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Dopo i fatti di Orlando, l’esistenza di una comunità LGBT fieramente islamica lascia intravedere un barlume di speranza. Ricordandoci che non esistono testi (sacri) ma solo interpretazioni.

“Avrei potuto esserci io”. È stato questo il primo pensiero di Ilana Alazzeh quando ha appreso della strage di Orlando. Soltanto la sera prima, Ilana celebrava il Ramadan in una discoteca gay di Washington – “come facevano i miei antenati sufi”. Ora: che i mistici orientali del Medioevo ballassero YMCA nelle dark room dei loro cenobi in Anatolia è abbastanza improbabile, ma il sottotesto omoerotico di certe poesie del grande Rumi (di fatto, un corpus di metafore convenzionali) può giustificare, perché no, anche questo anacronismo. L’Islam gay – quello di Ilana Alazzeh e di numerosi altri attivisti con cui sono entrato in contatto in questi giorni – è tutta una questione d’interpretazione. E l’interpretazione è una forza che smuove le montagne.

Chi ha detto che l’Islam è una realtà monolitica e irriformabile? Alazzeh, 26 anni, è la fondatrice del movimento “Muslims Against Homophobia and LGBT Hate”, una comunità di musulmani americani che credono che il Profeta fosse un “attivista femminista ambientalista anti-razzista radicale”. Umberto Eco avrebbe parlato di decodifica aberrante, ma noi siamo con lei, perché crediamo nella tradizione come potente forza evolutiva, capace di adattarsi ai bisogni (e talvolta alle stravaganze) della società. Certo, la visione di Ilana resta minoritaria in seno alla cultura islamica, ma lei non sembra turbata dal fatto di onorare la stessa religione dell’assassino di Orlando: “Poteva trattarsi di qualsiasi altro omofobo che ho incontrato in moschea, in chiesa o in università”. Il problema per i musulmani gay, piuttosto, è che questa tragedia rischia di alimentare l’odio tra le diverse comunità. E loro pagano due volte.

Nel colpire questa minoranza il Califfo esibisce una strategia trasparente: per citare lo storico del Medio Oriente Pierre-Jean Luizard, “si tratta di provocare un Occidente attento alle sorti delle minoranze – quando ciò gli conviene, si può aggiungere – al fine di coinvolgerlo nel conflitto”. Dopo avere scandalizzato le buone coscienze occidentali prendendosela con il patrimonio artistico dell’antica Mesopotamia, con la libertà d’espressione di Charlie Hebdo, con i BoBo parigini la notte del 13 novembre 2015, con le sommarie esecuzioni di omosessuali in Siria, lo Stato Islamico prosegue la sua “politica del peggio” sistematicamente mirata a produrre una reazione. Secondo Luizard, la propaganda jihadista riprende “parola per parola” le tesi di Samuel Huntington sulla “scontro di civiltà”, limitandosi a rovesciarne il segno. In questo senso, l’ISIS non è altro che l’incubo che l’Occidente si è costruito a partire dal 2001, finalmente incarnato.

Jalal ad-Din Rumi assieme al suo mentore Shams ad-Din.

Minority Deathmatch
A Orlando si è realizzato un sogno. Un sogno, beninteso, per chi vede nell’idea di società multiculturale il capriccio destinato al fallimento di una cricca di progressisti ingenui. Musulmani contro gay: le amate-odiate minoranze in guerra l’una contro l’altra, a certificare con il sangue quanto sia assurda l’utopia della convivenza. Se dopo Orlando la destra si divide tra chi è più anti-islamico e chi è più anti-gay, la sinistra sembra impegnata nel tour de force di tenere assieme il rispetto per le tradizioni religiose delle classi dominate (“no all’islamofobia”) e l’imperativo progressista (“no all’omofobia”). È una versione aggiornata del dilemma della capra e del cavolo: come fai ad attraversare il fiume senza che la capra spari al cavolo con il fucile mitragliatore che le hai venduto poco prima? A Orlando cinquanta persone sono morte perché omosessuali, in quanto omosessuali: tecnicamente si chiama “martirio”, ma se avete abbastanza pelo sullo stomaco potrete sempre riciclare questa storia come barzelletta sulle contraddizioni del politicamente corretto.

Musulmani contro gay, ma certo, bisognava pensarci. È bastato un lupo solitario ben equipaggiato per rimettere al centro del dibattito pubblico la questione della coesistenza tra i presunti valori dell’Islam e i presunti valori dell’Occidente: il gesto di Omar Mateen non è necessariamente un sintomo – nelle stesse ore, un attentato al Gay Pride lo stava architettando un giovane WASP – ma senza dubbio può servire da metafora. In questo senso, Mateen ha ottenuto una piccola vittoria, riuscendo a imporre la sua metafora, il suo sogno, la sua oscena barzelletta all’agenda politica occidentale. Un evento-metafora che muove al centro della scena preoccupazioni che sembravano lontane: i diritti civili nei paesi islamici, le esecuzioni pubbliche, il ruolo della cultura gay sullo scacchiere geopolitico… Ci costringe a trovare nuove parole e nuovi concetti per immaginare il futuro. Non è un capriccio da progressisti ingenui, ma una necessità.

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“There are too many minorities”.

Qualcuno prova a tagliare il nodo di Gordio rivendicando il diritto a un’islamofobia “di sinistra”, costruita come calco del più classico anticlericalismo. È la sinistra Charlie Hebdo, che disprezza tutte le religioni senza distinzioni e promuove nei confronti dei cittadini divergenti (islamici, cattolici, fascisti…) un approccio assimilazionista che alla prova dei fatti continua a fallire. È la sinistra che appoggia le missioni militari per esportare la democrazia nella convinzione che basti rimuovere una certa occlusione, ad esempio un dittatore sanguinario, perché poi le cose si mettano a scorrere nel senso della Storia. Se soltanto le cose fossero così semplici!

C’è poi un’altra sinistra, che ultimamente viene definita “regressive left” poiché spinge il rispetto per le minoranze al punto di chiudere gli occhi sulle discriminazioni che possono subire gli individui che vi appartengono. È apprezzabile la riluttanza di questa sinistra reazionaria a scatenare ingiuste guerre giuste, ma a furia di lasciar correre non rischiamo forse di sacrificare i nostri principi sull’altare della pace civile? Nel suo romanzo Soumission, Michel Houellebecq aveva freddamente formulato il trade-off: se accettiamo l’islamizzazione dell’Occidente, a pagare saranno gli ebrei, le donne e i gay. Una narrazione che i musulmani gay rifiutano con forza: “Io credo che il mio Dio sia un Dio d’amore, e che tutte le forme d’amore tra persone di ogni genere siano tra gli atti più santi che un essere umano possa esercitare (…) Credo che le donne abbiano il diritto di vivere le loro vite senza paura e fastidi da parte degli uomini, un diritto garantito nel Corano”, scrive Aaminah Khan.

Eppure è proprio dagli ebrei, dalle donne e dagli omosessuali che oggi provengono i più accorati gridi d’allarme. Da queste categorie è sorta una nuova generazione di militanti anti-Islam non legati alla destra classica, come Bat Ye’or, Ayaan Hirsi Ali o Pim Fortuyn. Nel 1963 Norman Podhoretz scriveva il suo articolo-confessione “My negro problem” in cui confessava che, sebbene intellettuale ebreo progressista, le sue esperienze giovanili con i bulletti afroamericani a Brooklyn avessero alimentato sentimenti di paura e di odio nei loro confronti; oggi molti bianchi, confrontati all’arroganza e all’aggressività di certi ragazzi di banlieue, potrebbero essere tentati di ammettere di avere un oggettivo “muslim problem”. In Francia, la diffusione dell’antisemitismo di matrice islamica ha da tempo superato il livello di guardia.

Siamo sicuri che sia l’Islam il problema? Siamo sicuri, cioè, che la violenza omofoba sia insuperabile sul piano dottrinale, ovvero iscritta profondamente nel DNA della religione maomettana?

Dopo gli attentati di Orlando Milo Yiannopoulos ha confessato di temere l’immigrazione di massa perché questa mette in pericolo le sue libertà civili e accusato la sinistra di “preferire” gli islamici ai gay. La preoccupazione di Yiannopoulos è legittima, poiché sarebbe ingenuo credere che dei movimenti di popolazione su scala planetaria in un contesto di grave crisi economica possano essere privi di conseguenze, ma il punto è un altro: siamo sicuri che sia l’Islam il problema? Siamo sicuri, cioè, che la violenza omofoba sia insuperabile sul piano dottrinale, ovvero iscritta profondamente nel DNA della religione maomettana? Ludovic-Mohamed Zahed crede di no: questo imam omosessuale, sposato con un altro uomo, ha aperto in Francia la prima moschea gay friendly nel 2012.

La verità è che non c’è nulla di iscritto nella lettera di alcunché. Ogni testo, anche quelli che dovrebbero essere interpretati in maniera letterale, è suscettibile d’infinite interpretazioni. A maggior ragione nell’Islam, che non prevede intercessioni con il divino e lascia ad ognuno il diritto di aprire il Corano e confrontarsi direttamente con il testo. I musulmani omosessuali ne sono la dimostrazione vivente; sono semiosi illimitata che vive e opera nella carne. Si tratta di una minuscola minoranza, ma l’idea stessa che si possa essere fieramente legati alla propria tradizione religiosa e rivoluzionarne un elemento che alcuni considerano centrale (la morale sessuale) lascia aperta una piccola porta dalla quale può entrare la speranza di una trasformazione radicale. Nulla è scritto, tutto è da scrivere.

Molto bello, ma quanto ci vorrà? La risposta non è nel Corano, ma nella Storia. Le fobie e gli orientamenti sessuali sono forme ideologiche che strutturano precisi rapporti sociali. È comprensibile che un gruppo che per ragioni economiche relega le donne allo spazio domestico, e dunque le esclude dallo spazio pubblico, abbia sviluppato dei dispositivi per proteggersi dalle conseguenze della segregazione sessuale. Ed è ugualmente comprensibile che il ceto medio occidentale, non dovendo sottostare ai medesimi imperativi, possa invece permettersi una maggiore libertà. Perciò laddove coesistano i due gruppi sono portati a entrare in conflitto per imporre ciascuno le proprie regole e garantire un diverso equilibrio tra domanda e offerta sessuale. Non è uno scontro di civilità, ma la solita vecchia lotta di classe.

Il conflitto non si risolverà sul piano ideologico con la cultura e la buona educazione, ma soltanto quando saranno riunite le condizioni sociali necessarie. Per adesso lo spazio d’indeterminatezza che rende possibile l’Islam gay è lo stesso che rende possibile l’Islam terrorista, e tutti gli infiniti altri Islam contenuti nella Biblioteca di Babele. Non c’è nulla che vincoli sostanzialmente l’Islam alla cultura della morte dei jihadisti. Ci sono, invece, solidissime cause storiche, culturali, politiche, demografiche, economiche che devono essere pazientemente disinnescate nei decenni che verranno. Il premier francese Manuel Valls ha ottimisticamente dichiarato che ci vorrà il tempo di una generazione, venticinque anni, per vincere la guerra contro le migliaia di giovani radicalizzati disseminati sul territorio francese. Sarebbe assurdo credere di poterlo fare senza negoziare con le comunità islamiche che li crescono e talvolta li proteggono.

Fonte: The Economist.

La possibilità di un’isola
Lamya H è un’attivista queer di colore, musulmana che porta fieramente il suo hijab dall’età di quattordici anni. Cosa significa “queer”? Letteralmente “strano”, ovvero tutto e niente, ed è questo il bello: Lamya non sente il bisogno di definizioni più precise. Di fatto, si tratta di una donna attratta da altre donne; una donna velata, in lotta contro le narrazioni preconfezionate che limitano la sua libertà di agire, apparire, amare. Non ha dubbi e lo ha scritto in un articolo per Salon: “Sì, è possibile essere queer e musulmani”. Lei ne è la prova vivente, e vive questa sua condizione in seno alla sua comunità di musulmani queer, uno spazio protetto nel quale nessun omosessuale bianco la stigmatizza perché appartiene a una religione arcaica e oppressiva. Secondo Lamya come già per Ilana Alazzeh, quella islamica non è una cultura più omofoba delle altre: si tratta di un problema trasversale, caratteristico di tutte le culture patriarcali. Tutto il resto sono “fantasiose narrazioni islamofobe sui Musulmani Cattivi”. È vero che in alcuni stati islamici l’omosessualità può essere punita in maniera impietosa, ma lo stesso vale per il furto o per l’adulterio – il che non impedisce ai musulmani (come agli occidentali) di continuare a rubare, tradire ed eventualmente sodomizzare e farsi sodomizzare.

Anche in questo caso, bisogna stare attenti a non minimizzare, e non sarà certo l’autocertificazione di una testimone musulmana a convincerci che non esiste nessun problema specifico in seno all’Islam. Per Adell Amini, TV producer con barba e baffi che si definisce “black woman”, chi cresce come omosessuale nella comunità musulmana viene spesso discriminato e magari accusato di pedofilia. La vita di un omosessuale in una banlieue arabizzata è sicuramente più difficile di quella nei bei quartieri, anche se le cose non vanno necessariamente meglio nelle campagne francesi tra i discendenti dei celti. Certo è che l’Occidente è pieno di predicatori musulmani profondamente omofobi e misogini, e questi possono con le loro parole provocare dei gesti concreti. Il “fratello musulmanoYusuf al-Qaradawi, già presidente del Consiglio europeo della fatwa e della ricerca, scriveva in un suo influentissimo libro del 1960 che gli omosessuali devono essere uccisi con la spada, con il fuoco oppure gettati giù da un muro, “severità inumana necessaria a purificare la società islamica da questi esseri nocivi che conducono l’umanità verso la perdizione”. Dopo essere stato considerato come un interlocutore ai livelli più alti, oggi al-Qaradawi è ricercato dall’Interpol per incitazione alla violenza. Ancora oggi, in alcune moschee francesi, ai convertiti viene donato un suo pamphlet (Propos sur la modération islamique et ses caractéristiques) che prescrive la jihad per liberarsi dall’occupazione straniera: ma parla della Siria di Assad, d’Israele oppure della Francia? Anche in questo caso, le vie dell’interpretazione sono infinite…

Nelle file dei Fratelli Musulmani ci sono anche teologi più moderati, come Tariq Ramadan, che sull’omosessualità tengono un discorso sicuramente conservatore (“dobbiamo rispettare gli omosessuali anche se non siamo d’accordo con quello che fanno”) ma in seno al mondo islamico sembrano svolgere un’innegabile funzione riformatrice (“essere omosessuale non significa che non si è musulmano: non ci deve essere nessuna caccia alle streghe”). La sinistra Charlie potrà anche illudersi che la strage di Orlando sia la punta di un iceberg omofobo in cui Omar Mateen condivide la responsabilità con al-Qaradawi e Papa Francesco, Marine Le Pen e Tariq Ramadan, ma saper distinguere le sfumature di un discorso è fondamentale per individuare, ahinoi, il male minore.

Tra Ramadan che sembra suggerire un approccio “don’t ask, don’t tell” e l'imam gay Ludovic-Mohamed Zahed favorevole al coming out, c’è un mondo. Ma è un mondo capace di dialogare.

Fino a prova contraria, chi parla di “peccato mortale” non sta, di fatto, augurando la morte di nessuno. Sbagliavano quelli che consideravano Tariq Ramadan un progressista, come accadeva fino ai primi anni Duemila, ma fanno peggio coloro che oggi rifiutano Ramadan come interlocutore semplicemente perché resta fedele ai principi dell’Islam. Certo tra Ramadan che sembra suggerire un approccio “don’t ask, don’t tell” e il già citato imam gay Ludovic-Mohamed Zahed, favorevole al coming out, c’è un mondo. Ma è un mondo capace di dialogare.

Fa quindi benissimo Massimo D’Alema a dialogare anche lui con Tariq Ramadan: perché la soluzione ai problemi dell’Occidente con la sua irrequieta minoranza di origine nordafricana non può essere “meno Islam”, ma anzi “più Islam”. Ovvero l’impiego oculato di quella tecnologia di regolazione dei rapporti sociali predicata quindici secoli fa dal Profeta Maometto, adattata fin dove la si può adattare. Costringere i rappresentanti di una comunità entro una griglia di correttezza politica eccessiva significa bruciare gli interlocutori uno dopo l’altro, lasciando campo libero agli estremisti. Non è possibile costruire a tavolino un Islam “à la carte” svuotato del suo contenuto antimoderno e rivendicativo, perché in questo modo si lascia insoddisfatta una domanda politica. Quello che si può fare, invece, è incanalare quella domanda in forme sostenibili, governabili e catartiche. Negoziare, persino con i fondamentalisti.

Sahar Ali Deen, militante di Philadephia, si è dato come obiettivo l’inclusione delle persone LGBT in seno alle comunità musulmane: “La religione islamica è in profonda trasformazione e questo produce un livello crescente di estremismo”. I musulmani queer ci mostrano che l’Islam non è necessariamente incompatibile con l’omosessualità. L’incompatibilità si manifesta quando l’omosessualità diventa una posta in gioco politica e geopolitica.

In fin dei conti l’Occidente ha sempre usato la “difesa delle minoranze” come strumento d’ingerenza: ai tempi dell’Impero Ottomano, ad esempio, stuzzicando i sentimenti nazionalisti delle diverse popolazioni per scardinare un equilibrio multietnico secolare. Tuttavia per sostenere che l’omosessualità in quanto tale sia un corpo estraneo e un simbolo della decadenza occidentale, come fanno gli islamisti radicali, bisogna operare una vera e propria falsificazione.

Ahmadinejad aveva dichiarato, senza alcuna ironia: “Non esistono omosessuali in Iran”. Ma dietro le righe e conoscendo a grandi linee il mondo islamico possiamo leggere: esistono eventualmente “rapporti” omosessuali, cioè cazzi dentro a culi per compensare l’indisponibilità delle fiche, esistono persino transessuali dai tempi dell’ayatollah Khomeyni, ma non esiste (anche perché non è tollerata) la forma sociale della “coppia gay”. In questo senso la questione dell’imperialismo gay può anche essere interpretata come un conflitto tra diversi “modelli” di omosessualità, come già accade nel mondo cattolico tra clero e attivisti gay. Houria Bouteldja, esponente di spicco della galassia islamo-marxista degli “Indigeni della Repubblica” francesi, impiega gli argomenti del pensiero anticoloniale per denunciare una certa concezione mediatica dell’omosessualità come cavallo di Troia dell’imperialismo borghese-occidentale poiché, a suo dire, “lo stile di vita omosessuale non esiste nei quartieri popolari”. Secondo Bouteldja, i borghesi bianchi si felicitano quando un musulmano fa coming out perché lo considerano come un trofeo dell’Occidente. Quella che sembra essere una dichiarazione omofoba sfuggita dal seno della più bieca regressive left può forse suggerire la possibilità di vivere l’omosessualità secondo uno stile di vita diverso, uno stile di vita islamico. Ma se scardinando la forma della coppia si implica una pratica occasionale dell’omosessualità intesa come oppressione degli attivi sui passivi – nuda vita ridotta alla condizione di “omo sacer”, fruibile e ricattabile – si capisce che questa via islamica non piaccia necessariamente a tutti.

Il califfo Al Amin.

Di nuovo: soltanto l’interpretazione radicale, la sovrainterpretazione, la decodifica aberrante, la semiosi infinita ci possono salvare dal determinismo della letteralità che ci condanna a essere sopraffatti dai testi. Lasciamo libero corso alla fantasia ermeneutica. Sì, è possibile ritrovare nella cultura conservatrice di ogni sponda valori moderni, ipermoderni, persino postmoderni. Possiamo cominciare da casa nostra: l’Occidente vanta la più grande istituzione queer della Storia umana, la Chiesa cattolica, nella quale per secoli gli omosessuali hanno potuto emanciparsi nella vita comunitaria e nello studio delle cose divine, giocare con la propria identità di genere (vedi alla voce “sante travestite”), incanalare le proprie pulsioni carnali nelle turgide cattedrali speculative della scolastica e perdersi estaticamente nelle calde membrane della mistica; disseminati in ruoli chiave al cuore della fabbrica ideologica dell’Occidente invece di essere relegati, come oggi, in ruoli marginali in seno al terziario avanzato. Da parte sua il mondo islamico non ha certo dovuto aspettare l’Occidente e le sue Judith Butler per scoprire (e men che meno nominare, formalizzare, burocratizzare o trasformare in materia d’esame universitario) l’intera costellazione dei comportamenti omoerotici che la Shariʿah necessariamente sottintende e generalmente tollera. Ma logicamente la nuova generazione “occidentalizzata” vuole andare oltre: uscire dall’armadio, mostrarsi alla luce del sole, ma senza rinunciare alla propria identità religiosa.

L’Islam queer è un esercizio di equilibrismo. Omar Mateen, l’assassino di Orlando, è il risultato di quando l’esperimento fallisce. E tutti gli altri? Gli attivisti che stanno salendo alla ribalta in questi giorni sembrano essere una minoranza colta che dice di più sullo stato dell’università americana che sulle idee diffuse nei palazzoni di periferia in cui vivono stipati molti musulmani d’Occidente. Ciò che Ilana, Aaminah, Ludovic-Mohamed, Lamya, Adell e Sahar annunciano non è una trasformazione in atto ma una possibilità teorica. Accusati di essere troppo occidentali dagli orientali e troppo orientali dagli occidentali, i musulmani LGBT si trovano precisamente al centro dello scontro di civiltà, e in quanto tali sono la vittima sacrificale perfetta – capace di mettere d’accordo i militanti di entrambe le opposte fazioni che vogliono distruggere la società multiculturale. Oggi questa comunità ibrida serve da bussola per chi crede, non per “buonismo” ma anzi per cinico realismo, che questa società deve essere in qualche modo salvata: l’anomalia Islamqueer ci mostra a cosa può assomigliare una tradizione compatibile con la modernità e una modernità compatibile con la tradizione. Esattamente quello che fa al caso nostro.

Raffaele Alberto Ventura
Raffaele Alberto Ventura vive a Parigi dove si occupa di marketing per un grande editore europeo. Editor-at-large di Prismo e fondatore del blog Eschaton, ha scritto per Studio, Internazionale e Minima & Moralia.

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