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Come ha fatto Kevin Smith a passare da regista di Clerks a PR per Warner e DC Comics appassionato di serie tv tipo The Flash? Storia dell'uomo che ha traghettato l'indie 2.0 nell'ormai redento pianeta del nerdismo a tutto spiano.

C’è del pazzesco in quello che è diventato Kevin Smith. Il regista di Clerks ormai è fonte continua di notizie da parte di siti a tema pop (film e fumetti più che altro). E non per quello che fa, ma per quello che dice: “A Kevin Smith è piaciuto tale film”, “Kevin Smith dice la sua sull’argomento vattelapesca”… Le sue opinioni sono ben argomentate e piene di metafore sessuali, ma il vero motivo per cui la sua persona è così notiziabile è uno soltanto: negli anni, è diventato il vate dei nerd duri e puri.

La carriera di Kevin Smith inizia per l’appunto con Clerks, film finanziato con i prestiti delle carte di credito, l’assicurazione di un’auto gettata in mare e la vendita dei fumetti del regista; il film viene acquistato dalla Miramax dei fratelli Weinstein ed entra a far parte dell’ondata di titoli che a metà anni Novanta – il 1994 in particolare – consacrano il nuovo cinema indipendente americano. Linklater aveva aperto la strada con Slackers (non a caso un modello di riferimento per Smith) e ora Robert Rodriguez, Quentin Tarantino e l’autore dello stesso Clerks imponevano nuovi racconti e nuovi modi di fare cinema, in cui l’entusiasmo e l’atteggiamento punk riuscivano a compensare le eventuali lacune tecniche. Smith in particolare ha zero senso di regia, spazialità e montaggio.

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Piccolo Pippo cucciolo eroico vs. Aurora Sborealis.

I suoi limiti li riconosce lui per primo, tanto come sceneggiatore (spesso infantile nel suo umorismo, e questo dice qualcosa su di me, che ancora rido se penso a Piccolo Pippo cucciolo eroico o ai due pornoattori in crisi di coppia) quanto come regista. Il suo è, di fatto, un non-stile: “I direttori della fotografia che mi hanno affiancato pensano sempre ‘Dio Santo, potrei fare qualcosa di bello qui ma questo tizio vede solo inquadrature a due ovunque’”, ammette lui. Ma il suo Clerks rimane nella mente di tutti per l’immediatezza del risultato e la vicinanza al suo pubblico. Fino ad allora la maggior parte dei film di dialogo erano commedie d’alto borgo alla Woody Allen o pellicole in cui i ventenni avevano effettivamente degli obiettivi. Si parlava di Marshall McLuhan e Ingmar Bergman, si sognava Fellini e Joyce.

In Clerks invece Dante Hicks e Randal Graves sono due giovani lavoratori svogliati del periferico New Jersey senza particolari ambizioni, le cui conversazioni ruotano intorno al sesso e all’intrattenimento di genere, tra il popolare e la bassa lega. Smith fa parlare i suoi personaggi di Guerre stellari e fumetti (l’aggancio alto è che Clerks è una metafora dell’inferno dantesco: ci sono nove scene in tutto, come nove sono i gironi infernali, e poi c’è il nome del protagonista). Per la prima volta, una certa fetta di pubblico, quella nerd e giovane, si vede ritratta sullo schermo con una rappresentazione, per quanto grossolana, vicina a sé, dopo anni di macchiette di contorno à la Steve Urkel.

Gli appassionati di fumetti in particolare hanno parecchio di che trovare nella filmografia di Smith: i suoi primi film fanno parte del View Askewniverse, un universo in cui le varie storie sono in continuità proprio come il parco testate di un editore; Jay e Silent Bob diventano fonte di ispirazione per un fumetto, Bluntman and Chronic, creato dai protagonisti di In cerca di Amy. Quest’ultimo film vanta tra l’altro i camei di vari nomi noti del settore, tra cui Mike Allred (Madman, X-Statix), che ha curato le tavole di Bluntman and Chronic mostrate in alcune scene.

A fine anni '90 Smith scopre il web e lo usa per creare un rapporto molto stretto con i propri fan. Fonda un sito ufficiale, un forum, si approccia timidamente al merchandising. Più avanti si darà allo stand-up con spettacoli in cui, rispondendo alle domande degli astanti, racconta i più disparati episodi della sua vita.

Dopo Clerks, Smith costruisce una poetica che è tutta fondata sugli elementi sopraccitati. Mallrats (Generazione X) è una versione di Clerks con più soldi, mentre In cerca di Amy è la storia d’amore tra il fumettista Holden e la lesbica/indecisa Alyssa, il suo film più profondo e quello generalmente riconosciuto come il suo migliore – nonostante l’approssimativa rappresentazione della sessualità giovanile.

È in questo periodo che Smith scopre il web e lo usa per creare, precursore tra i cinematografari di spicco, un rapporto molto stretto con i propri fan. Fonda un sito ufficiale, un forum, si approccia timidamente al merchandising. Più avanti si darà allo stand-up con spettacoli in cui, rispondendo alle domande degli astanti, racconta i più disparati episodi della sua vita. Registrerà perfino dei podcast quando ancora non era di moda farlo. Non sempre gli è andata bene, eh: i titoli di coda di Clerks II saranno per sempre sfregiati dai ringraziamenti ai primi diecimila amici di MySpace, e spesso nella sua comunicazione adotta atteggiamenti molto ingenui (ce l’ha a morte con i critici, ma solo quelli che scrivono recensioni negative).

Alla fine del millennio corona il sogno di scrivere fumetti quando la Marvel, tramite Joe Quesada, lo chiama per fargli scrivere Diavolo custode, un ciclo di Devil che farà storia. La sua carriera nel mondo dei fumetti si segnala per altre incursioni più o meno riuscite ma sempre dilatate nei tempi. Per quanto gli piacciono i comics, lo sforzo di scriverli gli costa tanto e molti vengono abbandonati a metà. Nel frattempo escono Dogma (1999), che ha il merito di aver introdotto al mondo il Cristo Compagnone, e nel 2001 Jay & Silent Bob… Fermate Hollywood! (perché l’originale Jay and Silent Bob Strike Back non andava abbastanza bene), un metafilm che arrivava una decade prima di 22 Jump Street. Con quest’ultima pellicola Smith chiude le vicende del suo View Askewniverse: in una situazione non dissimile da quella che vivono le boyband, i suoi fan erano cresciuti e Smith si era messo in testa che forse sarebbe dovuto crescere anche lui, almeno come regista. Inoltre è diventato sempre più difficile far lavorare il compare Jason Mewes, il Jay della coppia, in continuo andirivieni dalla riabilitazione per eroina. Quindi esce dalla sua zona di sicurezza e nel 2004 scrive una commedia romantica da grande studio hollywoodiano, Jersey Girl. Le contingenze non lo aiutano: i protagonisti sono Ben Affleck e Jennifer Lopez, la coppia artefice di uno dei peggiori film di sempre, Gigli. L’aura di sfiducia e cattiva pubblicità intorno al film lo fanno crollare ai botteghini.

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Zack e Miri si danno al porno.

Senza pensarci due volte torna nella sua nicchia con Clerks II e poi con Zack and Miri Make a Porno (come sempre, nell’adattamento italiano si optò per un titolo più fantasioso: Zack & Miri –  Amore a… primo sesso). Il film conferma quella che è la sua cifra stilistica: la sciatteria tecnica e l’irritante pigrizia della messa in scena che non vuole elevare di una spanna il materiale della sceneggiatura, con sequenze montate un po’ come viene. Nelle intenzioni della produzione il film, basato in parte sull’esperienza di lavorazione del primo Clerks, avrebbe dovuto sfruttare la scia positiva delle commedie di Judd Apatow. Uno degli attori resi famosi da Apatow, Seth Rogen, ne era il protagonista e in generale la pellicola ambiva a uscire dal ghetto dei fan di Smith, che ha più volte dichiarato di sentirsi un padre putativo dello stesso Apatow. Invece, Zack and Miri delude le aspettative restando in linea con gli altri film in termini di incassi, e Smith la prende sul personale: “Mi avevano detto che avrebbe incassato 100 milioni e che mi avrebbe reso rilevante nel panorama dell’industria. E invece rimase tutto come prima”.

Forse capendo che l’unica cosa che gli resterà fedele sarà la sua nicchia di fedeli, investe tutte le energie nel fanbase, aumenta i podcast, rinvigorisce il sito e accentra le attenzioni sulla sua persona, dando vita a un piccolo impero che si ramifica su quasi tutti i mezzi espressivi. Per questo parlare di lui è come entrare nella tana del bianconiglio. Ognuno dei fatti appena riassunti potrebbe essere gonfiato in un articolo a parte. E poi si è esposto talmente tanto, attraverso i podcast, i simil stand-up, i libri e tutto il resto che ci si dimentica sempre di qualche allegra cazzatella partorita dalla sua vita. Tipo quando scrisse il copione per un film di Superman, quando venne cacciato da un aereo perché troppo ciccione, quando, dopo essere stato sul set di Star Wars – Il risveglio della Forza, ha scopato con sua moglie e questa gli ha detto di “usare la forza”.

Tuttavia, pur essendo camaleontico nel “come racconta”, l’omogeneità del “cosa racconta” gli è costata la retrocessione a semplice “tizio di Clerks”. Parlando con Marc Maron disse: “La gente non aspetta altro che poterti incasellare. ‘Ok, sei quello di Clerks. Basta, non fare altro’. Quando uscirono i dvd dei miei spettacoli la gente mi diceva ‘Cos’è, fai il comico adesso? Tu non puoi fare il comico’”.

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Quando la carriera di Smith collassò in diretta.

Per questo nel 2009 prima scrive Hit Somebody, un progetto epico sull’hockey che vuole far diventare il suo canto del cigno (sta ancora aspettando i finanziamenti), e poi accetta di dirigere su commissione una buddy comedy con Bruce Willis (Poliziotti fuori), altra parziale delusione. Ma l’esperienza gli è utile per capire come funzionano le macchine del marketing degli studi, in preparazione di quello che sarà il suo primo film da autore completo senza il patrocinio dei fratelli Weinstein: Red State, un thriller horror che satireggia i movimenti estremisti come la Chiesa battista di Westboro. Dopo aver presentato il film al Sundance, Smith inscena un’asta per la vendita dei diritti di distribuzione, affermando che distribuirà il film attraverso la propria compagnia in uno show itinerante come si faceva nei primi del Novecento. Il suo discorso venne definito da alcuni il momento in cui la sua carriera collassò in presa diretta.

Per Smith era questo il senso del nuovo cinema indipendente, l’indie 2.0: non semplicemente un’indipendenza di mezzi produttivi, ma anche distribuitivi. Erano finiti i tempi in cui ogni grande studio si apriva una divisione “boutique” per distribuire film di nicchia: era il film stesso che avrebbe dovuto vendersi al pubblico. Era una pratica già in uso da tempo, ma la differenza qui è il regista l’ha fatta fruttare in virtù di quella fanbase coltivata sul web che avrebbe pagato dieci volte tanto il prezzo di un biglietto per vedere i suoi film e poterne parlare. Con zero spese di marketing, Smith porta il film in giro per gli States e riesce a rifarsi dei costi.

La passione per il podcast lo porta al successivo Tusk, un horror nato come storia orale che prende The Human Centipede e lo mischia coi trichechi (per un’analisi più accurata vedere questo pezzo). La cosa gli piace talmente tanto che scrive altri due copioni per completare la True North, una trilogia horror-comedy incentrata sul Canada. Il secondo film, visto all’ultimo Sundance è Yoga Hosers, in cui recitano sua figlia e Johnny Depp e la figlia di Johnny Depp – il tutto reso possibile dal fatto che le due ragazze sono in classe insieme (ma anche dal fatto che ormai Depp ha perso la rotta della propria carriera). Cose che rimangono nella nicchia, senza una distribuzione decente.

Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un progressivo sdoganamento del nerd nella cultura di massa. Dove prima la parola portava con sé un bagaglio di esperienze minoritarie e una generale rappresentazione da zimbello e sfigato, adesso è diventato non dico popolare, ma almeno ben visto.

Dicevo all’inizio che Smith ora di lavoro fa il vate dei nerd. Il perché è presto detto: “il tizio di Clerks” è l’emblema di una figura che è sempre esistita ma che ha conosciuto picchi diversi di popolarità nel tempo. Il nerd è sempre stato dipinto come il secchione, l’emarginato senza vita sociale e pieno di sfighe. La cultura popolare lo trattava come una macchietta la cui cifra da disadattato serviva a colmare la misura comica dei prodotti, anche quando ne era protagonista (l’esempio più immediato: La rivincita dei nerd). Ma negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a un progressivo sdoganamento del nerd nella cultura di massa. Dove prima la parola portava con sé un bagaglio di esperienze minoritarie e una generale rappresentazione da zimbello e sfigato, adesso è diventato non dico popolare, ma almeno ben visto.

Ecco allora che prodotti come The Big Bang Theory rappresentano quelli che alla fine sono proprio dei nerd come “semplici persone” che ogni tanto sfogliano un fumetto e buttano un riferimento non troppo specifico a qualche prodotto fantasy o sci-fi, individui perfettamente inseriti in società con al massimo qualche tic comportamentale. La percezione comune è ribaltata, e si arriva al paradosso che la gente che vuole “stare sul pezzo” si cimenta in vere e proprie gare di nerdismo applicato. E il nerd a basso dosaggio, quello che sa un po’ di tutto e un po’ di niente, negli ultimi tempi sta progressivamente venendo sostituito da una nuova categoria: il nerd in spolvero.

Se Kevin Smith resta quindi l’unico e inimitabile vate dei nerd, negli anni si si sono affiancate alla sua figura versioni aggiornate come Max Landis, il figlio del regista John Landis che ha scritto Chronicle e che su internet si prodiga in tirate a tema cine-musical-fumettistico. Entrambi appartenenti alla categoria umana del vero nerd, portano con sé i segnali del nerdismo prima maniera – dismorfismo fisico (uno è grasso e si veste male, l’altro è segaligno e si veste male credendo di vestirsi bene), percezione della socialità distorta (Smith vi racconta come e quanto ha scopato la sera prima, Landis è cappottato dalla cocaina) – ma modellano il concetto in una rinnovata fase di iperspecializzazione. È un processo che Smith applica perlopiù nei fumetti; la sua grande passione (nerd) in tema è Batman: conduce un podcast di nome Fatman on Batman e ha chiamato la propria figlia Harley Quinn in onore dell’omonimo personaggio batmaniano. È anche un fan sfegatato di The Flash, lo show sul velocista di casa DC Comics, e ha perfino pianto per il finale di stagione. The Flash è un serial abbastanza blando, punta a un target giovanilista e non ha nulla della rude schiettezza del marvelliano Daredevil. Ma è questo il punto: chi, tra quelli che si autoprofessano nerd, si farebbe coinvolgere così a fondo da una serie così scialba? E quanti di loro, oltre a usufruire passivamente del prodotto, ne sono parte attiva, parlandone sui social network, acquistando il merchandising, leggendo il fumetto/libro da cui è tratto?

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Kevin Smith piange per il finale di stagione di The Flash. Attenzione! Immagini forti.

Una volta fidelizzato, il vero nerd diventa parte di un pubblico di qualità che porta più benefici di quanto faccia il pubblico generalista. Ma attirarlo a sé è sempre più difficile. Questo la Warner Bros (che possiede la DC Comics) l’ha capito bene, visti i recenti problemi di immagine: mentre la Marvel scalda i cuori di pubblico e critica trasformando i propri supereroi di serie B in colossi del cinema, la Warner gela nell’inverno dello scontento. Batman v Superman è stato subissato di critiche, L’uomo d’acciaio aveva subito la stessa sorte e meno parliamo di Lanterna Verde meglio è.

E così, in una mossa che non so quanto chiara appaia ai suoi fan (ma se ci sono arrivato io credo che sia parecchio evidente), la Warner ha preso Smith e se l’è fatto amico, prima rubandolo come sceneggiatore di fumetti dalla Marvel, poi tentando di affidargli il prequel a fumetti di Watchmen, e alla fine assoldandolo proprio per The Flash, di cui ha diretto un episodio (e ne dirigerà un altro a breve). Lo usa come megafono per la sua cerchia (quasi tre milioni di seguaci su Facebook) ma anche per la sua facile notiziabilità, come dicevo in apertura. Soprattutto, Smith è il portavoce placa-folle, il PR che parla ai nerd senza sembrare un PR. E quindi, Kevin, di’ pure quello che ti pare sulla vita, l’universo e tutto quanto, ma se parli male del nostro film di punta prima ti facciamo rettificare il parere in maniera un po’ goffa, e poi fai direttamente ammenda con una recensione di un’ora in cui dici fin dall’inizio che ti è piaciuto.

Per questo adesso Smith è il nerd notiziabile per eccellenza. Se poi aggiungete all’equazione l’imperversante nostalgia degli anni ’90, si spiega bene perché Smith abbia messo in cantiere Clerks III e Mallrats 2, un sequel che da solo spiega l’essenza del mio discorso. Perché davvero: a parte i veri nerd, chi altro ha mai sentito il bisogno di un Mallrats 2?

Andrea Fiamma
Andrea Fiamma scrive per Fumettologica e Rivista Studio. Si occupa principalmente di fumetti e amenità varie.

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