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Una strage di otto mesi fa in Kenya è tornata a essere "notizia" e breaking news, grazie a Facebook e Twitter (e noi, ovviamente). Basta un click per piegare lo spaziotempo?

“L’ho letto su Facebook” è una frase che da tempo è diventata possibile preludio a una conversazione su un fatto mai avvenuto, inventato da qualche blogger o semplicemente frutto di un pessimo lavoro giornalistico. “E su che sito?” potrebbe chiedere l’ostinato interlocutore, cercando di risalire alla fonte per arrivare, in molti casi, a risposte come: “Non ricordo”. In poche battute ecco lo schema ponzi dell’informazione ai tempi del social, un serpentone di fonti non controllate e un’isteria di fondo che porta a condividere. E commentare. E a credere in quel che si legge.

A circa 48 ore dagli attentati dell’ISIS a Parigi di venerdì scorso, gli effetti del circo erano ben visibili ai più: un’impressionante quantità di bufale avevano inquinato il territorio dell’informazione, anche con la complicità di testate ufficiali e riconosciute impegnate a dare ossigeno a non notizie e favole. Qualche ora dopo, da domenica sera, su Facebook e Twitter è fiorito un nuovo fenomeno della viralità, che chiameremo la curvatura dello spaziotempo, quando la notizia della strage in Kenya a opera del gruppo fondamentalista somalo Al Shabaab, avvenuta il 2 aprile scorso, è stata riscoperta da molti utenti. E non in quanto tassello della strategia jihadista in tutto il mondo dopo gli eventi di Parigi ma come una notizia appena arrivata in redazione: attualità percepita. Il boom di condivisioni (più di 60 mila nel momento in cui scrivo) nei social di articoli come questo, datato 2 aprile 2015, è avvenuto perché qualcuno aveva spacciato il fatto come conseguenza o seguito delle morti parigine. E in molti ci hanno creduto. La data che lo faceva risalire a più di otto mesi fa era in bella mostra, invisibile a molti. Questo articolo della BBC, secondo lo stesso sito, ha attirato più di 10 milioni di visualizzazioni in due giorni, il quadruplo di quelle registrate ad aprile, subito dopo gli attentati all’università kenyota.


È un nuovo fronte nella battaglia contro il morboso sodalizio tra giornalismo e viralità, in cui la categoria di bufala (notizia inventata e data per vera) si incastra tra le pieghe dello spaziotempo, creando notizie vere in piani temporali errati. Cronobufale. Gli effetti del fenomento, registrato per la prima volta in massa da domenica, hanno del perturbante: ai razzisti fa comodo per i loro status razzisti; altri si fidano e piombano in un terrore ancora più profondo di quello parigino; i velleitari possono scrivere “perché non pensate anche all’Africa, eh!?”, autodenunciandosi come persone che non badano più di troppo all’Africa; qualche complottista trova nuovo materiale da scandagliare alla ricerca di “errori” compiuti dagli Illuminati o chi per loro abbia “inventato” anche questa tragedia. Altri ancora osservano con stupore il gatto di Schrödinger del giornalismo contemporaneo: una bufala che è allo stesso tempo una notizia, un elemento che “si trova in due stati distinti”, contemporaneamente . È quello che i fisici quantistici definiscono entanglement, intrecciamento.

Ora è tutto più chiaro.

Ma qui non si parla di quanti! E lo sappiamo bene. Eppure è questa branca della fisica che bisogna interpellare per trovare un barlume di senso nella strage che ha viaggiato nel tempo di otto mesi diventando breaking news. Forse dovremmo tornare al Principio di indeterminazione formulato da Werner Karl Heisenberg nel 1927, secondo cui

non si possono attribuire “troppe” proprietà a un sistema fisico individuale: non è possibile, ad esempio, conoscere simultaneamente con precisione il valore di una qualsiasi coppia di variabili coniugate, come ad esempio posizione e quantità di moto.

La tragedia parigina e quella kenyota, per quanto diverse, condividono alcune caratteristiche, come l’alto numero di vittime, la loro giovane età (in Francia un concerto, un ristorante e uno stadio; in Kenya un college) e l’incomprensibile barbarie che le ha provocate. Ciò è stato abbastanza per permettere agli utenti Facebook di generare un cronosisma, come lo chiamò Kurt Vonnegut, rivomitando un evento passato nel nostro oggi. E c’è un altro problema: potrebbe succedere di nuovo, alla prossima disgrazia.

Come fare quindi?

Viviamo nell’età dell’oro delle bufale, prodotti culturali antichi che finalmente hanno trovato un mezzo di diffusione così potente da aver portato il termine “virale”, solitamente utilizzato da epidemologi, nel gergo comune. Nell’agosto del 2014 Facebook ha presentato al mondo la tag “Satire”, un piccolo simbolo in grado di contrassegnare un articolo finto (tipo quelli di The Onion o di Lercio) onde evitare confusione generale. L’equivalente semiotico dello spiegare una barzelletta, il tag si rivelò essere una buona idea in un ambiente sovraffollato in cui le voci girano velocemente. Ma non basta.

Non ci possiamo fare nulla. Auspicare un maggior controllo significherebbe chiedere a delle corporation di, per piacere, controllare la diffusione delle informazioni.

Il caso della strage kenyota ha dimostrato – qualora ci fosse bisogno di ulteriori prove – che elementi tecnicamente basilari di una notizia come la fonte, la data e il suo autore non sono tenuti in grande considerazione da molte persone: conta il titolo e la frase con cui viene lanciato sui social. Da cui il successo del sito razzista ImolaOggi o del Sito Peggiore Del Mondo. Servirebbero altre tag, come “Articolo Razzista”, “Tesi Infondata, “Articolo Vecchio Non Condividere Con Commento Indignato Sennò Fai Brutta Figura”, “Occhio Questo È Il Blog Di Paolo Barnard” e così via. Questa giurisprudenza per il “buon giornalismo” ha però un nome: controllo editoriale, il genere di cose che Facebook non può fare (almeno per ora?).

Non ci possiamo fare nulla. Auspicare un maggior controllo significherebbe chiedere a delle corporation di, per piacere, controllare la diffusione delle informazioni. Quindi no, grazie. Cosa ci resta? Tra le soluzioni migliori c’è lamentarci della diffusione virale di bufale su Facebook… su Facebook, sperando che i nostri debunking diventino virali. È anche per questo che Facebook vale 290 miliardi di dollari, che credete?

Pietro Minto
Caporedattore di Prismo, collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera e Rolling Stone. Ha una newsletter che si chiama Link Molto Belli.

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