Carico...

Quando un anziano cantante country decide di reinterpretare in chiave cristiana un pezzo rock nichilista, ovvero “Hurt” dei Nine Inch Nails, il risultato è un paradosso degno dei racconti di Borges.

Nel suo Pierre Ménard, autore del Chisciotte (1939) Jorge Luis Borges racconta di un frammento del Don Chisciotte riscritto da un oscuro letterato francese, nei primi anni del Novecento. In che senso? “La sua ambizione mirabile era di produrre alcune pagine che coincidessero — parola per parola e riga per riga — con quelle di Miguel de Cervantes”. Ma il lavoro di Ménard è lungi dall’essere una copia o una calligrafica trascrizione dell’originale. Il Chisciotte di Ménard è identico a quello di Cervantes, suggerisce Borges, per pura coincidenza dei segni. Una coincidenza premeditata, ma pur sempre una coincidenza. E così, a dispetto dell’identità materiale dei due testi, il significato che ne traggono i rispettivi lettori (o che ne trarrebbero se esistessero — ed esisterebbero se esistesse Pierre Ménard — e Ménard forse esisterebbe se non esistesse Jorge Luis Borges) è differente. Un’ode al mestiere d’armi contro gli ozi letterari, che scritta nel 1600 sarebbe stata congruente con lo spirito dei tempi, nelle parole di un letterato del 1919 rivela piuttosto influenze nicciane o una rassegnata ironia. Confrontando due frasi – in realtà composte dalle medesime parole – Borges manifesta la differenza di significato tra i testi, e addirittura la stupefacente originalità del pensiero di Ménard.

Mi sono ricordato del racconto di Borges a furia di ascoltare e riascoltare un pezzo di Johnny Cash. In effetti a partire dagli anni 90 il veterano della musica country aveva iniziato a dedicarsi alla rilettura “menardiana” di pezzi rock contemporanei — dai Depeche Mode ai Soundgarden, da Nick Cave agli U2 — con risultati ottimi, finché non produsse nel 2002 quello che potremmo considerare come il capolavoro dell’arte della cover. Ovvero “Hurt“, personalissima versione di un pezzo dei Nine Inch Nails del 1994. Per spiegare perché si tratta di un capolavoro lascerò borgesianamente la parola a Borges, ricorrendo pressapoco alle stesse parole che lui usava per illustrare la differenza tra Cervantes e Menard…

carico il video...
L'originale dei Nine Inch Nails.

L’ambizione mirabile di Cash era di produrre dei versi che coincidessero — parola per parola e riga per riga — con quelli di Trent Reznor, eppure che avessero un significato differente. Ma perché proprio “Hurt”? Il raffronto tra il testo di Reznor e quello di Cash è senz’altro rivelatore. Il primo, per esempio, canta:

I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that’s real
The needle tears a hole
The old familiar sting
Try to kill it all away
But I remember everything

Non ci sono dubbi su quello che contiene quella siringa per il cantante dei NIN. Scritto da un cantante ventinovenne nel 1994 il testo descrive l’esperienza autodistruttiva dell’eroina. Questo dolore è “familiare” perché chi canta è oramai assuefatto alla droga; eppure questo dolore non basta a scacciare via i ricordi traumatici legati alla tossicodipendenza.

Johnny Cash, per contro, canta:

I hurt myself today
To see if I still feel
I focus on the pain
The only thing that’s real
The needle tears a hole
The old familiar sting
Try to kill it all away
But I remember everything

Le parole sono le stesse ma questa volta si tratta del lamento di un vecchio che ha perso la padronanza del proprio corpo e dei propri sensi.

Il dolore come unica esperienza della realtà: l’idea è spaventosa. Certo l’uomo in nero ha avuto lui stesso qualche esperienza con la droga, ma non è quello di cui ci parla in questa canzone. Questa volta si tratta del lamento di un vecchio che ha perso la padronanza del proprio corpo e dei propri sensi, abituato alle siringhe di medicinali che gli vengono inflitte quotidianamente. Ma nonostante il decadimento fisico, nonostante quello che possono pensare gli altri vedendo il suo corpo incartapecorito, Cash rimane lucido. E malgrado l’età conserva la memoria di tutto il suo passato.

Altrettanto vivido il contrasto degli stili. L’estetismo nichilista di Reznor — che altrove si autodefiniva Mr. Self-Destruct — ci appare oggi adolescenziale, e non senza qualche affettazione. Non così lo stile di Cash, che descrive in maniera commovente l’esperienza della vecchiaia. La riscrittura opera tutta sull’analogia tra gli effetti della droga e quelli dell’età. Potrebbe sembrare comico: il massimo del nichilismo adolescenziale finisce per coincidere alla perfezione con la condizione di un anziano. Il risultato, stupefacente, è al contrario di rendere in qualche modo grunge la vecchiaia. A titolo di esempio, vediamo come Reznor descrive le conseguenze della tossicodipendenza sul proprio tessuto sociale:

What have I become
My sweetest friend
Everyone I know goes away
In the end

L’eroina lo ha reso una persona peggiore, irriconoscibile. Ma soprattutto, ha decimato tutte le persone che conosceva, una dopo l’altra. Il destino del vecchio Cash non è dissimile:

What have I become
My sweetest friend
Everyone I know goes away
In the end

È la vecchiaia ad averlo trasformato, reso diverso anche se non peggiore in questo caso, ed è la vecchiaia che si è portata via gli amici. Tutto è accaduto molto più lentamente, eppure è accaduto: il risultato è esattamente lo stesso. A settant’anni suonati, Johnny Cash è una rockstar. La badante è la sua groupie. E se il rock, con tutta la sua retorica del “better burn out than fade away”, non fosse altro che un espediente per simulare la vecchiaia, anticiparla, concentrarla in un solo attimo? La vecchiaia non è altro che la giovinezza giunta al suo massimo grado di accumulazione.

carico il video...
La versione di Johnny Cash.

Nel riscrivere all’identico la canzone di Trent Reznor, Cash si concede una sola modifica nel testo. Quella indossata da Reznor era una corona di merda (“crown of shit”) ma nella versione di Cash diventa una corona di spine (“crown of thorns”). Si tratta di un riferimento evidente alla figura di Gesù Cristo, che riappare sul lato B del singolo di “Hurt” con la cover di “Personal Jesus” dei Depeche Mode. Gli ultimi dischi di Cash sono pieni di riferimenti biblici ed esiste addirittura una registrazione completa (in 16 cd) di Cash che legge il Nuovo Testamento, di cui è possibile sentire qualche campionamento nell’ultimo disco dei Current 93, I Am the Last of All the Field That Fell. Più si avvicinava al rock e più si avvicinava alla morte, invecchiando, più Cash si avvicinava alla religione cristiana, alla quale si era convertito nel lontano 1967 dopo un tentativo di suicidio.

La stessa canzone può essere contemporaneamente un inno nichilista e il lamento di un vecchio cristiano. Pierre Ménard aveva già fornito le coordinate del paradosso: la sua operazione non consisteva tanto nel “far dire” cose nuove agli stessi segni usati dal suo illustre predecessore, quanto piuttosto nel prendere atto che, scivolando fuori dal loro contesto originario, essi hanno già cambiato significato e che dunque non sono più realmente gli stessi segni. Esistono non soltanto due testi e due autori, ma soprattutto due codici: la lingua di Cervantes e quella di Ménard. O nel nostro caso, la lingua di Reznor e quella di Cash. I due testi casualmente identici appartengono a lingue differenti e sono queste lingue, innanzitutto e prima degli autori che le impiegano, che con segni identici intendono cose differenti.

La riscrittura opera tutta sull'analogia tra gli effetti della droga e quelli dell'età, così la stessa canzone appare sia come un inno nichilista sia come il lamento di un attempato cristiano.

Similmente, se qui scrivo “est”, un latino penserebbe al verbo essere, e un italiano al punto cardinale. Borges insinua che questo genere di malintesi possa accadere non soltanto tra lingue diverse, ma in modo meno lampante (e perciò tanto più equivoco) all’interno della stessa lingua, colta in due diversi momenti del suo sviluppo storico, o in due ambiti sociali o geografici. Il nome dell’autore sul frontespizio o la data in calce, dettagli contestuali e potenzialmente extra-testuali, “soglie” come le chiamava il critico Gerard Genette, sono determinanti per distinguere i codici di riferimento e non rischiare di leggere Ménard come fosse Cervantes, Cash come fosse Reznor, Cervantes come fosse Ménard, o Ménard come fosse Cash…

Nel ritornello, Reznor fa un bilancio della sua esperienza con la droga. Nella canzone di Cash, gli stessi due versi diventano una riflessione nientemeno che sul senso della vita:

And you could have it all
My empire of dirt

Gli anni si sono accumulati, e i successi, e gli allori: ma tutto quello che resta è un impero di polvere. Johnny Cash è barocco, là dove Trent Reznor restava circoscritto nell’autocompiacimento dell’estetica loser che in quel 1994 aveva trovato un vate più scanzonato in Beck (“I’m a loser baby, so why don’t you kill me?”). Quello di Reznor è naturalmente un impero di scarti e calcinacci, elementi della sua musica industrial per le masse. “And you could have it all, my empire of dirt”. Ma se anche Johnny Cash, uno dei più grandi interpreti del Novecento americano, considera la propria vita un cumulo di spazzatura, allora dov’è il senso? Cash pensa già alla morte, ci pensa sinceramente e non per vezzo come Reznor che vent’anni dopo aver scritto Hurt è ancora vivo e vince premi Oscar:

I will let you down
I will make you hurt

Morire significa fare soffrire le persone che ci amano. E per quanto si è potuto fare nella vita, l’unica cosa di cui siamo incapaci è evitare loro questa sofferenza. Comunque vada, li deluderemo. Non per debolezza, come per Reznor, ma per ineluttabile destino. E allora cosa conta tutto il resto? Questo ci dice Johnny Cash, in una delle sue ultime canzoni, con le parole di Trent Reznor. Questo ci dice Johnny Cash, autore di “Hurt”.

Raffaele Alberto Ventura
Raffaele Alberto Ventura vive a Parigi dove si occupa di marketing per un grande editore europeo. Editor-at-large di Prismo e fondatore del blog Eschaton, ha scritto per Studio, Internazionale e Minima & Moralia.

PRISMO è una rivista online di cultura contemporanea.
PRISMO è stata fondata ad Aprile 2015 all’interno di Alkemy Content.

 

Direttore/Fondatore: Timothy Small

Caporedattori: Cesare Alemanni, Valerio Mattioli, Pietro Minto, Costanzo Colombo Reiser

Coordinamento: Stella Succi

In redazione: Aligi Comandini, Matteo De Giuli, Francesco Farabegoli, Laura Spini

Assistente di redazione: Alessandra Castellazzi

Design Direction: Nicola Gotti

Art: Mattia Rinaudo

Sviluppatore: Gianmarco Simone

Art editor: Ratigher

Gatto: Prismo

 

Scriveteci a prismomag (at) gmail (dot) com

 

© Alkemy 2015