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Nel venticinquennale di Screamadelica, il gruppo di Bobby Gillespie torna con una delle sue prove peggiori. O forse no?

Era il 1986 quando il New Musical Express pubblicava una musicassetta che raccoglieva in 22 brani altrettante band britanniche indipendenti. La compilation si intitolava C86, termine che in poco tempo passò a indicare un quasi-genere musicale abbastanza preciso, tutto strutture power-pop molto semplici e chitarre parecchio sixties/Johnny Marr: The Pastels, The Shop Assistans e The Wedding Present ne erano certamente i gruppi più rappresentativi e quelli che vengono ancora ricordati dagli appassionati dell’indie-pop versante twee.

Quella compilation, però, era aperta da Velocity Girl: un frizzante minuto e venti per chitarre jangly e voce cantilenante che si liberava in un “Leave me alone” ripetuto. Il brano era la b-side di Crystal Crescent, secondo singolo dei Primal Scream, band di Glasgow capitanata alla voce da Bobby Gillespie: figlio di un sindacalista laburista, Gillespie si era distinto l’anno prima come batterista sull’esordio dei The Jesus and Mary Chain, Psychocandy, ma ben presto abbandonò sia pelli che i fratelli Reid per dedicarsi a tempo pieno al suo progetto.

Dal 1986 sono passati trent’anni esatti. Ed ecco che, giusto in questi giorni, i Primal Scream pubblicano l’undicesimo album della propria carriera, Chaosmosis. Il disco è stato anticipato a febbraio dal singolo Where the Light Gets In, cantato insieme alla fin troppo sopravvalutata cantante americana Sky Ferreira. Uno scialbo brano banalmente synth-pop che non lascia presagire nulla di buono e che, se non fosse stato un inedito degli scozzesi, probabilmente avrei già dimenticato. Invece al pezzo ho dedicato ripetuti ascolti, come tutte le volte in cui Bobby ha sorpreso o spiazzato. Anche in negativo.

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Il nuovo video dei Primal Scream, ospite Sky Ferreira.

“Ci siamo divertiti in questi quasi trent’anni, Bobby”, recita un commento Facebook del giornalista e critico Carlo Bordone. “Ci siamo messi le camicie a pallini, ci siamo fatti crescere i capelli come i Byrds, abbiamo suonato le Rickenbacker, le maracas e i synth, ci siamo ascoltati i Flamin’ Groovies, gli MC5, i Motorhead, i Kraftwerk, il dub e la techno, abbiamo ballato con gli Stones e l’acid house, ci siamo sballati, abbiamo conosciuto un sacco di velocity girls e di groupie screamadeliche, siamo durati più di quasi tutti i nostri contemporanei”, prosegue. Per poi concludere: “Abbiamo anche fatto dischi abbastanza inutili, anche se mai di merda come quest’ultimo”.

In effetti, nel corso di trent’anni di carriera, Gillespie ha attraversato indenne tutte le diverse evoluzioni della musica britannica, mantenendo ferma una proverbiale tendenza all’imprevedibilità. Ma questa sorpresa continua, se spesso ha portato a svolte sonore epocali, si è spesso tradotta in incostanza. Si badi: incostanza, non incoerenza. Il sound dei Primal Scream è cambiato innumerevoli volte nel corso del tempo, e proprio le infinite anime musicali di Bobby Gillespie rappresentano la vera cifra stilistica del gruppo. D’altronde “You’ve got the money, I’ve got the soul”, cantava Bobby in Kill All Hippies, il brano che apriva XTRMNTR, sesto album della band.

Ciò che è mancato agli scozzesi è la costanza qualitativa tra gli album, evidenziata da una serie di scivoloni che la critica non ha mai perdonato al gruppo, o per meglio dire al suo leader. I fan al contrario tendono a essere più morbidi nel giudizio, a comprendere le scelte, a metabolizzare le delusioni in nome delle canzoni. Perché, e non è difficile dimostrarlo, anche i “dischi brutti” dei Primal Scream contengono quasi sempre dei pezzi ottimi. E Chaosmosis è proprio uno di quei “dischi brutti” (“di merda”, direbbe Bordone), ma a questo ci arriveremo. L’altro problema di Gillespie, è che è stato autore di uno dei dischi più importanti degli ultimi venticinque anni, e a ogni nuova uscita viene sempre spontaneo ricondurlo a quello. Sto ovviamente parlando di Screamadelica, album spartiacque che nel 1991 traghettò i Primal Scream al successo e allo status di culto per una fan-base fedelissima.

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Bobby Gillespie racconta la genesi di Screamadelica.

Per via della solita politica “ricorrenze & anniversari”, Screamadelica è stato recentemente ristampato in un lussusoso box composto da 4 cd e booklet di 20 pagine con interviste, foto ecc (una prima ristampa deluxe c’era già stata nel 2010). Permettetemi dunque di ritornarvi con le solite nozioni-base: in quel disco storico, il rock degli scozzesi incontrava e assorbiva l’acid house e le vibrazioni della Second Summer of Love; erano d’altronde gli anni di Stone Roses, Happy Mondays e Madchester Sound, ma si può tranquillamente dire che Gillespie e soci sbaragliarono la concorrenza, e tuttora Screamadelica è un disco che odora di ecstasy, ritorno a casa dal rave e pantaloni baggy. A guidare l’evoluzione della band era stato Andrew Weatherall (che poche settimane fa peraltro ha pubblicato un nuovo splendido disco, Convenanza). Dopo aver messo le mani sul remix di World in Motion dei New Order e aver realizzato il club mix di Hallelujah degli Happy Mondays insieme a Paul Oakenfold, il dj e produttore riassemblò I’m Losing More Than I’ll Ever Have – tratta dal secondo album dei Primal Scream – utilizzando un loop di batteria estratto da un bootleg italiano di What I Am di Edie Brickell e un campionamento vocale di I Don’t Want to Lose Your Love delle Emotions. Come citazione di classe, mise all’inizio del pezzo un sample della voce di Peter Fonda tratto dal film I Selvaggi.

Il risultato fu Loaded, che presto divenne il pezzo più rappresentativo di un disco che racchiude in sé un universo di sonorità e culture musicali estremamente eterogeneo. Si va da Higher Than the Sun, onirica e a suo modo anticipatrice dell’imminente arrivo del trip-hop, agli undici minuti di Come Together con cori gospel e una maestosa struttura in crescendo. C’è la dopatissima cover di Slip Inside the House dei 13th Floor Elevators, cantata dal chitarrista Robert “Throb” Young che, lasciati gli Scream nel 2006, è venuto a mancare un anno e mezzo fa. Ancora, la reprise di Higher Than the Sun con l’ipnotico giro di basso dub a cura di Jah Wobble dei PiL. In apertura poi Movin’ On Up, l’acida risposta anni Novanta a Sympathy for the Devil dei Rolling Stones, che portò gli scozzesi nelle classifiche americane.

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Loaded.

Di Screamadelica, ricorre quest’anno il venticinquennale. Da allora si può serenamente affermare che Bobby Gillespie non sia mai riuscito a eguagliare il proprio capolavoro. Tuttavia, prima di arrivare alla faccenda “dischi brutti”, tra gli album successivi ci sono due titoli che possono garantirsi un posto certo su un podio ideale, entrambi pubblicati uno dietro l’altro nel triennio ’97-2000: Vanishing Point e XTRMNTR. Valorizzati dall’ingresso in formazione dell’ex-bassista degli Stone Roses Gary Mani Mounfield, entrambi riprendevano il discorso caleidoscopico di Screamadelica: Vanishing Point presentava un’incisiva componente dub (non a caso ripresa e ampliata nel successivo album di remix Echo Dek), importanti influenze kraut ed elettroniche e una bizzarra cover di Motörhead dell’omonima band di Lemmy; XTRMNTR è invece l’opera più aggressiva mai realizzata da Gillespie: era un’urgenza evidente non solo nelle scelte musicali (Accelerator, i due mix di Swastika Eyes) ma anche e soprattutto nel concept del disco, caratterizzato da una forte connotazione politica. A impreziosire il tutto, la partecipazione di Kevin Shields dei My Bloody Valentine in MBV Arkestra, remake di If They Move Kill ‘Em, pezzo contenuto nell’omonimo EP pubblicato nel ’98, proprio quando Shields cominciò ad accompagnare gli Scream in tour.

Procedendo in un ordine gerarchico decrescente, sotto questi due album porrei Evil Heat e More Light. Il primo, risalente al 2002, pur vicino stilisticamente a XTRMNTR ne amplificava la carica psichedelica e rappresentava una buona summa quantitativa di ciò che i Primal Scream avevano prodotto sino ad allora. More Light, inaspettato colpo di coda di tre anni fa, è il disco monumentale (quasi un’ora e dieci di durata nella versione standard) che ha riportato in auge le quotazioni di Gillespie dopo l’abbandono di Mani. Ma allora, quali sono i “dischi brutti” dei Primal Scream? Si tratta davvero di album scadenti tout court o lo sono solo se paragonati agli acuti della carriera di Gillespie? Soprattutto, come classificare il nuovo Chaosmosis in questa ipotetica graduatoria?

Dopo Screamadelica, Gillespie e soci dimenticarono la propria vena sperimentale ed eterogenea, divertendosi a fare la tribute-band dei Rolling Stones.

Escludendo i primi due album (quelli indie-psych pre-svolta), il primo tonfo della carriera dei Primal Scream è Give Out But Don’t Give Up del 1994. L’album era chiamato a una missione pressoché impossibile: dare un seguito credibile a Screadamelica. Del capolavoro di tre anni prima però non rimaneva nulla, se non qualche eco in Struttin’. Gillespie e soci dimenticarono la propria vena sperimentale ed eterogenea, divertendosi a fare qualcosa che già Movin On Up e alcune tracce dell’EP Dixie-Narco avevano anticipato: una tribute-band dei Rolling Stones. Chi aveva amato Screadamelica rimase deluso dal disco che pure poteva vantare una collaborazione importante con George Clinton nella title-track e i maligni cominciarono a sospettare che il genio fautore di quel capolavoro non fosse Gillespie, bensì i produttori che lo avevano affiancato, Weatherall in primis.

I dischi successivi li smentiranno, mostrando se non altro la varietà compositiva dello scozzese. Dodici anni dopo, però, nel 2006, gli Scream ci ricascano e tornano a giocare ai Rolling Stones con lo scanzonato Riot City Blues, un altro dei loro insindacabili “dischi brutti”, almeno secondo i più. Ultimo in ordine di tempo in questo elenco, Beautiful Future nel 2009 provava a reincorporare elementi elettronici in un contesto power pop, ma con esiti discreti. Nonostante le collaborazioni di grido con Josh Homme e Lovefoxx delle Cansei de Ser Sexy, bei brani come Uptown e Beautiful Summer convivevano con la terribile Zombie Man o le campane fastidiose della title-track. Un altro buco nell’acqua, a voler essere buoni.

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Il trailer di Chaosmosis.

Dicevamo che la critica non ha mai tollerato scivoloni del genere, e dai tempi del dopo Screamadelica Gillespie è stato un bersaglio ricorrente di giornalisti e testate specializzate. Eppure.

Eppure Rocks e Jailbird sono i migliori brani dei Rolling Stones non scritti dai Rolling Stones nell’ultimo trentennio.

Eppure Dolls (Sweet Rock and Roll) e Suicide Sally & Johnny Guitar sono pezzi semplicissimi ed efficaci che avrebbero potuto regalare momentanea gloria a tante band meteora di metà anni 2000.

E poi Gillespie è Gillespie: scanzonato, caciarone, un artista che ti viene da amare proprio perché un giorno inebria i sensi con la psichedelia e quello dopo invece scrive un party-anthem scontato ma efficace. Se ci fosse un nome diverso sulla copertina grideremmo al miracolo invece di lanciarci in critiche spietate? O è proprio quel nome che ci porta ad accettare con sorriso allegre boutade rock’n’roll, pur sapendo di cosa sarebbero capaci i Primal Scream?

Ed eccoci quindi a Chaosmosis. Per l’ennesima volta Gillespie volta pagina, optando stavolta per un synth-pop molto vicino ai territori calcati, per restare a un altro nome classico, dai New Order nell’ultimo decennio. Lidi che va detto Sumner e soci con l’ultimo Music Complete hanno saputo affrontare molto meglio rispetto a pezzi molto meh di Chaosmosis come (Feeling Like A Demon) Again. Di questo nuovo disco mi è piaciuta Trippin’ on Your Love, apertura coatta in odor di Screadamelica o di Step On degli Happy Mondays; o anche la breve When the Blackout Meets the Fallout che invece ricorda l’irruenza techno-industrial di XTRMNTR. C’è poi Golden Rope, nuovo pezzo à la Rolling Stones ma più acido ed elettronico, diciamo una Medication con le cornamuse. Per il resto però, si alternano brani synth-pop ora accettabili (Autumn in Paradise) ora inutili (100% Or Nothing con le Haim e Carnival of Fools), o una ballata folkeggiante come Private Wars,che si rivela un esperimento peggio che fallito. Sembra andar meglio con I Can Change – il secondo brano pubblicato prima dell’uscita del disco – ma anche in questo caso mi chiedo: trovo questi pezzi interessanti perché li ha scritti Gillespie o perché si tratta davvero di belle canzoni? Ho paura della risposta (anche se la conosco) e ho la spiacevole sensazione che i brani di Chaosmosis non possano nemmeno giocarsi l’alibi del perenne confronto con Screamadelica.

Una promessa disattesa, una svolta che boh, stavolta senza manco l’ombra degli Stones a cui dare la colpa. Sarà anche questo un disco di cui salvare il salvabile? Volendo, sì. È un album che regalerebbe hype a tante nuove band al debutto? Chi lo sa, forse. I Primal Scream sono tornati alla grande? No, per nulla. E allora accontentiamoci del venticinquennale di Screamadelica, e di quei due-tre pezzi “belli” che sempre (o quasi) salvano Gillespie quando se ne esce con dischi “brutti”.

Livio Ghilardi
Cresciuto nel sud-est barese, vive a Roma per colpa di Verdone e Venditti. Giurista per caso, scrive di musica per Dance Like Shaquille O’Neal, Zero e Nerds Attack.

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