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Maniaco di Twitter, contraddittorio e senza filtri. Così Kanye West si candida a sfidare Trump alle prossime elezioni USA (nonostante l'abbia quasi votato).

And yes, as you probably could have guessed by this moment, I have decided in 2020 to run for president“. Sono state queste parole usate da Kanye West alla fine del suo intervento agli MTV Video Music Awards 2015 di Los Angeles a ufficializzare quello che potrebbe essere il più delirante tra i progetti della rapstar slash imprenditore slash designer slash forse prossimo presidente degli Stati Uniti d’America. Quella che in molti hanno liquidato come l’ennesima sparata di un personaggio abituato a non avere filtri comunicativi è stata però ribadita più volte nel corso dei mesi seguenti. In particolare lo scorso agosto durante un’intervista radiofonica alla BBC con Annie Mac in cui ha parlato di politica e razzismo.

“Quando dico di voler diventare presidente non intendo dire che ho delle posizioni politiche” aveva ammesso Kanye ai microfoni della radio inglese; “ho solo una mia idea sull’umanità, sulle persone, sulla verità. Se c’è qualcosa che posso fare per utilizzare il mio tempo in modo da portare un cambiamento nel mondo mentre sono in vita potete star certi che lo farò. Tutto qui”. Dichiarazioni che non gli hanno impedito dal prendere posizione su uno dei temi più caldi dell’attuale politica USA: la questione della violenza delle forze dell’ordine su le persone di colore. “Siamo insensibili ai cinquecento ragazzi uccisi a Chicago ogni anno, siamo insensibili al fatto che solo dall’inizio di luglio ci sono già stati sette conflitti a fuoco con la polizia”.

L’idea di una sua candidatura è un progetto improbabile ma ambizioso, che non sembra essere stato minato dalla recente vittoria di Donald Trump; anzi questa ha semplicemente dimostrato come un soggetto del tutto fuori dalla politica ordinaria, possa comunque aspirare alla massima carica. Il recente endorsement di West verso Trump (pur nello sgomento generale) ha quadrato definitivamente il cerchio dimostrando le affinità elettive tra i due personaggi: figure opposte eppure simili che in questa sorta di buffa (?) distopia che stiamo immaginando potrebbero finire con lo sfidarsi per la carica di presidente USA 2020.

La sorpresa e l’incredulità generale con cui è stata accolto l’esito di queste ultime elezioni USA hanno immediatamente portato a un nuovo interesse nei confronti di quella che era stata velocemente bollata come una boutade. In tanti hanno scritto: “Se il protagonista di uno show televisivo può diventare presidente allora perché non provarci con un rapper?”. L’hashtag #kanye2020 e #yeezy2020 sono diventati trending la sera stessa delle elezioni e in modo praticamente immediato è spuntata online un’iconografia dedicata al prossimo possibile Yeezy commander-in-chief mentre se ne sta vestito con una tuta Adidas e il suo broncio d’ordinanza nello Studio Ovale. Etsy esplode già con tutto il merchandising dedicato all’impresa e fioccano gli endorsement online. Dai colleghi Flying Lotus e Questlove dei The Roots seguiti da una vera e propria ovazione digitale composta da migliaia di fan adoranti e altrettanti commentatori ironici.

L’ex attore Ronald Reagan e persino Arnold “Terminator” Schwarzenegger hanno ampiamente dimostrato come l’America sia pronta a, chiamiamoli così, bruschi cambi di carriera. Il passaggio dallo showbusiness alla politica è più rapido di quanto riusciamo ancora ad immaginare, e i bookmaker che non si fanno tanti problemi di etica hanno già provveduto ad aggiustare le proprie valutazioni di conseguenza:  gli stessi che quotavano una vittoria di Trump 150 a 1 oggi valutano 100 a 1 una possibile elezione di Kanye West alle presidenziali del 2020. Anche per Obama la possibilità di un evento del genere rimane una battuta da sfoggiare durante una cena di raccolta fondi senza rinunciare però a un’ambigua chiosa per la platea: “Credete davvero che questa nazione potrebbe eleggere presidente degli Stati Uniti un nero che viene dal sud di Chicago e che ha un nome bizzarro?”. Ironia simile a quelle che sempre Obama aveva riservato mesi fa a Trump durante la cena dei corrispondenti della stampa alla Casa Bianca. Risate e occhiolini che oggi suonano sinistre lacrime di coccodrillo. Abbiamo già fatto una volta lo sbaglio di sottovalutare l’imprevedibilità del nostro futuro, non saremo così stolti da fare questo errore di nuovo, vero?

Per provare anche solo a concepire le possibilità reali di uno Yeezy-presidente bisogna partire dai numeri nei seggi identificando poi chi potrebbero essere i suoi principali supporter e finanziatori. Davvero esisterà una demografica che prenderà sul serio una candidatura del genere? E qualcuno in grado di supportarne economicamente la sua confusa ma avveniristica visione del futuro basata su design e sperimentazione? Ebbene, forse sì.

Secondo un articolo del The Atlantic le elezioni americane del 2020 segneranno il trionfo dei millenials. Se nel 2008 la generazione dei baby boomers aveva un numero di votanti doppio rispetto a quella dei millenials, fra quattro anni le percentuali si saranno invertite. Leggendo le proiezioni, questi ultimi arriveranno a una percentuale del 34% mentre i primi scenderanno al 28%. Temi come il matrimonio gay, l’emergenza climatica e l’immigrazione diventeranno centrali per un nuovo gruppo elettorale frutto di un profondo mix etnico (più del 40% non è bianco) e che ha già dimostrato di seguire politiche apertamente democratiche.

Se l’elezione di Trump ha portato alle lacrime i più giovani tra gli elettori americani, anche molti dei signori della Silicon Valley sembrano spiazzati da un evento che nessun algoritmo era riuscito a predire. Personaggi come Jeff Bezos e Mark Zuckerberg sono stati apertamente criticati in passato da Donald Trump, che rappresenta la nemesi delle politiche di apertura e tolleranza ostentate – almeno in apparenza – delle tecno-multinazionali d’America. Proprio Mark Zuckerberg, nel suo primo Q&A in diretta con la community di Facebook lo scorso giugno, era stato piuttosto esplicito riguardo la propria idea di futuro e di politica: “Credo che così come siamo passati dai villaggi, alle città e alle nazioni oggi dobbiamo unirci in una comunità globale. Molti dei problemi di cui discutiamo – che siano il terrorismo la crisi dei rifugiati o il cambiamento climatico – non possono essere risolti da un solo gruppo di persone o da un singolo stato, ma sono cose che hanno conseguenze su tutti”.

Un discorso che sembra contraddire punto per punto il programma di Trump fatto invece di muri, orgoglio cowboy e ridiscussione di trattati economici da una prospettiva di stretta utilità nazionale. La suggestione è allora quella per cui si sta già formando non solo una nuova generazione di elettori, ma una lobby di imprenditori interessati a qualcuno più in sintonia col loro universo. Dopo l’elezione di Trump e la messa in discussione dei classici meccanismi politici che hanno regolato la candidature passate dei due maggiori partiti USA, si è improvvisamente entrati in un territorio dove “vale tutto”: ricorrere quindi a una superstar globale come West sarebbe la folle carta democratica per rovesciare un tavolo da gioco a cui non hanno ancora avuto occasione di sedersi. Follia? Certamente, almeno finché non la vedremo realizzata.

Chi è sicuro che tutto ciò possa davvero accadere è Sohrab Jamshidi. 26 anni: originario di Philadelfia e ideatore del sito kanyewestforpresident.com che riusciamo a contattare via email. “Ho aperto questo sito perché ho capito la sua versione del futuro, quella di Kanye. All’inizio ero spaventato ma anche se sono giovane ho già visto molte cose e ho imparato che il mondo è più grande della politica e dei governi che sono istituzioni ormai prive di utilità. Abbiamo appena affrontato la rivoluzione informatica ma il mondo stenta a stare dietro a queste cose. Kanye West riesce a vedere in avanti molto più chiaramente di quanto possa fare io. Vuole risolvere i problemi dell’America e del mondo attraverso il design, proprio come ha fatto Steve Jobs rivoluzionando la comunicazione”.

Con soli 24,000 follower su Twitter e un migliaio di firme per la sua petizione “I’m voting for Kanye” in homepage, il sito di Sohrab è ancora più un progetto personale che una vera piattaforma dal basso per supportare il candidato Kanye. La nostra corrispondenza serve però a capire meglio in che modo la diversità di un personaggio come Kanye potrebbe essere una reale risposta al disorientamento americano. La prima sorpresa arriva quando chiedo a Sohrab chi ha votato alle ultime elezioni. “Sono un democratico registrato, volevo che Bernie Sanders vincesse ma per quanto possa essere pazzesco ho poi deciso di votare per Trump! Non pensavo che potesse davvero vincere e sono rimasto sconvolto ma ce l’ha fatta. È stata dura dover votare per lui ma non avrei mai preso in considerazione Hillary”.

Parole che echeggiano lo stesso discorso in cui Kanye afferma di apprezzare i metodi “molto futuristici” del nuovo presidente USA, e che sembrano confermare come lo scontro in USA sia stato proprio quello tra chi era percepito come dentro (la Clinton) o fuori (Trump) da un establishment reputato inefficace e anacronistico. Un complesso di valori contro il quale questo ragazzo della Pennsylvania è arrivato persino a immaginare la campagna presidenziale di una popstar: il sito mescola idee politiche, editoriali (“Why Kanye?“), generatori automatici di slogan elettorali e merchandising. “Solo il 5% del sito è inteso in maniera ironica, ecco perché abbiamo aggiunto anche la sezione dei meme. La maggior parte dei contenuti però ha un tono assolutamente serio, credo che Kanye voglia candidarsi davvero e dato che l’America non richiede l’obbligo di avere esperienza politica per essere presidente, perché no?”.

Già la domanda è sempre quella: perché no? Trump è il primo presidente eletto a non avere precedente esperienza politica o militare. Le gabbie sono aperte, avanti tutta e se Yeezy2020 dev’essere allora facciamo uno sforzo d’immaginazione e proviamo a visualizzare questo suo primo mandato.

Provocazioni pro-Trump a parte, Kanye West ha in realtà finanziato la campagna elettorale di Hillary Clinton quindi sarebbe lecito aspettarsi da lui uno schieramento nelle file dei democratici. Il Guardian riporta anche come sia già stato lanciato un comitato di raccolta fondi ufficiale dal nome “Ready for Kanye“. La più assoluta confusione avvolge le idee politiche del musicista che ha fatto di rant su Twitter e sproloqui durante le interviste un proprio marchio di fabbrica. L’unico elemento chiaro del Kanye-pensiero è l’impegno a favore dei diritti dei neri d’America. Lo ha ribadito online condividendo l’hashtag #blacklivesmatter ma soprattutto con uno dei suoi primi e più celebri “sbrocchi” televisivi. Durante un telethon americano a reti unificate per raccogliere fondi dopo l’uragano Katrina, Kanye West pronunciò la famosa frase “George Bush Doesn’t Care About Black People“.

Lo sguardo spiritato di Mike Mayers in piedi accanto a lui rivelava la tragicità della situazione. Un evento benefico si era improvvisamente trasformato in dibattito politico. Se lo ricorda bene George Bush, che definì l’esternazione di West addirittura come “il peggior momento della sua presidenza“. Ce n’era abbastanza per eliminare per sempre Kanye da qualunque trasmissione tv per i prossimi mille anni. Eppure non è stato così: tanto e tale è il suo star power da essere stato in grado di risalire la china, riguadagnare il rispetto di pubblico e media trascendendone contemporaneamente le regole. Una qualità che ultimamente torna molto utile se si tratta di guadagnare il voto popolare.

Se l’idea di Kanye West candidato alla presidenza rimane ancora poco più che una battuta tra amici e fan, è però vero che molte delle qualità che il rapper ha dimostrato nel corso della sua carriera sono davvero simili a quelle richieste nel nuovo scenario politico post-Trump. Un panorama dove i fatti hanno poco peso e l’elemento fondamentale non è quello di saper elaborare un piano d’azione politico quanto riuscire a coinvolgere la pancia dell’elettorato fino a controllarne le emozioni. Quasi il lavoro di una popstar. A dover essere ricostruito è anche il concetto stesso di verità condivisa e ciò che si intende con questa definizione. Pur nelle sue contraddizioni, esagerazioni, sparate, errori e megalomanie, Kanye West è sempre riuscito a costruire un immaginario coerente e un’identità pubblica che il pubblico ha saputo riconoscere e accettare. Come ricordava lui stesso durante l’intervista per il numero di Time che lo ritraeva in copertina: “Ogni volta che tutta la rete parla di me è a causa di una piccola goccia di verità, ogni volta che dico qualcosa di troppo vero ad alta voce spacco letteralmente internet. C’è da chiedersi allora che cosa ci becchiamo tutto il resto del tempo…”.

Il saper proporre un’immagine di persona senza filtri, totalmente trasparente verso il proprio pubblico e in apparente conflitto con il sistema sono state alcune delle ragioni della vittoria di Trump. Oltre ad un sapiente uso di Twitter, altro elemento che lo accomuna a Kanye. Se l’ultima campagna elettorale è stata basata sulla capacità di ascoltare la rete, appropriarsi del suo linguaggio utilizzando meme come megafoni del proprio messaggio, allora le prossime elezioni potrebbero tranquillamente avere come protagonista chi non ha bisogno di trasformarsi in meme perché un meme lo è già.

Andrea Girolami
Giornalista e autore video ha lavorato per MTV e Wired Italia. Per Indiana Editore ha scritto il libro dedicato alla cultura digitale Atlante delle cose nuove. Pensa di essere un ottimo ballerino, ama fare il DJ ai matrimoni.

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