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Conversazione col maestro dell'horror filosofico, a partire dalla pubblicazione in italiano del capolavoro nichilista La cospirazione contro la razza umana.

È appena uscita per Il Saggiatore l’edizione italiana di La cospirazione contro la razza umana, il saggio di Thomas Ligotti (di cui già vi parlò Anna Longo qui) che tra le altre cose ha ispirato True Detective e affascinato filosofi come Ray Brassier. Abbiamo quindi chiesto a Luca Fusari, che di Thomas Ligotti è il traduttore, di scambiare quattro chiacchiere col più importante, visionario e nichilista autore horror contemporaneo, per farsi raccontare senso e contenuto della sua opera più ambiziosa.

Thomas Ligotti.

PRISMO: Per prima cosa, come presenterebbe ai lettori italiani La cospirazione contro la razza umana?
Thomas Ligotti: La cospirazione contro la razza umana è come un saggio in forma quasi romanzesca, incentrato su tre temi fondamentali: la paura, la sofferenza e la stranezza. La “trama” è la vicenda dell’essere umano messo di fronte a queste condizioni, vicenda che è molto simile a quella dei personaggi dei racconti dell’orrore.

Come fossimo personaggi di un horror, infatti, partiamo dal presupposto fondamentale che il mondo, come noi, sia qualcosa di naturale. A un certo punto però, arriva la consapevolezza che nell’esistenza c’è qualcosa di strano, che viola la concezione naturalistica della vita. Nelle storie dell’orrore questa manifestazione ha varie forme: fantasmi, vampiri, creature venute da altre dimensioni, oggetti inanimati che prendono vita e via dicendo. Naturalmente, la paura di queste cose ci porta a negare la loro esistenza. Non vogliamo che siano vere perché, in un modo o nell’altro, queste mostruosità ci rivelano che il mondo non è naturale. È soprannaturale. È strano. E non in senso confortante, religioso, ma in un senso di fronte al quale non possiamo abbozzare e continuare a vivere come se niente fosse.

Ovviamente, i personaggi delle storie dell’orrore devono confrontarsi con ciò che è strano e soprannaturale. Devono provare paura. Devono soffrire. Se così non fosse, la loro storia ci annoierebbe a morte. In tutta sincerità, dobbiamo ammettere che adoriamo l’elemento del male nelle storielle che ci raccontiamo, da che siamo esseri dotati di coscienza e capacità di ragionare. È una delle tante maniere in cui ci distraiamo dai mali che agiscono su di noi nella vita reale, i mali della tragedia, della malattia, della pazzia e via dicendo. Il male può risultare davvero interessante quando lo si presenta nella forma artistica in cui, paradossalmente, ci distrae da se stesso al punto tale che non abbiamo nemmeno più bisogno di pensarci. Tuttavia, anche se ha bisogno di questo genere di distrazioni per la maggior parte del tempo, la maggior parte delle persone dice e ripete che in fondo nella vita non c’è così tanto male, o paura, o sofferenza e stranezza; che in fondo vivere va bene.

Ma c’è anche chi il male non riesce a tollerarlo nemmeno in dosi minime. E ciò significa non riuscire a tollerare la vita, anche solo per principio; non riuscire a esprimere la propria approvazione al riguardo. Chi la pensa così non crede che la razza umana faccia bene a continuare a inventarsi scuse per il male che le tocca affrontare. Non si crede il personaggio di una storia dell’orrore soprannaturale, un personaggio che magari è strano e tutt’altro che reale e naturale come crede di essere. La cospirazione contro la razza umana parla perlopiù di questo tipo di persone e del male che esse contestano con vigore. O comunque, questo è un modo possibile di descrivere l’obiettivo del libro.

La copertina di La cospirazione contro la razza umana.

Lo considera ancora una sorta di “manuale di autoaiuto” o dall’anno della pubblicazione originale (in inglese è uscito nel 2011) la sua idea del libro è cambiata?
È vero, quando ho scritto La cospirazione contro la razza umana lo immaginavo come una sorta di manuale di autoaiuto per scontenti della vita, per chi non riesce ad accettarla com’è. Dev’esserci un modo per farlo, un modo per convincere persino un tipo come me che essere vivi, in fondo, è tollerabile. In realtà non ci ho messo molto a capire che era un’ambizione impossibile.

Avrei voluto scrivere un libro che si potesse intitolare Come vivere con la disperazione o Come accettare la disperazione e l’angoscia allo stato terminale. C’è gente che che è riuscita a raccontare in un libro come si è ripresa da una tragedia o una crisi nella vita, una crisi ben precisa; gente che ha scritto libri come Liberarsi dalla depressione, Il superamento del dolore cronico o Impara a essere un paranoico schizofrenico felice. Ma io sapevo che per me sarebbe stato futile essere sincero e al tempo stesso parlare di guarigione. Una volta uno psicologo mi ha scritto che dalla Cospirazione contro la razza umana si potrebbe trarre davvero un manuale di guarigione, nel senso di guarigione dall’idea radicata, tanto nell’individuo che nella specie intera, che la vita umana sia fatta di sofferenza e indegna di essere continuata. Forse ha ragione lui, ma non è nelle mie corde un libro del genere. Dovrei mentire a me stesso e al lettore, per scrivere un manuale così.

Al tempo stesso, diverse persone mi hanno scritto per informarmi che la Cospirazione contro la razza umana le ha aiutate a sopportare la vita, fosse anche solo perché le ha consolate confermando loro che non erano le uniche a dubitare che essere vivi vada bene, che non si è in pochi a considerare la vita umana né più né meno che deplorevole. È una consolazione rara, perché sono in pochi ad avere scritto della vita da questa prospettiva. Nella Cospirazione contro la razza umana passo in rassegna le figure più importanti che hanno scritto secondo questa prospettiva, nel campo della filosofia, della psicologia e della narrativa dell’orrore soprannaturale. Naturalmente il libro non ha fatto proseliti, se non tra chi era già convertito all’idea che vivere non va bene. Ho comunque cercato di scrivere qualcosa che fosse il più interessante e coinvolgente possibile senza falsificare le mie opinioni riguardo all’esistenza umana. Come autore di storie dell’orrore soprannaturale, è una cosa che mi è sempre stata molto a cuore.

La Cospirazione contro la razza umana è un libro pessimista, anche se spesso persino chi non è d’accordo con le sue tesi ci vede qualcosa di comico. E ogni autore pessimista desidera scatenare reazioni violente nella testa del lettore.

Prima di lavorare al testo definitivo della Cospirazione ne ho letta una stesura precedente: può raccontarmi la storia editoriale del testo?
Buona parte della Cospirazione contro la razza umana nasce da una lunga intervista che ho concesso a Neddal Ayad. La prima versione del libro era un tentativo di organizzare le risposte all’intervista in forma compiuta, un tentativo in fin dei conti frammentario e malriuscito. Quindi l’ho riscritto da capo mantenendo soltanto qualche sezione dell’originale. Anche alla versione attuale sono arrivato dopo diverse riscritture.

Mi ha molto colpito, quasi allucinato, la condizione di straniamento estremo che spesso e volentieri i suoi testi inducono nel lettore. È un effetto che lei cerca consapevolmente?
La Cospirazione contro la razza umana è un libro pessimista, anche se spesso persino chi non è d’accordo con le sue tesi ci vede qualcosa di comico. E ogni autore pessimista desidera scatenare reazioni violente nella testa del lettore. E.M. Cioran parlava di opere che sono “esplosioni” che investono l’universo intero. Ovviamente si trattava di un’ambizione metaforica, ma è anche la mia ambizione, come lo è quella di scrivere un libro di autoaiuto per i disperati allo stadio terminale e per chi è stufo di fingere che essere vivi vada bene.

L’utilizzo della ripetizione di una serie di parole o di un’intera frase è una scelta conscia da parte sua, o la conseguenza spontanea del suo modo di parlare e organizzare le idee?
La storia della letteratura è un caleidoscopio di influenze reciproche tra autori, influenze tematiche e stilistiche. Io ho subito l’influenza dello stile di certi autori perché mi sembrava che il loro stile si adattasse al meglio alle idee e alle atmosfere che volevo trasmettere con le mie opere. Ci sono stati autori più e meno influenti, per me, quanto a stile. In generale quelli che più mi hanno ispirato sono gli autori che scrivono nello stile che definirei “in prima persona intensa”. È la voce che ho sempre voluto usare nella mia narrativa, oltre che nella Cospirazione contro la razza umana.

Tre autori la cui opera è legatissima alla narrazione in prima persona intensa sono Vladimir Nabokov, Bruno Schulz e Thomas Bernhard. Lo stile ripetitivo, maniacale di Bernhard è quello che più influenza i miei ultimi scritti. Questa è forse la spiegazione più semplice e sincera che riesco a dare del perché utilizzo la ripetizione, che sì, è una tecnica che uso. Più che appropriarmene in maniera conscia, è qualcosa che a un certo punto si è inserito nel mio stile. È un processo simile a quello del musicista che, nel comporre o improvvisare, assimila le qualità di altri musicisti o stili musicali.

Quanto al mio processo di scrittura quando mi occupo di narrativa, dopo aver completato la prima stesura faccio pochissime revisioni. Tuttavia, se posso, le faccio anche a decenni di distanza, com’è successo con i racconti delle mie prime tre raccolte, che la Subterranean Press ha pubblicato in una forma riveduta e corretta che ne è diventata poi la versione definitiva, finale. Non c’è niente di scritto che non si possa migliorare.

La copertina di Teatro Grottesco.

In molti dei suoi racconti questo narratore in “prima persona intensa” subisce la cancellazione della propria identità, o una trasformazione fortissima, a causa di un evento esterno: è un tentativo di narrare l’inenarrabile presa di coscienza che l’uomo esiste soltanto in qualità di marionetta umana?
Non so che cosa sia. A quanto badassi all’identità dei miei personaggi ho cominciato a far caso solo dopo che qualcun altro me l’ha fatto notare. Di sicuro ho badato alle alterazioni di me stesso in certi periodi della vita, soprattutto quelli di crisi emotiva e psicologica. A volte sono alterazioni permanenti. Di sicuro non sento di avere un’identità forte, un centro. Non credo che esista, non credo che l’abbiamo, ed è il motivo per cui non credo in ciò che qualcuno chiama “l’io”, quello che esercita il libero arbitrio. Certe persone, più di altre, sperimentano una certa continuità nei loro stati d’animo e nelle loro emozioni, e forse per questo credono sia nell’io che nel libero arbitrio.

Suona ancora la chitarra? Ci può parlare dei suoi chitarristi preferiti?
Sì, suono ancora la chitarra, compro chitarre e quando mi va ascolto musica per chitarra. Negli anni ho ammirato parecchi chitarristi, a partire dai guitar heroes degli anni Sessanta come Eric Clapton e Jimi Hendrix. Di recente ho visto il video di uno dei concerti della serie Crossroads che Clapton organizza ogni tre anni per finanziare il suo centro di disintossicazione dalla droga e dall’alcol a Antigua. Per me il momento più alto del concerto è Steve Winwood che canta Dear Mr Fantasy, l’assolo di Clapton lì è all’altezza dei migliori della storia del rock.

Dagli anni Novanta, comunque, mi interessa più la musica strumentale di quella cantata. Da un sacco di tempo filosofi, compositori e musicologi discutono se abbia più valore l’una o l’altra. Io preferisco le atmosfere prodotte dalla prima alle emozioni suscitate dalla seconda. Considerata la mia storia psichiatrica non riesco a non equiparare qualsiasi tipo di emozione alla sofferenza. Credo che in un certo senso sia così per tutti.

carico il video...

Mi piacciono i chitarristi solisti classici o acustici, ma perlopiù mi incuriosiscono i gruppi di tre o quattro musicisti in cui la protagonista è la chitarra elettrica. Di solito i chitarristi di questi gruppi non sono per niente noti al fan medio di musica pop e sono praticamente figure di culto nel loro genere, che sia jazz, rock, surf o chissà cos’altro. Per coincidenza, ve lo dico visto che siete italiani, di recente  su raccomandazione di un amico ho conosciuto e apprezzato i Guano Padano. Il chitarrista e compositore del gruppo, Asso Stefana, padroneggia molti stili, dal surf al jazz ai temi da colonna sonora. Magari vi sembra strano che un autore di narrativa dell’orrore soprannaturale e di saggi pessimisti e pseudo-filosofici sia appassionato di chitarre, o di qualcosa che non ha a che fare con le disgrazie del mondo, ma l’unica cosa che posso dire è quello che sanno tutti: la vita trabocca di seduzioni, e sono quelle che la fanno girare, o che perlomeno l’hanno fatta girare fin qui, e così veloce. Che continui in questo modo ancora a lungo o no, per il singolo individuo o per la specie intera, è tutto da vedere.

Luca Fusari
Luca Fusari ha quarant'anni e traduce dall'inglese da tredici, occupandosi sia di narrativa che di saggistica. Tra i "suoi" autori, oltre a Thomas Ligotti, Iain Sinclair, William Faulkner, Joyce Carol Oates, Barry Miles, Jesse Bering, Julian Cope, Stephenie Meyer.

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