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Tra schiaffi goliardici, battute sconvenienti e bicchieri di champagne: un ritratto del presidente della Commissione Europea e del suo rapporto speciale con l'alcol.

La cosa che fa più ridere del filmato è sicuramente Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo, che guarda Juncker con una faccia che dice: per favore, no.

È il 2014, saluti finali del summit in Lettonia dell’Unione Europea. Tusk e Juncker, cioè il Presidente della Commissione Europea, cioè letteralmente il capo dell’UE, si dispongono davanti ai fotografi per essere ripresi insieme agli altri leader e congedarli singolarmente. Juncker è allegro. Arriva con una marcetta da bambino soldato, sorride beato ai flash e la cerimonia diventa più strana e imbarazzante di minuto in minuto: Juncker agguanta i leader per salutarli, tira schiaffi goliardici (forti) in pieno viso a chiunque si trovi davanti, spesso poi bacia anche (rumorosamente) il fortunato interlocutore, mentre Tusk comincia a diventare uno spettacolo straziante da guardare, tanto si sta vergognando. Quando arriva Orban, il Primo Ministro ungherese, i presenti non possono fare a meno di sentire il saluto che Juncker gli riserva: “Ed ecco che arriva il dittatore!”, per poi procedere a tirarlo per la cravatta. Tusk vorrebbe essere morto. Insomma, un successone.

Per fortuna è ancora possibile testimoniare a questo importante momento di storia comunitaria, fruendo anche delle meravigliose capacità di sintesi dell’internet, tutte concentrate nel titolo:

carico il video...

Jean-Claude Juncker è nato a Redange-sur-Attert, un paesino in Lussemburgo, ed è un veterano della scena. La sua militanza è cominciata nel Partito Popolare Cristiano Sociale (una forza di centro destra), a 35 anni è diventato Ministro dell’Economia del suo Paese e pochi anni dopo Primo Ministro. Già problemi: investito da uno scandalo sui servizi segreti lussemburghesi si dimise nel 2013 dopo diciotto anni di governo. Nel frattempo però la sua carriera volava alto visto che nel frattempo aveva presieduto il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Europea per lo sviluppo e la ricostruzione e già nel 2005 era diventato il primo Presidente permanente dell’Eurogruppo, cioè la conferenza informale di Ministri dell’Economia dei Paesi che hanno adottato l’Euro.

Nel 2014 è arrivata l’elezione atipica. Infatti per la prima volta il Presidente della Commisione Europea, cioè sostanzialmente l’uomo che guida l’Unione, ne rappresenta globalmente gli interessi e propone la legislazione da adottare al Parlamento Europeo, è stato eletto dal Parlamento stesso, invece che dal Consiglio – cioè dall’unione dei capi di governo e ministri dell’economia. Questo, banalmente, vuol dire che l’abbiamo votato anche noi. Infatti le elezioni del 2014 che hanno portato alcuni nostri rappresentanti all’europarlamento erano sì riferite a partiti italiani, però a loro volta appoggiavano partiti europei, come il PPE di Juncker. Quello che è successo però è che tutte le forze principali hanno subito parecchio la crescente popolarità dei vari movimenti nazionali euroscettici e hanno perso seggi: nessun partito era in grado, da solo, di esprimere una maggioranza. I candidati erano cinque, fra cui Juncker per il PPE e Martin Schultz per il Partito Socialista Europeo (“La suggerirò per il ruolo di kapò!” cit.)

Juncker era in effetti l’unico ad avere i numeri per farcela, oltre cha l’appoggio importante di Angela Merkel e della Germania, considerata la principale sponsor della sua candidatura. Anche se c’è da dire che Merkel ha una strana idea dello spingere un candidato, visto che l’unica frase direttamente riferibile a lui che abbia mai pronunciato è stata “Non necessariamente Juncker deve essere Presidente”. Infatti già allora non c’era un clima di grande fiducia attorno al Nostro. In particolare Cameron, Premier inglese che aveva appena perso le elezioni con gli euroscettici dell’Ukip e Farage, ci ha tenuto in più occasioni a sottolineare quanto l’uomo fosse “inadatto all’incarico” e quanto le sue politiche euroaccentratrici  avrebbero portato all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea il che, riletto ora, è discretamente inquietante. Juncker infatti non era un candidato ideologicamente debole, aveva una caratterizzazione abbastanza evidente: parlava della necessità di creazione di un esercito dell’Unione Europea e le sue politiche di ridimensionamento della sovranità nazionale non sono mai state moderate.

Inoltre Juncker ha sempre avuto un carattere particolare per un uomo nella sua posizione e non fa molti sforzi per risultare comprensibile all’opinione pubblica. Durante un meeting ufficiale nel 2011 ritenne assolutamente ok e opportuno dire ai giornalisti di essere a favore “dei dibattiti segreti e oscuri” e che spesso, nelle situazioni di difficoltà “bisogna mentire”. Per comprendere appieno l’enorme risonanza che possono avere affermazioni del genere, anche quando non completamente serie, inviterei tutti a immaginare per pochi secondi cosa sarebbe successo se queste frasi fossero state pronunciate in tv da Silvio Berlusconi. Esattamente.

Il nostro non si fa mancare nulla, quindi estende anche a Est i confini della polemica: durante la sua intera presidenza non ha visitato nessuno stato al di fuori dei sei stati europei principali.

2016: Il filmato della Lettonia è di un paio di anni fa, ma è riapparso in superficie nel momento più sbagliato possibile per Juncker. Per prima cosa i problemi con Trump. Personalmente apprezzo un leader con il coraggio di esporsi, specie se l’obiettivo della critica è spaventoso come The Donald, tuttavia magari il Presidente dell’Unione Europea avrebbe potuto trovare qualcosa di vagamente meno aggressivo di “Dovremo passare due anni a spiegargli cos’è l’Europa” nel rivolgersi al suo potenziale prossimo principale partner politico ed economico. Infatti la conseguenza dei suoi commenti è stato un incipit non esattamente entusiasmante, con Trump che ignora le sue richieste di contatto a elezioni avvenute, prefigurando un avvenire radioso di grande comunicazione USA-EU.

Ma il nostro non si fa mancare nulla, quindi estende anche a Est i confini della polemica. Infatti un’altra delle lamentele striscianti che lo riguardano è che durante la sua intera presidenza non abbia mai visitato nessuno stato al di fuori dei sei stati europei principali, ignorando, ad esempio, una grassa fetta di risentito Est Europa. Quindi giustamente, alla vigilia delle votazioni per il rinnovo delle sanzioni economiche contro la Russia, in un’atmosfera di tensione notevole, Juncker prende allegramente un aeroplano direzione San Pietroburgo per partecipare a una conferenza, lasciando il resto della diplomazia europea con le mascelle penzoloni e nel terrore di consolidare la posizione di Putin nel preciso momento in cui cercavano di fare la cosa opposta.

Nel frattempo i problemi si moltiplicano come zanzare nelle paludi. La gestione dei flussi migratori diventa obiettivamente sempre più difficile da gestire a livello comunitario ed è fonte di continue tensioni, anche e soprattutto con l’Italia. Alla richiesta di Renzi di una maggiore flessibilità nei nostri confronti sulle spese per migranti e terremoto Jean-Claude Juncker ha risposto: “Me ne frego”, certificando ufficialmente il record per il punto più basso mai visto nella relazione diplomatica fra noi e l’Unione.

La gestione di Brexit nel frattempo è diventato un problema concreto e non una speculazione demagogica, la crisi economica sempre più stringente a cui per ora il suo famoso piano di investimenti da 315 milioni di euro non sembra aver apportato molto giovamento e le voci sul suo alcolismo che non ne voglio sapere di ammansirsi.

Quest’ultimo punto potrebbe risultare stonato a una prima lettura, quindi lo scrivo di nuovo: le voci sul suo alcolismo non ne vogliono sapere di ammansirsi. In effetti di occasioni pubbliche in cui la stampa ha sospettato della sua lucidità, Lettonia a parte, ce ne sono state parecchie.

Ecco un personale florilegio delle più famose nonché mie preferite:

1. “Juncker denies alcohol problem during interview in which he drinks four drinks of champagne” (“The Telegraph”. 14/09/2016 Nota bene: si trattava di un’intervista tenutasi a pranzo)

2. Il cronista di Liberation da cui il Telegraph ha ripreso l’intervista evidentemente è appassionato di Juncker perché nel riportare la notizia ricorda anche un altro incontro con lui, sempre un pranzo. Dopo “numerosi” bicchieri di bianco, il Nostro conclude il pasto con tre (3) bicchieri di whiskey. Da mangiare ordina solo un’insalata.

3. Il video di quando, felice, è andato via mano nella mano con Tsipras dopo un incontro.

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4. La sua giustificazione ogni volta che la stampa prova a imbastire la domanda è: “Credete che sarei dove sono se facessi colazione col cognac?” Juncker attribuisce a un problema alla gamba che gli impedirebbe una corretta deambulazione il suo strano comportamento in pubblico. Sul tirare cravatte altrui però, neanche una parola.

Il problema è che non sono solo i media a farsi domande. Più di un esponente del Parlamento Europeo ha espresso dubbi sulla sua idoneità alla posizione di leadership, non solo sul fronte avverso al Partito Popolare Europeo, la formazione destrorsa a cui Juncker appartiene. Politico riporta in più occasioni testimonianze di membri interni al PPE che il Presidente “non lo vedono quasi mai” e che sostengono che Juncker sia ormai marginalizzato e peggiorato nella salute, in una sorta di paralisi politica che lo porterebbe a delegare ai suoi consiglieri anche le questioni dirimenti del suo ruolo. Ingeborg Grassle del Budgetary Control Committee arriva a dire: “Gli auguro il meglio e spero che sia capace di sostenere la responsabilità del suo ruolo. Non possiamo permetterci marionette politiche in mani altrui. Non sarebbe ammissibile”, che non è esattamente una cosa leggera da dichiarare alla stampa se riferita a qualcuno che sta rivestendo un pubblico ufficio di quella rilevanza. E Grassle, anche lei centro destra, definisce Juncker “un buon amico”.

Jean-Claude Juncker è il primo presidente dell’Unione Europea a poter reclamare un mandato popolare. Se un processo democratico di unificazione è in corso, lui ne sarà fra i padri fondatori. L’idea dietro il suo mandato era di cambiare la percezione grigia, lontana e burocratica che l’esecutivo europeo ha sofferto finora, trasformandola in una forza in cui riconoscersi, in un progetto politico realmente collettivo. Quello che il suo mandato ha ottenuto è stato un crollo della fiducia verso l’Istituzione Europea che non conosce precedenti storici e una voragine politica e strutturale gigantesca, che è stata comodamente riempita dai vari movimenti ultra nazionalisti che furoreggiano ovunque, vincendo a tavolino contro un fantasma. Non si tratta esclusivamente di responsabilità personali, è ovvio, il fallimento è dell’intera struttura, non dell’uomo. L’elemento più preoccupante continua a essere la mancanza di interesse e riconoscimento pressoché assoluta che i cittadini dell’Unione Europea nutrono verso il loro governo sovranazionale. In questo senso è abbastanza comico lo shock mondiale per l’elezione di Trump se paragonato alla noncuranza assoluta che riserviamo al nostro massimo esponente.

Insomma l’ultima volta che Trump ha mentito alla stampa è stato perché voleva andare a mangiarsi un hamburger senza scocciatori. L’ultima volta che l’ha fatto Juncker era per coprire un meeting segreto a Lussemburgo con alcuni Ministri dell’Economia per decidere il da farsi sul peggioramento del debito greco.

E, certo, gli americani con le loro teste piene di Big Mac e superficialità hanno eletto un personaggio improbabile per una carica di incalcolabile rilievo e hanno messo il destino del loro Paese in mano a qualcuno che non sembra avere le qualità intellettuali e la salute mentale necessarie per affrontare l’incarico.

Meno male che noi non siamo così scemi.

Laura Tonini
1983. Ha scritto di politica, cinema, tv e cose buffe in generale su VICE Italia, Vogue, Rolling Stone. Sceneggiatrice e autrice tv in RAI, Sky e altrove.

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