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In che modo la scienza, la politica, la tecnologia, influenzano il nostro immaginario? Intervista ad Adam Curtis, il più importante documentarista inglese.

Adam Curtis è un giornalista della BBC che gira film sui meccanismi del potere nel mondo moderno. Ex-professore di politica a Oxford, verso la fine degli anni 80 comincia a lavorare in TV, girando una serie di documentari – Pandora’s Box, The Century of the Self, All Watched Over by Machines of Loving Grace e Bitter Lake, per citarne alcuni – che combinano i codici della cultura mediatica “pop” col reportage politico, creando una genealogia visiva del mondo occidentale moderno.

In Italia, il suo nome è relativamente poco noto ai più. La trilogia The Power of Nightmares del 2004, fece parlare di sé per come tracciava un parallelo tra l’ascesa dei neocon statunitensi e quella dell’estremismo islamico in Medio Oriente, mettendo tra l’altro in discussione la percezione che, prima e dopo l’11 settembre, l’Occidente ha riservato a fenomeni come Al Qaeda. A sua volta, il bellissimo Bitter Lake del 2015 raccontava il rapporto tra Occidente e Afghanistan, i fallimentari interventi di paesi come Stati Uniti (ma anche Russia) in decenni di relazioni a volte pacifiche a volte burrascose, nonché il modo in cui gli interessi statunitensi in Arabia Saudita hanno in ultima analisi favorito l’espandersi del terrorismo religioso. Inquietante e visivamente splendido, in Gran Bretagna Bitter Lake ha sollevato sia consensi che critiche, facendosi se non altro notare per una colonna sonora di particolare suggestione (con brani di musicisti come Burial, Nine Inch Nails, ma anche Olivier Messiaen).

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Il trailer di Bitter Lake.

La struttura narrativa dei film di Curtis ricorda il saggio accademico, narrato dall’autore stesso sopra immagini per la maggior parte provenienti dagli archivi della BBC. Giocando sulla familiarità/estraneità delle immagini – spezzoni di vecchi sceneggiati, frammenti di reportage ecc. –  Curtis rivisita alcuni passaggi chiave della nostra Storia recente attraverso eventi, oggetti, persone o idee rimasti al di fuori della narrazione ufficiale. Il voice-over cadenzato, alternato alle eclettiche scelte musicali, crea una connessione emotiva con lo spettatore che aggiunge forza alla narrazione. Il risultato sono film provocanti e divertenti, che dimostrano che anche il giornalismo politico può essere una forma di intrattenimento (e viceversa, che l’intrattenimento può affrontare argomenti seri).

Incontro Adam Curtis in un caffè del centro di Berlino per parlare non tanto dei suoi documentari, quanto di come la scienza, la tecnologia, e soprattutto la politica influenzino il nostro stesso immaginario – tutti temi che segnano in profondità i film da lui firmati. “L’immaginario del presente è così pervasivo che è difficile dare un senso alle cose che vediamo”, mi spiega il regista. “Ma se fai un passo indietro e vai a ripescare immagini che la gente non conosce, e le presenti in modo diverso, puoi farla riflettere”.

“Molto reportage politico oggi è troppo miope e non riesce a cogliere le sfumature di come funziona il potere nella società”, mi dice. “La politica ha a che fare con il potere: si tratta di avere il potere di modellare il mondo secondo come si pensa dovrebbe essere e come la gente pensa che dovrebbe essere. È un accordo. E nel mondo moderno, questo avviene in tutta una serie di modi diversi – non solo tramite i governi e la politica tradizionale dei partiti, ma attraverso le storie che ci vengono raccontate su come siamo, su come le nostre vite dovrebbero o potrebbero essere. Mi interessa l’evoluzione di queste storie”.

Le storie che ci racconta la scienza sono spesso metafore potenti su come siamo e cosa siamo in quanto esseri umani. E questo è molto attraente per le persone che vogliono modellare e gestire il mondo.

Un tempo era la religione a offrire queste storie ai politici. Oggi invece è spesso la scienza. “Le storie che ci racconta la scienza sono spesso metafore potenti su come siamo e cosa siamo in quanto esseri umani. E questo è molto attraente per le persone che vogliono modellare e gestire il mondo. Non si tratta di controllo, vedi, ma di gestione. Il mondo va gestito, altrimenti non è niente, è solo una serie di frammenti”. Spesso siamo portati a vedere nelle idee scientifiche qualcosa che può aiutarci a spiegare il mondo che cambia. “Ad esempio, agli inizi del ventesimo secolo, si sviluppò questa idea della fisica come una scienza estremamente potente che potesse capire la struttura della materia. E i teorici utopisti dell’Unione Sovietica degli anni 20 furono completamente influenzati da questo. Se poi facciamo un balzo agli anni 70 in Gran Bretagna e in America, quando crollava l’idea che la società si potesse cambiare – a sua volta basata sull’idea che si potessero cambiare le persone – ecco che esce l’idea che il DNA è un codice in grado di dirci che cosa siamo. Che è un’idea molto più rigida di cosa sono gli esseri umani. Ma non è tanto questo il punto. È che si adatta bene alla crescente metafora informatica di noi stessi”.

Oggi siamo ossessionati dall’idea dei network e dalla connettività. “E vediamo queste cose nella natura. La natura è una rete interconnessa. Il mondo è una rete interconnessa – si chiama globalizzazione. Internet è una rete interconnessa. Ed è una metafora molto potente. È così che ci impossessiamo delle idee, e diventano un modo di vedere il mondo”. Quando un modello sociale si rivela inadeguato (o è superato), cerchiamo un’altra metafora che possa aiutarci a spiegare e gestire la nuova situazione. “Al momento siamo molto scettici dell’idea delle gerarchie e delle élite. Quello che alla gente invece piace è l’idea che tutti quanti possono connettersi e agire insieme. È per questo che i social media sono così importanti”. Viviamo nell’età dei computer: non solo ci viviamo insieme, ma pensiamo attraverso loro. “Siamo il software. Questo è quello che sostengo nel mio lavoro. Siamo il software dentro una macchina. E non riusciamo a spiegarcelo, perché quello che il software non potrà mai concepire è il funzionamento della macchina. E penso sia una posizione molto interessante da vivere. Ma sto usando una metafora, perché è quella che tutti conoscono, ed è così che spieghiamo le cose”.

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Un estratto da The Century of the Self, 2002. Il film racconta di come gli insegnamenti della psicanalisi sono stati utilizzati dal potere ai fini del controllo di massa.

È così che le idee scientifiche vengono estrapolate, semplificate e usate come storie. “Ma pensaci: che altre storie abbiamo al momento? Un tempo era la religione che raccontava storie ai politici. Oggi non è più così. La gente non ci crede più. Quello in cui la gente crede al momento è l’idea che siamo tutti parte di un network, e questo si adatta bene al modo in cui pensiamo”. Oggi pensiamo che la politica tradizionale sia sbagliata perché è corrotta. E pensiamo che internet offra invece un modo nuovo di connetterci tramite una rete in cui siamo tutti uguali e in cui tutti possono negoziare gli uni con gli altri, e che da questo possa nascere una nuova società equilibrata. Internet è un ottimo modo di distribuire informazione e di connettere la gente, ma bisogna fare attenzione a non scambiarlo per un modo di cambiare la società. “Non si può gestire la società in base a un sistema ingegneristico. Bisogna avere una visione di ciò che si vuole”.

La mancanza di una visione del futuro è uno più grandi problemi di oggi. “In Inghilterra, in America e in molti dei paesi occidentali, una parte della sinistra liberale vuole sfidare ciò che vede come ineguaglianze sociali, comportamenti irresponsabili dei governi all’estero, caos internazionale…e queste sono cose di cui ci preoccupiamo molto, ed è giusto che sia così! Ma nessuno ci dà un quadro di una società alternativa”. Questo non vale solo per i politici, ma anche per gli scienziati e gli scrittori. “Pensa a libri come The Road di Cormac McCarthy. Sono quadri del mondo apocalittici – e in un certo senso giustificabili, perché la scienza ci dice che questo è quello che succederà: che il mondo sta per morire e noi con lui”.

Invece di immaginare scenari distopici o utopici come faceva nel ventesimo secolo, la science fiction oggi immagina la fine di tutto. “La domanda che dovremmo porci – noi classi medie letterate che leggono fantascienza – è: perché sono così apocalittici? Ovvio che ci sono pericoli, ovvio che ci sono minacce, ma perché ci rassegniamo all’idea della fine del mondo invece che provare a cambiare le cose? La mia teoria è che se viviamo in un mondo individualista, la cosa che non possiamo affrontare è la nostra mortalità. In passato, se facevi parte di una comunità come la parrocchia o il sindacato, sapevi di far parte di qualcosa che sarebbe andata avanti dopo la tua morte. Ma quando sei un individuo indipendente, razionale e massimizzatore di utilità, non puoi concepire un mondo senza di te, perché sei al centro del mondo – e questo è ciò che siamo incoraggiati a pensare oggi. Quindi, in termini politici quello che fai è proiettare la tua morte. E questa roba apocalittica è l’esatto contrario di quello che dovrebbe fare la sinistra, ovvero fornire scenari più ottimistici e alternativi. La generazione del baby-boom, ormai in età avanzata, sta proiettando la sua mortalità sul pianeta, e personalmente questo mi sembra egoista e tragico. E sbagliato”.

Le classi medie dovrebbero preoccuparsi, perché l’intelligenza artificiale farà a loro quello che la produzione computerizzata ha fatto alle classi operaie negli anni 80. Ovvero, farà tutto.

Gli chiedo che cosa pensa dell’intelligenza artificiale. “Le classi medie dovrebbero preoccuparsi, perché l’intelligenza artificiale farà a loro quello che la produzione computerizzata ha fatto alle classi operaie negli anni 80. Ovvero, farà tutto. Nella maggior parte dei paesi occidentali, gran parte della classe media è impiegata nel settore dei servizi, e l’intelligenza artificiale si muove sempre di più in questa direzione. La gente rimarrà letteralmente senza un lavoro! E nessuno sa cosa farà. Alcuni dicono che sarà un mondo di ozio, ma questo mi preoccupa. La mia paura è diventeranno tutti artisti! Sarebbe un incubo”.

Ma c’è un altro punto interessante e preoccupante che riguarda l’intelligenza artificiale. “Ha a che fare con la coscienza. Fino agli anni 90, gli scienziati dell’intelligenza artificiale avevano un vero problema con la coscienza. Il fatto è che gli esseri umani sono consapevoli di pensare, e questo ci dà l’abilità di cambiare in base a eventi e situazioni in cui è appropriato pensare e agire diversamente. È una cosa complessa. Ma per esempio, se adesso ci fosse un incidente stradale qui fuori, io e te cambieremmo il modo in cui siamo in quanto esseri umani e usciremmo fuori ad aiutare i coinvolti. E metteremmo da parte la paura e tutte quelle cose. Ma se invece entrasse qualcuno e ti puntasse contro una pistola, saresti bloccata dalla paura e vorresti ucciderli perché vuoi sopravvivere. Quindi, in circostanze diverse sei un tipo di persona diversa, perché sei consapevole di star pensando e puoi adattarti. Questo era un problema enorme per l’intelligenza artificiale”.

Negli anni 90 gli scienziati hanno trovato una soluzione rivolgendosi all’economia neoliberista. “Si sono detti, ‘se supponiamo che gli esseri umani sono ciò che gli economisti dicono che siano, la cosa può funzionare’ – ovvero massimizzati di utilità razionali ed egoisti. Che è un termine tecnico per dire: persone che pensano razionalmente a ciò che è meglio per loro. È una visione molto limitata. Quindi, forse, stiamo vivendo qualcosa di piuttosto interessante, che non ci piace ma che non riusciamo a vedere davvero: che noi stessi saremo semplificati per adattarci alle macchine. È l’unico modo in cui può funzionare”.

Un'immagine da The Trap, la serie firmata da Adam Curtis nel 2007.

Questo processo è già in corso, e si vede da come funzionano la rete e i social network. “Quello che succede è che entri in una bolla – un network di persone che la pensano come te e provano le tue stesse emozioni, e che si scambiano contenuti, fondamentalmente alimentandosi a vicenda, perché tu vuoi essere mio amico, e io voglio che tu sia mio amico, e so che se ti mando qualcosa che non ti piace, non sarai più mio amico. Così finisce che ci diciamo sempre le stesse cose, ci alimentiamo a vicenda, e diventa una sorta di camera d’eco. E non ricevi mai informazioni o dati altri che potrebbero contraddire, mettere in discussione, o anche aprirti verso qualcos’altro. O farti prendere coscienza del fatto che potrebbe esserci dell’altro. Quindi, quello che succede in queste bolle è che adattiamo noi stessi a ciò che è essenzialmente un sistema-macchina. E mi chiedo se non succederà questo, e cioè che saremo letteralmente semplificati in una serie di reazioni –  se ti piace questo, allora ti piacerà quello – in cui siamo le componenti di un sistema che però ci fa sentire come esseri indipendenti”.

Il cerchio si chiude: nessuno – certamente non i politici – è riuscito a trovare una soluzione che permettesse di raggruppare le persone pur facendole sentire individui. “Forse solo le macchine possono riuscirci, ma per farlo, noi dovremo essere leggermente degradati, per divenire semplici elementi stimolo-reazione in un sistema”.

“I computer conoscono un segreto molto sporco su di noi, ovvero che non siamo poi così diversi. Siamo incredibilmente simili. È per questo che possono gestirci in massa. Il sistema è stabile e benigno. Ma quello che mi chiedo è se, nell’amare tutti questi social network e l’idea di connettività, non stiamo forse barattando qualcosa: stiamo barattando la libertà per la stabilità. E quando il sistema andrà in tilt, avremo bisogno di qualcuno che venga a proporci una storia, un modo per tirarci fuori dal caos verso un mondo migliore. Questo è il ruolo della politica. Ma per il momento, viviamo in un periodo – per noi – stabile e relativamente pacifico, ce ne stiamo adagiati nelle nostre poltrone, vediamo la Siria in tv, e pensiamo: ‘poveretti, che disgrazia’. Ma non facciamo niente. Finché qualcosa non succederà a noi. A qual punto urleremo. E al quel punto i computer non potranno più fare niente. Avremo bisogno di una storia, e al momento nessuno ce l’ha”.

Teresa O'Connell
Teresa O' Connell vive a Berlino dove lavora come traduttrice e redattrice di testi politici e culturali. Ha collaborato con Vice, WAD e Trolley books.

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