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Come si esce da una guerra civile? La risposta è nel cinema di John Ford, il «grande romanzo americano» ispirato alla lezione di Lincoln.

Quando il 17 giugno un suprematista bianco ha assassinato nove afroamericani in una chiesa, negli USA è iniziato un dibattito sull’uso della vecchia bandiera degli stati sudisti: si tratterebbe, secondo alcuni, di un simbolo razzista e bisognerebbe quindi limitarne l’uso. Questo sabato, un’attivista si è arrampicata in cima all’asta davanti a un palazzo governativo nella capitale della Carolina del Sud pur di rimuovere la bandiera. L’intellettuale conservatore Bill Kristol se ne è avuto a male: stigmatizzare quella bandiera significa «cancellare ogni traccia di rispetto, riconoscimento e memoria per gli americani che hanno combattuto per la Confederazione sudista». E questo andrebbe contro i principi più elementari sui quali si è costituita la nazione americana dopo la terribile guerra civile che l’ha lacerata tra il 1861 e il 1865: rispetto, riconoscimento e memoria. Anche per gli sconfitti.

Non si esce da una guerra civile come si esce da un saloon e, per quanto possa sembrarci irrazionale e inaccettabile, dei traumi vecchi di secoli possono realmente pesare sul presente. Il «sangue dei vinti» fascista ha animato qualche recente rivendicazione in Italia, dove ancora qualcuno dibatte sull’opportunità di festeggiare il 25 aprile. Da parte loro i cattolici francesi non si sono ancora ripresi dalla Rivoluzione del 1789… È difficile immaginare una memoria condivisa che riesca a soddisfare pienamente le rivendicazioni di tutte le parti in causa, ma la pace civile richiede comunque dei compromessi.

Il rispetto per i sudisti naturalmente non ha impedito l’abolizione dello schiavismo, né la progressiva trasformazione dell’ordinamento americano per sanzionare le discriminazioni formali nei confronti dei neri. Ma il genio di Lincoln e dei suoi successori fu di applicare (e poi replicare) nei confronti degli stati del Sud una «politica di conciliazione», sulla quale regge oggi ancora l’intero edificio della legittimità federale. Una lezione da non dimenticare quando, come oggi con la sentenza della Corte Suprema sulle nozze gay, si pone il paese di fronte a un’alternativa radicale.

C’è un episodio emblematico in tal senso, e persino commovente, immortalato nelle prime scene di un film di John Ford del 1936, Il prigioniero dell’isola degli squali: quando Lincoln, al termine del discorso che sanciva la fine delle guerra civile dopo la sconfitta del generale Lee ad Appomattox, chiese alla banda militare di suonare Dixie. Ovvero la marcia simbolo dei sudisti, in quel momento ridiventata patrimonio di tutti gli americani. Tre anni dopo, in una scena di Alba di gloria, vediamo il giovane Lincoln (Henry Fonda) strimpellare un motivetto con lo scaccia-pensieri: anacronismo denso di significato, è sempre Dixie. Se Parigi val bene una messa, Washington varrà pure una canzone. C’è poi almeno un’altra coppia di scene che, nel cinema di John Ford, hanno Dixie come protagonista in tutta la sua dirompente forza simbolica: in Giudice Priest del 1934 e nel suo remake Il sole splende alto del 1953, la marcetta interviene in pratica per risolvere l’intreccio, unendo tutti i personaggi nel ricordo di quella guerra terribile e tuttavia gloriosa.

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Il cinema di John Ford è intrinsecamente lincolniano perché mette in scena tutte le forme di quella «politica di conciliazione» sulla quale sono fondati, perlomeno sul piano simbolico, gli Stati Uniti d’America. Se Soldati a cavallo (1959) appare a prima vista come potente denuncia dell’assurdità della guerra fratricida che oppone nordisti e sudisti, è soprattutto la descrizione di un conflitto dove entrambe le parti hanno ragioni legittime e si affrontano con correttezza. Nella rilettura fordiana della guerra civile le cose si svolgono all’insegna del più squisito «jus publicum europaeum», tutt’al contrario dell’atroce «guerra giusta» contro gli indiani della quale Ford invece raccontò l’orrore in western come Il massacro di Fort Apache (1948), Sentieri Selvaggi (1956) o Cavalcarono insieme (1961). Una guerra totale, con crudeltà vendicative da entrambi in campi, finita in un semi-genocidio.

Il cinema di John Ford è il «grande romanzo americano» nel quale i discendenti dei nordisti e dei sudisti, e se possibile anche degli schiavi, possono rileggere la loro Storia condivisa. Malgrado le convinzioni progressiste di Ford — che girerà nel 1960 il pamphlet antirazzista I dannati e gli eroi con Woody Stroode nel ruolo di un coraggioso cavalleggero nero — la sua rappresentazione dei sudisti è sempre rispettosa. La guerra civile americana non è un conflitto tra il Bene ed il Male: semmai l’avvicendamento necessario di una nuova fase storica nella costruzione collettiva degli Stati Uniti d’America. Una frontiera, ecco.

Il cinema di John Ford è intrinsecamente lincolniano perché mette in scena tutte le forme di quella politica di conciliazione sulla quale sono fondati, perlomeno sul piano simbolico, gli Stati Uniti d’America.

Riconoscere che l’abolizione dello schiavismo fu una grande vittoria politica non deve implicare un giudizio morale sulla società preesistente, che regolava la divisione del lavoro secondo altre forme giuridiche. Qualcuno è persino riuscito a difendere quella società con argomenti razionali: in fin dei conti la fine della schiavitù fu anche un modo di abbassare il costo dei lavori più umili, e forse non tutti gli schiavi ci guadagnarono col progresso.

La visione fordiana del dibattito sui processi di emancipazione, in fin dei conti, è piuttosto disillusa. Ne troviamo una sintesi efficace in una scena straordinaria de L’uomo che uccise Liberty Valance (1962). Il film è una evidente allegoria dell’ascesa di Lincoln, personaggio qui incarnato per metà da James Stewart (la legge che mette fine all’abuso della forza) e per metà da John Wayne (la forza che rende possibile l’esercizio della legge). Uno sdoppiamento che sottolinea l’eccezionalità del carattere di Lincoln: il mito fondatore letteralmente «non tiene» in un solo personaggio, perché in fondo profondamente e necessariamente contradditorio. Lincoln non era soltanto «bigger than life», ma addirittura «bigger than John Wayne», che è tutto dire.

Alla fine del film, il criminale Liberty Valance è stato sconfitto e la legge trionfa: per celebrare l’evento, John Wayne insiste perché al suo servo nero, Pompeo, venga servito un whisky. Al che il servo, interpretato da Woody Strode, protesta dicendo che il whisky non lo vuole, non gli piace. Ma Wayne insiste, perché evidentemente il servo si deve emancipare come e quando lo decide il padrone. La risposta di Pompeo è notevole: lascia stare le bevute, dobbiamo tornare alla stalla per far partorire la cavalla. Insomma la necessità prevale sui principi astratti, l’economia sull’ideologia.

Con Lincoln, sembra suggerire Ford, lo schiavo sarà emancipato legalmente ma non per questo lo sarà socialmente. Lo schiavo ha il diritto di bere, anzi ha forse il dovere di bere, ma non vuole bere e per giunta non può permettersi di bere. La politica non è astratta materia di morale, appunto: è materia concreta di condizioni, di possibilità, di equilibri tra le forze in campo. Soprattutto, la politica non è materia di procedura e rigore giuridico. Tutte le scene di processo dei film di John Ford suggeriscono la stessa cosa: il diritto è uno strumento al servizio della pace civile, e deve se necessario rendersi flessibile alle esigenze della pace civile. Sono tutte scene farsesche, insomma «processi-farsa» nei quali il buonsenso trionfa sui garbugli giuridici: processo-farsa quello già citato sopra del giudice Priest, processo-farsa in Alba di gloria dove Lincoln sfoggia il suo gusto per la retorica, processo-farsa alla fine di In nome di Dio (1964) dove un bandito, sempre John Wayne, viene graziato dalla corte per avere coraggiosamente salvato un neonato. Dietro l’ironia c’è la grande lezione di Lincoln: la giustizia non serve a vendicare la società, serve a tenerla assieme. Due secoli dopo, se ne ricorderanno a modo loro i giudici del caso O. J. Simpson.

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La schiavitù, la guerra, il massacro degli indiani fanno parte della Storia degli Stati Uniti, e gli Stati Uniti non sarebbero ciò che sono se la Storia fosse andata diversamente. A chi ha subito la violenza, e pure a chi l’ha inflitta, dobbiamo comunque rispetto, riconoscimento e memoria. E ovviamente non lo dobbiamo per ragioni morali: lo dobbiamo per tenere insieme la nazione.

In uno dei suoi ultimi capolavori, Il grande sentiero (1964), Ford finirà per rendere onore anche alle vittime sacrificali per eccellenza dell’America — i pellerossa — raccontando l’autunno dei Cheyenne. Gli risponderà a stretto giro di posta la cantante Buffy Sainte-Marie in quello che è uno dei pezzi folk più belli degli anni Sessanta. Rispetto, riconoscimento e memoria sono una bella cosa, grazie tante, ma la Storia (per sudisti, nordisti, neri, indiani e tutti gli altri) non è mica finita: «Oh it’s all in the past you can say/ But it’s still going on here today».

Raffaele Alberto Ventura
Raffaele Alberto Ventura vive a Parigi dove si occupa di marketing per un grande editore europeo. Editor-at-large di Prismo e fondatore del blog Eschaton, ha scritto per Studio, Internazionale e Minima & Moralia.

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