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Le eroine dei romanzi d’amore non sono venali eppure finiscono sempre per sposare un uomo facoltoso. Coincidenza? Assolutamente no: da Adam Smith a Jane Austen, tra chick lit e filosofia.

Ci sono autori che da soli creano un genere, e fissano per decenni le coordinate entro le quali si muoveranno migliaia di altri. Con Il signore degli anelli, Tolkien sostanzialmente inventò il fantasy come lo intendiamo oggi. Jane Austen, da parte sua, può vantare la paternità — o magari la maternità — d’un genere di gran moda battezzato con un nome piuttosto irrispettoso: la cosiddetta chick lit, ovvero la narrativa romantica rivolta a un pubblico femminile.

Come ogni genere, anche la chick lit esiste in innumerevoli varianti: dal mommy porn di Cinquanta sfumature di grigio alla sick lit di Colpa delle stelle. Ma c’è uno schema narrativo ricorrente, formalizzato da Jane Austen due secoli fa, che ritroviamo in molti romanzi e film: la storia d’amore a lieto fine tra una donna disinteressata e un uomo ricco. Le eroine di questi romanzi non sono per niente venali eppure — beate loro — finiscono sempre per sposare un uomo facoltoso, come l’eccentrico Christian Grey o il Mr Big di Sex and the city. Come spiegare quello che accade in queste storie senza mettere in discussione la sincerità delle loro protagoniste?

Prendiamo il più celebre romanzo di Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, pubblicato nel 1813: è la storia di una ragazza che rifiuta l’avvilente caccia al marito cui si dedicano le sue sorelle e poi finisce per innamorarsi, far innamorare e infine sposare il più ricco dei mariti ricchi, il fascinoso signor Darcy. Elizabeth Bennet è brillante, volitiva, anticonformista, e senza fare nessuna concessione alla sua dignità di donna culturalmente emancipata ottiene comunque il risultato ottimale d’accasarsi e pure bene.

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Per un uomo di minor valore... (dal film di Joe Wright tratto da Orgoglio e pregiudizio, 2005).

Che coincidenza sorprendente; anzi che prodigio, degno d’una favola! Per essere un’icona della lotta contro le convenzioni sociali, una sovversiva proto-femminista come viene talvolta dipinta, Elizabeth è insolitamente fortunata. Sarebbe stato un lieto fine se Darcy si fosse rivelato povero in canna? Dio ce ne scampi: avremmo avuto una martire del romanticismo, ecco, o una storia lugubre alla Thomas Hardy, ma non certo un’eroina. In questo caso Orgoglio e pregiudizio sarebbe stato tutt’altro romanzo e probabilmente non avrebbe riscosso l’enorme successo di cui gode oggi ancora, due secoli dopo la sua pubblicazione. Elizabeth potrà anche fregarsene egregiamente delle diecimila sterline di rendita di Darcy — al cambio attuale, quattro milioni di euro all’anno — ma che dire della lettrice che sospira, si strugge, si addolora e infine esulta assieme alla sua eroina? È anche per il denaro di Darcy che sospira, per i suoi soldi che si strugge, per il suo patrimonio che si addolora, insomma per il suo capitale che esulta.

Ma è vero amore?
Sposare un uomo ricco è spesso l’unico modo per la donna di sfuggire a un destino di servitù. Ironizzare su questa aspirazione sarebbe quantomeno inelegante. Sull’indipendenza sentimentale delle sorelle Bennet pesa l’istituto dell’entail, che impedisce alle figlie femmine di ereditare il patrimonio del padre e perciò le costringe a trovare un marito per essere mantenute. L’iperattiva mamma Bennet incarna comicamente questa urgenza, ma il suo fanatismo è la logica conseguenza d’un ordine economico. In questo senso è rivelatore uno scambio tra i coniugi Bennet nel quale s’intravede l’umanità tragica d’una donna che veste il ruolo ingrato di madre oppressiva come fosse un costume di scena:

— Se non fosse per quella clausola ereditaria, non me ne importerebbe.
— Di che cosa non ti importerebbe?
— Non mi importerebbe di un bel niente.

D’altra parte il finale di Orgoglio e pregiudizio non sarebbe lieto nemmeno se Elizabeth Bennett, pur d’acchiappare un marito ricco, avesse dovuto accontentarsi d’un uomo sgradevole come il cugino Collins. Matrimonio d’interesse e romanticismo sconsiderato costituirebbero un’alternativa inconciliabile se appunto Austen non descrivesse una terza via. Ma questa terza via è difficile da pensare, difficile da credere. Quando Elizabeth annuncia il suo fidanzamento alla famiglia, dopo mesi in cui aveva manifestato la sua antipatia per Darcy, la sorella Jane e il padre si scandalizzano perché sospettano che l’interesse economico abbia avuto la meglio sull’amore:

E tu lo ami abbastanza? Oh, Lizzy! Fai qualunque cosa, ma non sposarti senza amore. Sei proprio sicura di sentire quello che dovresti sentire?

Sei impazzita ad accettare quell’uomo? Non l’hai sempre odiato? (…) È ricco, certo, e potrai avere vestiti eleganti ed eleganti carrozze, più di Jane. Ma ti faranno felice?

Il finale di Orgoglio e pregiudizio è lieto perché Elizabeth, seguendo il suo cuore, finisce per trovare ciò stesso che le avrebbe indicato la ragione se soltanto l’avesse ascoltata: ed è questa coincidenza il soggetto del romanzo.

Elizabeth deve impegnarsi per dimostrare la totale autenticità del suo amore ma il lettore, che ha potuto seguire passo a passo la trasformazione delle inclinazioni nell’animo della protagonista, non ha motivo di dubitarne. Il finale di Orgoglio e pregiudizio è lieto perché Elizabeth, seguendo il suo cuore, finisce per trovare ciò stesso che le avrebbe indicato la ragione se soltanto l’avesse ascoltata: ed è questa coincidenza appunto, questo giro largo e tortuoso per arrivare alla felicità, il soggetto del romanzo.

È proprio facendo tutto il contrario di ciò che sarebbe stato logico fare allo scopo di sedurre Darcy che Elizabeth finisce per sedurlo. È proprio rifiutando l’insegnamento materno, rifiutando cioè di pianificare, che Elizabeth crea le condizioni perché si realizzi spontaneamente il suo destino. Ma stiamo davvero parlando di chick lit? Oppure di filosofia?

L’eterogenesi del lieto fine
Orgoglio e pregiudizio è il grande romanzo dell’eterogenesi dei fini: ovvero una storia di “conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali”. Bisogna tener presente il contesto intellettuale: sei anni prima di Orgoglio e pregiudizio Georg Wilhelm Friedrich Hegel pubblicava la Fenomenologia dello Spirito dove con l’espressione “astuzia della ragione” illustrava il processo storico di realizzazione di fini ottimali per mezzo di  cause accidentali, sorta di “divisione del lavoro” dello Spirito ad opera nella Storia universale.

Nei romanzi di Jane Austen abbiamo a che fare con una sorta di “astuzia del sentimento” in tutto e per tutto simile, ma possiamo escludere che la scrittrice inglese avesse letto Hegel. Non ne aveva alcun bisogno, perché sul suolo inglese e nella sua stessa biblioteca erano presenti i testi e gli autori che avevano posto le basi di una rivoluzione concettuale che ha molti nomi e molti padri. Jane Austen non era digiuna degli scritti e delle idee dei filosofi che, da parte loro, effettivamente hanno ispirato Hegel e il romanticismo — a cominciare da Adam Smith.

Adam Smith sta ai mercati come Jane Austen sta al matrimonio.

Secondo l’economista australiano Nicholas Gruen, “Adam Smith sta ai mercati come Jane Austen sta al matrimonio”, nel senso che mostra nei suoi romanzi dei meccanismi simili a quelli esposti nella Ricchezza delle Nazioni,  un testo che faceva parte del bagaglio culturale di ogni persona educata all’epoca della Austen. In effetti il paradosso del lieto fine — “donna disinteressata sposa per amore un uomo ricco”— è in tutto e per tutto simile alla concezione dell’economia proposta da Smith, secondo cui la finalità del bene comune può essere raggiunta soltanto… smettendo di cercarla.

Adam Smith aveva coniato la metafora della “mano invisibile” nel 1776, ispirandosi ad autori precedenti come l’olandese Bernard Mandeville. Il medico e filosofo d’origine olandese fu uno dei primi autori a riflettere sull’importanza del ruolo della donna nella società. Nella sua Favola delle Api, pubblicata tra il 1705 e il 1714, Mandeville descrive il bilanciamento spontaneo dei comportamenti umani e stabilisce la celebre equivalenza tra “vizi privati” e “pubbliche virtù”. Secondo Mandeville gli agenti sociali non sanno perché fanno ciò che fanno e le conseguenze delle loro azioni sono spesso molto diverse da ciò che hanno previsto. La sua tesi è che i vizi possono produrre un effetto virtuoso cumulandosi, interagendo, compensandosi a vicenda, e che perciò è inutile anzi dannoso che i legislatori si affannino a sradicarli.

Questo effetto virtuoso si manifesta nel romanzo di Jane Austen. In effetti a cosa si riferiscono i termini “orgoglio” e “pregiudizio” che compongono il titolo del suo più celebre romanzo? Si tratta dei difetti che caratterizzano i due protagonisti, difetti che apparentemente li separano ma che in fin dei conti li avvicinano. Vizi privati i quali, mescolati con energia e lasciati a decantare per qualche mese, finiscono per produrre un effetto positivo: l’amore e poi il matrimonio, pubblica virtù, tra Elizabeth e Darcy.

Nel mondo sociale descritto dalla Austen, le cose tendono ad arrangiarsi spontaneamente e il male tende a essere riequilibrato nell’ordine complessivo.

Orgoglio, pregiudizio e poi impertinenza, permalosità, cocciutaggine  sono i fattori che fanno durare il romanzo così a lungo, senza dubbio, ma anche le cause che ne determinano lo snodo: privati del fascino di questi loro difetti, di tutta evidenza Elizabeth e Darcy non avrebbero provato alcun interesse reciproco. Da un punto di vista narratologico, orgoglio e pregiudizio sono contemporaneamente ostacolo e ausilio: ecco insomma un romanzo che rimette in discussione le leggi antichissime della favola, e poi della morale, trasformando il male in uno strumento del bene.

La virtù ricompensata
Mandeville e Smith non fanno altro che tradurre nel pensiero economico il concetto di Provvidenza, onnipresente nel pensiero protestante del Settecento. Il grande romanzo della Provvidenza è, indubbiamente, Robinson Crusoe, che nel 1715 segnava la nascita del romanzo moderno. Ma ritroviamo la mano di Dio in un libro del 1740 che anticipa il tema di Orgoglio e Pregiudizio: ovvero Pamela di Samuel Richardson. Il romanzo (liberamente adattato per il pubblico italiano nel serial televisivo Elisa di Rivombrosa) racconta la virtuosa resistenza d’una serva agli assalti di un nobile fino all’apparizione del vero amore — apparizione spontanea e amore disinteressato anche in questo caso.

Elisa di Rivombrosa, o dell'amore senza interessi.

Pamela è una parabola cristiana, anzi puritana, sulla Divina Provvidenza, la quale viene citata decine di volte nel romanzo. Lo scrittore Henry Fielding denuncerà l’inverosimiglianza dello snodo provvidenziale nella sua parodia del romanzo di Richardson, Shamela, storia di una sgualdrina che finge la virtù al fine di conquistare un buon partito. Ma ironizzando sul paradosso del lieto fine — sull’improbabile attrazione che qualche donna può provare per Darcy o Christian Grey — rischiamo di perdere di vista quello che sta accadendo davvero in queste pagine: la celebrazione di un ordine spontaneo governato da una forza misteriosa. Era facile per Pamela, in fondo, poiché guidata da Dio: ma chi guida i personaggi di Austen?

Nel mondo sociale descritto dalla scrittrice inglese, le cose tendono ad “arrangiarsi” spontaneamente e, come nella teodicea di Leibniz, il male tende a essere riequilibrato nell’ordine complessivo. In Orgoglio e pregiudizio è proprio riportando a Darcy  i propositi di Elizabeth allo scopo di farla sfigurare (intenzione maligna), che lady Catherine De Bourgh incita Darcy a rinnovare la sua domanda di matrimonio (lieto fine). Talvolta, il male produce un bene apparente che produce un male: in Ragione e sentimento, precedente romanzo di Austen, è grazie a un piccolo incidente alla caviglia che la giovane Marianne Dashwood incontra l’affascinante John Willoughby, se ne innamora e lo fa innamorare; sfortunatamente, come si scoprirà in seguito, Willoughby è un farabutto. Questo male verrà comunque compensato e riequilibrato nel lieto fine del romanzo.

In altri casi, il male produce un bene che produce un male che produce un bene, eccetera eccetera: in un celebre episodio di Orgoglio e pregiudizio, mamma Bennet costringe la figlia maggiore Jane a recarsi dal signor Bingley a cavallo sotto la pioggia, sperando che si pigli un malanno e che resti più a lungo a casa di lui; questo stratagemma permette effettivamente ai due di conoscersi meglio e d’innamorarsi, pur mettendo a rischio la vita della ragazza; ma d’altra parte il palese artificio lascia nascere il sospetto che Jane sia soltanto una venale cacciatrice di dote, e questo spinge Bingley ad allontanarsi da lei; tuttavia questa situazione è anche un’occasione per la sorella Elizabeth di conoscere meglio il signor Darcy, farlo innamorare e poi convincerlo a convincere Bingley della purezza dei sentimenti di Jane.

In generale, ciò che appare evidente nei romanzi di Jane Austen è che gli uomini e le donne non sono in grado di prevedere o pianificare alcunché. Chi prova a manovrare gli eventi, fallisce e rischia di ottenere risultati controproducenti (il termine “manoeuvring” appare spesso in Austen, con connotazione negativa).

La tipologia della donna pianificatrice è ricorrente nell’universo austeniano e serve da pretesto a innumerevoli scene comiche: è spesso il caso di Mrs. Bennet, vera e propria control freak del destino delle figlie; è il caso della pettegola signora Jennings in Ragione e sentimento; è il caso della machiavellica Lady Susan nel romanzo eponimo; ed è il caso di Emma Woodhouse in Emma. Il passatempo principale di questa giovane ragazza “bella, intelligente e ricca”, è tentare di combinare matrimoni, ma facendo eccessivo affidamento al proprio intuito finisce perlopiù per combinare disastri. Si tratta insomma di “donne di sistema”, nel senso in cui Adam Smith parlava di “uomini di sistema” nella Teoria dei sentimenti morali:

“L’uomo di sistema sembra immaginare di poter disporre i diversi membri di una grande società con la stessa facilità con cui una mano dispone i diversi pezzi sopra una scacchiera. Egli non considera che i pezzi sopra una scacchiera non posseggono altro principio di movimento oltre a quello che la mano imprime loro; ma che, nella grande scacchiera della umana società, ogni singolo pezzo ha un proprio principio di movimento, completamente diverso da quello che un legislatore possa scegliere di imprimere su di esso”.

Ma allora che fare, in un universo in cui non è possibile pianificare nessuna strategia? Il signor Bennet, per esempio, ha un metodo molto efficace: lascia fare. Austen lo descrive come un uomo tranquillo che non si cruccia oltre misura dell’avvenire delle figlie, poiché consapevole dei limiti della propria influenza. Solo raramente mette il naso fuori dalla sua biblioteca con l’intenzione di sdrammatizzare, contrapponendo all’isteria pianificatrice della signora Bennet qualche motto di spirito. Il suo rapporto privilegiato con la figlia Elizabeth dipende dalla loro affinità intellettuale e dal loro comune rifiuto del pensiero strategico. Il signor Bennet incarna insomma la tradizione antirazionalista o anticostruttivista del XVII secolo alla quale vengono spesso ascritti Mandeville e Smith; e se quest’uomo fosse l’allegoria di qualcosa, si tratterebbe dello Stato minimo propugnato dagli economisti fisiocratici: Laissez faire, laissez passer!

L’amore è informazione
Nel recente libro Jane Austen, game theorist, il filosofo politico Michael Suk-Young Chwe sostiene che la scrittrice inglese fosse una precorritrice della moderna teoria dei giochi, in quanto tutte le situazioni presenti nei suoi romanzi sarebbero modellizzabili in forma di schemi di decisione razionali. Nessuno dei personaggi, tuttavia, è davvero capace di anticipare le conseguenze dei propri atti. Chwe dedica un breve capitolo agli “svantaggi del pensiero strategico” e un altro alla condizione di Cluelessness, ovvero assenza di prove o d’informazione sufficiente.

In verità, la realizzazione del matrimonio perfetto non è questione né di metodo di calcolo né di accesso cosciente all’informazione, ma una sorta di euristica per tentativi ed errori. Chwe rileva l’occorrenza di alcuni termini — penetration”, “foresight”, ecc. — che definirebbero secondo lui una forma di pensiero strategico istintivo, che orienta a grandi linee il comportamento dei personaggi in maniera inconsapevole. È proprio l’amore a svolgere questa funzione, come una sorta di sesto senso.

Per Jane Austen, l’amore è insomma il principio regolatore che determina l’equilibrio del sistema e il raggiungimento dei fini ottimali.

L’amore austeniano non è né passione sventata (che porta a tralasciare il buon senso e la ragionevolezza) né calcolo raziocinante (che porta a tralasciare i sentimenti e la felicità coniugale), ma una sorta di sintesi spontanea tra i due. In questo modello, l’amore è insomma il principio regolatore che determina l’equilibrio del sistema e il raggiungimento dei fini ottimali.

Per capirne il funzionamento, possiamo provare a scomporlo nelle sue minime parti. Una certa affinità sentimentale può essere determinata dalla condivisione di medesime maniere; e la frequenza delle occasioni d’incontro dall’appartenenza allo stesso contesto culturale e sociale. Elizabeth è positivamente impressionata dalla generosità di Darcy, ma sebbene siano disinteressati tanto il comportamento di lui quanto l’impressione di lei, è chiaro che questo tipo di prodigalità è un segnale di ricchezza prima ancora che di bontà. Elizabeth lo percepisce, per così dire, in maniera inconscia, sotto la forma di un amore che nasce in lei per lui. Invece quello che seduce Darcy è l’intelligenza di Elizabeth, che gli segnala un’affinità sociale più importante della differenza tra i loro patrimoni.

Nello stesso modo, in Pamela Mr. B s’innamora davvero della protagonista leggendo le sue lettere, che segnalano un ottimo livello di alfabetizzazione oltre che una rara virtù. L’intelligenza e la cultura sono segni di un’educazione adatta al rango dei figli ai quali la si dovrà trasmettere. Più ancora, Darcy è sedotto dall’ostinazione di Elizabeth: il suo modo di tenergli testa e addirittura di rifiutare la prima proposta di matrimonio lo rassicura del fatto che non si tratti di una cacciatrice di marito interessata soltanto al suo patrimonio.

L’amore svolge una funzione di feedback, orientando il comportamento dei personaggi verso un finalismo evolutivo del quali non sono consapevoli. Ma per orientarli nella direzione adeguata, anche dal punto di vista del beneficio economico, questo sentimento deve incorporare qualche “contenuto informativo” di tipo economico, sociale, psicologico.

Da Orgoglio e pregiudizio di Robert Z. Leonard, 1940.

Ecco dunque la soluzione del paradosso del lieto fine: nei romanzi di Austen, l’amore è informazione. Il lieto fine è possibile perché la società è governata da una segreta Provvidenza, che non è già più una mano divina ma un meccanismo di autoregolazione spontanea basato sui sentimenti. Darwin è dietro l’angolo, e poi forse Norbert Wiener e l’intelligenza artificiale. La fortuna di Elizabeth Bennet fu di vivere la sua storia d’amore nel pieno della transizione da un universo finalistico a un mondo autoregolato. Tutt’al contrario di quello che accade ne La trama del matrimonio, l’ultimo straordinario romanzo di Jeffrey Eugenides, che mette in scena un mondo post-austeniano nel quale tutto è disfunzionale e il lieto fine è diventato impossibile.

Austen non abbandonò mai la sua fiducia nel principio di “lasciar fare” l’amore, eppure soffrì di non essersi mai sposata. Invece di accusare il fallimento della mano invisibile, si rimproverò di averne ostacolato il corso. In questo modo visse nel proprio cuore un dibattito politico-economico molto simile a quello che ancora oggi occupa liberali e socialisti: abbiamo sbagliato a intervenire oppure abbiamo sbagliato a non intervenire? Nel caso di Jane Austen, c’è perlomeno da osservare che la sua solitudine è stata causa di grandissimi romanzi. Questo potrebbe essere un punto a favore della Provvidenza, cioè della mano invisibile e forse persino del liberalismo economico — se non ci lasciamo impressionare dalla sua crudeltà: la mano dà, la mano prende, e ciò che finisce sul suo percorso rischia di essere trascinato via.

Raffaele Alberto Ventura
Raffaele Alberto Ventura vive a Parigi dove si occupa di marketing per un grande editore europeo. Editor-at-large di Prismo e fondatore del blog Eschaton, ha scritto per Studio, Internazionale e Minima & Moralia.

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