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Prosegue la Star Wars Week con un ritratto di J. J. Abrams, il signor Lost che si è guadagnato l'onere di rimettere in piedi Star Wars. I motivi della scelta, le sue ossessioni e perché potrebbe davvero essere l'uomo giusto.

“J.J., cosa succederà ai nipoti di Darth Vader?” A chiederlo è George Lucas in persona.
Quella che può sembrare una normalissima domanda di chi ha comprensibilmente a cuore il destino di Star Wars, perché l’ha ideata e ci ha lavorato per buona parte della propria esistenza, è in realtà la domanda di un padre apprensivo, che si sincera delle scelte del figlio ormai adulto – adottivo, nel caso di J. J. Abrams – o addirittura di un nonno che sta imparando a trasferire le ansie dal figlio ai nipoti (appunto).

Qualunque cosa sia successa tra l’ottobre del 2012, quando la Lucasfilm è stata acquisita dalla Disney, e il gennaio del 2013, quando il destino della saga è passato in mano a J. J. Abrams, nelle scorse settimane qualche sassolino dalla scarpa Lucas se l’è tolto volentieri, lamentandosi della difficoltà di riuscire a lavorare in una dimensione in cui qualunque sua scelta veniva criticata, parlando di divorzio e di imbarazzo, e sottolineando come alla Disney interessasse poco la vera natura di Star Wars, secondo Lucas più affine da sempre alla soap opera che a uno sparatutto interplanetario. D’accordo o meno con questa visione delle cose, Abrams è stato diplomatico nella risposta, dimostrandosi grato per l’universo meraviglioso che Lucas ha saputo inventare. Testualmente: “Grazie per aver reso la mia infanzia migliore”.

Padri e figli, ancora una volta. Se si parla di Star Wars si finisce sempre lì.

George Lucas e J. J. Abrams.

Quando si nomina J. J. Abrams la prima cosa che viene in mente è Lost. Il suo merito nella serie che ha inaugurato l’epoca d’oro delle serie tv risiede in buona sostanza nell’aver scritto e girato uno dei pilot più costosi, fortunati e riusciti di sempre. Per Lost ha anche girato un altro episodio (A tale of two cities) e ha composto il tema d’apertura. Può sembrare una partecipazione davvero minuscola, considerata la totale identificazione di Lost come una sua creatura, in realtà non è proprio così.

Sul versante delle serie tv Abrams è fondamentalmente un producer, cioè uno che dà l’impronta, imposta un discorso, lasciando poi ad altri la realizzazione vera e propria. Non è necessariamente quello che ha l’idea originaria (nel caso di Lost, ad esempio, l’idea era venuta a Llyod Braun, tra le menti anche dei Sopranos). Semplificando molto, potremmo dire che il producer è grossomodo 1/3 finanziatore, 1/3 sceneggiatore e 1/3 regista, con un dosaggio che però può variare considerevolmente a seconda dei casi.

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Il trailer di A tale of two cities, episodio di Lost diretto da J. J. Abrams.

Negli anni successivi all’inizio di Lost la Bad Robots, casa di produzione fondata da Abrams e Brian Buk nel 2001, ha prodotto numerose serie di successo come What about Brian, Six degrees e Undercovers, ma quella in cui l’impronta di Abrams è più evidente è Fringe, di cui non per niente è co-ideatore, co-sceneggiatore e co-produttore. Fringe è totalmente una sua creatura, così come lo sono Mission Impossibile III, che lo vede anche alla regia, e i due film di Star Trek. Con Super 8 si passa al livello successivo: grande successo di pubblico e un po’ meno di critica, che ne sottolinea gli aspetti piuttosto autoindulgenti nei confronti di un immaginario sostanzialmente derivativo di quello dei cult movie anni Settanta e Ottanta con i quali Abrams è cresciuto.

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Il trailer di Super 8.

Lost, da cui tutto è partito, è stato il trampolino di lancio per il passaggio dalla tv al grande schermo. Allo stesso tempo ha trasformato Abrams in un marchio per altri prodotti televisivi che hanno finito per costituire una sorta di genere a sé (il “by J. J. Abrams” era ed è la promessa di un mix azzeccato di mistero, viaggi nel tempo, universi paralleli e storie intrecciate) ma che in realtà ha prodotto solo per lo più monche o tentativi di emulazione. Flashforward, ad esempio, che con Abrams non c’entra davvero niente, all’epoca della sua uscita – complice la presenza di Sonya Walger nel cast – era stata presentata come la nuova Lost, ma è durata una sola stagione. Alcatraz è stata spacciata in varie occasioni come “la nuova serie di J. J.”, ma in realtà è stata solo prodotta dalla Bad Robots: Abrams non ha scritto nemmeno mezza riga di sceneggiatura, né ideato nulla. Anche in questo caso la presenza di Jorge Garcia nel cast e di Elizabeth Sarnoff alla sceneggiatura (una ventina di episodi di Lost sulle spalle), ha dato solidità al giochetto. Discorso analogo per Revolution, che aveva dalla sua un immaginario fin troppo comune con Lost: zaini sulle spalle, rottami, piante rampicanti, persone che si occupano dei campi e Westfalia, ma tutto quello che ha fatto Abrams è stato mettere i soldi.

La sovraesposizione di Abrams è quella tipica di chi attira critiche a prescindere. In più non è propriamente simpatico. È nervosetto, aggressivo, tignoso.

La febbre per il nuovo episodio di Star Wars è già salita da un pezzo e questi ultimi giorni sono ricchi di attesa, supposizioni e un po’ di nervosismo. Si gioca al pronostico più azzeccato mettendo sul tavolo i pochi elementi che la blindatissima produzione de Il risveglio della forza ha deciso di fornire. Vale tutto, purché questo senso di attesa cresca e ci accompagni fino alla coda per i popcorn. Ci poniamo domande a cui nessuno per ora può rispondere, “J. J. è l’uomo giusto?”, e altre più sensate: “dove può portare la presenza di J. J. dietro la macchina da presa?”

Dobbiamo stare attenti a non cadere nel tranello: il curriculum di Abrams non è impeccabile e la sua sovraesposizione è quella tipica di chi attira critiche a prescindere. In più non è propriamente simpatico. È nervosetto, aggressivo, tignoso. Al TED, in tempi non sospetti, racconta così la trama di Star Wars.

Allora facciamo un passo indietro e poniamoci un’altra domanda: la saga di Star Wars è fantascienza? Per esigenze di categorizzazione in genere si risponde di sì. Star Wars è fantascienza nella misura in cui parla di mondi futuri che con ogni probabilità non esisteranno mai e in cui, a dispetto di una varietà di esseri viventi di ogni sorta, valgono regole del tutto identiche alle nostre: i personaggi hanno paura, sbagliano e cercano di sistemare le cose. Ci sono i buoni e i cattivi, sì, ma con tutte le sfumature ereditate dal nostro mondo, dove le distinzioni non sono mai così nette. Allo stesso tempo non è la fantascienza di Blade Runner, Matrix, o Black Mirror: non c’è quella tensione del “dove andremo a finire” che racconta gli aspetti più disumanizzanti del progresso tecnologico. Star Wars non è drama, è comedy. Non ci sono le passeggiate autunnali a Central Park né gli interni squattrinati di Manhattan, ma il senso di normalità dove tutto alla fine si sistema permea ogni momento della saga. Anche quando si muore, si viene mutilati, ci si innamora tra fratelli, non ci si fa mai veramente male.

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Lo speech di J. J. Abrams al TED.

La qualità della tecnologia è perfettamente in linea con questa tendenza. È un mondo in qualche modo analogico. E l’immaginario di J. J. Abrams così orientato all’accrocchio tecnologico in salsa vintage – la Botola di Lost, una delle basi del progetto Dharma, così uguale alle nostre camerette anni Ottanta – c’entra molto. E infine, in linea con questa ipotesi, c’è poi IL cast, riunito per la prima volta dopo la trilogia originale: la triade Luke, Leila e Ian Solo al completo. Manca il padre, è vero, sia nella trama (Darth), sia alla regia (George), ma sulla carta tutto sa di grande rimpatriata. E le rimpatriate, si sa, sono cose delicate: abbiamo voglia di ritrovarci, ma non vorremmo mai scoprire di non avere più molto da condividere.

Alessandro Romeo
Alessandro Romeo è nato a Venezia e vive a Torino. Nel 2007 ha fondato insieme ad amici inutile e dal 2010 al 2013 ha curato il tumblr Maciste. Da qualche anno lavora come social media manager per Hub09, ha un blog che si chiama Tutto questo non esiste.

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