanda “vera” è quella che racchiude un po’ il senso di tutta l’intervista e che vorrebbe inquadrare il percorso che stai facendo. Una cosa che mi ricordo distintamente delle tue prime interviste, e anche delle cose che ci eravamo detti, era quanto fossi convinto che tutto questo fosse molto estemporaneo. Sembrava quasi che quel disco potesse essere una cosa uscita un po’ per caso e poi basta così.
Ripetevi sempre che non sarebbe mai stato il tuo lavoro, che non volevi entrare in certe dinamiche, fare parte di scene, e che era questo che ti salvava. Avendoti osservato più o meno da vicino, col passare degli anni mi ha sorpreso vederti sempre più avvicinare alla figura classica del cantante: non dico tanto come atteggiamento tuo, ma come cose che ti sei trovato a fronteggiare, entrando in una certa routine – i tour, il disco ogni tot, la promozione, di nuovo i tour, insomma vivere di quello. Ora hai scritto musicista sulla carta d’identità? Hai fatto pace con l’idea di farlo di mestiere?
Io vedo un elefante nella stanza, una problematicità di fondo nel fare il musicista indipendente, che quasi mai viene affrontata, ovvero: come concilio il fatto che da una parte ci si aspetta da me che io mi esprima con una libertà assoluta (perché non siamo “commerciali”) e dall’altra devo confrontarmi con un mondo che, piaccia o no, è fatto di logiche di mercato, di promozione, di “scene”, di mode che vanno e vengono… Ricordo qualche anno fa un intervento di Zadie Smith al Festival delle Letterature qui a Roma sul tema della creatività, in cui portava l’esempio di Kafka come artista che si avvicina molto al concerto di artista “puro”: è abbastanza lecito immaginare che Kafka fosse sostanzialmente disinteressato al riscontro di pubblico, per non parlare delle prospettive economiche, del “fare lo scrittore”.

Insomma, sembra proprio che Kafka scrivesse per sé, qualunque cosa questo voglia dire. All’estremo opposto immagino che ci siano artisti, come che ne so, le megapopstar stile Madonna, o anche Checco Zalone per fare un esempio italiano, che sono dichiaratamente e serenamente commerciali, cioè artisti per cui il riscontro di pubblico, bene o male, è il motivo per cui fanno quello che fanno. Entrambe queste prospettive, quella di Kafka e quella di Checco Zalone, mi sembrano a loro modo oneste, trasparenti: mentre le posizioni intermedie mi sembrano intrinsecamente problematiche, eppure mi sembra che sia l’assunto implicito di tutti noi “artisti indipendenti”: voglio fare quello che mi pare ed essere completamente me stesso, però voglio anche che più gente possibile apprezzi quello che faccio. Non dico che sia una contraddizione che non si può superare, però bisogna come minimo riconoscere che esiste.

carico il video...
Questo nostro grande amore, Aurora (2016).

Sono andato a riprendere la prima intervista che avevi fatto a VICE e c’è questa frase che mi era rimasta impressa: “La mia idea di essere un fallito o meno non dipende dalla qualità delle canzoni che faccio, perché tanto io faccio altro nella vita, quindi mi sento più libero e faccio cose di cui sono più convinto perché so che tanto me la posso rischiare di più. Vorrei trovarmi sempre nella condizione di dire ‘Questo non è il mio lavoro’ perché mi sembra l’unico modo di fare le cose liberamente”.
La mia risposta di cinque anni fa voleva andare nella direzione della “purezza”: faccio musica solo per me, deve rimanere uno spazio totalmente privo di preoccupazioni pratiche, non voglio che la mia sopravvivenza dipenda da quello.

Col tempo ho iniziato ad ammorbidirmi e anche a prendermi meno sul serio, e a un certo punto tutta questa radicalità mi è parsa ingiustificata: ok, mi è capitata questa roba di ottenere un po’ di visibilità con la mia musica, è una fortuna, una cosa che capita a pochissime persone, perché non provo a vivermela meglio? Anche questo mito della purezza, dell’artista che non deve contaminarsi con nessuna interferenza esterna, col tempo è iniziato a sembrarmi un po’ una cazzata. Tutti gli artisti della storia si sono confrontati con il loro contesto storico e con la necessità di sopravvivere: molti capolavori immortali dell’umanità sono stati realizzati su contratto, per conto di monarchie o teocrazie. Confrontarsi con i limiti della realtà in cui sei immerso può essere molto più stimolante che puntare i piedi e dire no, sono un artista, voglio fare quello che dico io come lo dico io.

Per fare un esempio concreto, trovo che ci sia più creatività e libertà espressiva in un compositore come Piero Umiliani, che lavorava in un contesto squisitamente commerciale, che nella quasi totalità degli artisti “indipendenti” di oggi. Con questo non voglio dire che tutti i contesti siano uguali (non credo che mi metterò mai a piangere per un jingle della TIM particolarmente toccante), ma che c’è una forma di umiltà e di dignità che trovo molto sana nel passare dal sono un artista al faccio un lavoro. Invece la tentazione, quando quello che fai inizia ad essere apprezzato, quando cominci ad essere intervistato e scopri che la gente si interessa a che musica ascolti e a dove andavi a scuola e cose del genere, e in tutto questo ci stai pure guadagnando due soldi, è quella di pensare il mio lavoro è essere me stesso. Questa secondo me è la trappola, questa professionalizzazione dell’essere se stessi.

Questo mito della purezza, dell’artista che non deve contaminarsi con nessuna interferenza esterna, col tempo è iniziato a sembrarmi un po’ una cazzata.

Invece, nel momento in cui ho iniziato a pensare faccio un lavoro mi sono detto: ok, allora devo migliorarmi, devo cogliere tutte le opportunità per fare cose che mi mettano alla prova, devo capire cosa mi viene meglio e cosa mi viene peggio, devo confrontarmi con cose che sono fuori dal “mio mondo”. Ho studiato pianoforte, ho lavorato con Calcutta, ho scritto una colonna sonora, poi ci sono delle collaborazioni fatte in questi mesi che devono ancora uscire. È stato faticoso ma ho imparato un sacco di roba, e soprattutto ho visto che finalmente la mia attitudine rispetto a tutta questa faccenda dell’essere musicista diventava positiva.

È interessante: praticamente prima trovavi che quello che ti avrebbe salvato era non farlo davvero di lavoro, poi hai cominciato a pensare che sarebbe stato proprio il prenderlo come un lavoro. Prima di passare a un’altra domanda “grossa” allora te ne faccio una che mi è venuta in mente con la tua risposta: dopo circa cinque anni di carriera e suonando in posti sempre più grandi, ti sei fatto un’idea di chi sia il tuo pubblico? Ha caratteristiche precise? E ci pensi quando scrivi? Essendo – diciamo – un musicista pop, o comunque che parla a un pubblico giovane, cosa pensi della classica posizione di chi ti bolla come “musica per ragazzine”?
Boh, non ho un’idea chiara di come sia fatto “il pubblico”, ti posso dire che la gente che vedo ai nostri concerti mi sembra che sia per la maggior parte intorno ai 20-25 anni, ma ci sono anche adolescenti, e anche gente parecchio più grande… In generale non è una questione che mi interessa, penso che immaginare la propria musica in funzione di un certo pubblico sia una cosa orribile. Così come è stupido fare il contrario, cioè avvicinarsi o allontanarsi da certa musica perché il pubblico che la ascolta è fatto in un certo modo. È una cosa che posso capire a 15 anni, quando l’ansia di definire i confini della propria identità è molto forte, ma quando da gente di 30 o 40 anni sento fare i discorsi che dici tu sulla “musica da ragazzine”, ci vedo solo tanta insicurezza e tanta fragilità (che poi, come al solito, si trasformano subito in sessismo).

carico il video...
Wes Anderson, Il sorprendente album d'esordio de I Cani (2011).

Mi sembra che nelle recensioni e interviste che ti vengono fatte si tenda a parlare pochissimo di musica, c’è un dominio totale dei testi. È comprensibile, per carità, e di sicuro per esempio con il primo album te la sei anche un po’ cercata, però mi pare di capire che invece ci sia sempre stata dietro anche un’idea di musica piuttosto chiara. Se all’esordio dicevi una cosa tipo “Wavves col synth al posto della chitarra”, poi l’idea di musica dove è andata? Mi interessa anche capire quale idea di suono avevi in mente per Aurora.
Ci ho messo circa un anno a trovare il suono del disco; qualche giorno fa ho riaperto l’hard disk e mi sono reso conto che i primi demo dei pezzi sono del 2014, ma gli abbozzi più o meno definitivi sono arrivati a febbraio/marzo 2015. Più che cercare un’idea specifica di suono, mi sono reso conto che trovavo certi suoni o certe soluzioni più stimolanti di altre, e quindi andavo in quella direzione. Ad esempio ho eliminato quasi del tutto la distorsione, mentre ho passato tantissimo tempo a cercare un riverbero di cui fossi soddisfatto. A un certo punto mi è sembrato di aver trovato un linguaggio coerente e mi son detto “ok, il suono del disco è questo”. È stato un processo molto empirico, sono andato più che altro a tentativi. Credo che avere le idee troppo chiare sia un grosso errore, si finisce con l’essere cerebrali.

Nei credits del disco c’è anche il link a una lista di sample, molti in Creative Commons. Sono solo i suoni d’ambiente o c’è altro?
Sì, ci sono le registrazioni ambientali di “Baby Soldato”, ma anche l’esplosione e l’orologio che ticchetta di “Non finirà”, e anche dei suoni stock tipo filter sweep o rumore bianco che mi rompevo il cazzo a fare da solo. Uso tantissimo freesound per queste cose, ci si trovano i suoni più assurdi, basta cercare un po’. Non ho il mito del “devo fare tutto da solo”, se trovo un suono di qualcun altro e che risponde alle mie esigenze uso quello senza problemi (sempre che sia legale, ovviamente).

Una cosa su cui mi sono trovato a pensare ultimamente è quanto senso abbia impazzire per le macchine analogiche, cercare un certo suono, quando poi magari serve per fare tre note che tutto sommato non suonerebbero così diverse con un preset di un software, e soprattutto che verranno ascoltate principalmente su YouTube.
Se mi suona bene il preset di un software, uso quello! Penso che uno debba usare gli strumenti che trova più accessibili, facili da usare, divertenti, stimolanti, più che conformarsi a un’idea di “qualità”. Quando ascolto un disco non me ne frega niente di come è registrato, mi interessa solo quello che mi comunica. Mi sembra che tutti questi discorsi tipo “il mio disco è bello perché è tutto analogico”, “il mio disco è bello perché è tutto suonato”, “il mio disco è bello perché ci sono quattromila accordi con dei voicing assurdi” siano dei modi per spostare l’attenzione dalla musica, che è per sua natura soggettiva e impalpabile. Come tutti gli integralismi mi sembra più che altro un modo per combattere l’insicurezza di fronte a qualcosa di imponderabile (e come tutti gli integralismi è un meccanismo al 95% maschile). Poi sì, la gente lo ascolterà su YouTube, e quindi? Mi impunto e non faccio più musica fino a che non saranno tutti audiofili con impianti hifi da migliaia di euro? Anche a me può capitare di ascoltare per la prima volta un brano dallo speaker del telefono (orrore!), e il 99% delle volte questo mi basta per capire se lo trovo interessante o no. Se fai musica pop che ha bisogno di condizioni di ascolto perfette, stai sbagliando qualcosa.

carico il video...
I pariolini di 18 anni, Il sorprendente album d'esordio de I Cani (2011).

No ma non intendevo “la gente ascolta male, dovrebbero essere tutti audiofili”, ma proprio che secondo me non ha più senso farsi troppe pippe per il suono, la purezza, l’analogico, quando tanto ormai le modalità di fruizione sono quelle, soprattutto nel pop. Non vuol dire “ah che schifo”, lo faccio pure io.
Ma se ti puoi permettere il megastudio, se ti piace il megastudio e hai la percezione che aggiunga qualcosa, perché non andarci? Anzi, molto probabilmente un mix/mastering professionale può aiutare un pezzo a suonare “meglio” sia sull’impianto da audiofili che sul telefono cellulare. Così come va benissimo fare un pezzo interamente con Fruity Loops se quella è l’unica cosa che puoi permetterti. Quello che voglio dire è che non ci sono regole, non ci sono parametri rispetto ai quali misurarsi: va bene qualunque cosa da Fruity Loops allo studio, basta che “funzioni” rispetto ai tuoi mezzi, alle tue possibilità economiche, a quello che vuoi fare.

Verrebbe da pensare che un musicista come te sia tra i più liberi in assoluto. Sei un professionista, hai un pubblico, un seguito, ci sono aspettative, però hai anche la libertà di fare un po’ come ti pare, che le popstar non hanno. Mi sorprendeva tempo fa sentire Ramazzotti (uno che pensi si sia conquistato la libertà assoluta, anche quella di fare un disco coi rutti) dire in radio che lui voleva fare certe cose ma non gli era sempre tutto permesso, che comunque certi arrangiamenti non glieli fanno passare, che ci devono essere canzoni costruite in un certo modo… Per quel che ne so invece la tua etichetta non ti impone nulla e sostanzialmente puoi fare quello che ti pare. Quali sono le limitazioni che senti? Magari te le dai da solo, o pensando che comunque da un tuo disco poi dipende anche il lavoro di molta gente: musicisti, booking, etichetta…
In senso strettamente discografico credo che nel 2016 non ci siano più scuse per non essere liberi, a tutti i livelli. Se Ramazzotti ha dei problemi con la propria etichetta, non vedo perché non si possa mettere a pubblicare i propri dischi per cazzi suoi (se non per questioni contrattuali, ma i contratti non sono eterni). Nel pop internazionale mi pare che questo stia già succedendo da un pezzo: le megapopstar di oggi, da Miley Cyrus a Kanye West a Lorde, fanno sostanzialmente quello che vogliono. Mi sembra che la dinamica “artista che vuole esprimersi liberamente vs. etichetta che tarpa le ali” sia un retaggio del passato.

Questo non vuol dire che non esistano pressioni, più o meno esplicite e più o meno inconsce. Per quanto mi riguarda, una grandissima parte del mio “lavoro” con I Cani è proprio cercare di capire cos’è che sento spontaneamente e cosa invece è dettato dalla convenzione, dalla moda, dall’abitudine, dall’essere inserito in una società che funziona in un certo modo. Uno dei motivi per cui adoro Pop X è che mi sembra si avvicini moltissimo a questo ideale di libertà assoluta, mentre tanti progetti di cui si parla come “la vera musica italiana underground che dovrebbe ricevere più attenzione ecc” mi sembrano totalmente modaioli, derivativi e schiavi di logiche puramente promozionali, anche se “piccole”.

carico il video...
Come Vera Nabokov, Glamour (2013).

Non sono del tutto persuaso sul discorso di Ramazzotti: secondo me sottovaluti certe dinamiche che possono avere un peso per un milionario con una vita molto costosa, abituato da trent’anni alle cose fatte in un certo modo, e che non ha il pubblico di Lorde o di Kanye West ma proprio il pubblico supermainstream di base. Però, a proposito di Pop X: devo dire che a me piace, ma è la negazione di tutto quello che è  pensato come bello; però non come – che ne so – i Napalm Death, ma in un modo che non si riesce a inquadrare bene. So che lo segui con attenzione, ti ci confronti ed è anche stato importante per la tua evoluzione. Mi spieghi come mai?
Ci sono tanti motivi. Il primo è che mi sembra uno che fa musica puramente per assecondare una sua esigenza interiore, ha qualcosa che deve tirare fuori e ha trovato il modo di farlo. Io per molti anni sono stato convinto che la musica e tutto ciò che ha una nomea “artistica” dovessero essere una cosa molto seria, sofferta, invece più vado avanti e più penso che le cose veramente belle abbiano dentro una forte componente ludica o comunque diano una forma di soddisfazione molto tangibile a chi le fa.

Nel caso di Pop X mi pare evidente che la sua musica risponda a una spinta molto profonda e autentica, non è musica fatta per appagare nessuna moda, nessun obiettivo “carrieristico”, nessuna voglia di guardarsi allo specchio e dirsi “sono un’artista”: è semplicemente quello che ha dentro, quello che ha voglia di fare. In questa cosa ci vedo una forma di purezza che è molto rara e molto preziosa. Poi non so te ma il mio modo di ascoltare Pop X è abbastanza unico: cioè, mi capita di ascoltarlo anche “normalmente” mentre sto sul treno o mentre sto facendo altro, ma principalmente mi capita di passare serate intere, da solo o con amici, a esplorare il mondo intero di produzioni audiovisive che ha creato in questi anni (su YouTube, bandcamp, ecc.), e veramente mi pare che nel caso di Pop X la parola giusta sia “esplorare”, perché ti dà questa esperienza molto netta di non sapere cosa ci sarà dietro l’angolo, se una canzone d’amore struggente o una cover fuori di testa o un video dell’orrore o un rutto o una parodia geniale di qualcosa…

Spesso, nonostante noi musicisti amiamo ripetere che odiamo i generi e le categorie, siamo i primi a creare qualcosa sapendo già quale micro-nicchia vogliamo andare a riempire.

È un’esperienza che ha qualcosa di selvaggio, ed è molto raro, di questi tempi, poter fruire di qualcosa che non sia già stato pre-incasellato in un certo posto: spesso, nonostante noi musicisti amiamo ripetere che odiamo i generi e le categorie e tutto il resto, siamo i primi a farlo, siamo i primi a creare qualcosa sapendo già quale micro-nicchia vogliamo andare a riempire, a quali cose vogliamo fare riferimento. L’esperienza di Pop X invece è puramente, autenticamente anarchica: non si lascia imbrigliare in nessun modo. Per questo forse dovrei smettere di parlarne, mi pare che gli si faccia torto anche solo a cercare di darne un’interpretazione.

Faccio una cosa che immagino un buon intervistatore non dovrebbe fare, cioè ti chiedo di commentare una frase scritta su un altro sito – ma che poi mi serve per sviluppare dubbi che ho anch’io. Su Bastonate, in un post su Calcutta, Ashared Apil-Ekur scrive: “Il problema, dicevo, sta in chi prende canzoni come queste e le rende parte emersa e simbolo di uno splendido mondo culturale italiano sotterraneo, peraltro inesistente; di chi vende a se stesso e poi a Repubblica e ai suoi lettori l’idea che in Italia ci siano questi cantautori, questi scrittori o registi sempre comunque un po’ neorealisti e pasoliniani che capiscono qualcosa del Paese, che stanno un passo avanti, e i consumatori culturali stiano in guardia, siano avvisati, comprino biglietti per l’Auditorium; in chi, in sostanza, dà a questa musica responsabilità che non ha e spinge perciò gli stessi Cani a fare un secondo disco in cui sono frenati dal loro stesso voler fare i Cani”. Secondo me è un discorso interessante.
Oddio, che fastidio l’articolo di Bastonate. C’era proprio bisogno di tutto questo senso di superiorità nei confronti dei “consumatori culturali” (poveri coglioni!), dell’Auditorium (che schifo!) e di Repubblica (bleargh!). Quale alternativa propone l’autore? Forse Repubblica dovrebbe parlare di musica come se ne parla su Bastonate? Con i riferimenti incomprensibili (“dsichi è uguale a lirbi”), i periodi contortissimi che mettono le mani avanti in tutte le direzioni (“queste considerazioni relativizzanti e ovvie alla fine a me non interessano come forse a voi non interessa tutto quello che c’è scritto prima”), l’atteggiamento da censura stalinista (“nulla osta, è tutto ok per me”), e i nomi di battaglia da scuola elementare? Sarebbe questo il modello alternativo alla comunicazione “mainstream”? Ti immagini se dicessi a mia madre (ma anche al mio migliore amico, alla mia ragazza, a chiunque): “Oh, per avvicinarti a Calcutta non ti leggere Repubblica, leggiti sta roba qua”? Ma che cazzo ci capirebbe? A me sembra che con tutti i suoi limiti sia infinitamente più chiara la mezza pagina di Repubblica.

La metto questa parte?
Perché no? Mi pare tutta roba legittima da dire, mi sbaglio? C’è qualcosa che non sto considerando? Io sono abituato a vedere roba su cui lavoro per anni e a cui tengo tantissimo che viene sbranata in lungo e in largo, perché non posso esprimere un parere negativo su una roba che leggo?

Detto quello, per molti versi il tipo ha ragione: è vero che i meccanismi comunicativi sono un po’ perversi, e che sembra non ci sia modo di parlare di musica se non usando le categorie di “fenomeni del momento” “voci generazionali” ecc. Quello che gli contesto è che nel momento in cui scrive un articolo su Calcutta e spende lo 0.1% delle parole per parlare del disco e il 99.9% delle parole per farci capire quanto è arguto nella sua meta-interpretazione del “fenomeno mediatico” che ci sta intorno, mi sembra uno che sta aggiungendo la sua scoreggia a quella di tutti gli altri e poi si lamenta della puzza di merda.

carico il video...
Non finirà, Aurora (2016).

Io penso che ci sia spazio per tutto: che ci stia l’articolo che possa spiegare Calcutta a mia mamma, come ci stia un tipo di roba per me più stimolante che parli a chi Calcutta lo conosceva già anni fa e che quando legge il pezzo ha già digerito il disco e letto venti articoli/recensioni/interviste su Mainstream, e quindi è interessato ad altri tipi di riflessioni, anche non strettamente musicali ma più sociologiche, tipo quella. Poi si entra anche in un discorso di stile personale e personalità dell’autore del post, però diciamo che penso vada bene così: Bastonate ha il suo pubblico, ed è di gente che se lo va a cercare. Non troverei sensato un pezzo tipo Bastonate su Repubblica, né mi andrei a leggere un blog che facesse pezzi “piatti” tipo Repubblica.
Certo che c’è spazio per tutto, non chiederò alla polizia postale di chiudere Bastonate: stavo solo dicendo che non mi piace, ci trovo uno snobismo e un atteggiamento elitario che mi danno fastidio, mi dà fastidio il tono di superiorità con cui si parla dell’Auditorium e di Repubblica come se fossero i mostri cattivi, soprattutto quando non vedo dall’altra parte un contributo autenticamente positivo al dibattito culturale. Avrei potuto trovarlo legittimo se l’articolo fosse stata una bella recensione del disco di Calcutta, in cui si prova a spiegare com’è fatto il disco e come funziona e perché emoziona, invece è l’ennesimo meta-pippone-lagna in cui l’autore cerca di dimostrare la propria superiorità ai meccanismi dell’hype mentre ci sta cascando con tutte le scarpe.

Comunque, come dicevamo, i meccanismi perversi esistono ma, per come la vedo io, la colpa non è di nessuno in particolare: non è di Repubblica, non è di Bastonate, non è di Zuckerberg… Credo che semplicemente siano dinamiche connaturate ai fenomeni “di massa”, e al fatto che la gente mediamente è più interessata a parlare di personaggi o di concetti nebulosi tipo “voci generazionali” o simili, che non delle soluzioni armoniche o sonore dei Cani o di Calcutta. La contraddizione di fondo è che raggiungi una certa popolarità grazie alla tua musica, e nel 99% dei casi questa musica viene da un luogo mentale molto solitario e privato e “libero”, ma poi questa stessa popolarità sembra fare di tutto per allontanarti da quel luogo. Per me è un problema, ed è il motivo per cui sono così ossessionato dal prendermi lunghi periodi in cui non mi è richiesto di essere “Niccolò dei Cani” in nessuna forma. È incredibile quanto appaiano minuscole certe cose, anche solo a pochi mesi di distanza. Comunque alla fine della fiera la verità è che non c’è nessuna regola, la musica è bella quando è bella ed è brutta quando è brutta, e i musicisti hanno pochissimo controllo su quello che gli esce fuori. Tutta questa roba è più che altro un mio meccanismo di autoconservazione.

La verità è che non c’è nessuna regola, la musica è bella quando è bella ed è brutta quando è brutta, e i musicisti hanno pochissimo controllo su quello che gli esce fuori.

Torniamo ad Aurora. Credo – anche se il tuo discografico mi manda affanculo quando lo dico – che sia un disco più “cantautorale” dei precedenti, inteso in senso classico. Già solo l’uso del piano, canzoni con scrittura molto più elaborata, i temi più universali e meno particolari (mi pare si possa sintetizzare dicendo un po’ che il primo disco parlava di terze persone tipo i pariolini, le coppie ecc, il secondo parlava di Niccolò e il terzo parla un po’ più dell’umanità), la quasi assenza di ritornelli.

Mi sembra ci sia stato un po’ un cambiamento di approccio, e mi sembra un po’ il tuo disco meno da “band”, quasi che l’avresti potuto firmare con nome e cognome. Sai, il “disco della maturità”. Anche se devo dire che il live un po’ mi smentisce, essendo come stile sostanzialmente molto simile a quelli vecchi. Direi che però è emblematico il fatto che ci sia stata anche un appuntamento solo piano e voce.
Ecco, a me anche questa questione del cantautorale / non cantautorale sembra una roba un po’ perversa, un’altra ossessione comunicativa che non capisco troppo bene. Non so che dirti, il disco è quello che è, l’ho fatto sostanzialmente da solo, anche il primo però l’ho fatto sostanzialmente da solo.

Mentre lo scrivevo sicuramente ho ascoltato Elton John, Tobias Jesso Jr., una dose fisiologica di Battisti e Battiato che ascolto da tanti anni: questo lo rende cantautorale? “Non finirà” è cantautorale? “Baby soldato” è cantautorale? Un pezzo di questi anni che mi è piaciuto molto è “Bored in the U.S.A.” di Father John Misty: è un brano cantautorale? Ti giuro che non sono provocatorio, è che proprio non capisco cosa ci sia di così interessante in questa categoria del cantautorale. Non mi sembra una roba così significativa, eppure se ne parla da anni, di continuo.

carico il video...
Baby Soldato, Aurora (2016).

Ma tu hai sentito un po’ di questa influenza esterna, anche inconscia, verso il dover diventare altro? Qualcosa di più vendibile a un Premio Tenco, o all’Auditorium, o alle pagine culturali di Repubblica, come si diceva?
Oh Gesù, assolutamente no! Se proprio ho delle influenze inconsce, al limite vanno nella direzione contraria: mi piacerebbe raggiungere i pischelli, cioè ragazzi e ragazze adolescenti, ci trovo più vitalità, è una cosa che invidio ai rapper, lo dico senza problemi. Qualche minuto fa un mio amico mi ha detto “oh, sono stato al concerto di Gemitaiz, non puoi capire la forza con cui la gente cantava, proprio gli vomitava addosso i testi, dalla prima all’ultima fila”: ecco, trovo molto più forte questa roba qua che l’idea di fare un concerto perfetto con un’acustica perfetta all’Auditorium.

Tu poi hai molto questa cosa di non volerti ripetere, e di voler dimostrare di saper cambiare, mi sembra. Un abbozzo di questo discorso lo avevamo già fatto quando avevo ascoltato Glamour, e una delle canzoni che avevo apprezzato di più era una che (magari non come testo, ma per suoni e composizione) poteva probabilmente stare tranquillamente nel primo disco (“Vera Nabokov”). Mentre non mi era piaciuta quella che più si discostava dall’idea dei Cani, cioè “San Lorenzo” – se per idea dei Cani usiamo come pezzi paradigmatici “Le coppie”, “I pariolini”, “Velleità”. Parlando di questa cosa mi avevi detto che alla fine per te “Vera Nabokov” non aveva rappresentato granché perché l’avevi scritta facilmente; ti avevo risposto che non è che necessariamente se una cosa ti viene facile allora sia una stronzata, magari vuol solo dire che sei bravo a fare quella cosa. E mi aveva colpito che questa frase ti avesse sorpreso, tipo “non l’avevo mai considerata da questo punto di vista”.
Forse è una cosa caratteriale, forse ha semplicemente a che fare con come sono fatto, anche come ascoltatore sono uno che ha poca pazienza, mi annoio facilmente. Ad esempio oggi pomeriggio ho provato ad ascoltare il disco di Deakin, il tipo (ex?) degli Animal Collective, e dopo qualche minuto l’ho tolto pensando “ok, ho capito di che si tratta, ho capito dove va a parare”. Forse questo mi rende un ascoltatore superficiale, forse avrei dovuto ascoltare il disco 10 volte per cogliere delle sfumature più profonde, però sono fatto così.

Col passare degli anni mi capita sempre più raramente di affezionarmi a qualcosa che non mi sembri, almeno in qualche forma, sorprendente.

E col passare degli anni mi capita sempre più raramente di affezionarmi a qualcosa che non mi sembri, almeno in qualche forma, sorprendente. Riguardo alle mie canzoni, la cosa di cui non tieni conto è che per me scrivere “I pariolini di 18 anni” è stato estremamente sorprendente! Non è che sono nato sentendomi addosso una predestinazione per il synth punk melodico, è stata una cosa a cui sono arrivato per tentativi, cercando di capire cos’è che mi divertiva, cos’è che mi stimolava, quali elementi mi suonavano bene insieme… Nel 2010 mettevo la distorsione sui synth e pensavo “wow! che ficata”, adesso se metto la distorsione su un synth penso solo “oddio che palle”: ho passato tanti mesi della mia vita ascoltando e manipolando quel tipo di suono e non dico di averne esaurito le possibilità (sarebbe molto presuntuoso) ma semplicemente non riesco più a provare quel senso di scoperta e di meraviglia.

Veniamo finalmente ai testi di Aurora. Mi sembra, pur con qualche eccezione (tipo “Baby soldato”) che come dicevamo prima il focus si sia spostato un po’ dai piccoli quadri o dalla prima persona al parlare dell’umanità, di cose molto ampie, spesso partendo da elementi astronomici, o scientifici. Diciamo che “San Lorenzo” forse ha un po’ inaugurato questo tipo di scrittura, se vogliamo anche abbastanza originale, non mi viene in mente nessuno che faccia qualcosa di simile: i testi a volte sembrano quasi dei piccoli saggi, quasi poco musicali. Ma non c’è il rischio che questo tipo di poetica venga percepita come un po’ pretenziosa? È un bel salto da esordire con la frase “I pariolini di 18 anni comprano e vendono cocaina” (che secondo me ha un po’ quella cosa del rap che dicevi prima, quell’immediatezza), a fare canzoni con titoli come “Calabi-Yau” o “Protobodhisattva”.
Mah, sinceramente non mi pare ci sia stato un gran cambiamento da questo punto di vista: infilo i miei interessi e le mie letture nei testi fin dal primissimo giorno, e fin dal primissimo giorno qualcuno percepisce la roba che faccio come pretenziosa. Per dire: insieme a “I pariolini di 18 anni” uscì “Wes Anderson”, con un testo che parla di un tipo anche lui abbastanza pretenzioso e contiene la parola “idiosincratici”. Oppure: ok il rap e l’immediatezza e tutto, ma il primo gruppo a cui vennero paragonati I Cani furono i Baustelle, che non sono esattamente i Club Dogo.

Insomma non vedo tutta questa discontinuità. Io sono fatto così, mi piacciono i libri, mi piacciono la matematica e la fisica, ho interessi talmente specifici e ossessivi che mi vergogno anche solo a parlarne (non voglio usare la parola nerd perché non vuole dire più un cazzo), passo una quantità enorme di tempo sul computer con trentasei schede aperte a incamerare informazioni. Ci provo gusto, che devo fare? È normale che poi mi esca fuori quella roba lì. Poi io sinceramente al momento mi emoziono di più a cantare “Calabi-Yau” che a cantare “I pariolini”, magari tra cinque anni mi sembrerà una stronzata ma al momento è così.

carico il video...
Calabi-Yau, Aurora (2016).

Le canzoni vecchie ti hanno rotto il cazzo?
Ahaha, no, per fortuna no! Anzi ne sono abbastanza fiero, anche a distanza di anni. Poi comunque sono canzoni a cui devo molto, quindi prenderne le distanze sarebbe veramente da stronzetto.

Mi sembra che Aurora sia un disco di cambiamento, e pertanto mi aspettavo fosse piuttosto divisivo. Invece noto la critica abbastanza concorde nell’elogiarlo. Ha stupito anche te? Ha convinto appieno tutti tranne me? Secondo me c’è anche un po’ una banalizzazione del discorso critico, che spesso si limita a registrare quello che succede. E si tende a far parlare di un disco quelli a cui è piaciuto. Ok, non si hanno problemi, però è anche meno stimolante, e si appiattisce un po’ tutto sul formato da ufficio stampa. Sarà che a me piace leggere di quando negli anni ‘70 un critico stroncava un disco e l’artista gli rispondeva con una lettera al giornale, e il mese dopo il critico rispondeva a sua volta…
Mah, a me sembra che sia in crisi proprio il concetto di recensione, e alla base penso che ci sia semplicemente il fatto che la musica è disponibile gratuitamente e non ho bisogno di fidarmi di qualcuno che mi dica se una certa roba è “bella” o no, posso scoprirlo da solo. Questo non vuol dire che non abbia più senso la figura del critico musicale: anzi, visto che l’offerta musicale si allarga a dismisura, come ascoltatore avrei ancora più bisogno di qualcuno che mi spieghi cosa c’è dentro a un disco, che mi aiuti a interpretarlo, che mi aiuti a capire e interpretare una novità interessante, che vada più a fondo…

Purtroppo mi pare che in Italia questa cosa non accada: la qualità delle recensioni è bassissima, non spiega nulla del disco, bene che vada si limita a dire “somiglia a questo, somiglia a quello”, oppure si perde in meta-pipponi tipo quella roba di Bastonate che mi hai citato. La verità è che parlare bene di musica è difficilissimo, mentre è facilissimo mettere online una recensione, e mi pare che il risultato di questa roba sia, appunto, che il pubblico abbia perso interesse e le recensioni in Italia nel 2016 hanno perso qualunque rilevanza. A me come musicista dispiace, mi piacerebbe leggere recensioni interessanti e puntuali, mi piacerebbe venire criticato da qualcuno che ha cultura musicale e ha ascoltato il disco con attenzione, ma questo semplicemente non accade quasi mai.

La verità è che parlare bene di musica è difficilissimo, mentre è facilissimo mettere online una recensione, e mi pare che il risultato sia che le recensioni in Italia nel 2016 hanno perso qualunque rilevanza.

È vero: o si parla bene, spesso con quel tono “medio” e da comunicato Ansa, oppure sulle robe che ti fanno schifo fai la battuta, la gag, ma è raro leggere una cosa approfondita su qualcosa che non è piaciuta. Forse il gioco non vale la candela: tanto sai che verresti comunque preso per “hater”, i commenti sarebbero comunque quelli, e alla fine chi te lo fa fare di impegnartici pure? Ma passando oltre, hai esordito nel completo anonimato, faccia nascosta e senza nome, poi il nome è venuto fuori, hai fatto i concerti e con questi sono venute le foto. Però hai mantenuto fino a questo giro che almeno nelle foto promozionali non ci fosse la faccia, invece ora hai cominciato a mostrarla tranquillamente. Potrei mettermi a psicoanalizzarti, parlare di un percorso, fiducia in se stessi, avere accettato quello che si fa… Oppure potrei chiederti se ti eri semplicemente rotto i coglioni. Come è andata?
Ahah, almeno consciamente diciamo che mi ero semplicemente rotto i coglioni, anche di dovermi inventare qualcosa ogni volta. Tanto ormai di foto mie se ne trovavano quante ne volevi…

Secondo me uno dei principali equivoci sui Cani era se e quanto ci fosse una complicità rispetto a quello di cui parlavi. Tu hai sempre detto che non era così, non celebravi, eri un testimone più o meno interno, che non si innalzava a giudice ma cercava di mettere in luce aspetti ridicoli e tutto quanto. Ma a posteriori pensi che ci fosse comunque un po’ di ambiguità? E cosa è cambiato nei tuoi testi? Io ci vedo una maggiore empatia, forse anche perché è cambiato il mondo di riferimento. Insomma non te ne frega più di fare le canzoni sugli hipster ma magari parli di relazioni, cose personali.
L’unica risposta veramente sincera che posso darti è che non lo so. Cioè, io non ho bene idea di cose avessi in testa quando ho scritto (per esempio) “Velleità”, di fondo mi sembrava solo che quelle parola messe in fila fossero interessanti e raccontassero qualcosa, per il resto boh, non è che mi sono messo a costruirci chissà quale giustificazione morale intorno. Quello al massimo ho dovuto farlo dopo, appunto, quando sono arrivate le interviste e tutto il resto, ma si è trattato comunque di un processo a posteriori e quindi per forza di cose falsato, ad esempio, dal mio volermi dipingere in un certo modo.

Ultimamente non mi preoccupo più tanto di questa roba: quando avevo finito il testo di “Baby Soldato” a me pareva un capolavoro di empatia, poi invece ho scoperto che molte persone lo trovano di un cinismo che mette i brividi. Probabilmente nessuno “ha ragione” ed è sbagliato porre la questione in questi termini: la cosa importante è che una canzone comunichi qualcosa, ma è un errore cercare di interpretare troppo precisamente la natura esatta di questa cosa.

carico il video...
Velleità, Il sorprendente album d'esordio de I Cani (2011).

Secondo te come mai stai sul cazzo a tanta gente? Non parlo di critiche, parlo di quel tipo di commenti che si trovano sotto YouTube, diretti e feroci. Rileggendo quel post di Bastonate sotto c’era questo: “Se Calcutta è avvicinabile, già solo in via filosofica, a Le Luci… e Offlaga, vuol dire che è un misero incapace bastardo”.

È una cosa fisiologica del successo? Di Internet? Alla fine tu l’hai vissuto da prima ancora del primo disco, come ci sei riuscito a convivere?
Boh sì penso che in parte sia una cosa fisiologica, in parte il fatto che io non faccio veramente nulla per stare simpatico, in parte il fatto che su Internet c’è già tanto casino e quindi è necessario urlare per far sentire la propria voce, il fatto che in realtà è difficilissimo spiegare in modo articolato perché non ti piace una cosa (infatti non è facile fare il critico musicale!), quindi è molto più rapido ed efficace, e dà molta più soddisfazione, il mezzo dell’insulto personale… Detto questo, ho semplicemente accettato che a molta gente sto tremendamente sul cazzo e in questo non c’è niente di male: è uno dei prezzi da pagare per l’esposizione mediatica, a tutti i livelli.

Stai già pensando al prossimo disco? Che idee hai?
Se anche ce le avessi dovresti torturarmi per farmene parlare! 

Forse te l’hanno già chiesto mille volte, e con questa chiudiamo: perché hai cominciato a scrivere canzoni? Rispetto a altri passatempi, o a dire le proprie cose in altri formati.
Invece non me l’hanno mai chiesto! Mah, ho iniziato ad ascoltare musica consapevolmente (nel senso che mi compravo i dischi) più o meno a 11/12 anni e mi è venuta quasi subito voglia di suonare, se non sbaglio ho scritto la prima “canzone” a circa 14 anni, quindi è veramente difficile andare a ripescare cosa ci fosse nella mia testa di quattordicenne…

Penso che per quasi tutti sia un processo al 99% imitativo: ti piace una cosa, magari un certo gruppo o un certo genere o una certa popstar e quindi cerchi di emularli. Per me, come per un sacco di ragazzi e ragazze della mia generazione, questa cosa era il grunge, quindi nell’adolescenza ho scritto un po’ di brani grunge mediocri e scopiazzati. Scrivere una canzone non è difficile, la cosa difficile è trovare la propria voce. Evidentemente per me scrivere canzoni era abbastanza divertente e mi dava abbastanza soddisfazioni da farmi continuare a “insistere” (lo metto tra virgolette perché in realtà non l’avevo mai presa più seriamente di un passatempo) per anni e anni, fino a che non è iniziato a uscirmi qualcosa che potessi considerare veramente personale, veramente mio.

Federico Sardo
Collabora con Noisey e Zero e ha scritto per Unmute, Il Post, Il Mucchio, Rumore, Bastonate e Resident Advisor. È un quarto di Flying Kids Records, con cui ha pubblicato il libro antologico "Non ti divertire troppo: 1980-1999, 20 anni di rock alternativo americano visto da qui".

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

Direttore/Fondatore: Timothy Small

Caporedattori: Cesare Alemanni, Valerio Mattioli, Pietro Minto, Costanzo Colombo Reiser

Coordinamento: Stella Succi

In redazione: Aligi Comandini, Matteo De Giuli, Francesco Farabegoli, Laura Spini

Assistente di redazione: Alessandra Castellazzi

Design Direction: Nicola Gotti

Art: Mattia Rinaudo

Sviluppatore: Gianmarco Simone

Art editor: Ratigher

Gatto: Prismo

 

Scriveteci a prismomag (at) gmail (dot) com

 

© Alkemy 2015