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Dopo essersi odiati per anni i Blur tornano insieme per un nuovo disco, nella speranza che sia presto per considerarli dei dinosauri britpop.

Nel 2009, i Blur si sono rimessi insieme per la prima volta, dopo essersi odiati per più di sei anni. Non era la prima volta che si odiavano, ma mai fino ad allora si erano ricordati di odiarsi per così tanto tempo.

Dal 2009 a oggi, i Blur hanno annunciato, ogni volta che cominciavano un tour, che quello sarebbe stato il loro «ultimo tour». Non fosse che, nel maggio 2013, a causa di un concerto cancellato a Tokyo, i quattro ex-guerrieri del britpop si sono trovati a incidere nuovi brani in uno studio di registrazione di Hong Kong.

La terra ha tremato un po’, il cielo si è rischiarato, l’aria ha cominciato a odorare del sudore da transenna che ha contraddistinto più di metà della mia vita. I Blur fanno un nuovo album, mi ha annunciato il Jedi del Tempismo Scarso, porgendomi solennemente la Chiave Interpretativa di un’Intera Esistenza, i Blur fanno un nuovo album e tu potrai assistervi.

Annunciazione, annunciazione! I Blur fanno un nuovo album!

Ma immaginiamo per un attimo che questa sia la rubrica di intimità intime di PRISMO, e rispondiamo alla domanda: Chi sono i Blur oggi?

Damon Albarn (voce): negli ultimi quindici anni, ha creato i Gorillaz; non pago, si è messo in combutta con i Clash e ha fondato un supergruppo, si è messo in combutta con Flea e ha fondato un supergruppo con Flea, ha composto dei Singspiel in cinese, ha scritto un album solista e, all’inizio del suo periodo di esplorazione (“gli ultimi quindici anni”), ha suonato con tutti i musicisti del Mali. Non si stanca facile. Io affettuosamente lo chiamo “fingerpicking monotono” o “amore della mia vita”.

Graham Coxon (chitarra): c’era un buon periodo in cui produceva un disco solista all’anno, e solitamente un misto di americana, thrash metal, jazz fusion, garage e punkettino (N.B.: fino a “punkettino” non ho detto parole a caso). Il fatto che ci abbia donato otto album è un bene; il fatto che ci abbia donato quello del 2012 un po’ meno.

Alex James (basso): non è mai stato l’Albert Einstein del gruppo; ha tipo cinque figli e produce formaggio nelle Cotswolds. In collaborazione con Jamie Oliver, promuove un festival. Il Big Feastival è un incubo generato dal periodo più cupo della vita di Michael Haneke: sembrerebbe una satira programmatica sulla borghesia, in cui alla fine, come riscatto per lo spettatore, tutti muoiono. Invece è un evento a cui la gente va davvero per mangiare del cibo mentre si accarezza le trecce e ascolta della musica che fa plin plon. Tornano tutti a casa vivi.

Dave Rowntree (batteria) è un avvocato ed è stato candidato del partito laburista inglese. Per ravvivare la sua pagina Wikipedia, anni fa io e il mio accompagnatore ci siamo inventati che avesse una band nichilista chiamata Dave Rowntree and The Aliens (unico membro: lui) il cui solo scopo fosse prendersi gioco della carriera poliedrica di Damon Albarn (unico album: Popular Music; numero di tracce contenute: 100). Wikipedia ha prontamente corretto l’errore.

Nel 2009, quatti quatti, i Blur hanno seppellito l’ascia di guerra in una capsula del tempo, e se mi concedete di continuare la metafora, l’hanno seppellita in un appezzamento di terra non distante da Colchester, nell’Essex, una cittadina che ospita il castello normanno meglio conservato d’Inghilterra e davvero un sacco di negozi di abiti da sposa.

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Colchester è importante, nella nostra storia, perché ha visto crescere i Blur adolescenti, o meglio alcuni di loro. Uno dei primi locali che li ospitò, nel 1988, si trovava a pochi chilometri dalla città, ed era un deposito merci all’interno di un museo sulle ferrovie dell’Anglia orientale (non fate domande: non lo so).  È lì che, vent’anni più tardi, il gruppo ha celebrato la prima di una serie di mini-reunion, circondato da un numero ristretto di fan (150) e da una gran quantità di genitori, figli e nipoti.

[Una nota: i figli dei Blur hanno cominciato a nascere nel 2000 e la loro missione in questo mondo è farmi sentire decrepita; gestiscono le proprie pagine sui social network e, poverini, ricevono una serie di messaggi pubblici da account intitolati roba come “modernlifeisrubbish” o “_damonislove_”: quei messaggi possono essere ordinati per grado di perversione, e più spesso di quanto ci si immagini dicono soltanto «anche io amo il tuo papà». Vorrei scrivere ai figli dei Blur che le cose andranno meglio, che non siamo tutti così, noi fan, che lo so che crescere è difficile ma quella non è la norma sociale umana, e che forse ci sono le basi per una denuncia, ma i figli dei Blur probabilmente mi risponderebbero «E tu cosa ci facevi sul mio Twitter?»]

Colchester 2009 era stato un concerto da pub, con un’acustica tremenda, e un’infinità di energia. Il glorioso ritorno di una band i cui membri non hanno (ancora) smesso di fare i cretini, e per il meglio.

Da quel momento in poi, i Blur avevano ricominciato a riempire gli stadi, i locali, i parchi. Come diceva Alex James al tempo: «Blur have never been bigger. Why? Fuck knows. Fuck knows». Ogni volta, tirarsela, eh, ragazzi: «Questo è il nostro ultimo tour», dicevano, per poi ricominciare un tour mondiale l’anno successivo.

2009. Stessa setlist. 2012. Stessa setlist. 2013. Stessa setlist. Ed era tutto bellissimo.

Per quattro anni hanno suonato una serie di concerti seguendo la stessa identica scaletta. Aprire con Girls & Boys, seguita da: i grandi successi, seguiti da: qualche perla semisconosciuta su cui dire «uuuu». 2009. Stessa setlist. 2012. Stessa setlist. 2013. Stessa setlist. Ed era tutto bellissimo.

Nonostante stessero facendo il gioco dei Dinosauri del Passato, quelle band tecnicamente invincibili ma che forse non hanno più niente da dire se non rivisitare i propri successi per fare sentire più giovani i loro ascoltatori di riferimento («Ehi ragazzi adesso vi suono un inedito: Can’t Buy Me Love!»), i Blur non lo erano. Schivando il potenziale tedio di una scaletta immutabile, il gruppo era diventato un’incredibile macchina da guerra, valicati i fantasmi personali, e ritornato al nocciolo delle proprie canzoni, svestite di tutti gli strati di tempo e disappunto che vi si erano depositati sopra. Avevano alle spalle l’esperienza degli anni, che fosse l’esperienza dell’Africa subsahariana o dei festival popolati di stronzi.

La copertina di The Magic Whip, il nuovo album dei Blur.

Oggi, 27 aprile 2015, esce The Magic Whip, l’ottavo album in studio dei Blur. È frutto delle sessioni di Hong Kong, nonostante – con la loro consueta sicurezza sul futuro – gli stessi membri della band avessero detto «Probabilmente non uscirà mai».

E invece no, fermi tutti, Graham Coxon, quasi di nascosto, ha rimesso mano alle registrazioni, ha ottenuto dei brani quasi compiuti, e solo allora ha chiesto una mano agli altri tre. Era un suo modo per scusarsi degli ultimi vent’anni, dice lui. Damon Albarn, dalla sua, ha scritto i testi per The Magic Whip, e sono testi in cui inneggia a stare insieme per sempre o a non perderti di nuovo, ti prego, mai più. Perdere chi? Ma è ovvio: il suo chitarrista. Praticamente, sono l’equivalente di due adolescenti che si ripetono “Ti voglio bene” su MSN Messenger. Ovvero la cosa più commovente del mondo.

Dopo anni di guerra, i due poli creativi del gruppo sono diventati due anziani pacificati che si vogliono un sacco di bene. A queste condizioni, è ovvio che il timore più pressante, all’uscita di un nuovo disco, fosse quello della rilevanza.

La band è nota per essere stata in grado di riaggiornarsi. In passato, i Blur hanno sempre sculettato con lo Zeitgeist per guadagnarsi un posto nella musica contemporanea: in fondo, sono stati loro a creare il britpop per poi contribuire al suo omicidio (Blur, 1997). Non che l’omicidio del britpop sia stato individuale – al contrario, è stato una faccenda da Orient Express, ma comunque.

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Lonesome Street dei Blur, ultimo singolo estratto da The Magic Whip

Sono trascorsi sedici anni dall’ultimo LP completo dei quattro Blur. È possibile che abbiano smesso di essere rilevanti? Significa che forse, per riflesso, sto diventando obsoleta anche io? Può essere che The Magic Whip sia distribuito nei negozi come una magnifica zanzara fossilizzata nell’ambra, solo meno costoso?

La risposta alla prima e alla terza domanda è presto data ed è: no.

Rispetto a Think Tank (2003), Magic Whip sembra ricordarsi del luogo da cui i Blur sono venuti, quel luogo metaforico con gli scorci da sogno e tutti quei negozi da sposa. C’è qualche debito: un paio di pezzi sembrano tirati fuori dal 1993 (I Broadcast) e dal 1996 (Lonesome Street). Allo stesso modo, due brani particolari (New World Towers, There Are Too Many of Us) potrebbero essere b-sides prese di peso dal recente album solista di Albarn.

Il resto dell’album, però, è ricoperto da un’impercettibile patina di non vissuto. Le sonorità sono le familiarissime sonorità dei quattro Blur insieme – che da soli non avevano mai avuto, e da soli non avrebbero potuto mai avere – il risultato finale è bizzarro, nuovo, di rado non soddisfacente (Thought I Was a Spaceman: dài), ma comunque ancora inesplorato.

Per non parlare dell’eccelso primo brano tratto dal disco, Go Out, introdotto al pubblico con un video di ricette in mandarino – il singolo pop più strano dell’anno, una roba tutta spigoli e passivo-aggressività che suona al 100% Blur, ma non si capisce bene perché, che ritorna in territori familiari nel parlare di tematiche inglesi, con lui che va al pub del quartiere e lei a cui non resta che rimanere a casa a masturbarsi.

Magic Whip sarà il disco dei video orrendi e del ritorno alle origini (con qualche consapevolezza in più).

Nel corso della loro storia, i Blur hanno sempre abbracciato una specifica cifra stilistica per promuovere i loro album del momento: Blur aveva i videoclip grunge con la band che suona e la tappezzeria vivace, i dischi del periodo Britpop avevano le copertine di Stylorouge, Think Tank era accompagnato da un sacco di graffiti di Banksy; e allora, se per Magic Whip i Blur hanno scelto come stile i “video orrendi”, che così sia: Magic Whip sarà il disco dei video orrendi e del ritorno alle origini (con qualche consapevolezza in più).

È valido, attuale. Potrebbe essere il loro ultimo album, ma ormai – dopo tutti quei falsi allarmi – chi gli crede più. Se lo fosse, non è un modo frettoloso di chiudere i conti. Graham Coxon ha avuto modo di scusarsi, Damon Albarn ha avuto modo di scusarsi, e ciò che ne è risultato è l’ammenda definitiva. Se non lo fosse, l’importante è che in futuro non smettano di scusarsi tra loro. La tensione, signori miei, vi fa tanto di quel bene.

Laura Spini
Nata a Bergamo, non è la sua omonima Google vittima del raggiro di una santona. Ha tradotto e collaborato per una serie di case editrici e riviste italiane, sulle quali ha scritto di cinema, videogiochi, e pistoleri memorabili.

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